Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 12 nr. 100
aprile 1982


Rivista Anarchica Online

A proposito di incesto - quando ci vuole, ci vuole
di Fausta Bizzozzero

"Hanno fatto bene" è stato il commento più diffuso qui al nord. L'ho captato in tram, nei bar, per la strada. Qualcuno si è differenziato: "io l'avrei castrato", immaginando una punizione ancora più crudele per chi ha utilizzato i suoi attributi sessuali solo come strumenti di potere, di sopraffazione, di violenza. Il fatto è noto: a Catania, nel quartiere S. Cristoforo, due donne hanno ammazzato il violentatore delle loro figlie nonché marito di una di esse. L'hanno ammazzato a colpi di pistola (la pistola di lui) con premeditazione, con lucidità, e poi hanno scaricato il suo corpo alla centrale di polizia e si sono consegnate rivendicando il loro gesto. Il fatto è certamente eccezionale ed ha tali implicazioni da giustificare il dibattito che intorno ad esso si è creato e le conseguenti multiformi interpretazioni e prese di posizione.
Se l'incesto è un tabù vecchio come il mondo (o quasi), sul significato della sua origine i pareri e le interpretazioni sono diversi (si vedano i due articoli successivi che affrontano l'argomento da due diverse angolazioni). Io trovo molto più convincente l'interpretazione di Levi-Strauss (che poi è anche quella di Clastres) per cui il tabù dell'incesto, presente in tutti i popoli primitivi, è la norma che fonda la socialità (poiché permette l'ampliamento delle relazioni sociali) ed è anche il momento di passaggio dalla natura alla cultura, dalla natura in cui tutto è dato come possibile, alla cultura che l'uomo produce con la creazione di norme, codici di comportamento, miti. In questo senso, quindi, si può pensare alla violazione del tabù come a una regressione alla natura, poiché l'evoluzione dell'essere umano è contrassegnata dalla sua capacità di mediazione e di elaborazione, cioè dalla cultura, non certo dalla natura.
Tutti noi sappiamo quanto l'incesto sia diffuso, soprattutto e non a caso, in situazioni economicamente e culturalmente arretrate: il sud dell'Italia ma anche le zone di montagna e le campagne, in particolare le campagne del veneto cattolico e bigotto in cui, come risulta da una recente ricerca condotta da Alessandro Salvini dell'Università di Padova, sembra che le bambine vengano utilizzate prima dal padre e poi passate a tutti gli altri maschi della famiglia col beneplacito di tutto il clan familiare. E tutti sappiamo anche che se l'incesto costituisce la violazione di un tabù con radici assai profonde, è però una violazione così diffusa da farla sembrare quasi socialmente "accettata", malvolentieri, scuotendo la testa, come se si trattasse di qualcosa di sbagliato ma inevitabile, ineliminabile. E tutti sappiamo anche che questa violazione, questa antinorma, fa parte della sfera del "non detto", per cui all'interno della famiglia tutti sanno ma tacciono, all'esterno chi sa tace e le dirette interessate subiscono e tacciono. Queste sono cose che si fanno ma non si dicono, son cose che si compiono di nascosto, sono tragedie che si consumano all'interno del muro di cinta della fortezza-famiglia, al riparo da sguardi indiscreti e dai giudizi della gente e, soprattutto con la connivenza delle altre donne della famiglia, prima fra tutte la madre. Ogni tanto qualche vittima si ribella e denuncia il padre-padrone-stupratore, tutti/tutte scuotono la testa in preda ad una sgradevole sensazione di malessere, dicono "povera ragazza" e si affrettano a non pensarci più. In definitiva sarebbe molto meglio che non ci fossero questi sporadici episodi di ribellione, che tutto restasse nella grande sfera del "non detto", del "rimosso" collettivo o individuale che permette alla gente di continuare a vivere, se poi di vivere si tratta.
Non è quindi il caso di incesto in sé ad aver scatenato tante reazioni quanto il comportamento delle due donne. Vissute sempre in un quartiere sovrappopolato con ferrei codici di comportamento che prevedono l'assoluta sottomissione ai loro uomini, la delega totale, la connivenza, in cui le bambine di tredici anni sono già considerate pronte per l'uso, la reazione di queste due donne non può che sembrare eccezionale, completamente al di fuori degli schemi prestabiliti. Per diverse ragioni. Innanzitutto la ribellione che si è concretizzata nella decisione di sopprimere il maschio-padrone-violentatore. Una ribellione che presuppone il rifiuto degli antichissimi codici