Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 24 nr. 212
ottobre 1994


Rivista Anarchica Online

L'anarchico «conservatore»
di George Woodcock

La figura ed il pensiero dell'anarchico americano Paul Goodman (1911-1972) nell'anaiisi di George Woodcock. Con un saggio a margine di Pietro Adamo (pagg.30/31) su Paul Goodman e la tradizione libertaria.

Talvolta, soprattutto i marxisti, parlano dell'anarchismo come di una dottrina regressiva; nella misura in cui gli anarchici non hanno mai accettato il progresso come necessità auspicabile, la critica è giustificata; ammettere questo però non vuol dire riconoscere l'astoricità dell'anarchismo. Significa invece che l'anarchico si muove attraverso la storia in modo differente dal liberale o dal socialista, spesso inclini a credere che il futuro abbia in serbo grandi benefici. Significa che, mentre per esempio il marxista sembra destinato a portare a un livello sempre maggiore di efficienza la razionalizzazione del controllo umano sul mondo materiale raggiunto dal capitalismo e dagli stati nazionali, l'anarchico se ne sta in disparte, critico nei confronti degli stessi concetti di efficienza e razionalizzazione, quando questi discendano esclusivamente da una considerazione dei fattori economici. L'anarchismo riconosce la pericolosa importanza dell'elemento psicologico che opera nello sviluppo delle istituzioni umane, elemento i cui rischi vengono eccellentemente definiti da quell'acuto osservatore di società politiche che fu Lord Acton in questo celebre aforisma: «Il potere tende a corrompere; quello assoluto corrompe in modo assoluto». Gli anarchici hanno sempre identificato la pecca fatale della democrazia sociale nell'idea che mediante il trasferimento del potere da un'élite all'altra si possano spazzar via le istituzioni coercitive; lo stato, disse una volta Engels, paradossalmente può avvizzire sotto la dittatura di una sola classe al suo interno, il proletariato. Gli anarchici hanno capito (e la storia dei paesi socialisti sembra aver dato loro ragione) che l'esercizio del potere non fa altro che accrescere la brama del potere stesso.
È proprio perché gli anarchici non sono mai riusciti ad accettare una politica del mondo in cui vivono dominata dal potere che tanto spesso, da Gerrard Winstanley a Paul Goodman, è parso che assumessero una posizione assai simile a quella leggendaria della bara di Maometto, sospesa fra due calamite nella sacra Mecca. Non è difficile vedere le due calamite anarchiche come un futuro idealizzato verso il quale essi tendono senza grandi speranze e un passato ideale al quale guardano con deluso rimpianto.
In effetti, la situazione è decisamente meno semplice di così. Gli anarchici più perspicaci in realtà ritengono che non si debba anelare un tempo futuro o un tempo passato, ma che in ogni società ci siano due tipi di presente, fra i quali bisogna operare una scelta. Uno è quello istituzionale, quello delle strutture autoritarie sotto cui viviamo, che atomizzano la società e alienano gli individui indebolendo il senso di responsabilità sociale innato in tutte le persone. Infatti, come ho detto altrove:

Qualunque anarchico, io credo, sarebbe disposto a sottoscrivere l'affermazione che l'uomo ha in sé per natura tutti gli attributi che lo rendono capace di vivere nella libertà e nell'armonia sociale. Forse non si crede che l'uomo sia buono per natura, ma esiste la fervida convinzione che per natura sia sociale... E non solo l'uomo è sociale per natura, sostiene l'anarchico, ma la tendenza a vivere in società è emersa in lui man mano che si evolveva dal mondo animale. La società è esistita prima dell'uomo e una società che vive e cresce liberamente sarebbe infatti una società naturale. Anarchism

E qui arriviamo al secondo presente anarchico.
Come infatti gli anarchici più attenti, da Kropotkin in poi, hanno sempre sostenuto, le istituzioni di potere non sono mai riuscite a sopprimere completamente la naturale inclinazione dell'uomo alla collaborazione; se l'avessero fatto, si sarebbe realizzato l'incubo che George Orwell ha descritto in 1984. È proprio grazie al fatto che gli uomini persistono nel loro benigno solco di libertà e di collaborazione naturale, accanto al solco maligno e coercitivo dello stato, che la società continua a esistere in quanto ambiente umano sopportabile. Per dirla con Colin Ward, in uno dei più importanti lavori teorici sull'argomento:

Una società anarchica, una società che si organizza senza autorità, è sempre esistita, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello stato e della sua burocrazia, del capitalismo e dei suoi disastri, dei privilegi e delle sue ingiustizie, del nazionalismo e delle sue suicide devozioni, delle differenze religiose e dei suoi separatismi superstiziosi. Anarchy in Action

