Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 9 nr. 76
estate 1979


Rivista Anarchica Online

Il dominio e l'autogestione
di Franco Bunçuga

È un concetto abbastanza acquisito che la ricerca di un nuovo assetto sul territorio è sempre la ricerca di una nuova forma fisica di dominio in una sua fase di formazione o di consolidamento. O meglio è anche questo oltre ad un insieme di spinte più o meno complesse e spontanee di gruppi e forze che cercano un loro equilibrio globale con l'ambiente nella sua accezione più vasta. Vari livelli dunque di controllo e di gestione del territorio coesistono e sono sempre coesistiti nelle loro componenti territoriali più varie coi loro canali e reti, flussi e dinamiche di rapporto.
Tendenza di ogni sistema di dominio è quella di darsi una propria visione globale del mondo e ridurre la complessità della dinamica del reale in uno schema funzionale alla propria conservazione ed alla realizzazione dei propri fini.
Ci troviamo dinnanzi al sorgere in questo periodo dell'interesse del grande pubblico per l'ecologia, per le dimensioni di scala, per le tecnologie alternative (non a caso balzate improvvisamente all'attualità dopo la crisi energetica). La cultura occidentale sente da tempo l'esigenza di una rifondazione della concezione urbana di fronte al configurarsi di un controllo della natura che sta per divenire totale attraverso la rivoluzione industriale.
Questa esigenza di un nuovo rapporto tra l'individuo ed il proprio ambiente fisico è nata anche da un'evidenza drammatica portata dalle estreme conseguenze dell'affermarsi delle società ad alto sviluppo tecnologico: la tendenza ad un'urbanizzazione a livello planetario. Il nuovo sfruttamento delle risorse ambientali mondiali crea la "Megalopoli" l'urbanizzazione a scala regionale, la fine della divisione netta tra costruito e territorio. Per la prima volta l'uomo si trova di fronte alla necessità di pianificare nel tempo il proprio rapporto con la natura, a porsi un problema di equilibrio a scala planetaria tra le risorse, il consumo, il territorio e la popolazione.
Ma la visione globale attuale del mondo si rivela un cappotto troppo stretto per l'umanità nuova che è stata formata dai mass-media e dal mito di un benessere in crescita graduale ma continua e che esige il livello di consumo che gli era stato promesso. Questa situazione che stava divenendo esplosiva per il sistema di dominio ha forzatamente portato alla ricerca frenetica di una nuova forma di organizzazione globale del dominio.
Punti di forza di questa nuova strategia sono oggi la gestione della crisi energetica e del passaggio da una "società dello spreco" ad una "società della penuria organizzata" e la "medioevalizzazione" dei rapporti sociali.
Anche nel Medioevo esisteva il problema di dividere le risorse limitate in rapporto agli strumenti di produzione e la facilità del verificarsi di grosse crisi incontrollabili.
I pochi signori gestivano il sovrappiù della produzione che non era in realtà per motivi contingenti socializzabile.
Il potere aveva un'alta intensità e concentrazione ma non poteva dominare capillarmente il territorio.
La periferia del sistema era dunque relativamente autosufficiente e poteva darsi forme autogestionali soprattutto di mutuo appoggio. Ma la libertà era fittizia perché tenuta ad un livello ben preciso e controllabile dal potere centrale attraverso i tributi e le servitù.
Tutto poteva essere gestito dal basso: tranne i nodi reali del potere attraverso le sue forme: le gerarchie nobiliari e religiose.
In una situazione di debolezza il potere si arrocca nei suoi "castelli" abbandonando il controllo capillare della sua periferia ma aumentando la intensità dell'esercizio del dominio e la sua violenza.
Anche oggi la "periferia del dominio" è difficilmente controllabile, il consenso traballa, la capillarità del controllo si rivela impossibile, il benessere consumistico per tutti in una visione planetaria è una utopia indifendibile: nuove forze a livello internazionale si stanno coagulando. Bisogna abbandonare la periferia, ma evitando passaggi traumatici e conservando almeno i capisaldi fondamentali per assicurarsene il dominio nel tempo.

