Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 8 nr. 64
marzo 1978


Rivista Anarchica Online

Un figlio di Stalin abita a Milano
di Paolo Finzi

Nel venticinquennale della morte di Stalin (marzo 1953) alcuni partitini marx-lenin-stalin-maoisti ne hanno voluto ricordare la figura affiggendo - tra l'altro - migliaia di manifesti recanti, sovrapposta al suo volto, la scritta "Stalin vive nelle lotte del proletariato per il socialismo ed il comunismo". Che Stalin, in effetti, non sia morto del tutto ma sopravviva nella pratica politica dei suoi seguaci, s'è fatto carico di dimostrarlo il Movimento dei Lavoratori per il Socialismo (M.L.S.) il cui servizio d'ordine milanese ha aggredito un gruppo di compagni che nel quartiere Ticinese affiggevano un manifesto polemico con l'M.L.S. e ha ridotto in fin di vita Walter Pagliano, un simpatizzante di Lotta Continua che faceva parte del gruppetto. Altre prevaricazioni ed aggressioni, sempre avvenute in queste ultime settimane, hanno avuto elementi stalinisti come autori e militanti rivoluzionari come vittime.

La lezione storica dello stalinismo

La violenza brutale, a volte addirittura criminale, che ha caratterizzato queste ultime "azioni politiche" degli stalinisti è stata condannata duramente nei vari ambiti della sinistra rivoluzionaria. Molti compagni/e, militanti e non delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare, sono rimasti profondamente colpiti da queste aggressioni che hanno opposto "compagni" a compagni. Dopo i fatti del quartiere Ticinese, per esempio, Lotta Continua ha dichiarato di considerare rotto qualsiasi legame con l'M.L.S., con il quale tra l'altro condivide la gestione del comitato nazionale per la difesa dei referendum.

La brutalità che ha caratterizzato questi episodi dovrebbe ripugnare tutti gli esseri umani, compresi quelli che fanno parte del servizio d'ordine di un'organizzazione stalinista. Invece non è stato così. Perché? si sono chiesti e si chiedono molti compagni: per rispondere a questo interrogativo è necessario rifarsi, secondo noi, alla matrice ideologica degli aggressori, perché solo il fanatismo per un'ideologia intrisa di violenza può spingere dei giovani (chiamarli "compagni" ci ripugna) a massacrare così bestialmente degli altri compagni.

Fare i conti con lo stalinismo presuppone un suo duplice esame, come esperienza storica e come pensiero. Quest'ultimo termine, evidentemente, è un eufemismo, dal momento che Stalin di vero e proprio "pensiero" ne ha prodotto davvero poco; in compenso ha sempre preteso di essere considerato l'interprete per eccellenza del marxismo-leninismo, oltre che il suo realizzatore più efficace. Per un quarto di secolo questa sua pretesa è stata assecondata da quasi tutto il movimento comunista internazionale, che l'ha osannato rifiutando qualsiasi critica al suo operato. Morto Stalin, si è iniziato in casa marxista un non disinteressato processo di "destalinizzazione" ideologica, giunto a tal punto che oggi solo una piccola minoranza di marxisti (gli stalinisti, appunto) considera il dittatore georgiano il più grande marxista-leninista di tutti i tempi. Questioni chiesastiche, che lasciamo volentieri ai vari preti e difensori dell'ortodossia marxista leninista, ma che in fondo ci interessano almeno un po': non foss'altro che per denunciare l'ennesima mistificazione ideologica, che vorrebbe salvare il marxismo-leninismo scaricando tutte le "colpe" sullo stalinismo.

La nostra modesta opinione è che lo stalinismo, in quanto "pensiero" ed in quanto pratica politica, sia comprensibile solo se inquadrato nell'ambito del marxismo-leninismo: alla fin fine è con quest'ultimo che, affrontando lo stalinismo, ci si ritrova prima o poi a fare i conti.

Questi conti, invero, gli anarchici li hanno già fatti e chiusi oltre un secolo fa, ai tempi della Prima Internazionale. Negli elementi essenziali della lucida critica bakuniniana al marxismo sono già implicite tutte le successive elaborazioni dell'anarchismo e le sue lotte (spesso disperate) contro l'involuzione dei processi rivoluzionari ad opera delle organizzazioni marxiste. Il marxismo fin d'allora venne denunciato dagli anarchici come un'ideologia autoritaria, accentratrice e tutto sommato controrivoluzionaria, funzionale tuttalpiù ad una nuova classe di padroni - di cui allora si poteva solo preconizzare l'avvento, ma che oggi esiste in tutta la sua concretezza.