Quello che l'anarchico cerca di fare, secondo questo punto di vista, non è distruggere l'attuale ordine politico per sostituirlo con un sistema organizzativo migliore; questo è stato lo sbaglio marxista che ha prodotto la tragica storia della Russia post-zarista. L'anarchismo propone invece di fare piazza pulita delle strutture esistenti di istituzioni coercitive così da liberare la società naturale, sopravvissuta per lo più sotterraneamente in periodi precedenti, più liberi e più creativi, e farla fluire nuovamente verso un futuro diverso. Gli anarchici non sono mai stati nichilisti, ansiosi di radere al suolo la società presente per rimpiazzarla con qualcosa di nuovo, e questo perché non sono mai stati neofili, che vedono virtù solo in ciò che è nuovo. Essi hanno sempre dato molto valore alla resistenza dei naturali impulsi sociali e delle istituzioni volontarie da loro create; è alla liberazione della grande trama della collaborazione umana, che ancora oggi si estende a tutti i livelli della nostra vita, che hanno volto i propri sforzi, non a edificare o magari a immaginare il loro bravo mondo nuovo. Questo è il motivo per cui ci sono così pochi scritti utopici fra gli anarchici, i quali sono sempre stati convinti che ci si possa affidare agli istinti sociali dell'uomo, una volta affrancati, per modificare la società in modo pratico e desiderabile, senza piani preliminari, che tendono sempre a una costruzione.
Dichiarare che in noi esiste la capacità di vivere una vita libera (e le rudimentali istituzioni necessarie) e che bisogna liberarla e incoraggiarla è al tempo stesso rivoluzionario e conservatore: rivoluzionario nel senso che vi si contempla la distruzione o almeno l'erosione di un'intera struttura di potere; conservatore nel senso che gli esiti positivi della rivoluzione vengono visti in termini di mantenimento e rinnovamento di qualcosa che già esiste. Il fatto che le istituzioni autoritarie vengano liquidate dagli anarchici come aberrazioni passeggere che, come dice Godwin, «stravolgono le autentiche inclinazioni dell'animo», non diminuisce affatto l'elemento conservatore che si trova nell'animo scisso dell'anarchismo, visto che tutti i conservatori considerano aberrante e passeggero ciò che condannano. E in questo senso, l'anarchismo non è semplicemente conservatore.
Secondo l'idea più comune di progresso, l'anarchismo è infatti regressivo. I suoi sostenitori hanno sempre visto la liberazione in termini di semplificazione piuttosto che di complicazione. Se il prezzo della ricchezza è una progressiva perdita di libertà di sviluppo (per usare la terminologia di Paul Goodman) in quanto «persone» invece che «personale» essi hanno sempre, da Proudhon in poi, apprezzato i valori della povertà (ben diversa dal pauperismo) e quando possibile (come nelle comunità contadine spagnole durante la guerra civile) cercato di raggiungerli con una pratica austera. Hanno sempre visto di buon occhio la decentralizzazione (essendo i veri pionieri dell'idea che «piccolo è bello»); in senso organizzativo, decentralismo significa involuzione, per quanto i suoi difensori vi possano vedere un incentivo all'evoluzione creativa e spirituale dell'umanità.
Non è dunque del tutto casuale che un conservatore come Lord Acton, un cattolico che considerò la dichiarazione dell'infallibilità papale del 1869 un'insopportabile imposizione alla sua libertà spirituale, possa aver dato nelle sue note sul potere l'espressione più eloquente di una delle convinzioni anarchiche. Né è per puro caso che un anarchico di tempi più recenti, Paul Goodman, uno dei più onesti e scrupolosi intellettuali del suo tempo, possa dire a piena ragione: «Sono anarchico e rivoltoso, sono conservatore e tradizionale» (Creator Spirit, Come) e, non molto prima della morte, in un libro che sottotitolò Appunti di un conservatore del Neolitico:

Non sono un «romantico»; ciò che sconcerta i miei critici liberali e radicali è che sono un conservatore, un conservazionista. Io faccio uso del passato: il punto è come. New Reformation

Ciò che mi propongo nel corso di questo scritto è di esaminare, in modo appositamente disordinato, come effettivamente Goodman usi il passato e come così facendo egli perpetui e prolunghi una delle attuali correnti del pensiero anarchico, una corrente che, per usare una terminologia che sembra in disaccordo con la maggior parte delle concezioni diffuse dell'anarchismo, è sia tradizionale che aristocratica. Infatti, un approccio che faccia tesoro del passato (come quello di Kropotkin, Herbert Read e Goodman) per quanto riguarda le virtù sociali che sono state distrutte o si trovano sotto la minaccia dell'autorità, naturalmente non cerca di ridurre la gente sotto il comune denominatore del proletariato (l'alienato della rivoluzione industriale). Si tratta piuttosto di elevarsi a quel livello culturale di cui una volta godevano solo i ricchi e i potenti, dato che, come dissi una volta:

In realtà l'ideale dell'anarchismo, lungi dall'essere la democrazia portata alla sua conclusione logica, è molto più prossimo a un'aristocrazia universalizzata e depurata. La spirale della storia diventa così un cerchio perfetto e laddove l'aristocrazia, al suo punto più alto nella visione rabelaisiana dell'Abbazia di Thelème, invocava la libertà per i nobili, l'anarchismo ha sempre proclamato la nobiltà degli uomini liberi. Anarchism

Si tratta di un'aristocrazia purgata dei privilegi, la cui richiesta al mondo materiale non è altro che «ciò che basta a permettere agli uomini di essere liberi» (Anarchism), ovvero quella che Goodman chiama ripetutamente una «decorosa povertà»; e, come dice Goodman poco dopo, «aristocratica uguaglianza» .
All'interno di questo schema, Goodman si vedeva (secondo le parole dell'editore dei suoi saggi, Taylor Stoehr) come «il povero studioso, vestito di stracci ma sapiente, in grado di filosofare con gli strilloni come con i chierici», l'equivalente del filosofo greco che, come più di una volta ribadisce Goodman nei suoi libri sull'educazione, trasformava ragazzi poco promettenti in autentici uomini di cultura passeggiando con loro nelle strade e mescolando ai discorsi l'osservazione della vita concreta quotidiana in tutte le sue forme.
Riguardo la tradizione alla quale riteneva di appartenere e al passato di cui faceva uso, Goodman li definì in un passo che vale la pena di citare per intero perché determina e differenzia alla perfezione sia le fonti della sua conoscenza che la cornice all'interno della quale emersero le sue concezioni.

La cultura che voglio trasmettere (io stesso vi sono intrappolato e fuori di essa non posso né pensare né lottare) è la nostra tradizione occidentale: i valori della Grecia, della Bibbia, della cristianità, della cavalleria e delle libere città del XII secolo, il Rinascimento, l'età eroica della scienza, l'Illuminismo, la Rivoluzione francese, l'utilitarismo del primo Ottocento, il naturalismo del tardo Ottocento.
Per far capire che cosa intendo, citerò un'affermazione tipica di ognuno di essi. I greci talvolta aspirano a un prevalere del senso civico in cui il semplice successo individuale sarebbe vergognoso. La Bibbia insegna che c'è un creato e una storia in cui noi ci muoviamo in quanto creature. I cristiani possiedono uno spirito di fanatico impegno perché ci troviamo sempre alla fine dei tempi. La cavalleria è l'onore e la lealtà, in amore come in guerra. Le libere città hanno inventato le corporazioni sociali e i diritti giuridici. Il Rinascimento afferma imperiosamente il diritto all'immortalità di individui particolarmente dotati. Gli scienziati conducono un dialogo disinteressato con la natura, senza curarsi di dogmi e delle conseguenze. L'Illuminismo ha stabilito che esiste una sensibilità comune dell'umanità. L'utilitarismo punta al soddisfacimento tangibile, non all'opera laboriosa, al denaro o al potere. Il naturalismo ci sospinge verso un'etica onesta, insita nella condizione animale e in quel1a sociale.

