Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 12 nr. 99
marzo 1982


Rivista Anarchica Online

L'uomo è le cose che fa
di Piero Flecchia

Molto opportunamente nel penultimo numero la rivista ha dato ampio spazio a un servizio a più mani sul "Lavoro". Il tema comune, il filo unificante, è nel titolo del servizio "Lavoro: la necessaria schiavitù?". Titolo felice, perché sembrerebbe alludere a un interrogativo salutare circa l'evento che fonda l'etica del lavoro in occidente: la maledizione biblica, il "Ti guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte!". La formula è tra le più pesantemente tossiche tra le molte distillate da quella macchina di perfidie che è sempre una religione al servizio del dominio. Con questa formula il clero di Gerusalemme, che tra l'altro aveva inventato anche il trucchetto delle decime (e fino a circa 70 anni or sono in tutti i catechismi era stampato, in aggiunta e appendice al II comandamento "... e pagare le decime al clero secondo gli usi e consuetudini"), questo fottutissimo clero, in nulla diverso da tutti gli altri cleri, raccontando che il lavoro era una maledizione divina riusciva:
a) ad insegnare che non ci si diverte lavorando e neanche il mestiere del prete è un divertimento,
b) ma soprattutto riusciva ad occultare che l'uomo è le cose che fa.
Al punto b): "L'uomo è le cose che fa" non si sfugge; ecco perché davanti a una catena di montaggio si cade nell'assenteismo. Ma ovviamente l'assenteismo è immorale, e lo è autenticamente, perché quel che non fai tu lo "devo" fare io. Infatti io mi trovo a scrivere questo articolo che non mi diverte, non mi gratifica, perché altri hanno trascurato il chiaro nesso etica giudeo-cristiana - lavoro-società. Se si afferra chiaro che "L'uomo è le cose che fa", appare immediatamente evidente che tutto il generico discorso "sentimentale" delle buone intenzioni e della astratta eguaglianza davanti a Dio, che precorre e fonda la nostra eguaglianza democratico - parlamentare - elettoralista, ne è il fondamento culturale, come è il fondamento culturale del marxismo; se si afferra che "L'uomo è le cose che fa", ecco che immediatamente va a carte quarantotto tutto il discorso evolutivo-marxista, discorso sulle "magnifiche sorti progressive", la cui dimensione di nuda e pura truffa fu denunciata in modo definitivo da Giacomo Leopardi: che val meglio leggere di Alberoni e altri sociologi dell'amore e del lavoro e del lavoro socialmente amoroso! Tutta e solo e sempre merda! Merda del clero sacerdotale a seppellire il lavoratore; clero ieri del tempio di Gerusalemme, oggi clero sindacalconfindustrialpolitico.
Accettando, per ipotesi, che "L'uomo è le cose che fa", ne consegue che lo spazzino è pura immondizia, che l'infermiere, per la sua contiguità alla produzione escremenziale è fratello nostro nella merda; che il macellaio è un potenziale assassino; che un operaio alla catena di montaggio, o un generico manovale è un circa ebete; che i negozianti fondano la categoria del furto, pur molto dopo politici e finanzieri. La società delle caste afferma proprio questo: "L'uomo è il lavoro che fa". Lo dimostra vero. Infatti noi tutti sappiamo che gli uomini tra loro non sono eguali, e la società castale registra e traduce operativamente queste differenze.
Ma queste differenze diventano poi, nelle caste, delle diseguaglianze: vocabolo con implicazioni a un tempo quantitative e qualitative. La società ha bisogno, tecnicamente bisogno, del manovale come del prete, ma in qualche modo il prete dà al manovale molto meno di quanto sottrae. Ecco dove ha origine il concetto di "Lavoro come necessaria schiavitù", dove ha origine il discorso clericale sul lavoro. Discorso di tutti i cleri, da quello cattolico a quello marxista, né va escluso il clero del capitale. Quello che essi chiamano "lavoro" si può invece definire più esattamente "Un momento del processo di riproduzione di una struttura di dominio". Che poi anche i preti finiscano per servire ed essere ridotti in schiavitù, vittime delle stesse superstizioni con le quali occultano la verità a sé e al popolo, questo è ancora un altro discorso. Marx qui vide molto esatto: l'alienazione è universale, ma meglio ancora vide quel vero San Tommaso del capitalismo statalista che fu Hegel. L'ideologia del lavoro, e l'ideologia è sempre menzogna, è proprio questa faccenda che occulta il reale scopo e funzione del lavoro: edificare la coscienza del singolo individuo. Senza lavoro, un tempo, si sapeva che non si poteva diventare uomini. Crescere cioè a una dignità cosciente di quelli che sono i propri "doveri". Ovviamente la parola può far storcere il naso: ma il fatto che ci sia montato sopra il clero, il fatto che da sempre i doveri siano diventati il nostro debito verso le diverse fiscalità dei dominatori, questo non fa men vera e necessaria parola e soprattutto il concetto che la parola sottende.
Il primo tra i nostri doveri è quello verso noi stessi: di essere solo e soltanto quel che sentiamo di essere. Ecco il fondamento granitico dell'anarchia malatestiana. Ma Malatesta chiaramente sapeva che "L'uomo è le cose che fa", insegnamento che da sempre il cristianesimo e i suoi epigoni cercano di occultare. Gli anarchici sostenevano la necessità di conoscere un mestiere manuale artigiano, perché l'uomo è una unità inscindibile di corpo e mente, e il corpo va cresciuto con la mente. E per crescerlo, per trasformare in personalità matura la unità psicofisica "persona" ci vuole del duro e metodico e volitivo lavoro. Il far niente è degli ebeti, dei servi furbi, dei capi viziosi. Il far niente è delle plebi e delle aristocrazie degenerate a feccia delle plebi. La folla ebete che abita le mura delle cattedrali e dei templi, le porte dei palazzi e palasport, nella sua nuda miseria e follia e depravazione è solo la metafora e la rappresentazione evidente della miseria e degradazione e profonda degenerazione che le mura dei templi e dei palasport custodiscono, virus infettante e purulento, matrice di tutte le pestilenze.
Contro queste il Buddha ammonisce, ultima sua parola dal letto di morte: "Siate attivi!", intendendo con questo attivismo ben altra cosa dell'attivismo del doppio lavoro, che però, pur degradata, contiene ancora una immagine, un ricordo della necessità di una coscienza e di una volontà vigile e attive. Infatti è in ogni caso molto più da onorare chi si autosfrutta con il doppio lavoro che non sfrutta gli altri con l'assenteismo, perché il primo, se non altro, ha impegnato se stesso in uno sforzo di volontà, ponendo così un fondamento per una azione pratica. Il secondo, molto spesso è solo un volgare zotico che sogna l'ozio di tutti i clericalismi: quell'ebete far niente che non conduce a nulla. Molto peggio! Consegna il singolo alle strutture del tempio, ne fa uno schiavo e un mercenario, un delatore!
Poiché l'uomo è le cose che fa, e poiché il lavoro è l'atto decisivo per la sua umanizzazione, non c'è alternativa: o un lavoro che lo produca uomo, o accettare la finzione della maledizione biblica del lavoro. Non c'è una terza via. E soprattutto non c'è una teoria separata dalla pratica: una metodologia registrata in una serie di testi, o
in un testo sapienziale, leggendo il quale, applicando il quale, si possa fare il gran salto verso la libertà, la liberazione. Chi crede in queste cose o è un fesso o è un trafficante implicato nel mercato della fede, ramo editoria, settore "sacri testi". L'editoria, al più può produrre a volte dei sani modi di guardare ai fatti, libri che ci aiutano per un tratto di strada, come appunto in materia di "riflessione sul lavoro" è lo splendido discorso di un capo samoano, che recentemente la Longanesi ha mandato in libreria. Il titolo di questa serrata riflessione sul mondo del dominio dell'uomo bianco, paradossale riflessione alla rovescia (un sedicente selvaggio giudica il civilizzatore) - anche se il discorso è certamente una trascrizione ancora mediata da un bianco, che però può giudicare questa società in modo così diverso solo per essere passato attraverso la testa del samoano Tuiavii - è "Il Papalaghi" - ed. Longanesi, lire 6.000.
Due esempi della radicale critica, degna del miglior polemista libertario, alla nostra cultura, svolta da questo samoano.

