Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 9 nr. 76
estate 1979


Rivista Anarchica Online

L'ideologia contro la memoria
di Marianne Enckell

Tutti i poteri riscrivono la storia a loro profitto. Nessuno stato si priva di giustificazioni storiche, inventandosi al bisogno una ideologia e soprattutto cancellando, censurando, travestendo la memoria. Con mezzi evidenti (come il cancellare materialmente la traccia di antenati fastidiosi dalle immagini e dalle biblioteche, come il cambiare la scrittura per non permettere l'accesso alle fonti storiche se non ai mandarini) o attraverso vie insidiose. Quattro secoli fa Jean Bodin diceva già che la prima utilità della storia era di essere al servizio della politica - ed egli conosceva bene la politica del potere. Nel controllo da parte dello stato della produzione e della detenzione del sapere, l'invenzione della memoria dei suoi soggetti ha un ruolo importante. Al punto che gli scolari si immaginano che la storia vale la pena di essere studiata perché un giorno si saprà tutto: tutti i fatti, tutti i perché e tutti i commenti.
La falsificazione della storia non è solo appannaggio dei poteri in auge, ma di tutte le ideologie del potere. E quelle che pretendono di voler dare il potere al popolo non fanno eccezione. La "capacità politica delle classi operaie" non funziona, in effetti, senza la loro capacità storica. O piuttosto quella delle loro avanguardie, dei contro-poteri e dei contro-stati. Sotto il pretesto di rappresentare gli esclusi dalla storia, di opporsi alla storia delle classi dominanti, i nuovi padroni si arrogano e si inventano antenati e fatti gloriosi. Qualche anno fa, in occasione del centenario della Comune di Parigi, abbiamo assistito a un vero festival della riappropriazione: i valorosi combattenti della Comune erano evidentemente dei comunisti, erano degli anarchici senza saperlo, dei trotskysti ante litteram, dei bravi democratici un po' eccitati....
Gli scolari, crescendo, sono ben delusi: non esiste storia che non sia reinterpretazione, filtraggio di fatti attraverso le parole. Di fronte al potere che pretende di legittimare storicamente bisogna cercare di riappropriarsi della storia, di fare conoscere al popolo, alla gente della strada, la storia del popolo e della gente della strada, e non soltanto quella di coloro che li opprimono.
Ma quando la riappropriazione diviene ideologia, essa diviene anche intento di potere sulla storia. Nella storia dell'anarchismo come in quella dell'autogestione non vi sono ricordi di vittorie: vi sono intuizioni e premonizioni, vi sono incertezze, insuccessi e repressioni. È difficile giocare agli innocenti: una buona parte delle storie scritte da anarchici sono dell'agiografia e dell'autoincensamento; ma quando si afferma di aver visto più chiaro, di aver agito più correttamente, di aver previsto il male prima degli altri, resta da dire ancora perché non si è stati ascoltati, perché abbiamo perso tante battaglie - perché, anche, a volte ci si è sbagliati.
È anche assurdo giustificarsi pretendendo di essere i giocattoli della storia dominante. Pretendere che non vi sia modo di sfuggire all'ideologia del potere è già accettare di farne parte. Ora, la memoria non è mai stata totalmente soffocata dai burocrati, come lo spirito critico non è stato totalmente pervertito dai tecnocrati: altrimenti noi non esisteremmo, né i nostri giornali né i nostri manifesti. L'oppressione totale non genera, a lunga scadenza, che la morte.
Ma quando l'uomo lotta deliberatamente contro il potere, è la memoria che lotta contro l'oblio, la poesia contro le lingue di legno; questa e l'autogestione della storia.
Ecco dei nobili pensieri. Per continuare su questo tono io proporrò l'ipotesi che i campi (campi di battaglia o campi di esercizio) più disponibili all'autogestione della storia siano, ai due estremi apparenti, il riformismo e l'utopia.
Per campo riformista io intendo il luogo delle attività tendente a un miglioramento sociale, ma che non contiene un progetto sociale globale. Non si tratta di confondere con una ideologia in cui le riforme conterrebbero in se stesse il loro fine: è piuttosto il contrario, la scelta pratica di un modo di rosicchiare il potere, di diminuire l'importanza dei suoi strumenti, forse di renderli superflui.
Si può esercitarsi quotidianamente a dipendere il meno possibile dal potere (che lo si detenga o che lo si subisca), a cercare e a far vedere le sue falle e le sue zone franche. Io non credo al miserabilismo secondo cui i ventri vuoti sono portatori del cambiamento sociale. Quest'ultimo esige, al contrario, una creazione di rivolte, un apprendistato della critica, una pratica costante della lucidità. Io non nego neppure che il riformismo possa portare all'integrazione, che esso possa portare profitto alla conservazione sociale: ciò che cerco di definire è una pratica anarchica nel campo riformista.
Per campo utopistico io intendo non il salto nello sconosciuto, ma un modello assoluto, totalizzante tutti i sogni e le esperienze passate e spingendole fino all'estremo dei loro significati. È perché esso è irrealizzabile che il modello può essere assoluto.
Pura forma, l'utopia può beninteso seguire uno schema totalitario, esacerbare i desideri di potere e di violenza. Ma il sistema proposto deve essere leggibile: per questo deve avere delle falle, secondo le regole del genere letterario, o almeno essere visto da un osservatore esterno ingenuo. Una utopia totalitaria al punto di essere opaca non è pensabile, non vi sarebbe nessuno per scriverla.
L'utopia io la concepisco soprattutto come provocazione intellettuale, messa in discussione di tutte le forme di dominazione, interrogativi di tutte le religioni.
Questi due campi non si oppongono né si completano, ma si può vederli come due versanti di una stessa inquietudine: l'idea che, qualunque sia la società o la rivoluzione considerata, movimenti di resistenza e di dissidenza vi saranno sempre necessari. La scelta dell'utopia o del riformismo traduce una coscienza acuta - sarebbe questo un timore insormontabile? - della violenza e del rischio totalitario; è questo il luogo dell'agnosticismo politico.
Un agnosticismo che può essere pratico, positivo, a volte: dubitando che sia necessario credere alla rivoluzione, esso è fermamente persuaso che si possa avvicinarsi ad essa, avanzare nella sua direzione. Allora è il contrario dell'idealismo, poiché la condotta militante è fondata non su una escatologia ma sulla storia - sul passato e sul presente che diviene storico.
Le esperienze autogestionarie sono a volte considerate come "utopie riformiste"; io preferisco vedervi dei luoghi di rottura in cui si affrontano senza mai essere risolti i desideri riformisti e i desideri utopici. Io qui intendo autogestione nel senso più vago, più generale: dal sindacalismo alle comunità marginali passando per le imprese cooperative. Sappiamo bene che sono dei luoghi in cui il potere si infiltra, in cui l'integrazione incombe, in cui rodono i nuovi padroni. Ma sono anche i luoghi in cui si può immaginare la società futura, inventare delle relazioni senza potere, verificare praticamente la solidità dei principi.
Questi esempi immaginari di una società liberata non sono possibili ovunque e in qualunque momento. Esigono un certo livello di democrazia, sono favoriti da una società di spreco. La coscienza di questi limiti va di pari passo con la diffidenza nei confronti delle istituzioni e dello stato-assistenziale. Essi rappresentano una forma storica dell'opposizione assoluta, astorica alle classi dominanti e a qualsiasi autorità. Per questo essi sono la memoria in atto di tutti i dissidenti, di tutte le resistenze, e la speranza utopica di un mondo nuovo.