Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 24 nr. 214
dicembre 1994 - gennaio 1995


Rivista Anarchica Online

Dalla Polonia: analisi dell'anarchismo
di Alessio Vivo

Fra le sorprese culturali che presto pioveranno in Occidente dall'Europa Orientale, oggi in faticosa ripresa, una è già tangibile nell'opera di Daniel Grinberg Ruch Anarchistyczny w Europie Zachodniej. 1870-1914. (Il movimento anarchico nell'Europa Occidentale. 1870-1914), Varsavia 1994, Widawnictwo Naukowe PWN.
Davanti ad un volume di 365 pagine fitte, dotato di un ampio apparato bibliografico nel quale non solo appaiono le maggiori opere occidentali, ma anche lavori pressoché ignoti in russo e in polacco, non è infatti azzardato affermare che ci si trova di fronte non solo ad un'opera importante, ma ad un classico della storia del movimento anarchico, degno di essere menzionato accanto alle vecchie opere del Woodcock, di Joll, di Masini, di Guèrin, per limitarsi solo agli storici contemporanei dell'anarchismo e certamente fra i primi dei nuovi studi approfonditi e moderni sul tema.
La monografia di Daniel Grinberg, storico polacco che si è specializzato nella storia universale del XIX secolo, e che si era già a lungo occupato di anarchismo in brevi ricerche (una delle quali da me recensita su "A"), è la prima opera sistematica ed altamente originale che in Polonia affronti lo studio dell'anarchismo nel suo sviluppo dottrinale e pratico, analizzandolo nel periodo in cui in in Europa occidentale quel movimento raggiunse l'apice del suo sviluppo.
Basato su una vasta base documentale, il libro cerca di mostrare l'anarchismo nella sua totalità, come un'esperienza completa di studio della società e della politica, nonché nella sua capacità di farsi pratica attiva.
Grinberg rivolge l'attenzione alla creatività del movimento, alla sua originalità (soprattutto per la sua natura non compromissoria, a differenza degli altri movimenti politici, al tentativo da esso promosso di creare una realtà politica alternativa, respingendo integralmente la situazione politico-economica dell'epoca in cui si trovò ad operare.
Il valore del lavoro risiede innanzitutto nel fatto che esso non omette anche un'analisi dei lati oscuri del movimento, delle sue ombre, delle cause di non pochi fallimenti nel corso del periodo in esame. Si tratta pertanto di una ricerca obiettiva e ben documentata. L'originalità dell'opera risiede però soprattutto nell'approccio del tutto nuovo in questo tipo di ricerche: l'analisi viene svolta facendo ricorso ad una solida base, mutuata dalle scienze sociali e politiche.
Il lavoro infatti si divide in parti differenti a seconda degli strumenti usati. L'anarchismo, visto come materia di ricerca, viene scandagliato partendo dalla storiografia classica (Guillaume, Nettlau) e da quella marxista, evidenziando le carenze e gli errori di quest'ultima, la superficialità e schematicità e spingendosi fino agli studi storiografici contemporanei (Avrich, ecc.), non dimenticando perfino lavori minori anche di autori italiani. Applicando poi la metodologia della storia delle dottrine politiche, Grinberg affronta la complessità del pensiero dei maggiori teorici, da Goodwin a Kropotkin, all'anarcosindacalismo ed alle correnti individualistiche, dando un quadro completo delle componenti ideali. Quindi egli passa ad un'analisi dell'anarchismo sullo sfondo della teoria sociologica dei movimenti sociali e politici, partendo dalla genesi del movimento, sondandone numerosità e tipologia, le forme organizzative, la strategia e la tattica d'azione, indulgendo forse eccessivamente sulla pratica dell'azione individuale, che però in quell'arco di tempo svolse un ruolo se non centrale importante. L'analisi affronta in questo quadro anche la forma ed i metodi di propaganda, i campi principali dell'attività anarchica (antiparlamentarismo, antimilitarismo, comunalismo, pedagogia).
