Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 13 nr. 110
maggio 1983


Rivista Anarchica Online

La fabbrica della morte
di Nucleo Anarchico Cesano Maderno.

La zona di comuni che fanno parte della fascia a nord di Milano detta «Cesanese» si è venuta a trovare nel corso degli anni tra due realtà quasi antagoniste tra loro: da una parte l'espandersi della città con il suo sistema di vita sociale ed economico, dall'altra il radicamento profondo nelle tradizioni (tipico della vicina Brianza). A questa situazione si sono aggiunti i problemi relativi alla massiccia immigrazione verso il mito del Nord. Ciò ha dato origine al tipo di struttura che è comune a tutti questi paesi e che vede gli abitanti originari (con una tradizione prevalentemente cattolica) abitare il cosiddetto «centro» e dedicarsi quasi esclusivamente al commercio e all'artigianato a conduzione familiare, mentre gli emigrati vivono nelle frazioni sorte attorno alle fabbriche.
Col tempo questi due modi di vivere si sono mischiati tra loro lasciando cadere, in apparenza, certi pregiudizi ma senza sforzarsi molto di cercare interessi comuni né di modificare le loro caratteristiche: l'unica cosa che veramente li accomuna è la delega alle istituzioni, che rende difficile un qualsiasi tipo di intervento politico di segno libertario.
L'economia della zona è in parte rappresentata dal settore del legno, con varie trance, molte botteghe artigianali che non si occupano più della lavorazione del prodotto ma si limitano al commercio e qualche grossa fabbrica di mobili. Comuni a tutto il settore sono le condizioni generali di lavoro, limitate dai privilegi e dal rapporto diretto tra padrone e operai, che lasciano ampio spazio al lavoro nero e allo sfruttamento; comune è anche la scarsa sindacalizzazione, intesa non tanto come organizzazione, ma quanto come coinvolgimento dei lavoratori negli interessi comuni.
A fianco di questo settore, si è sviluppata l'industria chimica e manufatturiera (ACNA, SNIA Fibre, Zanussi, Schwarzenbach, ecc.). In entrambi i settori il numero degli occupati era, qualche anno fa, di oltre 12.000 addetti; alla fine del '79, a causa della crisi economica, si è verificato un grosso calo occupazionale con 2.768 posti di lavoro persi; con 32 aziende toccate dalla C.I.G. (cassa integrazione guadagni), dove i lavoratori interessati sono 3.362; con un aumento della disoccupazione (1.552 nuove iscrizioni all'Ufficio di Collocamento, dati riferiti al triennio '80-'81-'82) e con procedure di licenziamento avviate che minacciano 400 posti di lavoro.
Nella zona, Cesano è il comune con l'indice più alto di disoccupazione. Già dal '76, infatti, con la fuoriuscita della diossina che mise in difficoltà molte aziende, l'occupazione costituiva un problema: negli anni successivi la situazione è diventata più pesante, fino a coinvolgere le grosse aziende.
Una delle maggiori fabbriche interessate è l'ACNA, azienda chimica produttrice di materie prime per coloranti, appartenente al gruppo Montedison. Nata nel 1909 come fabbrica di laterizi, nel 1915 si adeguò alla situazione producendo polvere da sparo. Alla fine della guerra, con una serie di stregonerie (dalla polvere da sparo allo zolfo, dal cloro alla benzidina, dal petrolio ai suoi coloranti) diventò fabbrica chimica, iniziando la sua opera di inquinamento. Nel 1928 si delineò la prima crisi della società che la portò ad essere assorbita nel 1930-31 dalla Montecatini, che con opportuni accorgimenti la fece rifiorire, fino a raggiungere oggi una produzione che copre tutto il fabbisogno nazionale e viene in parte esportata all'estero, occupando 2.180 lavoratori.
Facendo una graduatoria di fabbriche che inquinano, l'ACNA verrebbe subito dopo l'ICMESA di Seveso. Ma l'inquinamento prodotto dall'ACNA non è mai stato sufficientemente denunciato e la popolazione non se n'è molto interessata, perché i suoi effetti non sono immediati: infatti le sostanze nocive prodotte dall'ACNA agiscono con il continuo assorbimento da parte dell'organismo.
La Montedison ha sempre sostenuto che le sostanze usate e i sistemi di lavorazione sono sicuri e non nocivi, sia rispetto al territorio, che per i lavoratori stessi. In un suo depliant propagandistico, così essa parla entusiasticamente dei suoi coloranti: L'universo in cui viviamo ubbidisce a regole altamente razionali, che non sono soltanto una somma di funzioni. Sono anche un insieme di forme e di colori. La natura fa dell'arte, modella e dipinge. In una parola, veste ciò che crea con una geniale sollecitudine figurativa. L'uomo tende istintivamente a imitarla, curando i suoi manufatti affinché all'utilità si associ la gradevolezza esteriore. Da questo impegno, come è noto, trae origine da una parte il disegno industriale e dall'altra la tecnica dei colori. Insieme, essi hanno prodotto oggetti che a buona ragione vengono accolti nei musei d'arte moderna, come alta testimonianza di civiltà.
