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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 8 nr. 68
estate 1978


Rivista Anarchica Online

Su Marte c'è un compagno
di Vittorio Curtoni

La fantascienza così come la intendiamo oggi nasce ufficialmente in America nel 1926, anno in cui appare il primo numero di "Amazing Stories" ("Storie sorprendenti"), la celeberrima rivista fondata dal papà della science-fiction, il lussemburghese Hugo Gernsback. Quest'anno, dunque, la fantascienza celebra il suo cinquantaduesimo compleanno; e va a suo credito dire che di strada ne ha fatta parecchia, che ha imparato a camminare da sola. Genere letterario "popolare" nel senso migliore del termine, ha in se i germi di una ribellione profonda, di un modo diverso di considerare le cose del mondo: è, insomma, rivoluzionaria nella sua sostanza.

Il che, purtroppo, non significa che abbia prodotto solo e sempre cose rivoluzionarie, anzi. Sul suo sviluppo ha influito pesantemente il fatto di essere cresciuta in America, condizionata e viziata da una coscienza politica ben diversa da quella europea; e poi molti degli autori che l'hanno usata per raccontare le loro storie ci vedevano soprattutto il trionfo della scienza, lo sviluppo di un futuro armonico che avrebbe portato l'uomo a essere signore del cosmo. Sino al termine della seconda guerra mondiale, grosso modo, predomina in science-fiction lo spirito del capitalismo battagliero che abbandona la Terra e si espande nell'universo. Nasce una specie d'imperialismo cosmico (naturalmente benevolo, disinteressato e civilizzatore, almeno stando a quanto ci dicono) che esporta i sommi valori umani sugli altri pianeti; e gli alieni, gli extraterrestri, o sono mostri guerrafondai da distruggere subito, o sono creature inferiori che di buon grado accettano la nostra superiorità, o ancora si trasformano in alleati per ulteriori lotte. Prevale la logica del contrabbando di idee reazionarie: ma gli americani sono ancora lì con le loro frontiere vergini, si credono i padroni del mondo, non vedono alternative.

Belle lezioni di utopia (o antiutopia, fa lo stesso) sociale ce n'erano state in precedenza. Basta ricordare tutta l'opera di Herbert George Wells, che scriveva spronato dalla sua fede socialista in un mondo migliore; oppure il 1984 e La fattoria degli animali di George Orwell, Il mondo nuovo di Aldous Huxley: opere in cui il vigore ideologico si sposa all'arte del racconto, creando episodi impossibili da eguagliare.

Ed è rifacendosi a questi precedenti che all'inizio degli anni Cinquanta, superato il trauma della guerra, si forma quella scuola denominata "social science fiction", cioè "fantascienza sociologica" nella traduzione italiana. È un robusto gruppo di autori giovani, decisi a reinventare l'avventura con l'occhio sempre attento ai risvolti sociali, ad avanzare critiche al sistema proprio nel cuore del maccartismo. C'è voluto del coraggio, immagino, per scrivere e per pubblicare quelle cose, anche se oggi la loro carica polemica ci sembra ovvia: ma erano i tempi dell'inquisizione, della caccia alle streghe, e bisognava stare attenti. Forse non si sono avute conseguenze solo perché la fantascienza era considerata un giocattolino innocuo, buona per ragazzini e per adulti infantili.

Il movimento si accentra attorno alla rivista "Galaxy", che fra il '50 e il '60 vive attimi di irripetibile fulgore. Emergono talenti freschissimi, brucianti, che prendono a demolire i miti del progresso tecnologico, del consumismo, della massificazione.

Robert Sheckley, grande istrione pirotecnico, traccia i suoi ritratti di società inumane, falsamente libertarie, in realtà terribilmente repressive; immagina futuri in cui per gioco si ha la libertà di uccidersi a vicenda (La settima vittima), in cui l'amore è un prodotto artificiale, venduto sotto le spoglie di perfezionatissimi automi (Pellegrinaggio alla Terra), in cui il quiz televisivo diventa occasione per lo sfogo di quella crudeltà che è tanto funzionale al sistema (Il prezzo del pericolo).

