Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 12 nr. 99
marzo 1982


Rivista Anarchica Online

Ettore Zambonini - un anarchico dimenticato
di Silvano Toni

Spesso mi chiedo quanti anarchici vadano dispersi dalle "memorie" ufficiali di movimento, e perché tale ingiusto oblio tolga completamente di mezzo così tanti e significativi compagni che, magari, hanno lottato, durante tutta la loro vita, per far affermare i principi e le tematiche anarchiche e libertarie, spesso a costo di grandi sacrifici e della vita stessa. Nel chiedermelo la mia mente si arma dell'insistente desiderio di "riportare alla luce", tramite ricerche, la storia e la figura di quei numerosi ed irriducibili compagni, cancellati, molto spesso, dalla storiografia, per il semplice motivo che non hanno avuto il tempo o la voglia o la predisposizione di scrivere libri, biografie, articoli o trattati ideologici.
Certo, qualcuno può obiettare che tutti i compagni che hanno lavorato, militato e lottato per e dentro il movimento e per l'emancipazione sociale, sono sempre stati e sono tuttora vivi e presenti nelle memorie di lotta degli oppressi. Affascina di più la ricerca su quei compagni che hanno lasciato eredità scritte ed è altrettanto vero che la ricerca non gratifica né il tempo dedicatole né l'orgoglio di militante come, invece, lo può fare l'iniziativa di lotta, la controinformazione o lo scrivere il libro e l'articolo. Spero di non essere frainteso e di non aprire inutili polemiche sulla qualità-quantità della ricerca anarchica, anche perché come anarchico credo che praticare le lotte o propagandare le idee non significhi soltanto "scendere in piazza" o soltanto fare interventi e comizi di propaganda e neanche soltanto scrivere libri o articoli sulla nostra stampa: credo invece che qualunque tipo di apporto che un compagno dia e abbia dato sia ugualmente importante ai fini delle lotte e della agitazione sovversiva. Con questo ultimo discorso non voglio, però, tagliare le gambe ad un eventuale dibattito sul tema qui trattato, anche se questo articolo vuole essere, più che altro, uno stimolo per i compagni di tutte le località e di tutte le lingue affinché dedichino un po' del loro tempo alla ricerca sui compagni scomparsi che hanno vissuto nei posti dove abitano loro stessi.
Lo so che questa proposta sembra voler sviare i compagni dagli impegni di una lotta quotidiana sempre più complessa contro un sistema sociale sempre più totalizzante, ma credetemi non è certo questo lo spirito con cui la pongo, bensì è lo stesso spirito con cui già numerosi anarchici tentano e hanno tentato di ricomporre un patrimonio vastissimo di storia degli anarchici e delle loro idee. So anche che è già molto difficile ritrovare i compagni vivi, figuriamoci poi quelli morti!
Battute a parte, passo ora a fare una (speriamo) breve biografia di un anarchico reggiano morto nel 1944 davanti ad un plotone d'esecuzione fascista, premettendo che (per ora) questa non è altro che un riassunto di un opuscolo fatto stampare pochi mesi fa dal "Comitato provinciale per la difesa dell'ordine costituzionale e delle libertà democratiche" di Reggio Emilia e dal Comune di Villa Minozzo (R.E.): lo ha scritto Antonio Zambonelli, storico reggiano della Resistenza, ed è intitolato Vita, battaglie e morte di Enrico Zambonini (1893 - 1944).
