Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 9 nr. 78
novembre 1979


Rivista Anarchica Online

Anarcosindacalismo alla svedese
di Paolo Finzi

C'è di che essere ottimisti. Negli ultimi tempi l'interesse per la S.A.C. e per i nostri fini è andato aumentando continuamente; gli iscritti sono aumentati; di noi si parla sempre di più. Dopo anni di lento declino, c'è stata una chiara inversione di tendenza. Te lo ripeto, io sono proprio ottimista. Alla domanda sullo stato attuale della S.A.C. Lars Tornbiornsson risponde con questa ventata di ottimismo.
C'eravamo già incontrati cinque anni fa, a Lisbona in occasione della prima manifestazione pubblica indetta specificamente dagli anarchici portoghesi. Si festeggiava, in un clima d'entusiasmo indescrivibile, il 19 luglio spagnolo, il trentottesimo anniversario dell'insurrezione antifranchista. Ma soprattutto si festeggiava la riconquistata libertà di riunione, di parola, di esistenza, dopo mezzo secolo di dittatura fascista (prima Salazar, poi Caetano). Allora Lars era segretario del comitato internazionale della S.A.C., una specie di ministro degli esteri" del piccolo sindacato libertario svedese: in quei giorni c'era la nuova realtà portoghese da capire, da vivere, da assaporare. Tempo per incontrarci ce ne rimase poco.
Questo nostro secondo incontro avviene in un clima certo meno effervescente, che ci lascia spazio per parlare tranquillamente. Lars è venuto in Italia (per la prima volta, ci tiene a precisare) per partecipare alla conferenza internazionale di studi sull'autogestione tenutasi a Venezia: vi è stato inviato dal comitato internazionale della S.A.C., di cui non è più segretario da qualche mese (lo è stato per dieci anni di fila) ma del quale è rimasto membro. È un po' quel che avveniva con il corpo di spedizione portoghese in India - afferma sorridendo - dove il capitano della prima missione restava nella seconda con la funzione di consigliere. Così viene assicurata la continuità nel rinnovamento.
Parliamo dunque della S.A.C. di questo sindacato libertario che da settant'anni resiste sulla breccia da posizioni estremamente minoritarie. Contro i due milioni di lavoratori affiliati alla L.O. (il sindacato socialdemocratico), la S.A.C. non raggiunge nemmeno l'1% con i suoi 19.000 iscritti: numericamente poca cosa davvero, se si considera che altre centinaia di migliaia di aderenti aderiscono ad altri due sindacati "riservati" agli impiegati l'uno, agli alti dirigenti, agli accademici, ecc. l'altro. Eppure la S.A.C. svolge nella società svedese un ruolo ben più incisivo del suo peso numerico.
Anche sul piano internazionale, nel non ricchissimo panorama del sindacalismo rivoluzionario e libertario, la S.A.C. occupa un posto di tutto rilievo: dopo la C.N.T. spagnola, è il secondo sindacato, più forte e più radicato di altre organizzazioni consimili esistenti (a volte poco più che sulla carta) in paesi tradizionalmente più "rivoluzionari" e "caldi" di quanto certo non sia la Svezia.