Frederik Pohl scrive quel grande capolavoro che è Il tunnel sotto il mondo, quasi un incubo kafkiano trasposto ai nostri giorni: il protagonista scopre, grado per grado, di essere solo una memoria elettronica infilata nel corpo di un minuscolo robot, continuamente sottoposto ai bombardamenti pubblicitari di un'industria che vuole saggiare le reazioni del cittadino medio ai sui nuovi prodotti. Insieme a Cyril Kornbluth firma I mercanti dello spazio, godibilissimo romanzo che smantella e capovolge quei meccanismi d'imperialismo cosmico di cui si parlava prima.

E poi si potrebbero citare molti altri nomi: Philip José Farmer con le sue storie di liberazione sessuale (Una amore a Siddo, Relazioni aliene); Philip Dick che comincia a tessere la trama del suo violento affresco di schizofrenia sociale (L'uomo dei giochi a premi, L'occhio nel cielo, Il disco di fiamma); William Tenn che ironizza sulla meccanica della repressione; Theodore Sturgeon che delinea la nascita di una nuova umanità dotata di poteri extrasensoriali (Nascita del superuomo) oppure ermafrodita, pacifica, completa (Venere più X); e si potrebbe continuare all'infinito.

Il limite di fondo della "social sf" fu la mancanza di una ideologia di base, il che portò da una parte allo spezzettamento del discorso in tante prospettive diverse quanti erano gli autori in attività, e dall'altra all'incapacità di proporre soluzioni, sicché al lavorio di distruzione non corrisponde nessuna alternativa positiva. Ma fu comunque un momento molto importante, che segnò una presa di coscienza generale e un punto d'avvio da cui non sarà più possibile, sino ad oggi, prescindere. Con "Galaxy" la fantascienza cominciò a riappropriarsi della sua carica eversiva, per quanto in forma ancora confusa.

Gli anni Sessanta sono dominati da quella che si definisce "new wave", cioè "nuova ondata", corrente che ebbe il suo centro focale in Inghilterra e che si preoccupò principalmente di un rinnovamento stilistico della fantascienza. Esperimenti verbali di ogni tipo videro la luce sulle colonne di "New Worlds", mentre l'interesse per la dinamica sociale passò, in genere, in secondo piano. Ma, per quanto sia vero che buona parte dei lavori di quel periodo si possono vedere come pure e semplici esibizioni di narcisismo letterario, sarebbe sbagliato trarre un bilancio negativo a livello ideologico. Anzi: a me pare che proprio la "new wave" abbia rappresentato l'instaurazione di un modello anarchico in science-fiction, solo che in genere l'anarchia si fermava alla forma e non raggiungeva i contenuti.

Per spiegarmi: mi sembra importante che dopo quasi quattro decenni di compostezza linguistica si sia provato a scardinare il linguaggio, a manipolare grammatica e sintassi, a creare immagini sintetiche che non hanno corrispondenza col reale, a distruggere i meccanismi stessi del narrare. Queste sono esperienze che la letteratura "normale" faceva agli inizi del Novecento con le sue avanguardie, e che alla fantascienza non erano state concesse. È anarchico, rivoluzionario, direi, lo spirito con cui questi autori si accostavano al genere; e li si può certo perdonare se non sempre i risultati sono stati degni delle intenzioni.

In quegli anni James Ballard, ispirato dal surrealismo pittorico, predicava la ricerca dello "spazio interno", cioè di quei nessi a livello inconscio che svelano i meccanismi della psiche umana, e traduceva le idee in una serie di splendidi romanzi (Il vento dal nulla, Deserto d'acqua, Mondo bruciato, Foresta di cristallo) e racconti. Michael Moorcock, bizzarra figura di beatnik oggi ormai integrato a pieno, ribolliva di crudeltà e di senso di disgusto per come vanno le cose del mondo (Programma finale, Il corridoio nero). Brian Aldiss riproponeva le tecniche narrative di Joyce, modellando parabole ispirate agli strumenti della psicanalisi (Descalation, Questo mio mondo bruciato, Anonima Intangibili).