Enrico Zambonini nacque il 28/4/1893 a Secchio, un paesino della montagna reggiana sito nel comune di Villa Minozzo, dove visse fino all'età di 13 anni, allorché si mise il fardello in spalla (fattore comune a tanti montanari di quel tempo e dei tempi nostri) e valicò le montagne per raggiungere un suo zio in quel di Genova e, soprattutto, per cercare un lavoro. Era il 1906 e 4 anni dopo E. Zambonini rimase solo, in quanto lo zio emigrò verso lo sfruttamento americano. La sua scaltrezza e la sua notevole apertura mentale contribuirono a farlo abbracciare, in poco tempo, le idee socialiste prima e quelle anarchiche in seguito. Fu, infatti, durante il servizio militare che, come lui stesso dichiarò durante un interrogatorio subito il 31/8/'42, "mi accorsi che il Partito Socialista non corrispondeva più ai miei sentimenti e gradualmente accettai le idee anarchiche diventandone convinto assertore". Nel 1919 tornò a Genova e si mise subito in contatto con gli anarchici locali - i quali, come ben sappiamo, erano molto attivi nelle lotte e nell'organizzazione sindacale - ed in particolare con Armando Borghi col quale fu promotore del Sindacato minatori aderente all'U.S.I.. Era conosciuto col soprannome di Faino, derivatogli da una vecchia denominazione della sua famiglia, ed è con tale pseudonimo che lo si trova citato in un articolo di Gino Bianco (L'atteggiamento degli anarchici nel biennio rosso, in "Movimento operaio e socialista in Liguria", anno VII, n°2 - aprile-giugno 1961, pag.129) dove l'autore parla della camera del lavoro di Sestri Ponente quale roccaforte dell'intero movimento di lotta nel Genovesato, con oltre 10.000 aderenti e dove "la tendenza libertaria è in essa rappresentata da Angelo Dettori della segreteria e da Beltrami, Caviglia, di Puccio e Faino". Io do per scontato e per certo che Faino stia per E. Zambonini in quanto anche il compagno Umberto Marzocchi, interpellato dall'autore, stenti "a credere che si tratti di un caso di omonimia, cioè che lo pseudonimo di Faino sia il cognome di un'altra persona". È di quel periodo la notizia che egli prese parte ad una manifestazione antimilitarista, svoltasi il 4/6/1920 a La Spezia davanti alla polveriera della Marina Militare, durante la quale un altro abitante del Comune di Villa Minozzo, il carabiniere Leone Carmana, si rese "protagonista" e divenne famoso (sic!) per avere sparato sulla folla fino all'arrivo dei rinforzi, che dispersero definitivamente i dimostranti (alcuni dei quali pare volessero assaltare lo stabilimento militare).
Ogni tanto tornava nel paese natio e con lui giungeva sin lassù l'ebbrezza rivoluzionaria che caratterizzò quel periodo; tenne anche un comizio su di un piccolo balcone, ma questo fu soltanto un episodio fra i tanti del suo impegno militante messo in pratica anche lassù, dove la lotta di classe non era certamente prosperosa. Sembra che avesse acquisito una buona dialettica ed un notevole stile oratorio ornato da euforismi simpatici ed intelligenti come questo che cito ad esempio: "Si dice: il tuo, il mio... ma verrà un giorno che tutto sarà di tutti".
Nel 1922, dopo aver reagito con successo (li menò) ad una provocazione di alcuni fascisti del luogo (uno dei quali lo avvicinò con una scusa qualsiasi e gli gridò: "A morte l'anarchia!", mentre cercava insieme agli altri di manganellarlo) sparì da Secchio ed iniziò da lì la sua intensa vita d'oltralpe. Espatriò in Francia e si stabilì prima a Marsiglia e dopo un anno a Saint Raphael dove rimase fino al 1928 lavorando come meccanico e come edile in una cooperativa. Prese contatto con i compagni francesi e con altri antifascisti esuli, ma, in seguito all'accusa di avere attentato alla vita dell'agente consolare Giacomo Di Mauro, venne arrestato, perquisito (nel suo alloggio fu trovato materiale di propaganda anarchica: libri e riviste) ed infine processato ed assolto.