Un'anomalia, questa del caso S.A.C., che si è complicata in seguito alle polemiche che negli anni '50 portarono una parte del movimento anarcosindacalista internazionale (quella raggruppata nell'A.I.T.) ad isolare la S.A.C., in un contesto di contrasti e di polemiche che ancora non si è sopito. Il mio interlocutore preferisce non approfondire questo argomento, per sottolineare invece la pratica internazionalista che ha sempre caratterizzato le relazioni internazionali della S.A.C.. Vi è un paese al quale guardiamo da sempre con particolare attenzione: è la Spagna. Noi riponiamo grandi speranze nel presente e nel futuro della C.N.T.. Siamo convinti che se la C.N.T. saprà superare le attuali difficoltà per radicarsi sempre più nella società spagnola, questo sarà un successo di indescrivibile importanza non solo per la stessa C.N.T., ma anche per tutto il movimento sindacale rivoluzionario ovunque. Oggi come oggi, una buona affermazione della C.N.T. aiuterebbe come nient'altro la nostra causa, anche nelle nostre singole realtà. Lars mi parla di un'iniziativa realizzata dalla è S.A.C. qualche mese fa, con l'invio in Spagna per brevi periodi di varie decine complessivamente di militanti svedesi in diverse località, per prendere parte a dei seminari di studio (e di esperienza diretta) sulla C.N.T., sulle sue modalità di intervento. Al recente congresso della S.A.C. un'ingente somma di denaro è stata destinata dall'assemblea alla C.N.T. (credo una ventina di milioni di lire). Oltre che in svedese ed in inglese, gli statuti ed altri documenti della S.A.C. sono disponibili in castigliano. Tutti segni tangibili di un rapporto davvero intenso che da sempre lega i militanti della S.A.C. alle vicende dell'anarcosindacalismo iberico (per non parlare poi del costante aiuto garantito in passato durante i decenni di illegalità della C.N.T., aiuto al quale accenna Mercier Vega nel suo volume La pratica dell'utopia).
D'accordo, ma in Svezia? Che cosa fa la S.A.C.? A quali lotte partecipa? E come vi partecipa? Dov'è più forte, in quali regioni, in quali settori produttivi? Innanzitutto - risponde Lars - bisogna tener presente che vi sono regioni nelle quali la S.A.C. è assente del tutto, completamente sconosciuta ai più. In alcune regioni del Nord, nel Centro-Nord e nella capitale, invece, siamo relativamente forti. Lo stesso discorso vale per le categorie: in alcune siamo assenti, in altre invece - soprattutto tra gli edili, i forestali, i minatori e gli autotrasportatori - la nostra influenza è relativamente notevole. Negli ultimi tempi, poi, vi è stato nella S.A.C. un notevole afflusso di maestre/i, insegnanti, assistenti sociali, perlopiù giovani attratti più dalle nostre idee che dalle nostre (inesistenti) tradizioni di lotta nel loro settore. Per quel che riguarda la partecipazione alle lotte, Lars mi ricorda che la struttura stessa della S.A.C. non prevede in genere un impegno della S.A.C. in quanto tale nella promozione delle lotte, queste essendo promosse dalle L.S. e/o dalle federazioni di categoria o di settore all'uopo costituite. Nella S.A.C. è da tempo in corso un dibattito tra chi vedrebbe di buon occhio un maggior impegno dell'organizzazione nelle lotte ("se no, noi lottiamo, ci spacchiamo in quattro, e poi sono sempre gli altri a raccogliere in termini organizzativi il risultato delle lotte") e chi invece sottolinea il ruolo di collegamenti e di detonatore che spetterebbe alla S.A.C., valutando di conseguenza l'importanza della presenza specifica della S.A.C. e privilegiando invece il carattere autonomo delle lotte.
Non si può parlare della S.A.C. senza dir qualcosa di Arbetaren, fino agli anni '50 quotidiano, quindi da allora settimanale: è l'organo della S.A.C., dal momento che il suo direttore viene nominato dal congresso dell'organizzazione, ma in qualche misura autonomo dalla stessa S.A.C.. Lo staff del settimanale è composto di 6 o 7 persone. Arbetaren, che vende attualmente circa 7.000 copie settimanali, allarga la sua influenza ben al di fuori della S.A.C. ed è generalmente considerato un buon periodico culturale, oltre che fungere da principale strumento di collegamento e di propaganda della S.A.C.. Vi è inoltre S.A.C./Kontakt, il bimestrale interno che tiene informati gli iscritti delle varie attività della S.A.C., dei referendum interni che di tanto in tanto si svolgono su vari argomenti, ecc.: la sua tiratura è attualmente intorno alle 20 mila copie. A cura del comitato per le relazioni internazionali esce poi saltuariamente il bollettino Internationell solidaritet, dedicato come indica il titolo alla trattazione di argomenti (ed alla promozione di campagne di opinione) rientranti nell'ottica internazionalista della S.A.C..
