rivista anarchica
anno 49 n. 431
febbraio 2019





Canzoni di Resistenza

Non si direbbe granché, a guardarlo dalla confezione - un progetto grafico scarno ed essenziale come da un bel po' non si usa più: bianco e nero e scritta rossa, titolo e nomi dei musicisti e delle canzoni tutti in corpo così piccolo che per decifrarli mi ci vogliono gli occhiali da vicino. Decido fra me e me che non ci si ferma qua, alle rovine in copertina. Lo prendo. Non so spiegarmelo chiaramente, ma io di questa superficie mi sono fidato poco: sono solo una bestia curiosa che non ha certo addosso lo zaino carico dell'ascoltatore superinformato né altri sensi misteriosi oltre il quinto, facciamo il sesto ecco, ma solo nelle emergenze. Per tanti dischi brutti-ma-con-copertina-straordinaria che ho comprato, stavolta mi sa che ho fatto bene: una volta a casa, sin dai primi secondi mi sono reso conto che questo è un disco importante. Un'opera ingombrante travestita da pocacosa, da lavoretto al limite quasi dell'anonimità.
Infilo questo dischetto di plastica d'argento nel lettore, il suono che ne esce si sparge tutto intorno ed occupa veloce la stanza e tutto il posto che ho dentro in testa. Occupa le fessure rimaste fra i ragionamenti che si sono accatastati negli anni sul mio consumo personale di musica - musica dapprima come magia, poi come scoperta, come rito, come condivisione, come cemento, come terreno dove affondare le radici, come cielo da assaltare, come nevrosi, come fuga da tutto e tutti, come riparo o come altro ancora, anche contemporaneamente e non necessariamente in quest'ordine. Il suono entra e si fa posto come una specie di polistirolo che si espande, una sostanza che sottrae spazio all'aria e lo occupa come fosse una schiuma che si gonfia di reazione chimica con l'ossigeno, anzi meglio come un organismo a sé venuto da altrove, un qualchecosa che ha una certa consistenza ma che non riesco a prendere tra le dita, un po' nuvola e un po' tentacoli tipo roba dentro a certi film e certi videogiochi di adesso.

Come un vecchio filmino di famiglia

Cambio solo qualche lettera e mantengo la rima, prendo quell'ingombrante e riscrivo adesso: ecco un altro disco importante. Mah, sono a corto di fantasia. Dovrei scegliere forse un aggettivo diverso, oppure aggiungerne altri: aggiungere parole per descriverne lo spessore, il colore l'odore e il gusto, magari un po' di spiegazioni. Oppure, come credo, è proprio uno di quei dischi che per me segnano davvero un momento dove tutto per un po' si ferma e trova un equilibrio, un punto da segnare sul cammino, un recinto tagliato ed un confine spostato, una connessione nuova.
È un disco americano fatto da americani in America, eppure ascoltarlo per me significa ritrovarmi a casa. Come guardarsi dentro ad una specie di documentario, ecco sì è come rivedersi in un vecchio filmino di famiglia, quelle cose fatte in economia salvate chissà come dai traslochi ritrovate un giorno in uno scatolone e passate in videocassetta. Qui dentro ci sono proprio io sbarbo affamato di musiche storte, eccomi ai concerti, eccomi in manifestazione a fare casino, eccomi in fuga con la fionda ficcata in tasca, eccomi con un disco rubato o con un libro rubato, eccomi dita ancora sporche di ciclostile a dare via volantini, eccomi non so come a trovare il coraggio, eccomi ad appiccare il fuoco ai sogni il punk le fanzine i dischi le cassette tutto autoprodotto tutto pagato di persona pagato caro, eccomi a Mestre e a Marghera per le strade dei quartieri a rischio dove sono cresciuto, eccomi a fare l'operaio il fattorino il commesso il cameriere il tuttofare ovviamente in nero chi ti prende sennò, eccomi a Londra a gironzolare di notte per Camberwell e negli squat di Brixton e a New York nel Village e negli slums del Lower East Side dove tutti si erano raccomandati non avrei dovuto avventurarmi e dove invece ho fatto incontri ed amicizie belle e mai che mi sia successo qualcosa di male.
Il bello è che in questo documentario immaginario non ci sono solo io, dentro ci sono tutti quelli che conosco, i miei compagni di strada e di scuola, quelli con cui ho suonato e fatto casino, quelli più vecchi e quelli più giovani, gente che adesso ha vent'anni e gente che non c'è più da un pezzo. Ecco, mentre ascolto questo disco mi accadono tutte queste cose, mi ritrovo in mezzo a una tempesta di ricordi e suggestioni. Dentro a questo disco incontro mia madre che torna a piedi dal mercato per risparmiare il biglietto dell'autobus, le do una mano con le borse della spesa. Dentro a questo disco incontro mio padre, siamo partiti da casa tutt'e due insieme per andare ad ascoltare Enrico Berlinguer che parla a una folla immensa in piazza Ferretto. Dentro questo disco incontro mia figlia Marta, Lucia ed io l'abbiamo portata alle manifestazioni pacifiste contro la guerra del Golfo, spingevamo un po' ciascuno la carrozzina di Valentina. Queste canzoni riesco a respirarle, sono aria buona, sono un maglione morbido fatto a ferri dalla mia compagna, calde come il pane al mattino presto, sono un bicchiere di quello buono in compagnia. E anche: è roba incazzata (“arrabbiata” non è davvero abbastanza), e incazzata forte, fortissimo proprio. Roba che urla, che protesta, rumore forte così forte da far muovere la terra e mettere a tacere gli uccelli.