Città e territorio - Centro e periferia

La città è sempre stata la forma fisica principale del dominio sul territorio, il luogo dello sfruttamento per eccellenza ma anche il luogo privilegiato della "cultura", un luogo di alienazione ma contemporaneamente di libertà per tutta una serie di fasce "marginali richiamate dall'alta concentrazione delle attività e della possibilità di una vita pseudo-parassitaria al di fuori delle strutture produttive.
Un'entità contraddittoria dunque, la cui funzione già dalla nascita si rivela ambigua.
La città si conforma come il centro dello sfruttamento del suo territorio, il luogo di accentramento e di decodificazione dei flussi di informazione, il vertice di una gerarchia territoriale i cui livelli vengono definiti principalmente dalla capacità sempre crescente di controllare le dinamiche di gestione sempre più complesse delle varie attività sparse sul territorio.
La metropoli come centro si trova a gestire informazioni ricchissime e sulla sua capacità di decodificazione e di renderle finalizzate al dominio gioca la propria sopravvivenza.
A questo punto il territorio diviene luogo di prelievo delle informazioni, l'elaborazione compete ad un centro e la crescita della teoria di queste elaborazioni si basa sullo scambio con altri centri a pari livello, il territorio ridiventa poi il luogo in cui riversare l'output sotto forma di cultura e organizzazione del dominio.
La città è divenuta metropoli e la sua forma e dinamica interna di sviluppo sempre più indifferente alla sua gestione "politica". L'omogeneità formale fondamentale di tutte le metropoli a scala planetaria denunciano l'impossibilità per qualunque forma di dominio attuale di differenziarsi nelle sue scelte fondamentali.
Per superare la dualità città-territorio, pericolosa per il sistema in quanto concentra in uno spazio limitato gran parte delle contraddizioni sociali, creandone anche di nuove, bisogna "ruralizzare la città e urbanizzare la campagna", creare cioè dei nuovi sottosistemi autosufficienti in maniera fittizia, creare sempre più legami di partecipazione a livelli di base gerendone il controllo a livelli superiori per spezzare le spinte individuali, eliminare l'emarginazione dei ghetti che vanno componendo sempre di più la struttura urbana, e rendere la condizione di ghettizzato gratificante nel vissuto quotidiano: comitati di quartiere, organismi di base, cultura popolare, servizi sociali, ma sempre filtrata dal consenso dei centri di potere reale.
Creare ruoli fittizi di partecipazione in livelli che il sistema deve abbandonare per dedicarsi allo sviluppo qualitativo della propria forma di dominio.
Kropotkin parlava di integrazione città campagna ed illustrava delle vie possibili, anche tecnicamente, per raggiungere sul territorio un equilibrio tra la produzione ed il consumo.
Oggi sono le acciaierie tedesche ad usare il suo suggerimento di utilizzare l'acqua calda residua della lavorazione in una rete di tubi sotterranei per riscaldare il terreno per la coltivazione in serra.
Kropotkin immaginava che la sua struttura territoriale nascesse dal basso dandosi forme via via più complesse: ma la stessa struttura, se imposta dall'alto può rivelarsi una nuova sottile forma di controllo.
Non dimentichiamoci che il "New Deal" negli Stati Uniti fu gestito dal sistema in un momento di crisi, per un salto di qualità delle forme di dominio e per assurdo utilizzando i migliori "cervelli" della sinistra: e che uno dei suoi capisaldi fondamentali fu la concezione di un nuovo sistema di controllo del territorio ad una scala più vasta (pensiamo al significato della sistemazione della valle del Tennessee).
Il sistema di dominio ha bisogno di un tessuto territoriale indifferenziato formato da sottosistemi/ghetto che abbiano tra loro il minimo di relazioni, siano in sé conclusi e che rimandino per elaborazioni a scala più complessa di centri esterni sempre più gerarchizzati e lontani.
La città tende a perdere la sua configurazione di centro del dominio sul territorio e divenire uno dei livelli della piramide gerarchica della struttura di controllo. I nodi superiori di controllo diventano indifferenti al territorio e ad un luogo fisico definito, il territorio tende a divenire una rete di servizi su cui posare indifferentemente le attività.
I gradi di libertà del sistema apparentemente aumentano assieme alla frantumazione del potere di gestione capillare del territorio. In realtà il dominio si fortifica arroccandosi in centri sempre più indefinibili e lontani dal controllo della base, inattaccabili con i sistemi di lotta tradizionali.