Inutile dire che queste affermazioni tanto familiari spesso sono in contraddizione pratica e teorica fra loro; ma anche questo conflitto fa parte della tradizione occidentale. Sicuramente si tratta solo di ideali, che non sono mai esistiti né in cielo né in terra, ma che tuttavia sono l'invenzione dello spirito santo e di quello umano che costituiscono l'universo, anch'esso, peraltro, un ideale.

Naturalmente, come insegnante, raramente faccio cenno a queste cose; le do per scontate e assimilate da tutti. Provo però amare delusioni quando scopro che tanto i miei studenti, quanto i colleghi giovani danno per scontate cose del tutto diverse. Compulsory Miseducation

Il brano, tratto da un libro pubblicato per la prima volta nel 1962 e rivisto nel 1964, non solo ci aiuta a definire la condizione di Goodman in quanto studioso umanista in relazione alla situazione accademica dei primi anni '60, ma ci fornisce anche un punto di partenza per determinare la sua posizione all'interno della tradizione anarchica.
Più che un accademico, Goodman si considerava un umanista e un letterato piuttosto che un docente, ruolo nel quale, nonostante la bontà del suo insegnamento, manifestò un comportamento decisamente troppo eccentrico perché la comunità universitaria potesse digerirlo facilmente. Ciò nondimeno gli atenei furono uno degli aspetti culturali che apprezzava, anche se riteneva di esserne al di fuori.

Quando considero la lunga filiazione: Parigi ha dato uomini a Oxford, Oxford ha dato uomini a Cambridge, Cambridge a Harvard, Harvard a Yale, Yale a Chicago e così via, mi rendo conto di non essere né un uomo di scuola né un universitario, per quanto le difenda entrambe ritualmente. Io sono un umanista, questa specie di libero professionista rinascimentale. Al momento credo di essere in cerca di una filiazione differente: da Charcot a Freud, da Freud a Reich e via dicendo; sono però significativamente incapace di appartenervi. In realtà, sono nato senza padre. Nature Heals

È qui, in questo contesto delle università e dell'educazione in generale, che vediamo Goodman muovere alcuni dei suoi grandi passi verso il passato. Sollecita incessantemente gli atenei, sostenendo che loro dovere è di conservare la tradizione occidentale da cui ritiene di essere stato formato. Si dedica a ciò che definisce «un argomento alquanto demodé della teoria educazionale: come trasmettere la cultura con la C maiuscola, la grandezza dell'uomo...». (New Reformation). Rimbecca le università perché accettano sussidi dell'esercito, cosa che denuncia come «la fine della libera ricerca e dell'educazione liberale, perché la musica la fa chi suona il piffero». Invoca una rivitalizzazione dell'umanesimo nelle accademie, poiché è solo usando il linguaggio in modo chiaro ed esteso, non già come un «codice per comunicare semplicemente informazioni», che riusciremo a comprendere e

controllare l'esplosiva tecnologia scientifica e il collettivismo, che sono le condizioni di un prevedibile futuro...Ora più che mai il metodo della letteratura è indispensabile: trovare ed esprimere l'umanesimo nella scienza nuova, la moralità nella tecnologia e la comunità e l'individualismo nel collettivismo. New Reformation

Idee simili assomigliano per molti versi a quelle dei conservatori educazionali, con la differenza che Goodman le accorpa in una teoria dell'educazione genericamente libertaria. L'educazione nell'umanesimo è essenziale alla buona salute della società, ma ciò non significa che tutti siano mentalmente idonei ad assorbire in forma accademica quanto la loro cultura ha da offrire.
Naturalmente, mentre molti conservatori educazionali inseguono la severità dei passati sistemi di insegnamento e un'organizzazione educazionale appena migliore di quella di cui disponiamo oggi, Goodman persegue una decentralizzazione, una diversificazione e una deistituzionalizzazione dell'educazione perfettamente in linea con il suo anarchismo. Growing Up Absurd 1960) dimostrava come i «bambini difficili» rimanessero in questo ruolo perché i loro «problemi» venivano istituzionalizzati dal tipo di scuole che avrebbero dovuto «trattarli». The Community of Scholars rivelò in Goodman un avvocato delle forme altamente sperimentali di istruzione, nonostante egli non fosse assolutamente un fanatico sostenitore del movimento per una scuola progressista che, riconosceva, aveva sviluppato le proprie rigidità. Tuttavia, scrivendo sulle università, in questo come in altri scritti, è chiaro che egli non aspirava in nessun modo a distruggere la tradizione educativa trasmessa dalle accademie, o l'alta tradizione della cultura occidentale che, nella migliore delle ipotesi, quella esprimeva e tramandava. L'oggetto del suo attacco era il gigantismo fisico e la disumanità burocratica delle grandi università. Al loro posto egli auspicava un ritorno al tipo di istituzione medievale, in cui gruppi di studenti e di docenti convenivano per apprendere e insegnare, con il presupposto che chi ne sa di più deve essere considerato, nell'ambito dell'insegnamento, il maestro.
Goodman non ha mai smesso di sperare in un incontro con questo tipo di comunità di studiosi. Sperava di trovarla al Black Mountain College, la cui struttura informale lo attraeva ma, a parte le vestigia di moralismo del luogo che portarono alla sua estromissione a causa dell'esplicita manifestazione di tendenze omosessuali, Goodman vi riscontrò una certa «debolezza» nella presentazione delle materie umanistiche tradizionali e insistette per un insegnamento più scolastico dei suoi colleghi. Andando a Berkeley per il vertice del movimento Free Speech nel febbraio 1966 come inviato per Dissent, verificò:

... uno straordinario riemergere della primitiva università medievale, con i suoi baroni che tenevano lezione nelle aule centrali, una comunità studentesca male in arnese che viveva nei paraggi e, cosa sbalorditiva, una nuova leadership di studenti formata da laureati e assistenti, precisamente quei Maestri dell'arte che nel 1200 provocarono tanti problemi! Nell'era dell'Uomo Organizzativo, ci si sarebbe aspettati che i più conformisti fossero proprio gli studenti-laureati, giovani dirigenti, per proteggere il loro status e la loro posizione; invece a Berkeley vediamo che proprio dagli assistenti sono usciti i capi che hanno partecipato allo sciopero quasi all'unanimità.

