Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 6 nr. 48
maggio 1976


Rivista Anarchica Online

Il samurai tecnocrate
di Kan Eguchi (traduzione di Aurora F. Da Interrogations n.6)

La nuova classe dirigente in Giappone

Pubblichiamo qui di seguito la traduzione del saggio di Kan Eguchi "Le Pouvoir centralisateur au Japon" apparso sul n.6 della rivista internazionale di ricerche anarchiche Interrogations. Il testo è un primo approccio al problema dell'ascesa della nuova classe dirigente in Giappone e, pertanto, non pretende di essere qualcosa di definitivo e completo. Con questo articolo l'autore ha cercato di sottolineare alcuni momenti caratterizzanti delle trasformazioni socio-economiche in atto nel Paese del Sol Levante e di porre le premesse per uno studio più approfondito. Questo servirà a capire, almeno in parte, la carenza di informazioni sulla tecnoburocrazia giapponese e in quest'ottica la proponiamo ai nostri lettori.

Il caso giapponese presenta, per lo studio della natura delle nuove classi dirigenti, un certo numero di caratteristiche interessanti. La struttura economica che sta alla base del potere è caratterizzata da una forte tendenza al monopolio, benché i due settori - grandi imprese da una parte, piccole e medie imprese dall'altra - sono sempre distinguibili, e anzi le differenze sono sempre più marcate. Per esempio, la classifica delle imprese industriali per numero di salariati deve i seguenti dati nel 1968: meno di 100 - 52,1%; da 100 a 499 - 22,2%; da 500 a 999 - 8,3%; più di 1.000 - 17,4%.

Ciò che è determinante ai fini dell'evoluzione è che le grandi - e grandissime - imprese ottengono con relativa facilità capitali e crediti sul mercato finanziario, e che, d'altra parte, smerciano i propri prodotti a livello di mercato nazionale. Al contrario, le medie e piccole imprese raccolgono fondi con difficoltà e, a volte, lo smercio dei loro prodotti è limitato ad una regione o dipende dalle imprese a grandi dimensioni di cui sono spesso sub-appaltatrici. Tra i due settori si nota una considerevole differenza di qualità della manodopera a livello tecnico. Nelle medie e piccole imprese le condizioni di lavoro sono nettamente più dure. Vi è una tendenza delle piccole e medie imprese alla dipendenza dai grandi complessi monopolizzatori, come risultato del crescente scaglionamento.

In questo modo, malgrado questa doppia struttura persistente, l'economia giapponese subisce l'influenza dirompente dei capitali monopolizzatori. Tra le 820.000 imprese private (la somma dei loro capitali è di circa 2.100 miliardi di yen) abbiamo nel 1969, 1.099 super imprese il cui capitale sorpassa, per ognuna, i 1.000 milioni di yen. Sebbene non rappresentino che lo 0,1% del numero delle imprese, esse detengono quasi il 51% del totale dei capitali. Sono queste super-imprese che controllano le principali industrie: nel 1969 controllano il 99,7% dell'elettricità; il 92% delle costruzioni navali; il 90% dell'elettromeccanica e il 75% delle industrie chimiche.

Come vengono controllate queste masse di capitali? Seguendo una serie di studi sviluppati da Y. Miyazaki, la società per azioni a proprietà maggioritaria o a controllo individuale non ha più nessuna rilevanza. A partire dal 1960, la ripartizione delle azioni ha subito questa evoluzione: la proprietà individuale è diminuita ed è scesa al di sotto del 50%, al contrario la proprietà delle imprese è aumentata ed ha superato il 50% (66,9% nel 1972). Tra queste azioni, quelle corrispondenti a banche e compagnie di assicurazioni che controllano la circolazione monetaria tendono ad aumentare (33,8% nel 1972). Questa tendenza corrisponde alla nuova forma di impresa dominante; un'inchiesta basta su 466 società anonime il cui attivo supera i 5.000 milioni di yen (nel 1966), ha dato i seguenti risultati: 17,40% sono di proprietà familiare, 55,7% di propietà di altre imprese, 25,2% sono controllate dal consiglio di amministrazione, 1,7% di proprietà governativa o comunale.

Un'altra tendenza si delinea con la costituzione di gruppi di imprese la cui proprietà è comunque a grandi complessi e di cui i gruppi finanziari di credito ne assumono il "ruolo motore". In Giappone l'autofinanziamento delle grandi e grandissime imprese è, in generale, poco elevato: tra il 20 e il 25% in media. Esse devono dunque contare sul prestito, ciò che conferisce una considerevole potenza ai gruppi finanziari. Spesso l'impresa si sviluppa grazie all'intervento decisivo di una banca: prestito iniziale, crediti progressivi, per giungere infine all'estensione con il sistema di interpenetrazione e di proprietà comune delle azioni. Alla testa dell'economia giapponese vi sono oggi simili gruppi di imprese.