Data la pressante vigilanza e le numerose provocazioni varcò i confini ed entrò in Belgio. Si stabilì a Liegi dove rimase fino al 1932, lavorando prima come meccanico e poi come muratore. La sua azione è ricordata anche qui come quella di uno dei maggiori animatori del movimento anarchico ed antifascista: si sposta frequentemente da una località all'altra per incontrare altri compagni e "tiene conferenze, nel corso delle quali insiste sul tema della necessità di lottare contro il fascismo ed il capitalismo". Si trasferisce nel 1932 in Spagna dove, secondo la polizia che, ovviamente, non l'ha mai mollato un istante, girovaga lungo tutto il territorio. Durante un suo soggiorno in Francia venne arrestato e messo dentro per un mese, causa infrazione a decreto di espulsione. Succedeva nel 1934, e fu una delle tante detenzioni che gli ispirarono, poi, negli anni '43-44, quando cioè ebbe modo di tornare in montagna, la frase: "Io sono stato in tutte le galere d'Europa. Ma mai per aver rubato, soltanto per la mia idea". Ricordata tutt'oggi da qualcuno del posto che ebbe modo di ascoltare "a bocca aperta", durante le veglie, i suoi affascinanti e sofferti racconti di vita e di lotte.
Scontata la pena, fece ritorno in Spagna con Germaine (la donna con cui viveva e dalla quale ebbe un figlio) e fu proprio lì che lo incontrò, nel '36, un altro reggiano (Alberto Bartoli: uno dei primi reggiani ad accorrere in Spagna per lottare contro Franco), il quale ricorda che Zambonini parlava già correttamente il castigliano e che "era in Spagna da 5 anni per preparare la rivoluzione". Lo ricordano anche i compagni Umberto Marzocchi e Vindice Rabitti nella Sezione Italiana della Colonna Ascaso, dove aveva l'incarico di armiere nell'acquartieramento del Castillo di San Juan, ed in prima linea a combattere sul fronte di Aragona e più precisamente a Huesca, Tardienta, Torrescura ed Almudebar. Nel '37, allorché si sciolse la Colonna Ascaso (per non accettare la militarizzazione), Zambonini tornò a Barcellona "dove lavorò presso il Sindacato di alimentazione quale meccanico addetto alle macchine per la pastorizzazione del latte". Durante gli scontri del 4-5 maggio 1937 fra gli anarchici e gli stalinisti, Zambonini era a difendere la sede del sindacato e lì fu ferito "alla regione temporale sinistra e all'emitorace destro".
Egli, comunque, rimase a Barcellona fino al gennaio '39, dove continuò, in qualche modo, la sua azione; infatti fondò, tra l'altro, "una colonia per gli orfani di guerra con fondi provenienti da una sottoscrizione fatta negli U.S.A. dal giornale anarchico l'Adunata dei Refrattari, che si pubblicava a New York". Tale colonia fu inaugurata alla grande il 7 novembre 1938, alla presenza di Solano Palacio, direttore di Tierra y Libertad, e fu girato anche un film, tirato in più copie e distribuito, poi, entro i canali di movimento. Essa ebbe, però, vita breve perché dopo tre giorni i franchisti erano alle porte della città.
Dopo la disfatta delle residue forze rivoluzionarie anche Zambonini si rifugiò in Francia, o meglio, fu rinchiuso nel campo francese di Argeles sur Mer trascinatovi dai "Flic". Dopo un anno circa di ospedale fu estradato in Italia dalle canaglie naziste, dove si beccò 5 anni di confino a Ventotene. Anche lì continuò a battersi per l'ideale e, soprattutto, contro chi sosteneva l'autoritarismo e lo stalinismo (erano tanti!) e nel '43, con la caduta formale del fascismo, fu trasferito (e non liberato come furono altri) in quanto la disposizione limitativa della scarcerazione degli antifascisti discriminava gli anarchici. Giunto, sotto scorta, in Arezzo, egli si rifiutò di proseguire la marcia verso il campo di concentramento di Renicci d'Anghiari e per questo fu rinchiuso nel carcere locale dove rimase fino al 4/12/'43, giorno in cui fu scarcerato perché risultante compreso "tra i liberandi dal confino".