Dall'Inghilterra la "new wave" arrivò a contagiare l'America, dando vita a uno strano, affascinante miscuglio di nuove e vecchie idee. Giovani autori cresciuti all'ombra della cultura umanistica, molto meno interessati dei loro predecessori ai risvolti scientifici della narrativa, portano approcci diversi: reinventano la mitologia in chiave contemporanea (Roger Zelazny), dibattono il problema del linguaggio all'interno del romanzo (Samuel Delany, il primo negro approdato al professionismo in fantascienza), costruiscono crudeli apologhi sulla violenza del potere (Thomas Disch, in particolare nel bellissimo Campo Archimede).

E si giunge, gradualmente, a questi pazzi indiscriminati rutilanti anni Settanta. Da principio, come reazione all'eccessiva libertà che il "new wave" s'era preso, c'è un netto ritorno alla fantascienza avventurosa, di cui si riprendono a sfornare centinaia di esemplari; poi la diga cede, irrompono il '68 e le elaborazioni politiche che ne sono derivate, si presenta un manipolo di donne che scrivono science fiction, e la scrivono bene, con grave scandalo dei benpensanti. Le capeggia Ursula Le Guin, che letteralmente esplode con quel bel romanzo che è La mano sinistra delle tenebre, manifesto di una società diversa perché è diverso il meccanismo biologico che la contraddistingue; e ancora Ursula ripete il colpo con I reietti dell'altro pianeta, profonda meditazione sui massimi temi dell'anarchia, opera coraggiosissima e fortunatamente riconosciuta nel suo valore anche da tutto il pubblico della fantascienza.

Spunta Joanna Russ che cura la prima antologia femminile (e femminista) della sf, Women in Wonder, non ancora tradotta in Italia; spunta un certo James Tiptree Jr., che poi si scopre essere una gentile signora, Alice Sheldon, che traccia forti metafore della condizione femminile nel mondo d'oggi (Le donne invisibili, Houston, Houston ci sentite?); spuntano tutte le autrici di cui ci parlano i compagni di "Open Road" nel loro articolo.

E questo della rivincita femminista è solo uno degli aspetti che caratterizzano la fantascienza degli anni Settanta. Il fatto centrale, credo, è che oggi sono in attività molti giovani scrittori, gente che ha vissuto l'esperienza delle rivolte studentesche (non sempre in prima persona, ma insomma di certe cose ha preso coscienza), che non crede più nelle meraviglie riservate alla nostra razza dal futuro, che vuole mettere in luce i lati negativi della società in cui siamo immersi. Il dato basilare è che la science fiction si è trasformata in uno strumento di critica, di lotta, di impegno sul terreno dei fatti concreti: certo, si continua a viaggiare nel futuro, si vola sempre su altri pianeti, ma in questo futuro e in questi pianeti si legge ormai, nettissimo, il riflesso del presente, del qui-e-ora, della libertà che non può essere soffocata all'infinito.

Io credo, ne sono certo, che proprio il '68 abbia rappresentato lo spartiacque per la fantascienza contemporanea. Gli scrittori che oggi lavorano nel campo hanno assorbito, in buona parte, i temi della cultura europea, compresa la necessità di radicalizzare le scelte politiche, di non viaggiare più all'insegna di un umanitarismo generico. Un segno concreto, ad esempio, ne è una pubblicazione come "Science Fiction Studies", edita da un'università canadese, che dello strutturalismo e del marxismo usa gli strumenti d'analisi per rintracciare i temi della sf: e questo era, sino a un decennio fa, impensabile.