I dirigenti delle super-imprese formano progressivamente una classe monopolizzatrice, generalmente non sono proprietari dell'impresa, eccezion fatta per un certo numero di capitalisti possidenti. I dirigenti hanno il potere, naturalemente, solo durante il periodo in cui ricoprono la carica, ciò però non significa che siano neutri nei confronti del capitale; conservano il posto solo nella misura in cui sappiano gestire e sviluppare l'impresa. Essi sostengono che l'impresa appartiene agli azionisti, ai consumatori, alla società, mentre in effetti non tengono in nessun conto le assemblee generali degli azionisti, si sforzano di mantenere prezzi di monopolio anche quando la produttività cresce e i benefici aumentano, non ammettendo aumenti salariali in caso di aumenti dei prezzi e rifiutano ogni responsabilità circa l'inquinamento. Riassumendo, si comportano come i servitori del profitto privato che contraddistingue oggi le imprese o i complessi di imprese.

Questa classe con mentalità monopolizzatrice si alle con uomini di partito e alti funzionari che formano quella che può essere definita la classe dominante del potere politico. Dalla fine della seconda guerra mondiale, il potere politico in Giappone si trova, praticamente senza interruzioni, ad essere nelle mani del partito conservatore. Esistono strette relazioni tra il partito al governo e il sistema capitalista di monopolio. Esse sono evidenziate dalle sovvenzioni che i gruppi finanziari e industriali accordano al partito, alle sue correnti ed ai suoi rappresentanti. Gli alti funzionari - che orientano di fatto il gioco politico - sono, tranne alcune rare eccezioni, favorevoli al sistema di monopolio. Numerosi dirigenti politici del partito al governo provengono da ambienti di alti funzionari e, naturalmente, dall'amministrazione delle finanze. L'influenza degli ex-grandi funzionari, in seno al mondo politico, tende ad aumentare. Gli alti funzionari (quelli che hanno maggior peso) sono in stretti rapporti anche personali con gli uomini politici più importanti. D'altra parte vediamo numerosi alti funzionari statali trasformarsi in gerenti dei complessi di imprese private.

Quali sono i servizi diretti che presta "la politica" alle super-imprese? Secondo uno studio fatto da R. Ohtsuki, sono molti: a) diminuzione delle imposte sotto forma di premi esportazione, prestiti a interesse ridotto; b) investimenti favorevoli ai complessi industriali a titolo di lavori pubblici; c) tariffe ridotte per l'elettricità, l'acqua e i trasporti; d) acquisti massicci - a prezzi di mercato - dei prodotti; e) conquista dei mercati esteri favorita dai capitali di Stato - assistenza ai paesi stranieri, indennità di guerra, ecc. -; f) nazionalizzazione delle industrie in passivo.

La politica economica giapponese è basata sul principio secondo cui lo sviluppo della produzione e l'aumento delle esportazioni arreca benefici a tutta la popolazione. In realtà questa politica rafforza il capitalismo monopolizzatore. L'esempio della politica agricola è tipico per la verifica di questo risultato. La logica di questa politica era la seguente: se il grano o i fagioli nordamericani sono meno cari di quelli nazionali è preferibile acquistarli; se si utilizza un terreno come risaia e si fa il raccolto una volta all'anno, è preferibile impiantare in questo terreno una fabbrica di automobili che permetterà di fabbrica vetture al ritmo di una ogni due o tre minuti. Dunque un investimento efficace impone la trasformazione della fattoria in fabbrica. È per questo motivo che nel 1972 la capacità di produzione nazionale di cereali è diminuita fino a raggiungere il solo 43% dei bisogni nazionali. Parallelamente il numero di contadini è diminuito. Essi hanno abbandonato la terra per alimentare la manodopera necessaria alla rapida espansione dell'industria.

Si può calcolare il numero dei membri della classe dominante (capitalisti e gerenti di monopoli, politici di professione, alti funzionari)? Approssimativamente sono 40.000 (1) su di una popolazione di 110 milioni di abitanti, di cui 17.000 capitalisti, 3.000 uomini politici di carriera e 20.000 alti funzionari.

