Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 19 nr. 165
giugno 1989


Rivista Anarchica Online

La loro Europa e la nostra
di Andrea Papi

La spinta propulsiva verso "l'unità europea" non nasce dai movimenti di base e non procede verso una nuova fratellanza tra etnie e popoli diversi. Il futuro governo europeo amplificherà così la distanza tra i detentori del potere ed i cittadini, privati di reali strumenti di controllo e di partecipazione

Quando questo numero di "A" sarà in distribuzione, mancherà pochissimo allo svolgimento del rituale delle elezioni, questa volta per eleggere il parlamento europeo. Allora tutti i giochi preelettorali saranno stati fatti, i vari partiti e le varie coalizioni in lizza si saranno pienamente espressi e, in un clima da vigilia, si vivrà nell'attesa, per qualcuno ansiosa, dei risultati in cifre sui quali poi, come ogni volta, i vari esponenti di turno diranno la loro. I vincenti più che mai trionfanti, gli sconfitti cercando di apparire meno perdenti di quello che in realtà saranno stati.
Uno scenario di comportamenti televisivi e da rotocalco, più che mai prevedibile e scontato fino alla nausea.
Nel frattempo, fino a quella vigilia, tra i concorrenti della gara elettorale ci sarà stata un'animazione frenetica, come se assistessimo alla competizione di una giostra medioevale il cui ambito premio, invece di essere la delicata manina della bellissima principessa, sarà il consenso degli elettori, che si tenterà di estorcere col fascino della teatralità. Una ridda di insulti più o meno velati, di alleanze che sorgono improvvise e di altre che si rompono, magari per motivi poco comprensibili come il disaccordo su un nome, dichiarazioni forti accompagnate da promesse, interviste e confronti pubblici in cui ogni cavallo di razza cerca di apparire come il leader più accreditato per lealtà, senso di giustizia, onestà, acume politico, ecc... Alla vigilia, forse come sempre, quest'equipe eterogenea di imbonitori politici del palazzo sarà riuscita a convincere la maggioranza degli aventi diritto al voto che è indispensabile continuare a votarli, perché senza quel voto la cosa pubblica correrebbe seri pericoli e ci troveremmo tutti di fronte a tempi molto bui.

Una nuova superpotenza
I giochi, i metodi e i fini, anche se aggiornati alle nuove tecnologie dell'immagine, sono gli stessi da quando ci sono le elezioni. Ma questa volta l'obiettivo ha una valenza diversa, perché non si vota per qualcosa di italiano, bensì per eleggere i deputati di un parlamento sovranazionale, quello europeo. La posta in gioco viene presentata come più alta, sia perché si deve cominciare a costruire quell'Europa politica, commerciale e industriale che viene proposta come un processo storico appartenente all'ordine naturale delle cose, sia perché il voto del 18 giugno avrà inevitabili effetti sulle scelte e le tensioni politiche interne. Da una parte si procede verso una strutturazione che supera e tende a rendere obsoleti gli acquartieramenti nostalgici all'interno del suolo nazionale definito dal risorgimento ottocentesco, dall'altra i professionisti dei partiti nostrani continuano a rimanere abbarbicati alle loro beghe e sembrano vivere il momento di definizione della nuova Europa come un'altra occasione per mettere a punto i conti in casa propria, fregandosene della sovranazionalità.
Ma che cos'è quest'Europa politica di cui ci stanno sistematicamente riempiendo la testa con tutti i mezzi di imbonimento a loro disposizione? Corrisponde effettivamente a una nuova idealità al passo coi tempi, come qualcuno mostra di credere fermamente? Rimanendo a quello che abbiamo di fronte, senza voler fare balzi improbabili nel futuro, anche perché a questa tanto sbandierata nuova idealità ci crediamo poco, ci appare soprattutto come una nuova coalizione tra stati che hanno confini vicini in una determinata parte del mondo. Un tentativo di determinare una solida alleanza in grado di mettere in piedi una nuova superpotenza sia economica, che politica, che militare. Se questo si avvererà, come sembra stia succedendo a ritmo sempre più veloce, ovviamente se ne troveranno avvantaggiati anche i singoli stati, come l'Italia, che fanno parte di questo nuovo blocco planetario.
Ma dove si trova la tanto conclamata nuova fratellanza tra popoli, culture ed etnie diverse? A ben vedere la spinta propulsiva di questa nuova alleanza non proviene dal basso, cioè dalle popolazioni coinvolte; non è il frutto e la risultante di un movimento di base che si è andato imponendo e che vuole il superamento, innanzitutto mentale e culturale, dei confini che sono stati eretti nel tempo dall'evoluzione degli stati nazionali. Niente di tutto questo. Questa volta le barriere e i confini vengono abbattuti dagli stati stessi. Non tanto perché non vi credano più o perché, come si diceva una volta, sono diventati internazionalisti. Ma perché quei confini non sono più confacenti agli interessi economici, militari e politici che si stanno vieppiù determinando. La vecchia Europa degli stati nazionali, usciti prima dal congresso di Vienna del 1814 poi dai vari movimenti risorgimentali che l'avevano scossa, dopo la sconfitta del nazifascismo nella seconda guerra mondiale e il conseguente patto di Yalta, ha cominciato a scricchiolare e i suoi acciacchi di centro millenario del mondo si stanno facendo sentire. Il mondo ora è diviso in aree di influenza gestite da superpotenze commerciali e militari. La concorrenza tra stati europei non solo non serve più, ma sta diventando altamente improduttiva, anzi dannosa. Si impone dunque l'alleanza, pena la decadenza verso un baratro da cui rischierebbe di non rialzarsi più. Meglio stare uniti in una comune potenza, che continuare a restare divisi e in concorrenza in una comune decadenza incontrollabile. Ecco la nuova presunta idealità, che più che altro dà l'idea che si tratti di nuovi strumenti utili a un'antica restaurazione per tornare ad essere al centro del mondo.