Bisogna tuttavia riconoscere amaramente che quando disse tutto ciò agli studenti non trovò una risposta convinta:

Con mia grande sorpresa, gli studenti non hanno approfondito le cose che ho detto loro; non hanno grande memoria della tradizione occidentale. Sanno che cos'è la libertà, certo, lo sanno bene, ma ignorano che cos'è veramente un'università.

Infatti, non molto tempo dopo il 1965 Goodman cominciò a rendersi conto che, nonostante i numerosi elementi anarchici nella rivolta studentesca dei primi anni '60, molti attivisti non ne sapevano abbastanza di politica e di storia per prevenire lo slittamento nell'autoritarismo, verso posizioni politiche leniniste, mentre gli altri studenti si rivelavano, ai suoi occhi, virtualmente filistei a causa dell'indifferenza per la tradizione che egli tesaurizzava e nella quale era cresciuto. Nel 1969 si esprimeva già in questi termini:

Quando parlo in un college costello il mio discorso di riferimenti a Spinoza, a Beethoven e a Milton, nella speranza che gli studenti capiscano che i grandi uomini del passato erano realmente esseri umani; lo spiacevole risultato e però che loro mi guardano con compatimento perché dimostro di avere un passato e li vedo più sconsolati che mai. Se tento di analizzare un testo nei suoi stessi termini, cercando uno spirito umano che dia conto dei suoi particolari e per questo sia rilevante per noi, lo prendono come un esercizio futile che ha per scopo di eludere le attuali questioni cruciali. Naturalmente, l'incapacità di leggere un libro si assomma a tutto ciò. Non essendoci alcuna fiducia nella tradizione né dimestichezza ai suoi modi, leggere delle frasi diventa un lavoraccio; e allora, perché darsi la pena di farlo? New Reformation

Ma, come si può capire leggendo i suoi saggi sull'educazione e soprattutto quelli raccolti in Compulsory Miseducation, Goodman non dà la colpa agli studenti per il loro modo di reagire, quanto al sistema che li ha sottratti a una situazione sociale naturale ponendo loro domande sbagliate. Infatti l'educazione contemporanea, secondo Goodman, invece di essere orientata verso la creazione di esseri umani capaci di avere un ruolo produttivo e quindi gratificante nel loro mondo il più precocemente possibile, si è trasformata in una sorta di isolamento con cui milioni di giovani vengono tenuti al di fuori della lotta e del mercato del lavoro fino a che non hanno raggiunto i vent'anni e sono, da ogni normale punto di vista, ben addentro l'età adulta. In questo sistema, che l'educazione giovi agli studenti sia emotivamente sia intellettualmente è divenuta una cosa irrilevante.
Vediamo così Goodman suggerire ripetutamente che potrebbe essere una buona idea fare idealmente un passo indietro nel tempo, riconsiderare le nostre concezioni sull'educazione e magari ricominciare da zero. Nello stesso momento in cui dunque propone che le università si trasformino da smisurati grandi istituti (che complessivamente costano tre volte tanto rispetto all'insegnamento vero e proprio) in qualcosa di più piccolo e ristretto, simile alle università medievali, Goodman sottolinea che anche in questo nostro secolo una massa enorme di persone se la cava benissimo e arricchisce la società avendo passato a scuola (luogo che non è lo stesso dell'istruzione vera e propria) solo una parte minima del tempo che vi dedicano i loro figli.

Quando c'era un insegnamento accademico per molti di breve durata, o per alcuni di durata più lunga, probabilmente esisteva una certa formazione accademica. Sicuramente il grosso dell'educazione per la maggior parte delle persone veniva trasmessa con mezzi diversi dalla scuola. La società funzionava benissimo e parecchia gente acquisiva conoscenze e imparava al di fuori delle istituzioni: nel 1900, il 6 per cento aveva un diploma di scuola superiore e meno dello 0,5 per cento andava all'università. Oggi invece tutti sono costretti ad andare in una scuola superiore e l'anno scorso il 75 per cento ha raggiunto il diploma. Secondo le mie osservazioni, in proporzione c'è un livello di istruzione molto basso. Da un punto di vista strettamente accademico, otterremmo gli stessi risultati se chiudessimo tutte le scuole, che pure naturalmente hanno un'utilità per l'occupazione, la sorveglianza dei bambini e via dicendo. Saremmo sicuramente in grado di fornire lo stesso grado di apprendimento accademico con metodi molto più semplici e meno costosi. Compulsory Miseducation

George Orwell espresse un'opinione molto simile quando, in The Road to Wigan Pier, sottolineò la scarsa importanza della formazione accademica nella vita dei lavoratori, mettendo in rilievo che negli anni '30 un normale ragazzo della classe lavoratrice non vedeva l'ora di abbandonare la scuola e di «fare un lavoro vero», conseguenza del fatto che a diciotto anni era un uomo con responsabilità da adulto, mentre un suo coetaneo appartenente alla classe media che frequentava la scuola privata era poco più di bambino. La posizione finale di Goodman non è molto distante da quella di Orwell, visto che conclude che la vera educazione non è ciò che si impara a scuola.