La maggior parte di loro non sono propietari dei mezzi di produzione, esercitano una funzione di direzione o di consigliere di direzione. Se sono ricchi non lo sono straordinariamente, se sono corrotti lo sono solo fino ad un certo punto, i loro privilegi non sono ereditari, li tengono a coronamento di 20 o 30 anni di sforzi e dopo aver avuto una preparazione universitaria. La loro posizione è dovuta ad una promozione o ad una qualifica superiore. Godono di vantaggi nella misura in cui questi corrispondono alle loro mansioni. Essi comandano ma non gli è dato modo di comportarsi da tiranni. Normalmente ammettono la libertà di stampa, di associazione e di opinione. Non prenderanno mai misure di repressione diretta tranne nel caso in cui il sistema che essi appoggiano e di cui fanno parte sia minacciato. Riepilogando, essi non ci offrono il volto del padrone classico.

Nonostante questo, a nostro avviso, essi non sono più sopportabili né più accettabili della classe dominante di ieri in quanto è loro possibile intervenire nell'esistenza di ogni individuo con una forza superiore a quella del dittatore di altri tempi. Sono i mezzi di produzione, i sistemi di distribuzione, gli apparati burocratici, i metodi di insegnamento, l'esercito e la polizia che stanno alla base della loro potenza, una potenza che non ha esempi nel passato. La società super-organizzata sbocca in un governo unidimensionale. I dirigenti sono alla vetta di questa organizzazione e di questo potere.

Essi sono in grado di controllare le masse produttrici e consumatrici, di imporgli una vita conformista, di vietare loro ogni prospettiva, ogni possibilità, ogni spinta alla vita individuale, facendo credere loro (e questa è la loro abilità) che questi sono i desideri di ognuno e di tutti. A partire dal 1960 la crescita economica e le innovazioni della tecnica hanno favorito una certa elevazione del livello di vita in generale, il pieno impiego e l'alleggerimento della fatica sul lavoro. In effetti il benessere si è esteso alla popolazione ed i salari sono aumentati in media del 10% l'anno. Da ciò e scaturita l'illusione che nonostante il sistema monopolizzatore e i suoi dirigenti siano di un'estrema insolenza, la popolazione abbia avuto il suo tornaconto. La classe dominante è riuscita ad organizzare la società seguendo il principio dell'egoismo. I sindacati operai hanno svolto, dal canto loro, un ruolo importante in questo fenomeno di integrazione.

Il sistema creato dalla classe dominante si trova, malgrado la sua straordinaria potenza, in una fase critica. Depressione mondiale, scaturita da quella che è convenuto definire la crisi del petrolio, arresto della rapida crescita economica, blocco della tecnologia avanzata, problemi di approvvigionamento di materie prime, estensione dell'inquinamento. Si cerca una nuova strada, ma fino ad oggi non vi sono ancora elementi per una alternativa.

Socialisti e comunisti mirano solo alla conquista del potere ed ad una modifica del sistema di distribuzione, senza mettere in questione il mito della produttività e dell'organizzazione centralizzata, cioè senza mettere in questione le basi stesse del sistema vigente. Se arriveranno al potere, il sistema soffocante della società non sarà modificato, anzi, è probabile che sarà perfezionato.

Dobbiamo constatare nostro malgrado che i libertari stessi non presentano una soluzione alternativa. Propugnano senz'altro l'idea di autogestione e la forma dei consigli, concezione senza dubbio giusta ed efficace, ma insufficiente se limitata a questioni di decisione e di gestione.

L'attuale società funziona seguendo una centralizzazione estrema, l'autogestione può essere esaminata e realizzata solo se tutta la base di questa società è chiamata in causa e se la prospettiva di cambiamento comporta una radicale trasformazione della concezione dell'intera esistenza.

I problemi che si pongono ai libertari soprattutto sono numerosi. Quali sono le condizioni economiche e sociali favorevoli all'espansione delle possibilità creatrici dell'uomo? Quale ruolo si svolgono la coscienza e la maturità degli individui? In che misura bisogna scartare alcune possibilità tecniche? Quali sono i criteri di valori che devono sostituire l'alta produttività e la ricerca del minor costo? In quale misura la produzione attuale è inutile? Come stabilire una sana relazione tra agricoltura e industria? L'economia deve essere essenzialmente basata sull'autarchia locale? Quali forme devono assumere gli scambi internazionali?

È nella misura in cui saranno date o avviate delle risposte che un pratico approccio all'autogestione potrà essere preso in esame. Senza questo, la nuova classe dominante ha tutte le carte in regola per perpetuarsi, seppure con qualche variante.

(1) I dati riportati dall'autore sull'entità numerica della classe dirigente ci sembrano ricavati con un criterio troppo restrittivo. Secondo P. Sylos Labini in "Saggio sulle classi sociali" pag.163, la classe dirigente giapponese (proprietari, imprenditori, dirigenti e professionisti) ammontava nel 1965 a 1.640.000 individui. (N.d.R.)