Il piano di distribuzione territoriale del dominio

I "sistemi organizzativi" non possono continuare a crescere in dimensione, è più interessante oggi frammentare e diversificare le strutture in sottosistemi parzialmente autosufficienti ma diretti nei loro sistemi di relazioni da centrali sempre più eterizzate che esercitino un controllo basato più sul coordinamento e l'imposizione delle finalità generalizzate che sulla gestione diretta.
L'inamovibilità progressiva degli strati sociali e la sclerotizzazione dei ruoli all'interno del sistema produttivo denunciano l'interesse a legare le classi produttive al loro territorio, a creare livelli di partecipazione al sociale che diventino sempre più definiti ed inamovibili, dunque programmabili e controllabili.
Il sistema produttivo tende a rivolgersi alla produzione di beni fittizi perché ciò che diviene sempre più importante non è più la merce come nel periodo "industriale" ma il mantenimento delle "condizioni di produzione" di questa merce.
È indifferente cosa si produce, importante è il processo del produrre ed i meccanismi di imposizione del consumo.
Beninteso per quanto riguarda i beni di più largo consumo. L'alta tecnologia, l'informatica ed il settore nucleare ed energetico sono un altro discorso in quanto produttori non di beni ma di dominio. Utilizzando lo spauracchio della crisi energetica si tendono a militarizzare progressivamente tutte le produzioni indispensabili al mantenimento del potere ed al controllo del territorio circostante.
Il consumo di beni fittizi e la creazione del loro bisogno serve solo al consenso ed alla produzione di un surplus di capitale da destinare ai settori chiave.
L'autogestione all'interno dei ghetti è auspicabile per la struttura di dominio: l'impegno nel particolare lascia gestire ad altri livelli, completamente incomprensibili, le informazioni, i rapporti, la conoscenza del reale nel suo insieme.
Il piano di distribuzione territoriale del dominio in questa fase tende a divenire sempre più complesso ed in alcuni punti apparentemente fortemente contraddittorio.
Necessità di gerarchizzazione delle funzioni territoriali, sfruttamento del territorio da parte delle zone metropolitane tra le quali vige a scala planetaria uno scambio omogeneo di informazioni ed una crescita tecnologica similare, divisione internazionale delle attività produttive, forte potere centrale accentratore delle grosse scelte economiche e politiche, e contemporaneamente autogestione della base all'interno delle produzioni locali strettamente integrate al territorio.
I centri del dominio hanno abbandonato la periferia del sistema per arroccarsi prima nelle città, dopo essersi garantiti il dominio del territorio e l'interiorizzazione del consenso, poi in alcune parti privilegiate della città ed in alcuni nodi fondamentali di potere, oggi sembrano essersi ritirati ulteriormente, ma non sono più fisicamente reperibili, non hanno alcun legame col territorio o con organizzazioni chiaramente definibili. Il potere si è spogliato di tutte le sue sovrastrutture e tende a divenire pura capacità di dominio, in mano a gruppi sempre più ristretti e meno riconoscibili.