Così, chiudendo questa veloce galoppata (e devo scusarmi in anticipo per la genericità di alcune affermazioni, ma non c'era lo spazio per scendere più a fondo) sulla teoria della fantascienza e sul suo modo di affrontare il tema "società", si può dire questo: che siamo appena agli inizi, che i fiori devono ancora diventare frutti. Però le premesse esistono.

Ovviamente, il punto focale su cui dovranno d'ora in poi concentrarsi gli sforzi sarà la risoluzione del rapporto letteratura immaginativa/realtà, che poi è il nodo che sta condizionando la fantascienza dal 1926. Cioè: e assurdo pretendere che un autore di narrativa (e per di più di narrativa futuristica, non realistica) rinunci al diritto di creare mondi e situazioni immaginarie; ma è altrettanto assurdo che l'autore si chiuda nel castello d'avorio dell'immaginazione, rifiutando (come fanno ancora molti tra i più anziani professionisti) di misurarsi con quello che succede nel mondo vero. Sarei, peraltro, ottimista: se gli ultimi anni hanno modificato in modo tanto deciso il volto della science fiction, è appunto perché si sta cercando di superare questa dicotomia, di arrivare a una conciliazione realizzata sul sentiero della creazione poetica.

E, forse, su questo sentiero l'Europa è più avanti dell'America. Vorrei citare solo un caso, italiano, bellissimo: il Quando le radici di Lino Aldani, scrittore che alla fantascienza sta dedicando da più di quindici anni le sue migliori energie. L'ambiente è quello di un'Italia futura, stravolta dall'invadenza edilizia, dal consumismo che divora anche i sentimenti. Il paesino di campagna in cui s'arrocca il protagonista sarà destinato, fatalmente, a soccombere sotto l'avanzata di ruspe e bulldozer; ma la soluzione estrema, la fuga liberatoria, gli verrà dagli zingari, unici depositari del concetto di una vita a misura d'uomo.

Perché, probabilmente, è ora di scoprire il diverso che vive in ciascuno di noi.

Bibliografia essenziale

Autori vari: L'ombra del 2.000, "Omnibus" Mondadori (contiene diversi racconti e romanzi di Fantascienza sociologica).

George Orwell: La fattoria degli animali, "Oscar" Mondadori.

George Orwell: 1984, "Oscar" Mondadori.

Aldous Huxley: Il mondo nuovo, "Oscar" Mondadori.

Robert Sheckley: La decima vittima, Bompiani, Milano.

Robert Sheckley:: Mai toccato da mani umane, "Classici fantascienza", Mondadori.

Pohl & Kornbluth: I mercanti dello spazio, "Oscar" Mondadori.

Philip Farmer: Un amore a Siddo, La Tribuna, Piacenza.

Philip Farmer: Relazioni aliene, Fanucci, Roma.

Philip Dick: La svastica sul sole, Nord, Milano.

Philip Dick: Ubik, La Tribuna, Piacenza.

Philip Dick: Episodio temporale, Nord, Milano.

Theodore Sturgeon: Nascita del superuomo, Nord, Milano.

Theodore Sturgeon: Venere più X, La Tribuna, Piacenza.

James Ballard: Deserto d'acqua, "Urania", Mondadori.

James Ballard: Foresta di cristallo, "Fantapocket" Longanesi.

Michael Moorcock: Programma finale, "Galassia", La Tribuna.

Michael Moorcock: Il corridoio nero, "Galassia", La Tribuna.

Brian Aldiss: Descalation, "Galassia", La Tribuna.

Brian Aldiss: Anonima Intangibili, "Galassia", La Tribuna.

Thomas Disch: Campo Archimede, "Galassia", La Tribuna.

Ursula Le Guin: La mano sinistra delle tenebre, Libra, Bologna.

Ursula Le Guin: I reietti dell'altro pianeta, Nord, Milano.

James Tiptree: Le donne invisibili, "Robot", Armenia, Milano.

James Tiptree: Houston, Houston, ci sentite?, "Robot", Armenia.

Lino Aldani: Quando le radici, La Tribuna, Piacenza.