In questo modo Grinberg fornisce importantissime indicazioni metodologiche e non solo sull'uso dei documenti, degli archivi, degli atti processuali, fonti fra le quali egli stesso si muove con estrema agilità e competenza (offrendo fra l'altro un quadro prezioso dei centri di ricerca sull'anarchismo in Europa e dei fondi privati), ma anche e soprattutto sul possibile rapporto fra le scienze sociali e lo studio del tema. Quest'ultimo implica innanzitutto l'impiego di solidi strumenti di ricerca, che l'autore individua nell'applicazione delle maggiori teorie sui movimenti sociali e politici contemporanei, ed evita le difficoltà di uno studio che spesso ha finito per perdersi in elementi marginali. Grinberg dimostra che questi ultimi possono anche essere sondati, ed egli infatti espone una vasta raccolta di dati storici poco noti, per lo più tratti dagli archivi di prima mano, ma a patto che quelli siano inseriti in uno studio approfondito e scientifico.
In questo modo Grinberg riesce a dire e a spiegare che cos'è l'anarchismo, a mettere in luce la sua filiazione dal liberalismo classico, le strade parallele che lo fanno correre accanto a quello da un lato e la sua posizione autonoma ed originale dall'altro.
Egli non solo affronta le diverse interpretazioni di Goodwin, di Proudhon, di Bakunin e di Kropotkin passandole al vaglio, ma sezionando le correnti principali del movimento (anarcocomunismo, anarco-individualismo, anarcosindacalismo, ecc.) ne individua le componenti principali.
Così riesce anche a pervenire, ad esempio, ad una dettagliata analisi, ancora del tutto assente nel nostro Paese, dell'individualismo anarchico, da noi ridotto superficialmente allo stirnerismo anche per la sua scarsa diffusione in Italia. Seguendo fili analoghi a quelli di Rocker, Grinberg riesce a collegare le correnti individualiste agli sviluppi ed alle implicazioni, soprattutto economiche, che il movimento ebbe negli Stati Uniti, dove una solida tradizione di diretta derivazione dal pensiero liberale si andò consolidando con modalità diverse dalla tradizione europea, passando per Thomas Jefferson, Josiah Warren, Stephen Andrews, William Greene, Lysander Spooner, Benjamin Tucker.
In questo modo Grinberg copre anche, volontariamente o meno, un vuoto ricorrente negli altri classici europei di storia dell'anarchismo: quello dello sviluppo delle dottrine e delle correnti anarchiche non collettiviste (per un polacco la preoccupazione è quantomai giustificata e comprensibile), che ritornano attuali nella crisi mondiale dell'ipercollettivismo di tutti i tipi. L'autore non risparmia particolari per illustrare questo problema, analizzando le correnti individualiste con completezza, da quelle francesi a quella isolata russa di Aleksandr Borovoj e giungendo alla conclusione che fu soprattutto la critica di molti aspetti utopici dell'anarco-comunismo a portare all'emarginazione delle correnti individualiste e, in Europa, di quello che Grinberg definisce, anziché «anarco-capitalismo», definizione che in Europa, a differenza degli Stati Uniti, ha assunto una connotazione negativa, «anarcoliberalismo», seguendo la classificazione del tedesco Bartsch. Una osservazione non indifferente in una fase di crisi mondiale, come quella attuale, delle istanze collettiviste, verso le quali, a dispetto del mutualismo proudhoniano, il movimento ha finito per tendere.
La vocazione alla ricerca oggettiva risalta principalmente nello smontaggio già ricordato che l'autore opera della storiografia marxista e riduzionista in tema di anarchismo, per le spiegazioni unilaterali e monocausali (economicistiche, ecc.) che essa ha sempre adottato, perché, come Grinberg osserva, nella letteratura in tema di anarchismo ha dominato la tendenza alla spiegazione monocausale, che non ha mai considerato le cause universali della diffusione del movimento (dalla Cina al Giappone, agli Stati Uniti), rispondenti a bisogni profondi e non di singoli strati sociali o di classi economico-sociali.