È una funzione naturale della comunità che ha luogo inevitabilmente, dato che i giovani crescono vicino agli anziani, alle loro attività e dentro (o contro) le loro istituzioni; gli anziani spingono, insegnano, ammaestrano, sfruttano e fanno violenza ai giovani. Anche l'abbandono del giovane, tranne l'abbandono fisico, ha un effetto educativo, probabilmente non il peggiore. Compulsory Miseducation

Ciò che Goodman propone in realtà è che l'educazione sia ancora una volta l'estensione delle attività che in una società sana normalmente hanno luogo al di fuori della scuola; per la maggior parte dei ragazzi quindi (quelli che non sono portati per la scuola o per le arti) significa imparare per esperienza e fare, cioè essere un apprendista ben più di quanto lo sia uno studente nel senso accademico, e nel caso di ragazzi di città, imparare i processi di coltivazione e allevamento vivendo e lavorando per lunghi periodi in moderne fattorie dei dintorni.
La desistematizzazione dell'educazione, la rottura dei processi di apprendimento in una miriade di risposte estemporanee a situazioni particolari dovrebbe permettere un approccio flessibile di questo genere.
Una delle implicazioni di una simile concezione educativa è che la funzione dello studioso e dell'artista è distinta dal ruolo di insegnamento ai giovani, così come lo era nelle università medievali; negli scritti di Goodman quindi non si ritrova mai quella falsa democrazia culturale che denuncia come elitario ogni rispetto per l'alta cultura o per la tradizione letteraria. La cultura e la tradizione stanno lì per chi abbia voglia di perseguirle, mentre l'eliminazione dell'istruzione obbligatoria ne farebbe una questione di libera scelta. Vero è che come artista Goodman non è stato particolarmente sperimentale e che tendeva a identificarsi con la «semplificazione del vocabolario e il suo rapporto con la parlata delle gente semplice e con l'espressione dei sentimenti» cara a Woodsworth. Ma egli faceva anche notare che la grandezza di Woodsworth era qualcosa di molto più recondito, la sua «squisita sintassi», aggiungendo sul grande poeta romantico un commento che giunge a proposito rispetto a ciò che ho detto delle sue idee sulla natura di un'educazione libertaria:

La mia opinione è che la sua idea di pedagogia sia vera e fondamentale; è la bellezza del mondo e dei semplici affetti dell'uomo che fa nascere adulti magnanimi e disinteressati. Creator Spirit, Come

Gli anarchici, sempre alla ricerca di un modo per liberare i bisogni sociali umani che non sia il suicidio politico di una rivoluzione, hanno sempre avuto grande interesse per l'educazione, non solo come mezzo per far emergere le capacità dei giovani nella società così com'è, ma anche come uno dei modi per trasformare la società stessa. È significativo che questa sia stata la preoccupazione più forte fra gli anarchici non violenti, quali William Godwin e Leone Tolstoj, o fra gli anarchici in generale al tempo in cui il movimento non era dominato collettivamente da miti di violenza, come in Francia dopo la fine del terrorismo negli anni immediatamente precedenti al 1900, quando sorse un notevole movimento educativo libertario sotto la guida di Sebastian Faure ed Elisée Reclus, o in Inghilterra durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Herbert Read pubblicò Education through Art e The Education of Free Men, e altri anarchici come Tony Weaver, Tony Gibson e Tom Earley (tutti dediti all'insegnamento pratico) scrissero ampiamente sulle forme libere di educazione basate su una ri-immersione del bambino in processi sociali naturali.
Per molti versi, l'approccio di Goodman assomiglia a quello degli anarchici inglesi. Si sarebbe trovato sicuramente d'accordo con la fondamentale affermazione di Herbert Read:

Trascurare i sensi, vuoi per ignoranza del loro significato o per puro pregiudizio puritano, vuol dire trascurare tutta una metà del nostro essere. Né nell'insegnamento, né nell'apprendimento, né nel compiere azioni, né nei nostri rapporti reciproci possiamo permetterci di ignorare le reazioni sensoriali che registrano la qualità dell'esperienza. Ne consegue che in ogni sistema educativo ideale dovremmo educare i sensi e per questo ciascuna delle arti dovrebbe avere il proprio posto nel corso di studi.

Vi sono tuttavia alcuni punti su cui le idee di Read e quelle di Goodman non coincidono perfettamente. L'idea di educazione dei sensi di Goodman va ben al di là delle arti, alle quali probabilmente egli non attribuisce quell'importanza preponderante che hanno nelle proposte decisamente più sistematiche di Read per una riforma dell'istruzione.
Ciò accade soprattutto, ritengo, perché nonostante sia d'accordo sul fatto che l'educazione dei sensi debba precedere quella dell'intelletto, Goodman riconosce che esistono moltissime persone che possono continuare a vivere una vita pienamente felice senza senza mai entrare a contatto neppure minimamente con l'arte, immerse per esempio fin dall'inizio in occupazioni che le assorbono completamente, come l'agricoltura o certe forme di artigianato o anche quel tipo di lavoro meccanico che richiede un'attenzione intelligente. Qui forse Goodman differisce anche da Read, come Kropotkin, Fourier e Proudhon, per l'accento posto sull'importanza del lavoro produttivo, come cosa distinta dalla fatica, per conferire un senso alla vita umana. Per quanto non ne abbia trovato traccia negli scritti di Goodman, credo che si sia trovato quasi completamente d'accordo con Useful Work versus Useless Toil di William Morris .
Le convinzioni di Goodman sull'educazione manifestano l'ammirevole natura sia del suo conservatorismo che del suo tradizionalismo. Egli riconosce e vive accanto alle grandi filosofie e alla grande poesia del passato e ciò che osserva con apprensione è il modo in cui i metodi e i moderni sistemi educativi hanno rotto le linee di connessione in virtù delle quali le conquiste globali dell'umanità nel corso dei secoli rimangono una parte vivente del presente. Uno dei risultati allarmanti di questo genere di alienazione è che la scienza si è sottratta all'influenza modificatrice e moralizzatrice dell'umanità. Goodman auspica dunque non l'invenzione di un nuovo sistema, ma gli esperimenti di semplificazione perché, come ha avuto occasione di dire:

Una società libera non può sostituire un «nuovo ordine» a quello vecchio, ma è l'estensione di sfere di azione libera fino al punto in cui queste costituiscono la gran parte della vita sociale. Drowing the Line

