Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 24 nr. 206
febbraio 1994


Rivista Anarchica Online

Coerenze
di Carlo Oliva

Non credo che nessuno di noi si sia troppo stupito di fronte al messaggio con cui il papa, come se nulla fosse, è intervenuto una volta di più nelle faccende profane italiane, spiegando ai vari Segni e Martinazzoli che, liberaldemocratici o no, se vogliono l'appoggio dei vescovi nella prossima difficile campagna elettorale dovranno fare il santo piacere di mettersi in riga, cosa che entrambi, peraltro, si sono già dichiarati dispostissimi a fare. Il papa è polacco, e leader di statura e interessi internazionali, ma non per questo è disposto ad abbandonare al suo destino l'orto di casa: la sua organizzazione, nonostante tutto, continua ad avere la sede centrale in Italia, e per farla funzionare la Santa Sede abbisogna più che mai della diuturna disponibilità e collaborazione del governo italiano. L'idea che quel governo possa essere formato o diretto da forze e/o persone che non dipendano in alcun modo dall'approvazione e dal patronato della chiesa cattolica, dev'essere, per il Vicario di Pietro, alquanto disturbante. E visto che sono parecchie le forze politiche autocandidatesi a raccogliere l'eredità del compianto (dal papa) partito unico dei cattolici, e quindi bisognose di qualche forma di investitura, dovremo aspettarci, nell'immediato futuro, più un incremento che un decremento delle pressioni clericali nei nostri problemi interni. Non è la prima volta, e non sarà l'ultima.

Un vecchio nemico del popolo
Se mai, quanti sono curiosi d'ideologia si saranno divertiti al passaggio con cui il Santo Padre ha messo in guardia dai «rischi di separazione che sembrano emergere nel Paese,» rischi che «vanno decisamente superati con un onesto atteggiamento di amore per il bene della propria nazione e un comportamento di rinnovata solidarietà.» Anche qui, non è la prima volta che Wojtyla scende in campo a difesa dell'unità nazionale, ma non lo aveva mai fatto in una forma così solenne. E visto che non occorre essere degli studiosi di storia del risorgimento per sapere che la forza che più accanitamente al risorgimento si oppose e più risolutamente ha condannato l'idea stessa di unità nazionale italiana è stata appunto la chiesa, si potrebbe essere tentati di rimproverare all'erede di Pio IX (che in fondo non appartiene a un passato più remoto di quello dei nostri bisnonni) una certa pia disinvoltura nel cambiare opinione. È vero che Bossi e i suoi rappresentano, per qualsiasi partito moderato, laico o cattolico, dei concorrenti temibili, ma chiedere a un'organizzazione che vanta una storia bimillenaria, e per di più ha il vizietto di asserire in varia forma la propria infallibilità, di mantenere un punto di vista stabile su un problema importante almeno per la bazzeccola di un secolo non dovrebbe essere una richiesta eccessiva.
Ma la coerenza, si sa, è un valore più facile da chiedere agli altri che da mantenere per sé. E un papa che difende l'unità nazionale, magari in nome di valori che la chiesa a suo tempo ha condannato con altrettanta solenne sicumera, come quelli del liberalismo e della democrazia, si inserisce bene nel quadro del nostro allegro paese. Un paese in cui, come è successo in questi giorni, chi desidera, non importa per quali motivi, una lunga permanenza in carica del governo presenta una mozione di sfiducia al medesimo e chi invece vuole liberarsene al più presto cerca di mettere insieme una risoluzione di appoggio. In cui, se ricordiamo bene, è stata presentata come una grande conquista democratica l'introduzione di un sistema elettorale che priverà di ogni rappresentanza metà circa dell'elettorato e al cui confronto dovremo rimpiangere la vecchia «legge truffa» come un modello irraggiungibile di correttezza formale. In cui le forze che si dicono di sinistra affermano soprattutto la propria preoccupazione per interessi della grande industria e la tenuta dell'indice di Borsa, e vecchi arnesi fascisti danno lezioni (non richieste) di ossequio alla volontà popolare. Un paese in cui si permette a un vecchio nemico del popolo come il noto Indro Montanelli, che per tutta una vita ha spiegato ai suoi lettori come il bene generale si identifichi nella disponibilità dei lavoratori a sottomettersi senza fiatare alle esigenze e alle volontà del padronato, di figurare come un fulgido esempio di indipendenza e di ribellione alle sopercherie dei padroni.

Libertà propria e altrui
A proposito. Quest'ultimo caso, se mi permettete, è forse quello che, tra tutti gli episodi citati, mi ha procurato maggior fastidio sul piano personale. Non solo perché rappresenta un caso paradigmatico di incoerenza, ma perché mi sono sentito in qualche modo offeso nella mia (pur scarsissima) coscienza professionale dall'affermazione, ripetuta un numero esagerato di volte da servi e zelatori d'ogni risma, secondo cui Montanelli oggi sarebbe «il più importante giornalista italiano». Il giornalismo, specie in Italia, è notoriamente una trista professione, ma forse gli si fa torto elevandone a campione un tale figuro. Montanelli non è personalmente antipatico, e non sfoggia certo gli atteggiamenti servili di tanti suoi colleghi meno noti, ma non si può considerare un paradigma di indipendenza professionale e morale chi, in cinquant'anni di carriera, ha costantemente scambiato la propria libertà con quella degli altri. Chi ha sempre rivendicato per sé e per pochi suoi pari quell'autonomia di giudizio e quella facoltà di contrattazione che ha sempre negato alla massa dei poveri cristi qualunque. Ma proprio questo è il problema. Abbiamo già avuto occasione di notare insieme, su queste pagine, come la contraddizione tra la libertà propria e quella altrui rappresenti l'unica vera antinomia di fondo di ogni sistema che voglia definirsi democratico. Anche il papa, che si preoccupa tanto della libertà della sua organizzazione e dei suoi aderenti, non ha mai speso troppe parole per chi non ne fa parte. Ed è proprio su questo piano che un vecchio laico conclamato come Montanelli può dare idealmente la mano a Wojtyla, o (quanto a questo) un sedicente anticlericale come Pannella può ballare il trescone con i vari Formigoni e Casini. Nè gli uni nè gli altri si sentono in alcun modo obbligati a rinunciare a delle opzioni che poco hanno a che fare con quello che gli sta davvero a cuore, quello che, in definitiva, per loro è il problema vero: quello di chi comanda (loro) e di chi obbedisce (noi). Come nella pazzia di Amleto, nelle loro incoerenze c'è del metodo.