Basterebbe questa osservazione metodologica a dimostrare il valore del lavoro di Grinberg, ma l'autore si spinge oltre, rivolgendo l'attenzione alle teorie di psicologia sociale che permettono di dare ragione dei bisogni e delle aspirazioni implicate nello sviluppo dell'anarchismo, nonché nella fisionomia del movimento.
La parte teorica, molto solida, si integra così mirabilmente con la parte storica, corrispondente alla fase classica di sviluppo del movimento anarchico, al quale lo storico dedica anche un'analisi dettagliata della composizione in termini di gruppi sociali nei suoi diversi stadi evolutivi.
Rivivono così i problemi che il movimento dovette affrontare fino allo scoppio del Primo conflitto mondiale: il problema organizzativo, quello della numerosità, le discussioni e la vita interna, i legami meno noti fra le varie organizzazioni (descrivendone perfino i luoghi di riunione), il problema dei mezzi e della tattica, che trova la sua massima significatività ad esempio in occasione del fallimento del 1873 in appoggio al movimento federalista e cantonalista spagnolo, del 187 4 a Bologna, del 1877 nel Matese.
La tipologia del movimento si sviluppa poi nello studio degli ambiti di attività, l'antimilitarismo, il parlamentarismo e soprattutto il comunalismo, del quale è individuata la specificità e la differenza anarchica, unitamente ad informazioni su esperienze ed esperimenti poco noti (comunità tedesche ed inglesi). Nell'ambito pedagogico, in modo simile, affiorano esperimenti del tutto ignoti, che si vanno ad aggiungere alla nota esperienza di Francisco Ferrer e si delinea una teoria molto più vasta rispetto a quella che confina la pedagogia libertaria al solo ambito dell'educazione primaria (che pur rimane la più importante), facendo affiorare un complesso teorico che si spinge fino alla riorganizzazione dell'ambito universitario.
Il lavoro di Grinberg dunque colma innanzitutto un vuoto sensibile in Polonia, paese in cui in tema di anarchismo non era mai stata pubblicata un'opera d'insieme sull'argomento. Colma un vuoto sensibile anche perché la rinascita del movimento anarchico in Polonia è (contrariamente a quello che credono i cattolici) molto consistente, probabilmente per il disgusto della politica emersa dalla fine del periodo di sovietizzazione, nella quale continuano a dominare politicanti riciclati o nel migliore dei casi privi di cultura, incapaci di restituire dignità a chi ha subito per decenni sofferenze inaudite.
Il disgusto, la delusione e la mancanza di fiducia in qualsiasi potere costituito, riconosciuto come del tutto simile a quello del passato, come se i detentori di oggi non avessero fatto altro che rivoltarsi la giacca ideologica, alimentano l'interesse per un movimento come quello anarchico, che sembra il solo capace di assicurare una ventata di libertà e di dignità. Non a caso in molte strade di Varsavia appaiono scritte del tipo: «Kazda wladza prowodzi do zbrodni» («ogni potere conduce al crimine»).
Anche un altro vuoto però l'opera di Grinberg sembra colmare: quello di opere approfondite, aggiornate in tema di anarchismo e capaci di utilizzare la strumentazione più avanzata delle scienze politiche e sociali e politiche in Occidente. Il vuoto dunque di ricerche che si spingano più avanti dei classici, prevalentemente «monodisciplinari» (storici o sociologici) sul tema.
È per questo un peccato che la lingua nella quale è scritto il lavoro di Grinberg (sebbene sia punteggiato qua e là di citazioni in inglese ed in francese), quella polacca, molto meno diffusa nell'Europa occidentale ed in Italia rispetto a quello che si potrebbe pensare, impedisca la lettura anche agli specialisti, e non solo la diffusione in un largo pubblico, di un'opera della quale si auspica comunque una traduzione, poiché si presenta anche ad uno sguardo immediato come un vero e proprio classico della storia e dello studio dell'anarchismo.