a) critica al nostro concetto di tempo:
"Quando io cavalco attraverso un villaggio, arrivo certo più in fretta; ma quando vado a piedi, vedo di più, e gli amici mi chiamano nelle loro capanne. Arrivare veloci a una meta è di rado un vero vantaggio. Il Papalaghi (così Tuiavii chiama il bianco) vuole sempre arrivare in fretta alla meta. La maggior parte delle sue macchine servono solo allo scopo di arrivare più in fretta. È giunto alla meta, e già un'altra lo chiama...".

b) critica al nostro concetto di lavoro:
"È bello andare una volta al ruscello a prendere l'acqua, è bello farlo parecchie volte in un giorno, ma se uno dal levarsi al calare del sole non dovesse fare altro che prendere acqua al ruscello, e questo tutti i giorni e ogni giorno tutte le ore, fino a che le sue forze lo consentono, sempre e continuamente, alla fine costui verrebbe colto dall'ira e scaglierebbe il secchio lontano da sé, infuriato per le catene che legano il suo corpo. Poiché nulla è così pesante per l'uomo come fare continuamente la stessa cosa.
Ci sono però dei Papalaghi che non raccolgono solo acqua giorno dopo giorno sempre alla stessa fonte (questo potrebbe ancora essere un grande piacere), no, vi sono anche quelli che solo alzano una mano o l'abbassano oppure la spingono contro un bastone, e questo in un luogo sporco, senza luce e senza sole; che non fanno nulla che sia prova di forza e dia qualche gioia, gente che dal pensiero del Papalaghi è costretta a levare o abbassare la mano oppure batterla contro una pietra, perché con ciò si mette in moto o si regola una macchina che taglia anelli bianchi o insegne da petto o conchiglie da calzoni o qualche altra cosa. In Europa ci sono più uomini di quante palme ci siano nelle nostre isole i cui volti sono grigi come la cenere, perché non conoscono gioia alcuna nel loro lavoro, perché il mestiere divora ogni piacere e dal loro lavoro non nasce alcun frutto, neppure una foglia di cui poter gioire.
E per questo negli uomini cova un odio cocente per il proprio mestiere. Tutti hanno nel cuore una qualche cosa, come un animale che è tenuto alla catena e si ribella e vuole liberarsi e non vi riesce. E tutti confrontano i loro mestieri gli uni con gli altri, e sono pieni di invidia e di malcontento, e si parla di mestieri più elevati e più bassi, sebbene tutti i mestieri siano soltanto un fare a metà. Perché l'uomo non è soltanto mano o piede o soltanto testa; tutto in lui è unito. Mano, piede, testa vogliono stare insieme. Quando tutte le membra e i sensi lavorano insieme, solo allora il cuore dell'uomo può godere in sana letizia; mai però quando solo una parte dell'uomo vive e le altre devono essere come morte. Questo porta l'uomo allo smarrimento, alla disperazione e alla malattia.