femminili, di un millenario modello culturale in cui alla donna spettano di diritto solo il silenzio e il pianto e niente è troppo amaro da sopportare. E presuppone anche l'aspirazione a un'altra vita, la confusa sensazione che possa esistere un modo altro di essere donne. Carmela Zuccaro voleva per sua figlia un futuro diverso dal suo: non la classica "fuga" a tredici anni, non il primo figlio a quattordici e il primo nipote a trenta. Ma la loro ribellione sottende anche il rifiuto dei nuovi messaggi, di un'altra cultura "progressista" che non ha ancora soppiantato la vecchia e con essa convive: la cultura del sesso propinato in tutte le salse, della pornografia, della pubblicità ammiccante, dei cinema a luci rosse, la cultura (ma meglio sarebbe chiamarla sub-cultura) del sesso a tutti i costi. Due culture che possono sembrare molto diverse ma che in fondo in fondo non lo sono poi tanto: il protagonista, il destinatario privilegiato dei messaggi continua ad essere l'uomo mentre la donna continua ad essere un "bene di consumo" a cui è stata solo cambiata la confezione.
Ma il loro gesto, rispetto alla cultura sicula, è stato ancora più sfrontato: non solo si sono ribellate in prima persona (senza delegare ad altri maschi) ma si sono anche appropriate e servite di strumenti tipicamente maschili: l'appuntamento, l'automobile, la pistola. Hanno fatto quello che da che mondo è mondo in Sicilia solo i maschi possono fare, e in questo modo hanno anche espresso il loro rifiuto delle istituzioni, della giustizia, dei tribunali. Non l'hanno denunciato, l'hanno ucciso.
In campo femminista le posizioni sono diversificate. Da un lato Ida Faré (femminista storica e redattrice di Grattacielo) per cui "sono due donne che hanno commesso un omicidio. Capisco la loro esasperazione, il contesto di tragedia tutta passionale e mediterranea, i motivi che le hanno spinte alla vendetta ma, ecco, solo di vendetta si tratta: si sono arrogate, al pari del padre, un diritto sul corpo considerato come cosa loro" e Mariella Regoli di Effe: "non dimentichiamo che l'episodio è avvenuto in una città dove il delitto d'onore è pane quotidiano ma dove soprattutto negli ultimi tempi la già scarsa fiducia istituzionale ha subìto un duro colpo a causa di una serie di processi per stupro dove i violentatori hanno avuto pene lievissime e le vittime sono state quasi trasformate in colpevoli. Ecco, queste donne che io non ritengo degne di rispetto ma semmai di comprensione, hanno forse espresso la loro piena sfiducia nei confronti della legge e della giustizia". Dall'altro Anna Foa e Mirella Serri che sul Manifesto si pongono la domanda "Può un omicidio essere la testimonianza di un rinnovamento positivo della mentalità tradizionale?" e dopo aver analizzato il caso concludono che le due donne "sono degne di tutto rispetto". Posizioni che, pur nella notevole diversità (ridicole le prime due, coraggiosa e intelligente la terza), rispecchiano un vizio di fondo comune e cioè la convinzione che le donne non debbano usare mezzi violenti perché la violenza è prerogativa esclusivamente maschile, non fa parte del bagaglio culturale femminile. Ma chi l'ha detto che le donne, proprio in quanto donne, debbono essere nonviolente? Mi sembra un'enorme sciocchezza. Ma come, la vera "rivoluzione" femminista non doveva forse essere proprio "culturale"? Non doveva forse intessere e reinventare nuovi modi di essere? Forse che ci dobbiamo tenere sul groppone l'immagine della donna dolce e materna, insomma nonviolenta? Neanche per sogno.
So perfettamente quanto sia difficile utilizzare lo strumento "violenza" in modo corretto, so bene che comporta mille implicazioni psicologiche, di comprensione esterna, ecc. ecc., ma so anche che queste difficoltà sono identiche sia per gli uomini che per le donne, con la differenza che mentre i primi dimostrano una agghiacciante faciloneria nel suo utilizzo, le seconde vi ricorrono solo con sofferenza, in casi disperati, come ultima possibilità e si dimostrano così intrinsecamente migliori. Ma quando ci vuole ci vuole, perdio. Come nel caso di Iana e Melina. Non penso certo che si possano risolvere problemi sociali ricorrendo a una sorta di "giustizia sommaria" generalizzata, ma anche gesti di questo tipo, che assumono un significato esemplare, possono contribuire a cambiare l'immaginario maschile e femminile e quindi a modificare la società. C'è solo da augurarsi che la filosofia della sopportazione venga sostituita dalla filosofia della rivolta.