Accentramento progressivo
Da tutto ciò emerge un dato per noi preoccupante. La politica per l'Europa unita è un progressivo e ulteriore passo verso la centralizzazione. Il futuro governo europeo, che in tempi brevi sembra destinato a diventare un vero e proprio momento decisionale, è di fatto un accentramento enorme di poteri nelle mani di una ristretta élite politica, la quale sarà sempre più incontrollabile da parte dei rappresentanti, i cittadini dei singoli stati. Avrà collegamenti, in realtà già attivi, con l'alta finanza internazionale, con le multinazionali, con il militarismo delle superpotenze e farà così parte dei centri vitali di decisione dal cui dominio dipendono le sorti del mondo. Questo processo non rappresenta un bene che per coloro che detengono questo enorme potere che come sempre, sarà a discapito dell'enorme maggioranza delle genti sottoposte.
L'Occidente, di cui l'Europa è uno dei simboli pregnanti, vanta di essere il portabandiera della libertà. Soprattutto ora, che i regimi assolutisti a cosiddetto socialismo realizzato sempre più velocemente stanno dichiarando il proprio fallimento, si autolegittima a punto di riferimento per la democrazia, il libero mercato, il presunto benessere delle sue masse. Ma c'è un'altra faccia della medaglia che è preoccupante: l'enorme disparità tra il nord e il sud del mondo, la disoccupazione endemica che appare ormai a lunga scadenza, l'industrialismo imperante fondamentale fattore di un inquinamento selvaggio ed esteso, comportamenti e manifestazioni razziste che riaffiorano con forza, l'aumento costante di una violenza indiscriminata e generalizzata. L'elenco potrebbe continuare, ma è già un quadro realistico sufficientemente inquietante.
L'accentramento progressivo della decisionalità politica, che genera un aumento della distanza tra chi detiene il potere e chi lo subisce e può agire indisturbato perché i cittadini sono privati di reali strumenti di controllo e di partecipazione, non contribuisce in alcun modo alla soluzione degli enormi problemi che stanno travagliando il pianeta. Al contrario in un certo senso contribuisce a coltivarli e a renderli costanti. Essendo basato sul principio del dominio li amplifica e ne genera di nuovi, forse peggiori.