Dopo qualche tappa in pianura da alcuni suoi amici, giunse in montagna dove dovette farsi riconoscere dai suoi parenti a causa del suo viso sfigurato dalla ferita inflittagli dai "repubblicani" nel '37. In quel periodo egli teneva letteralmente banco nelle "veglie", coi suoi avvincenti racconti dei 21 lunghi anni trascorsi lontano da Secchio e vissuti all'insegna dell'attivismo politico e rivoluzionario. Specialmente i più giovani erano affascinati dalla sua grande fermezza e scaltrezza, nonché dalla ammirevole coerenza da lui espressa anche nei momenti più delicati e più duri della sua esistenza. Un'esistenza di lotta e di fame di giustizia libertaria che di lì a poco tempo doveva cessare per mano dei fautori più sviscerati dell'ingiustizia e dello sfruttamento, i quali se lo trovarono contro anche sulle natìe montagne, dove i gruppi partigiani avevano le loro basi più sicure.
In quel periodo, infatti, egli si mise in solerte contatto con altri intenzionati alla lotta armata e giunse ad avere l'incarico di comandante del neo-gruppo di Cervarolo con il beneplacito dei dirigenti provinciali del P.C.I.. Purtroppo, però, non ebbe il tempo di impegnarsi nelle azioni di fuoco, perché il 22 gennaio venne "prelevato" dalla casa della sorella e deportato a Reggio Emilia. Dunque, non potè partecipare direttamente alla guerriglia partigiana, ma sembra che avesse già lavorato parecchio per tessere una fitta ragnatela di incontri e di corrispondenze in modo da entrare al meglio nell'organizzazione partigiana: basti pensare all'incarico ricevuto ed al fatto che fosse in stretto contatto con l'anarchico Emilio Canzi, il quale fu per un certo periodo comandante generale delle forze partigiane del piacentino.
Questa serie di impegni, però, doveva essere l'ultima perché, dopo pochi giorni dall'arresto, fu fucilato alla schiena nel poligono di tiro di S. Prospero Strinati, insieme ad altri 8 antifascisti (quasi tutti comunisti) fra i quali vi era anche un prete partigiano: Don Pasquino Borghi. Scoccavano le sette del mattino del giorno 30/1/'44 quando Zambonini moriva con la stessa coerenza che caratterizzò tutta la sua vita; infatti, all'avvicinarsi del cappellano fascista, egli lo sospinse via e davanti alle canne puntate sulla sua schiena egli gridò: "Viva L'Anarchia!".
Fu così che venne trucidato il compagno che alcuni ricordano ancora quando arrivava al paesello col fucile a tracolla, il cappellone nero a larghe tese, i calzoni larghi alla zuava e gli stivali sporchi di terra: quella stessa terra che non lo coprì dopo la morte perché, sepolto in città, i suoi resti non vennero recuperati nemmeno quando tale cimitero fu smantellato. Disperso per tutti? Beh! Dall'elenco dei caduti reggiani per la Resistenza che si legge attualmente nel sacrario sito in Piazza della Vittoria a Reggio Emilia, sembrerebbe proprio di sì, in quanto il suo nome non vi appare; inoltre lo sembrerebbe anche dalla bibliografia specialista in materia, compresa quella di movimento. Ma i monumenti a noi anarchici non interessano e probabilmente allo stesso Zambonini non interessano, come non gli sarebbe interessato di "passare alla storia". Ciò che invece ci interessa e ci deve interessare è di far conoscere il più possibile le idee, il pensiero e l'azione dei compagni scomparsi e a me sembra che quelli di Zambonini siano significativi e ricchi di quella carica rivoluzionaria necessaria a far comprendere, ulteriormente a noi stessi e, soprattutto, a coloro i quali a tali idee si avvicinano per diventarne i nuovi portatori e promotori, che l'anarchia è possibile e che è possibile, fin dalla lotta per raggiungerla/conquistarla, praticare alcuni suoi principi fondamentali. Il mio impegno, quindi, verso tali compagni dell'oblio e verso la proposta iniziale si svilupperà, a partire da questo intervento, nel tentare di approfondire la ricerca sui concetti politici e non, nonché sull'azione di Enrico Zambonini e di iniziare quella più vasta su altri anarchici reggiani sconosciuti.