Spesso la libertà comporta però un passo indietro invece che un passo avanti, di modo che diventa opportuno considerare come operavano le università medievali, senza per questo radere al suolo le sovrastrutture delle moderne istituzioni accademiche, e come le gilde di apprendisti producevano non soltanto buoni lavoratori ma anche intelligenze ben formate, tanto che dobbiamo alle libere città del medioevo molte delle innovazioni che hanno portato all'allargamento della vita nell'era moderna.
Mi sembra che questo sia il momento giusto per passare dagli aspetti conservativi delle concezioni educative di Goodman ai suoi rapporti con il tradizionalismo anarchico in senso lato. Gli anarchici spesso negano la tradizione, in quanto il ricorso al passato appare loro come un modo di ammettere la validità dell'autorità. Nessun conoscitore del movimento tuttavia può fare a meno di notare quale sia il loro interesse per l'origine dei loro insegnamenti e quanta attenzione quelli fra loro che hanno una propensione per la storia, come Kropotkin, Max Nettlau e Rudolf Rocker, abbiano prestato alle costruzioni di alberi genealogici che risalgono non solo fino alla Rivoluzione francese o ai Diggers della Rivoluzione inglese, ma a personaggi remoti come Zenone lo stoico, Lao-Tse e Gesù Cristo, i cui apostoli, secondo uno storico francese del movimento, formavano «la prima società anarchica».
Nel tentativo di dare basi storiche e scientifiche all'anarchismo, che possano aiutarlo a competere con il «socialismo scientifico» di Marx, i due grandi geografi anarchici, Peter Kropotkin ed Elisée Reclus, formularono la dottrina dell'aiuto reciproco, secondo la quale uno dei grandi fattori dell'evoluzione è stato un istinto sociale che rende la cooperazione fra le specie altrettanto importante nello schema della natura quanto la lotta con le condizioni avverse e con altre specie messe in rilievo da neo-darwinisti come Thomas Henry Huxley. In un certo senso, la teoria dell'aiuto reciproco era il prolungamento in tutto il mondo animale del primo insegnamento proudhoniano del mutualismo, che aveva già affermato l'esistenza di un ordine sociale naturale indebolito dall'imposizione di istituzioni artificiali quali lo Stato e altre forme di governo.
Nel suo senso storico, diverso da quello biologico, ciò che la teoria dell'aiuto reciproco dette all'anarchismo fu un sostituto della tradizione pronto all'uso, uno sguardo positivo sul passato e una ragione per il conservatorismo, nel senso in cui lo intendeva Goodman quando diceva:

Edmund Burke aveva una buona idea del conservatorismo: la distruzione dei legami esistenti in una comunità è un pericolo, in quanto non vengono rimpiazzati immediatamente; così, la società diventa superficiale e il governo illegittimo.

Kropotkin e i suoi seguaci insegnavano che il bisogno di cooperazione esisteva fra gli animali, e che dunque gli individui non divennero esseri sociali nel momento in cui emersero alla coscienza sociale così come la intendiamo noi; la socialità fu uno dei doni che ereditammo dai nostri antenati animali, al pari delle spinte complementari verso la cooperazione e l'autorità, cose che vediamo evocare da Kropotkin con una curiosa visione manichea quando rivendica all'anarchismo un'esistenza lunga quanto quella del genere umano e quella della corrente opposta del governo e della coercizione.

È evidente che l'Anarchia rappresenta la prima di queste due correnti, vale a dire la forza creativa e costruttiva delle masse, che hanno elaborato le istituzioni della legge comune per difendersi da una minoranza dominante. È sempre grazie alla forza creativa e costruttiva dei popoli, coadiuvata da tutta la forza della scienza e della tecnica moderna, che l'Anarchia oggi lotta per edificare le istituzioni indispensabili al libero sviluppo della società, in contrasto con coloro che ripongono le proprie speranze nelle leggi fatte da minoranze al governo. Possiamo dunque dire che da sempre esistono Anarchici e Statisti.

Kropotkin osserva che nelle società umane ci sono stati periodi in cui la natura della società ha liberato in misura straordinaria e in modi costruttivi lo spirito cooperativo, come quando i barbari stabilirono villaggi comuni in tutta Europa o in epoca più recente quando le libere città fiorivano come centri di civiltà medievali. I villaggi comuni dei barbari vennero sottomessi ai modelli di autorità gerarchica introdotti dal feudalesimo e le libere città vennero ampiamente spogliate delle proprie libertà e della loro originale visione dall'insorgere degli stati nazionali nel XVII secolo.
Per gran parte di questo tipo di interpretazione storica, Goodman segue Kropotkin, soprattutto nella valutazione di ciò che chiama l' «alto medioevo», che considerava un periodo di ricerca, di semina e di prassi intellettuale invece che, come spesso lo si è voluto vedere, di stasi del pensiero. Il quadro che ce ne dà in New Reformation è casomai ancora più favorevole di quello di Kropotkin, visto che Goodman aveva un'inclinazione per il settore di filosofia medievale, che invece aveva un significato relativamente scarso per il suo predecessore di formazione più scientifica:

.. .l'organizzazione della società era pluralistica e pragmatica; le scienze morali si risvegliarono e in quelle fisiche prese il via un grande lavoro di sperimentazione. Nell'eterogenea struttura politica di feudalesimo, stati nazionali, stati cittadini, consigli municipali, gilde di artigiani, associazioni di mestieri, della chiesa internazionale e del fantasma dell'impero internazionale, c'era un rigoglio di legge e filosofia morale, inventiva e indaginosa. Oggi in ogni genere di ricerca morale, religiosa o laica, riappaiono le analisi medievali, nelle transazioni commerciali, nell'ordinamento delle arti, nella morale sessuale, nelle regole di guerra, nella politica e nei privilegi universitari, nei dibattiti su sovranità e legittimità.
Nella forma, la filosofia morale medievale aveva apparentemente un carattere più sistematico che sperimentale, tutta tesa al summum bonum della salvazione. Ma nella grande varietà di circostanze e giurisdizioni, la casuistica rendeva la ricerca morale concreta e pragmatica. Scolastica e legalismo fornivano un linguaggio consensuale che faceva del pensiero qualcosa di preciso, nient'affatto soffocante. Le arti e mestieri, la tecnologia erano, come tutte le altre attività, personali, morali e responsabili per esempio della determinazione della qualità e del giusto prezzo e dell'organizzazione di gilde e di squadre di costruttori. In realtà le gilde delle libere città erano quanto di più simile si sia mai raggiunto a una gestione dei lavoratori.
Su questa scena pluralistica e pragmatica fece la sua teatrale comparsa la nuova forza della scienza sperimentale; ma al contrario di quanto succede nella nostra situazione, avvenne in un contesto di prudenza e di morale. Prima facie, la sperimentazione era creare e fare, una branca della filosofia morale, riconducibile a un giudizio morale e non solo a un mezzo di conoscenza e le sue scoperte non erano accettabili nello stile di una filosofia naturale accademica ortodossa. Un'importante fonte di sperimentazione erano le arti e mestieri rivitalizzate o reinventate da artigiani che lavoravano in proprio e che allo stesso tempo collaboravano strettamente fra loro ed erano altamente competitivi, producevano per fini propri e giudicavano ciò che facevano, un ambiente eccellente per apprendere la nuova scienza senza preoccupazioni scientifiche libresche, ed estremamente prudenziale.