Se nella struttura e nelle modalità di funzionamento la S.A.C. è un interessante modello di organizzazione sindacale libertaria (non priva di difetti, certo, ma comunque interessante), se non può essere messa in discussione la sua vocazione internazionalista, certo più problematica è la sua connotazione rivoluzionaria. Non si tratta di rilasciare patenti, faccio osservare a Lars, né tantomeno di fissare rigidamente i confini al di qua e al di là dei quali si è o non si è più "rivoluzionari". È vero che in passato liste della S.A.C. sono state presentate ad elezioni municipali? È vero che la S.A.C. ha accettato di gestire per conto dello Stato - come prevede appunto la legislazione svedese - dei servizi sociali come il fondo-disoccupazione? In che misura allora è lecito proclamarsi rivoluzionari se si accettano simili compromessi con lo Stato? Sono domande che certo Lars non si sente rivolgere per la prima volta. Per quanto riguarda le elezioni, bisogna tener presente che la S.A.C. è a-parlamentarista, non anti-parlamentarista - una distinzione che ai miei occhi appare del tutto irrilevante. - risponde - In ogni caso sono a conoscenza solo di un caso, negli anni '50, quando dei militanti della S.A.C. formarono una lista che non era una lista della S.A.C. anche se localmente fu "vissuta" così. Vinsero, quella volta, ma dopo un po' rinunciarono al mandato ottenuto. Ripeto comunque che la S.A.C. è per statuto estranea alle attività politico-elettoralistiche e favorevole all'azione diretta. Per quel che riguarda i fondi, sì, è vero che la S.A.C. - non senza un acceso dibattito interno - accettò di gestire quei fondi statali e tuttora lo fa, anche se è probabile che nel prossimo futuro la legislazione in merito venga modificata, sottraendo ai sindacati la gestione di quei fondi. Lars mi parla di altre sovvenzioni, o meglio "facilitazioni", di provenienza statale di cui la S.A.C. usufruisce nel campo dell'editoria, ecc.. Volere o volare, mi sembra proprio che simili scelte rientrino in una pratica riformista che contrasta con una coerente metodologia rivoluzionaria. Lars controbatte, inquadra queste scelte nella più generale strategia della S.A.C., che per lunghi periodi deve esser stata finalizzata soprattutto alla sopravvivenza stessa dell'organizzazione in una realtà strutturalmente tanto ostile al sindacalismo rivoluzionario. Nonostante tutto, nonostante i suoi stessi limiti ed errori (o forse proprio grazie a questi?), la S.A.C. è una realtà, presente nella vita e nelle lotte quotidiane di una parte dei lavoratori svedesi: della parte più combattiva, anzi, dal momento che è l'unica alternativa organizzativa "a sinistra" al quasi-monopolio sindacale della L.O.. Lars sottolinea più volte questo dato di fatto, incontrovertibile.
D'accordo, ma i miei dubbi restano. Mi rendo conto che è davvero impossibile cogliere "dal di fuori" i tratti essenziali di un'esperienza pluridecennale e certo sfaccettata com'è quella della S.A.C.. Lars mi conferma che differenti filoni confluiscono nell'"esperienza S.A.C.", a volte radicalmente estranei, quanto possono esserlo - per esempio - un vecchio militante delle miniere di Kiruna, che ha vissuto in prima persona le lotte dure e le alterne vicende della S.A.C. attraverso molti decenni in una società in rapida trasformazione, ed un giovane operatore sociale recentemente iscrittosi al sindacato perché attratto dalla sua ideologia.
Ancora una volta, per comprendere meglio è indispensabile conoscere di persona, "toccar con mano", vivere quella realtà. Dopo Lisbona e Venezia/Milano, l'appuntamento è a Stoccolma.

S.A.C. story

La nascita del movimento operaio e socialista in Svezia è legata al nome di un sarto, Augusto Palm, che rientrando in Svezia dopo molti anni trascorsi in Germania iniziò nel 1881 un'opera di propaganda socialista. In poco tempo il movimento si allarga e arriva alla fondazione del partito socialdemocratico svedese, il cui leader è Hajlmar Branting: per molti anni i socialdemocratici restano l'unica organizzazione "operaia". Solo nel 1898 si inizia a parlare di un movimento sindacale specifico, con la formazione della "Lends Organisationen" (L.O.): due anni dopo scoppiano le prime lotte tese al riconoscimento dei sindacati e al raggiungimento di migliori condizioni economiche. Nel 1909, con il fallimento del primo grande sciopero indetto dalla L.O. e stroncato da una serrata padronale, la crisi del giovane movimento sindacale svedese si fa acutissima.