Interiorizzazione del dominio

L'esigenza di abbandonare la periferia del dominio non vuol dire una perdita di controllo in queste frange ma il cambiamento delle forme in cui si esplica.
La creazione del consenso si basa sull'interiorizzazione del dominio, bisogna imporre uno schema razionale al reale ed imporre questa visione parziale del mondo come l'unica realtà possibile; prefigurare il futuro e descriverlo come inevitabile è già una forma di controllo sociale preventivo.
Via via che il sistema di dominio si ritira dalle frange periferiche per ritirarsi su livelli sempre più alti di gestione del reale deve garantirsi di lasciare le forme di dominio interiorizzate negli individui e nei gruppi sociali al cui controllo diretto è obbligato a rinunciare.
Deve creare uno sdoppiamento di ogni forma di gestione sociale e di ogni disciplina in "reale" e "fittizia" o in diverse gradazioni d'uso: lasciare gestire i livelli più bassi con una libertà "fittizia" sempre più ampia garantendosi solo il controllo delle grandi scelte. La creazione di spazi di sfogo interni al sistema che siano anche in aperta contraddizione e tendano ad autoelidersi ed a mantenere una situazione di equilibrio relativo anche se fortemente instabile: bisogna "liberalizzare" tutto, la droga, i rapporti sociali, il sesso, la religione, la stampa, qualunque forma di espressione, anche la più aberrante e renderla istituzionalizzata.
Nella gestione accurata della società dello spettacolo siamo tutti falsi attori e non riusciamo più a distinguere le motivazioni reali del nostro comportamento, ci identifichiamo con l'attore sociale descritto dai mass-media, la realtà del nostro vissuto quotidiano tende a coincidere con quella della televisione. In presenza dei mille segnali che ci derivano dalla complessità della realtà che ci circonda rispondiamo solo a quelli che ci hanno insegnato a leggere come positivi, gli altri vengono repressi e pagati in nevrosi e paranoie incontrollabili. L'insicurezza dell'individuo è programmata per costringere alla partecipazione cogestionale, in presenza di una tensione continua l'individuo è più facilmente pilotabile.

L'informazione ed i canali di dominio

Solo l'alta concentrazione delle informazioni e la sua centralizzazione nei nodi del dominio può permettere una gestione efficace del territorio.
La minoranza in possesso degli strumenti di decodificazione delle informazioni ha gli elementi necessari alle scelte fondamentali all'interno del sistema. Chi non è in possesso delle informazioni reali viene piegato al consenso con i mass-media e le false informazioni già mediate dal gruppo dominante.
Affidarsi alle comunicazioni che si pongono come un apparente decentramento delle informazioni piuttosto che alle realizzazioni interpersonali ed allo spostamento in realtà centralizza i flussi di informazioni in centrali sempre più incontrollabili dall'utente e mette in mano a minoranze il controllo della dinamica degli scambi sociali.
Troppe informazioni corrisponde a nessuna informazione. Per poter utilizzare la complessità delle informazioni che servono al dominio fondamentale è la condensazione della complessità dei messaggi a pochi (relativamente) significanti e utilizzabili da parte di minoranze gestionali.
Per poter filtrare i messaggi derivanti del reale ed ottenere un output soddisfacente non basta agire solamente sulla precisione degli strumenti di analisi, bisogna preventivamente anche agire sull'input.
L'informazione in entrata deve essere resa compatibile al meccanismo che la deve decodificare, una volta creati gli strumenti di analisi della realtà bisogna adeguare la realtà agli strumenti, essendo questi non neutrali ma finalizzati al dominio. Il messaggio in uscita dunque dal processo di elaborazione deve prospettare e tendere a pilotare quello in entrata. Il meccanismo è autoregolante.
A questo servono i mass-media, non ad informare, ma a creare le informazioni, a selezionare le informazioni compatibili al processo di creazione di una visione del mondo finale al dominio: uno strumento fittizio di informazione.
Le informazioni reali sono gestite ad altri livelli e con altri strumenti.