Certo, Marx non aveva teorizzato lo sterminio sistematico di qualsiasi opposizione rivoluzionaria, quale l'attuò poi Stalin; e neppure aveva propugnato la divisione del mondo in due blocchi coesistenti, come fece invece Stalin a Yalta; e neppure nei suoi scritti pare di poter trovare giustificazioni al patto russo-tedesco, alla colonizzazione di mezza Europa, al sollecito riconoscimento del regime fascista (nel 1922 il regime bolscevico - guidato da Lenin - fu tra i primi a riconoscere il regime fascista, all'indomani della marcia su Roma). Eppure il pensiero di Marx già allora conteneva quegli elementi (il partito unico, il rafforzamento della macchina statale, la pretesa scientificità, ecc.) che a posteriori giustificheranno quella pratica controrivoluzionaria che avrà poi in Stalin il suo simbolo più efficace.

A certo marxismo rivoluzionario (che denuncia nel leninismo il primo "tradimento" del marxismo), al trotskismo (che data invece questo tradimento dall'avvento del potere di Stalin), ad altre sette marxiste (che vedono invece nella politica del compromesso storico la prima deviazione dal cammino rivoluzionario), gli anarchici hanno sempre opposto il rifiuto di qualsiasi cedimento alla mitologia di una purezza originale del marxismo, denunciando l'intima coerenza ideologica e storica tra marxismo, leninismo, stalinismo e berlinguerismo.

Trotzky stalinista?

Un esempio storico di questa nostra convinzione - essere cioè lo stalinismo una legittima e diretta filiazione del marxismo-leninismo - è dato dall'esame della figura dell'operato di Trotsky, il militante marxista forse più noto in tutto il mondo tra quelli che combatterono lo stalinismo. Trotzky, com'è noto, finì i suoi giorni esule in terra messicana, vittima di un assassinio brutale (il cranio sfondato da colpi di picozza) eseguito su commissione di Stalin da alcuni sicari (tra i quali ricordiamo - così per curiosità - il noto pittore di murales David Alvaro Siqueiros, noto stalinista, che rivendicò pubblicamente questa sua responsabilità). Il titolo di questo paragrafo potrebbe così apparire fuori luogo e di dubbio gusto, se di Trotzky si ricordasse solo la lunga lotta ideologica e politica condotta contro Stalin.

Se invece di Trotsky si ricordano invece anche altre azioni, come per esempio lo sterminio dei marinai e dei proletari rivoluzionari di Kronstadt nel '21 insorti contro la nuova burocrazia rossa e in difesa della rivoluzione sovietica, allora si comprende il perché di quell'irriverente accostamento. Trotzky, allora, era "qualcuno", deteneva quale capo dell'Armata Rossa la sua brava fetta di potere, in pieno accordo con Lenin: il suo comportamento, a Kronstadt come in Ucraina, le sue famose circolari ai lavoratori per obbligarli con tutti i mezzi coercitivi alla massima produttività, testimoniano meglio di qualsiasi disquisizioni ideologica della natura controrivoluzionaria del potere. In questo senso Trotsky può davvero essere considerato uno "stalinista" ante litteram, anche se poi dello stalinismo fu avversario e vittima.

Risalendo ai nostri giorni, occorre sottolineare che intolleranze, prevaricazioni ed anche aggressioni non sono patrimonio esclusivo delle organizzazioni staliniste, che pure ne restano campioni indiscussi. Avanguardia Operaia, Lotta Continua ecc., quando ne hanno avuto la forza e la convenienza, non hanno certo perso occasione, ogni qual volta si è loro presentata, per tentare di imporre la loro strategia, negando l'"agibilità politica" alle altre forze.

La cosa non ci meraviglia. Quando ci si pone in un'ottica autoritaria e centralizzatrice, quando si nega l'autogestione delle lotte e della società, quando si teorizza e si costruisce il "partito d'avanguardia" con la pretesa di rappresentare così gli interessi del proletariato, è logico ed inevitabile che si arrivi rapidamente alla pratica dell'intolleranza e della repressione violenta. Quando poi questa pratica politica si congiunge felicemente con la presa del potere, allora il marxismo-leninismo riesce a dimostrare tutta la sua potenzialità controrivoluzionaria.

Il nostro compito

Di fronte agli ultimi episodi di violenza stalinista, è dovere di tutti i rivoluzionari denunciare la matrice ideologica e l'assoluta inaccettabilità di simili metodi di "confronto" in campo rivoluzionario. Gli aggressori vanno respinti ed isolati, cercando di non cadere nella loro aberrante logica violenta. Soprattutto va riaffermata e garantita l'"agibilità politica" per tutte le forze rivoluzionarie, rigettando e combattendo l'intolleranza e la violenza a squadristica. In poche parole, si tratta di isolare lo stalinismo, senza però dimenticare la lezione della storia - secondo cui, appunto, lo stalinismo non è un'aberrazione dovuta a chissà cosa, ma una diretta filiazione del marxismo-leninismo. Rifiutare quello senza toccare questo è come strappare le erbacce lasciando però intatta la radice.

In fondo in fondo (ma neanche tanto, a volte) in ogni dirigente marxista batte un cuore stalinista.