Ma non è certo questa la realtà di chi vive e lavora dentro la fabbrica dei coloranti. La realtà è molto meno entusiasmante. Si chiama: Diclorobenzidina (cancerogeno); Aminodifenile (cancerogeno); Benzidina (cancerogeno); Acrilonitrile (cancerogeno); Dimetilsolfato (cancerogeno); Idrazina (cancerogeno); Cloruro di Vinile (cancerogeno) e Anisidina e Toluidina e Acido benzidindisolforico altamente nocivi. Tale numero di sostanze diventa spropositato se si considerano le reazioni parassite o di congiunzione.
La realtà si chiama inoltre: 200 morti di cancro alla vescica; oltre 400 lavoratori spostati per motivi sanitari da un reparto all'altro in 5 anni, su una popolazione addetta alla produzione di 1.300 lavoratori; malattie ricorrenti all'apparato urinario, all'apparato cardiocircolatorio, al fegato, all'apparato respiratorio; incubo che da un momento all'altro si possono manifestare nell'organismo i segni di un male incurabile.
La nocività in fabbrica non è mai stata riconosciuta. Della denuncia presentata nel '78 contro la Montedison dal gruppo Ammine aromatiche, di cui facevano parte anche alcuni membri del Consiglio di Fabbrica (C.d.F.), non se ne sa più niente e le lotte contro la nocività in fabbrica sono, per un'abile strategia della Montedison, finite in nulla.
Nel '79 la Montedison ha approfittato della crisi economica per attuare il suo piano di smantellamento della fabbrica, mettendo in C.I.G. buona parte dei lavoratori, i quali, convinti che si trattasse di un calo momentaneo di produzione, si sono limitati ad occupare simbolicamente la fabbrica per alcuni giorni. Quando la situazione è diventata più pesante e le intenzioni della Montedison si sono rivelate (lettere di licenziamento, prepensionamenti, incentivi per favorire i licenziamenti spontanei, ecc.), il C.d.F. ha cercato di recuperare terreno (spinto dal malcontento dei lavoratori) con manifestazioni ed assemblee di fabbrica aperte, non tendenti però a coinvolgere la popolazione sui problemi della fabbrica, quali la nocività, lo sfruttamento, ecc., ma esclusivamente sulla difesa del posto di lavoro, delegando alle istituzioni e al sindacato la risoluzione del problema. A loro volta le istituzioni, ben contente di poter gestire politicamente una situazione di questo tipo e di poter quindi controllare il malcontento sempre più crescente, si schierano dalla parte dei lavoratori e dopo varie consultazioni con ministri, quali Pandolfi e il «compianto» Marcora, hanno trovato la soluzione: il settore coloranti tessili e cuoio viene ceduto al Gruppo Tessile Italiano (Zucchi e Peduzzi) e il settore pigmenti e coloranti per combustibili viene ceduto alla multinazionale americana Sun Chemicals.
Le due società, dopo la trattativa industriale e la verifica con le Organizzazioni Sindacali, si sono impegnate a mantenere complessivamente 600 posti di lavoro dei quali 150 in C.I.G. speciale recuperabili (?) entro l'anno; dei restanti lavoratori, 300 verranno posti in mobilità nell'area milanese, una parte trasferiti in fabbriche del gruppo Montedison e i più anziani verranno tenuti in cassa integrazione speciale (C.I.G.S.) fino al raggiungimento dell'età pensionabile.
Il salvataggio dell'ACNA viene considerato da tutti una grande vittoria. Infatti non ci sono sconfitti. La Montedison voleva disfarsi della fabbrica e c'è riuscita; le istituzioni hanno ricevuto un beneficio che sarà riscontrato alle prossime elezioni; il sindacato ha recuperato credibilità fra i lavoratori e quest'ultimi hanno «conservato» il loro posto di lavoro. Continueranno a lavorare sostanze nocive (la Sun Chemicals ha già fatto richiesta di aumentare la produzione di Benzidina e di Diclorobenzidina) e probabilmente solo altri casi di tumori riusciranno a farli uscire dall'immobilismo in cui sono finiti.
Questo articolo non ha nessuna pretesa, vuole solo chiarire quella che è la realtà della zona in cui noi viviamo. Nella stesura ci siamo accorti di aver toccato molti problemi che non abbiamo sufficientemente analizzato (forse perché già dati per scontati) e c'interesserebbe discuterli con compagni che vivono realtà simili.