L'alternativa possibile, i nodi da distruggere

Di fronte al configurarsi di una struttura di dominio così complessa ed in cerca di una forma planetaria di controllo, quale può essere la nostra strategia intermedia per il raggiungimento di una società libera basata sull'autogestione e la partecipazione reale?
Lottiamo per appropriarci dei centri del dominio e delle sue strutture e cerchiamo di gestire le sue potenzialità per il benessere generale? Ma ciò non è possibile perché abbiamo detto che questa struttura è nata appunto dalla impossibilità del benessere generale ed ha necessariamente portato alla progressiva cristallizzazione dei privilegi.
Distruggiamo completamente tutto il sistema di dominio esistente, ma ricordiamoci che in questo caso la soluzione immediatamente più funzionale per garantire la sopravvivenza dell'idea e del gruppo che la esprime deve essere necessariamente molto simile a quella alla Pol Pot, eliminazione delle grandi strutture territoriali preesistenti, delle città, ruralizzazione forzata, creazione di comuni di lavoro, riciclaggio degli ex-parassiti, mobilitazione continua delle forze rivoluzionarie per la stabilizzazione interna. Questo se consideriamo che, in una fase intermedia, portatrice di un progetto rivoluzionario può essere solo una minoranza.
Oppure non attacchiamo direttamente i centri della struttura di dominio e difendiamo il nostro potere periferico fortificandolo, in previsione di uno scontro futuro - ma ricordiamoci che questa fase di vuoto di potere del dominio nella sua periferia è tattica e provvisoria e l'elaborazione di nuove forme di controllo può crescere fortemente nel tempo e raggiungere livelli irraggiungibili in momenti in cui il movimento è chiuso in se stesso nella propria autodefinizione.
Dobbiamo forse allora arroccarci in "santuari" che rappresentino la "faccia negativa dello stato" e saltare per il momento una fase intermedia di definizione all'interno del movimento e lasciare la base indietro seguendo le nuove forme più avanzate di controllo del dominio rispondendo colpo su colpo e, non dando tregua, inseguirle gradino per gradino.
Ma attenti, non rischiamo forse d'arrivare così in alto da assomigliare più a chi seguiamo che alla base di cui siamo stati espressione? Nelle forme storicamente realizzate di autogestione alcuni punti comuni balzano all'occhio: la presenza di un vuoto di potere nelle strutture centrali di coordinamento della lotta in un primo tempo, che si trovano a dover tener conto ed in un certo senso sopportare le spinte autonome ed autogestionali periferiche, ed una seconda fase in cui le strutture autogestionali non riescono a fare un salto di dimensione dall'interno che gli permetta la creazione di strutture di coordinamento valide a scala territoriale più vasta in tempi brevi, ad una appropriazione dall'esterno del movimento da parte di strutture parallele create dall'alto, dalle organizzazioni centrali di gestione del potere politico.
Manca l'anello di congiunzione tra la base autogestionaria e la dirigenza rivoluzionaria perché in realtà i due gruppi sono sempre nati in maniera diversa ed hanno espresso esigenze diverse e contrastanti pur se interne allo stesso progetto rivoluzionario.
Il problema fondamentale dunque sia in presenza di un momento rivoluzionario che in un momento di lotta all'interno di una struttura di dominio consolidata ma in forte crisi nella sua periferia è quello della realizzazione di una struttura di coordinamento tra le comunità autonome di base centrate sulla autogestione ed i livelli più complessi di organizzazione resi necessari dalla gestione globale del territorio su scala più vasta.
Gestire, anche con forme autonome, la periferia del dominio lasciata libera dal potere, può voler dire scavare la fossa al movimento nel suo insieme, costruire e perfezionare il proprio ghetto, lasciando il respiro ed il tempo necessario in questo momento al sistema di dominio di configurarsi in nuove strutture e di paracadutare dall'alto una struttura parallela di dominio falsamente partecipativa sulle strutture in formazione dal basso.