Se il medioevo, dove tutto era così «personale, morale e responsabile» e al tempo stesso autenticamente sperimentale, va altrettanto bene per la concezione di tradizione libertaria di Goodman come per quella di Kropotkin, egli se ne allontana nella storia del proprio tempo per cercare le medesime virtù alle radici dell'esperimento americano della liberazione. In realtà, aveva ben poco da dire sugli anarchici di origine americana che per molti versi furono i suoi padri intellettuali, come Joshua Warren, Lysander Spooner e Benjamin Tucker, ma ciò si deve al fatto che vedeva in tutta la tradizione americana un impulso libertario ben più ampio del movimento che i teorici appena menzionati rappresentavano. Ecco per esempio una delle sue raffigurazioni mentali dei primi anni degli Stati Uniti.

Nei primi trent'anni della Repubblica, solo dal 5 al 10 per cento della popolazione aveva diritto di voto e appena il 2 per cento si dava la pena di esercitarlo. La conclusione che si deve trarre da questo dato però non è necessariamente che si trattava di una società poco democratica. Al contrario, a parte i grandi mercanti, i proprietari di piantagioni, il clero e gli avvocati, la gente era piuttosto soddisfatta, liberatasi del dominio britannico, di condurre le proprie questioni sociali in una quasi anarchia, con forme politiche poco ufficiali, decentralizzate e improvvisate. È stato in questo clima che si sono sviluppati gli elementi importanti del nostro carattere americano. Creator Spirit, Come

Altrove, abbozza lo schema di una rete pluralistica di forme sociali che, sorte nell'America rivoluzionaria, godettero di un'esistenza parallela ma indipendente rispetto alle strutture formali create per sostituire l'apparato governativo britannico.

Quando la rivoluzione del 1776-83 decapitò le istituzioni dell'autorità britannica nelle colonie americane, il paese era organizzato essenzialmente come una rete di comunità giustapposte altamente strutturate, ognuna discretamente autonoma; consigli cittadini, parrocchiani congregazionali, piccola nobiltà e proprietari terrieri. Il tutto aveva una struttura gerarchica: padrone e apprendista, servitori a contratto, schiavi di famiglia, professionisti e relativi clienti, pastori e parrocchiani; ognuno però era spesso a contatto con coloro che avviavano al lavoro e decidevano.
Per i primi venticinque anni di repubblica, sotto punti di vista importanti esistette virtualmente un'anarchia comunitaria rispetto ai governi centrali e statali.
Per gli immigranti e per i poveri che si sentivano troppo svantaggiati nelle comunità strutturate già esistenti, la frontiera era uno spazio aperto per l'indipendenza. Drawing the Line

Nell'ottica di Goodman, questa prima società americana, sana e pluralistica, venne distrutta dalla tendenza alla centralizzazione, sia nel governo che nell'industria, messa in moto dalla Guerra Civile, ed è notevole che egli veda la sua ultima vana impennata non negli anarchici nati o immigrati in America, ma nel movimento populista.

Più degli esordi del moderno movimento dei lavoratori in quello stesso periodo, e certamente più della politica di Riforma, il Populismo vide chiaramente avvicinarsi la trappola di una centralizzazione interdipendente ... Ora, il libero mercato era controllato da trust e da tariffe sempre più alte...I partiti politici erano sempre più massificati e controllati a distanza e si verificavano alleanze fra governo e monopoli. A tutto ciò i Populisti risposero con una fiducia in sé eroica, una tragica paranoia e una grande confusione politica.
A mio parere, questo fu l'ultimo movimento politico americano ad affrontare onestamente il dilemma cruciale della società moderna: come salvaguardare la democrazia pratica in una condizione altamente industrializzata. Per un paio di decenni, il Populismo vide una risposta: il Partito democratico di Jackson non poteva funzionare; bisognava ricominciare daccapo dal basso. People or Personnel

Gli aspetti di ogni lavoro fertile assumono un'importanza relativa diversa a seconda dei tempi. Quando venne pubblicato Mutual Aid, il suo significato immediato stava nella correzione delle distorsioni della teoria evoluzionistica huxleyana, ma aveva una rilevanza anche come sostegno scientifico all'affermazione anarchica sulla possibilità che una società umana esista e si sviluppi con successo senza istituzioni coercitive. Ai giorni nostri, quando la maggior parte degli anarchici non guardano più alla distruzione del governo come fase preliminare all'avvento di una società completamente libera, Mutual Aid è un testo ispiratore più per la rivelazione che, anche in momenti in cui la società è dominata da strutture autoritarie, le istituzioni create dalla collaborazione volontaria continuano a vivere e impediscono il collasso della società. Le parole di Kropotkin, nella sua cronaca del declino delle un tempo splendide libere città europee, portano in sé il seme della speranza che ha ispirato scrittori contemporanei come Paul Goodman e Colin Ward, i quali cercano all'interno della nostra società quegli elementi che possono essere conservati e alimentati con una concezione che sviluppi un sistema di vita più libero e più naturale.