Marc Ribot

Le metamorfosi del pericolo

C'è dentro il posto dove sono nato, la piazza da cui hanno scacciato me e i miei amici a forza di bombe e manganellate e attentati suicidi, il mio paese invaso dai carriarmati e dalle televisioni e dai suv, e anche l'America che protesta da una costa all'altra, senza distinzione del colore della pelle né di quello dei capelli né di quello del cuore. C'è dentro Tom Waits, e quella “Bella ciao” che gli esce dalla bocca non è più solo un disegno con le sfumature di grigio della sua voce ma un canto che esce da tutte le bocche del mondo. C'è dentro tutta la musica che vogliono spegnere. C'è dentro anche Donald Trump - in fondo, questo disco è per lui, anzi per colpa sua - e i troppi morti per sbaglio, assassinati per ignoranza, per egoismo, per paura oppure perché ci si è ritrovati con una pistola in mano e non serviva un motivo preciso. Ci sono dentro disprezzo, urla e gente stufa, stufa vi dico, stufa per davvero: se da ragazzini vi erano sembrati pericolosi i Black Sabbath, se a vent'anni vi erano sembrati pericolosi Sex Pistols e Clash, se a trenta vi erano sembrati pericolosi i Naked City oppure G G Allin, e fermiamoci qua, questa è l'occasione buona per spostare ancora i paletti della vostra percezione perché il pericolo prende forme sempre nuove altro che un po' di trucco pesante, altro che un tatuaggio in faccia, altro che l'ossessione che rimbomba nei cento secondi che hai a disposizione sul palco del talent show.
C'è dentro Marc Ribot, chitarrista da prima linea, che avrete magari visto in giro con Vinicio Capossela o con John Zorn, dalla sua chitarra suoni che feriscono, taglienti come una finestra spaccata, pesanti come sampietrini appena strappati alla piazza. E non dico altro, perché qua bisogna ascoltare. Dentro ci sono anche Steve Earle e Me'shell Ndegeocello e Syd Straw e una cantante che ha chiesto di rimanere anonima perché teme rappresaglie. L'album si chiama “Songs of Resistance 1942-2018”, e trovo che quella erre maiuscola sia azzeccatissima, fatta apposta contro chi ci vuole chiusi in casa, contro chi ci vuole controllare anche dentro le mutande, contro chi ci vuole puntuali ed obbedienti sul posto di lavoro, zitti ad ascoltare chi ci urla addosso dai palchi, spenti i desideri che non siano compresi negli spot pubblicitari, a fare ginnastica alle gambe spingendo un carrello del supermercato e alle dita schiacciando i bottoni del telecomando e del telefonino. L'etichetta è la Anti-, indipendente californiana fondata quasi vent'anni fa da un certo Brett Gurewitz che molti vecchi della mia età senz'altro conosceranno come l'ex-chitarrista dei Bad Religion.

Marco Pandin
stella_nera@tin.it