carrello

Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 18 nr. 158
ottobre 1988


Rivista Anarchica Online

Utopia? no!

Il disagio palesato nel mio intervento sul n. 156 di "A" per via di un'ipotesi di lettura libertaria non confortata da condizioni reali favorevoli, intendeva evocare uno spazio possibile di riflessione che mantenesse le caratteristiche anarchiche dell'altrove, senza pertanto cadere nei trabocchetti storici del "prendere partito" o subire l'ingiunzione del ricatto politico del "fino ad oggi", svilimento di ogni tensione, appunto, utopica, alla ricerca non pregiudiziale dei riscontri pratici senza deprezzamenti etico-politici.
La lettura delle tristi vicende medio-orientali, con la "guerra perpetua" tra israeliani e palestinesi, tra mondo ebraico e mondo arabo quale rappresentato dalle rispettive dirigenze governative (il che non è una precisazione ridondante e tautologica, anzi), si presta, a mio avviso, a questo tentativo, a patto di non accettare, come fa Donno, il terreno tutto interno alla logica medio statuale della Real-Politik.
Su questo piano discorsivo, le pacate argomentazioni di Donno (a parte qualche eccesso di speculare "razzismo" antiarabo di ritorno) possono sembrare realistiche e pragmatiche, convincendo probabilmente chi si limita a pensare il mondo "così come esso è", direbbe Adorno; ma proviamo a ribaltare l'ottica della cinica rassegnazione indotta dal trionfo della violenza del potere dello stato, qualunque regime esso crei.
L'ovvia distinzione storica tra stato democratico e stato totalitario resta per gli anarchici un dato di fatto che non traduciamo affatto in una legittimazione sul piano del valore; l'istanza anarchica sorge dovunque esiste un anelito alla libertà, anche nelle dittature, che infatti ne stroncano le potenzialità organizzative concrete, mentre la legalità democratica tenta di vanificarla nella processione di modelli simulacrali gli uni uguali agli altri, e concorrenziali, consentendo momenti di esperienze circoscritte ma impedendo diffusione ed estensione concentrica.
Bookchin qui mi convince solo a metà.
L'astatualità centrale nella critica libertaria e anarchica della politica non è solo dovuta a coerenza logica di principio, ma anche ad una attenta lettura della filosofia politica a partire dalla solidarietà verso i dominati e gli sfruttati; è questo risvolto che oggi ci fa essere vicini al popolo palestinese, sottoposto ad uno stillicidio pianificato e perpetrato dallo stato israeliano, come ieri ci vide vicino agli ebrei massacrati nell'olocausto nazista. Mai vicini alle élite statuali che disinvoltamente giocano i destini di vite umane sui tavoli della diplomazia, che stabilizza in un equilibrio precario e difficile un primato della forza fisica presente nella politica che si prolunga nella guerra (von Clausewitz) e nella guerra che si prolunga nella politica (Foucault).
Il problema se scegliere una forma statuale piuttosto che un'altra è una falsa opzione, un tranello in cui il pensiero anarchico e libertario non può né deve cadere. Chi edifica stati (razza di predoni barbari, li disprezzava Nietzsche) non può meritarsi, da parte nostra, alcun elogio o consenso né etico né politico né simpatico, e la comprensione della storia non può accecarsi di fronte alla violenza statuale qualunque forma essa inveri.
L'unica soluzione reale, e paradossalmente praticabile, sarebbe l'emergenza di processi di destatalizzazione (dal basso, e non manu militari, come auspica Donno ribadendo il primato della forza statuale) che spiazzino le trame degli strateghi di morte in favore di convivenze pacifiche tra popoli culturalmente diversi (e non tra stati, il che non ci riguarda).
Utopia? No, bensì consapevolezza di una promessa non mantenuta per la quale val la pena vivere e lottare giorno dopo giorno.

Salvo Vaccaro (Palermo)