Tuttavia, la spinta all'aiuto e all'assistenza reciproca non è estinta nelle masse, ma continua a esserci anche dopo quella sconfitta. E' risorta con forza formidabile, in risposta agli appelli comunisti dei primi propagandisti della riforma e non smise di esistere anche dopo che le masse, non essendo riuscite a realizzare la vita che sognavano di inaugurare sotto l'ispirazione di una religione riformata, caddero sotto il dominio di un potere autocratico. Esiste ancora oggi e cerca la strada per manifestarsi in una nuova espressione che non sia lo Stato, né la città medievale o la comunità di villaggi dei barbari, né il clan dei selvaggi, ma che proceda da tutte queste cose insieme e tuttavia sia superiore quanto a concezioni, più ampie e più profondamente umane. Mutual Aid

La coscienza che Kropotkin era nel giusto affermando la tenacia dell'aiuto reciproco come manifestazione della socialità umana ha indotto Colin Ward a dichiarare in Anarchy in Action che l'anarchismo esiste già nella nostra società e Paul Goodman a esplorare i modi in cui, anche senza una rivoluzione esplicita, le tendenze sociali costruttive possono essere liberate da cambiamenti attuati poco alla volta, da ciò che spesso egli ha ironicamente chiamato un «lavoro di rabberciatura». Qui, nel desiderio di promuovere e di risvegliare manifestazioni sociali così costanti nella storia da poterle chiamare tradizionali, sta l'essenza del conservatorismo di Paul Goodman, il necessario conservatorismo di un anarchico dei giorni nostri.
Questo conservatorismo conservazionista si manifesta in aspetti del pensiero e dell'azione di Goodman troppo diversi e troppo vasti perché si possa fare qualcosa di più che citarli nel presente saggio; nella difesa della decentralizzazione, che significa l'abbattimento di strutture troppo grandi rispetto alla scala umana; nella richiesta di riequilibrare il divario fra vita rurale e vita urbana, ripopolando le campagne, rivitalizzando la vita di villaggio, riconvertendo i terreni poco produttivi alla coltivazione attraverso nuove forme di agricoltura mista; nella preferenza per l'etica delle gilde piuttosto che per quella delle unioni sindacali, o in quella per i college rispetto alle grandi università, per una scuola che assomigli più a una fila di negozi che non alle immense strutture educative moderne, per l'apprendistato in luogo della sterile perversione della formazione accademica che trasforma le scuole in posti di detenzione per giovani che starebbero meglio fuori e sarebbero più utili alla comunità se lavorassero. Tutte queste proposte implicano cambiamenti graduali, grandi o piccoli, e in molti casi l'idea è di tornare a uno stato di cose più semplice in cui si possa dare il via a una forma di azione maggiormente libera.
Forse Goodman si differenzia di più dall'anarchico fondamentalista di vecchio stampo laddove riconosce che il mutamento radicale in direzione di una società completamente libera non è una possibile rivoluzione, e che il gradualismo che i primi anarchici rifiutavano sprezzantemente va invece accettato se si vuole realizzare qualunque cosa nel mondo concreto. Egli usa continuamente frasi come «aggiustamento e trasformazione delle condizioni storiche» e ammette che nessun processo che non sia graduale può avere la speranza di trascinare la gente con sé, cosa necessaria a meno di non essere disposti a ricorrere ai metodi bolscevichi.

Il periodo migliore è quello in cui ogni nuovo lavoro distrugge la consuetudine dei predecessori, e che avanzando esattamente fino al passo successivo (risultato di un'usanza conquistata e di una tradizione assimilata) porti con sé il proprio uditorio. Creator Spirit, Come

Secondo Goodman, l'essenza dell'anarchismo è che il proprio principio sia sempre manifesto in rapporto alla situazione attuale e sottolinea che «non può esserci una storia dell'anarchismo nel senso di attestare uno stato di cose permanente chiamato "anarchico"» (Drawing the Line). In una proiezione futura, sembra inevitabile una società mista e tutto ciò che deve fare l'anarchico è decidere dove «tirare la linea», dove andare al di là della «rabberciatura», dove disturbare la quiete, in quanto:

Non bisogna trascurare i servizi utili perché inadeguati allo stile dominante, così come le necessità di base non devono dipendere da una piatta elaborazione economica. People or Personnel

La natura dell'anarchismo è di resistere ai cambiamenti che diminuiscono la naturalità di una società (il che è un gesto conservatore) e di promuovere invece quelli che la rendono più libera (il che è un gesto radicale). Il processo dell'anarchismo

è un continuo e costante far fronte alla situazione successiva, uno stato di vigilanza per assicurarsi che le libertà del passato non si perdano e non si trasformino nel loro opposto, come la libera impresa si è trasformata in schiavitù dal salario e in monopolio capitalistico, o la magistratura indipendente è diventata un monopolio di tribunali, polizia e avvocati, o infine come la libera educazione è diventata Sistema Scolastico.

Alla fine cogliamo il conservatore che c'è in Goodman, il suo impulso a cercare tutto quanto nella tradizione, la scoperta che la gente vive ampiamente secondo principi anarchici anche nella società più autoritaria, la convinzione che piccoli passi verso la semplificazione spesso allargano l'ambito della libertà e la coscienza realistica che prevedibilmente in futuro il meglio che ci si può aspettare è una società vigorosamente pluralistica. Questa prospettiva ha salvato Goodman dall'inerzia disperante degli anarchici puri o dalla futilità idealista di coloro che, come accadde a Herbert Read nei suoi ultimi anni, vede il compimento delle aspettative anarchiche come un punto lontano su un remoto orizzonte. Goodman l'ha visto come una parte della lotta personale per la vita quotidiana, che permeava ogni sua parola e ogni suo scritto e che era alimentata da tutto ciò che continua a essere naturale e libero nell'esistenza umana. È questo che ne ha fatto, sotto ogni punto di vista, un critico sociale così interessante e così stimolante. Non ha mai avuto paura dell'apparente contraddizione della sua posizione; sapeva bene che nella nostra epoca l'anarchico e il vero conservatore devono convivere in uno stesso animo, in un gioco di influenze reciproche.

(traduzione di Andrea Buzzi dalla rivista canadese Our generation)