Ottocento operai furono processati per aver scioperato ed il clima repressivo si fece tale da costringere almeno 20.000 svedesi ad emigrare, perlopiù negli Stati Uniti. Il dibattito sulle ragioni della sconfitta e sulle modalità per riprendere le lotte vide il formarsi di due fronti contrapposti: da una parte l'ala socialdemocratica, tutta tesa verso la collaborazione con il padronato e la prospettiva di partecipazione governativa del partito socialdemocratico, dall'altra l'ala libertaria decisa a riprendere la lotta di classe senza patteggiamenti né cedimenti. L'uscita degli elementi rivoluzionari dalla L.O. e la costituzione della S.A.C. nel 1910 spostarono a destra l'asse della L.O., contribuendo al suo definitivo e totale allineamento con la politica dei socialdemocratici. Questi ultimi, dopo un primo governo di minoranza nel '20, ottennero la maggioranza alle elezioni del '32 e da allora sono rimasti quasi sempre partito di governo, fino agli ultimi recenti rovesci elettorali.
Se alla fondazione la S.A.C. poteva contare su 96 membri, nel '19 questi erano già diventati 20.000, per poi salire a 37.000 negli anni precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale. In questo dopoguerra, nel clima di diffuso "benessere sociale", gli spazi per un sindacalismo d'opposizione si stringevano e ne risentiva di conseguenza il numero degli aderenti alla S.A.C., sceso a 16.000. Negli ultimi tempi, secondo quanto ci ha detto nell'intervista Lars Tornbiornsson, questa tendenza si è invertita ed il numero degli aderenti ha ripreso lentamente a salire. Attualmente sono 19.000 coloro che regolarmente, ogni mese, versano la loro quota di iscrizione alla S.A.C..
La struttura organizzativa della S.A.C. è rimasta sostanzialmente immutata nei sette decenni della sua esistenza. In effetti, più che di un vero e proprio sindacato, si tratta di una centrale organizzativa e di raccordo tra le sezioni e le federazioni che aderiscono alla S.A.C.: tali sezioni sono chiamate "Lokal Samorganisation" (L.S.), cioè organizzazioni comunitarie di base. Queste L.S. non sono articolate sulle differenziazioni categoriali, ma su base geografica; la linea di condotta delle L.S. è decisa da tutti gli aderenti, indipendentemente dalla loro categoria. Quando in una categoria sorgono problemi specifici, si forma una sezione di categoria che funziona solo per il periodo strettamente necessario, cioè finché durano le lotte in quel settore. Le federazioni di categoria, comunque, sono sempre sottoposte al potere sovrano delle L.S., mentre solo le federazioni regionali (o di agglomerati industriali) esistono stabilmente e continuativamente tra la base sindacale (organizzata appunto nelle L.S.) e il loro centro organizzativo della S.A.C..
Il "centro" della S.A.C. è costituito essenzialmente da un comitato centrale (temporaneo), eletto dal congresso dell'organizzazione, che non dispone di alcun potere "autonomo": non può indire scioperi, non può condurre trattative, non può prendere decisioni rilevanti nella vita e nella struttura organizzativa della S.A.C. Questi poteri, infatti, appartengono uncamente alle L.S. ed alle federazioni di categoria (temporanee) o regionali che di volta in volta ne vengono investite direttamente dalle L.S. - alle quali, dunque, viene garantita la massima autonomia ed il massimo controllo possibile sulla S.A.C. Un ultimo esempio: solo una piccola percentuale delle quote versate dagli iscritti va alla S.A.C. "centrale": questi tutto viene diviso tra le L.S. e la cassa-disoccupazione. Una garanzia in piĆ¹ contro lo sviluppo di una burocrazia centralizzata e centralizzatrice