rivista anarchica
anno 49 n. 431
febbraio 2019


migranti

Crimini immaginari

di Renzo Sabatini

Negli ultimi tempi sono aumentate le incriminazioni di volontari, cooperanti, medici, accusati di aver svolto attività di solidarietà. La fraternità è diventata reato.

Quando il mondo va a rotoli sono i resistenti ad essere bollati come pazzi”
(George Monbiot, The Gift of Death, 10 dicembre 2012).

“In che paese vorresti fermarti?”
“Mi piacerebbe restare in Italia, a Roma magari. A Roma c'è il papa.”
“Sei cattolico?”
“Sì, cattolico. Ecco, questo è un buon progetto. Mi piacerebbe vedere il papa, vivere nella città dove vive lui.”
(Conversazione a bordo, dal film Iuventa di Michele Cinque)


Qui sopra e in tutto il resto dell'articolo:
immagini tratte dal film Iuventa di Michele Cinque

Nell'agosto 2017 la Procura di Trapani ha ordinato il sequestro della nave Iuventa di proprietà di un'organizzazione umanitaria tedesca. La notizia era di quelle che sorprendono: per la prima volta, la magistratura italiana bloccava una delle imbarcazioni varate da gruppi e associazioni di solidarietà allo scopo di salvare migranti in difficoltà nel Mediterraneo. I lanci di agenzia, come di consueto, sfioravano appena la superficie della notizia, senza preoccuparsi di indagare. Recentemente ho potuto approfondire la conoscenza di quella vicenda e ne sono rimasto profondamente scosso.
L'occasione è stata la proiezione, nell'auditorium affollato di un'università americana, del bel documentario che il registra romano Michele Cinque ha dedicato a quei fatti. Un film emozionante e tuttavia asciutto, privo di pericolosi sentimentalismi. Il regista, del resto, non ha realizzato un'inchiesta ma testimoniato la sua stessa esperienza, essendosi imbarcato anche lui coi volontari per solcare le acque del mare nostrum e raccontare la bella storia di un gruppo di ventenni tedeschi che avevano deciso di darsi da fare.
Il documentario mi ha colpito per tanti aspetti ma, più di tutto, mi è rimasta impressa quella conversazione fra un volontario tedesco ed un migrante africano, distesi sul ponte della nave dopo le fatiche del giorno, a parlar del futuro. Esausti, ma in qualche modo felici. Nell'immaginario dei consumatori di notizie sensazionaliste migranti e operatori umanitari sono diventati figure minacciose: gli uni vengono per invaderci, gli altri sono in combutta coi trafficanti. Dietro questi oscuri traffici ci sarebbe, per alcuni, un subdolo programma di invasione, per distruggere la nostra cultura e cambiarci identità e religione.1 Invece su quel ponte umido non c'erano che due sognatori, lontani dalla realtà, dai telegiornali e dalle autorità costituite. Semplicemente due esseri umani, coi loro sogni, i loro rimpianti, la loro storia. Due persone, in quel momento, davvero senza nazione né confini invalicabili, ignari entrambi degli assurdi eventi che, da lì a poco, li avrebbero travolti lasciandoli sbigottiti, uniti dallo stesso destino: quello di essere colpiti a sorpresa dalla legge, coi suoi codici e i suoi decreti che decidono della vita di gente rimasta intrappolata fra le sponde di un mare che dovrebbe unire e invece divide.

Un oscuro disegno

Il sequestro della Iuventa sembrava il colpo di testa di un giudice preso da ansie di protagonismo. Ora, a distanza di tempo, si intuisce l'abbozzo di un oscuro disegno dietro a quel primo attacco, mai visto prima contro degli operatori umanitari. Fino a quel momento, infatti, a nessuno era mai venuto in mente di sbattere sul banco degli imputati dei volontari impegnati nella solidarietà: né quelli che lasciano le loro comode case per andare in luoghi difficili, dove la terra brucia e l'acqua è infetta, né i ragazzi e le ragazze che vanno a vivere nelle favelas del mondo, fra i più poveri o fra i profughi. Nessuno aveva mai pensato di attaccare medici e infermieri che, invece di inseguire carriere favolose nei campus americani, rischiano la vita negli ospedali da campo dei paesi in guerra. Nemmeno si era mai trovato chi volesse accusare quelli che si imbarcano per salvare naufraghi, mettendo in gioco la propria stessa vita. Da allora molto è cambiato e screditare il mondo della solidarietà è diventato possibile, fa addirittura tendenza sui social. La fraternità è stata rubricata come reato.
Tutto è iniziato con un'imprevista concentrazione di attacchi: mediatici, politici e della magistratura. Un fuoco incrociato di menzogne e accuse che ha colto tutti impreparati. Nessuno ha capito cosa stesse davvero accadendo, fino a quel momento si dava per scontato che gli operatori umanitari, quelli veri, fossero immuni da sordidi piani politici, che almeno su quel piano etico non ci fosse un oggetto del contendere. Ma non ci sono immunità, né limiti al disprezzo possibile e il risultato è terrificante: il rapimento di una giovanissima volontaria italiana in Kenya, il cui destino è ancora incerto mentre scrivo, ha provocato un'ondata di commenti offensivi e repellenti da lasciare sbigottiti. Nessun freno inibitore è più richiesto, nessun senso comune sembra essere necessario, nessuno si vergogna più di nulla. Chi dedica il suo tempo alla solidarietà, all'incontro con gli altri, a cercare di capire cosa veramente accade nel mondo, è dileggiato da chi non si occupa di nulla, non sa niente e nulla capisce.
Nel Mediterraneo, nei giorni in cui scrivo, i poteri consociati hanno raggiunto il loro obiettivo: nessuna nave delle organizzazioni umanitarie incrocia più quelle acque per salvare naufraghi e raccontare quanto accade. I testimoni dello scempio sono stati allontanati.
La Iuventa è solo una piccola imbarcazione, riadattata da un gruppo di giovanissimi tedeschi con lo scopo di navigare il Mediterraneo del sud in cerca di migranti in difficoltà. Quei ragazzi non avevano certo intenzione di sostituirsi alle istituzioni ma volevano riempire il vuoto che queste avevano lasciato, denunciare le carenze, le assenze assordati della politica. Mentre salvavano esseri umani raccontavano anche cosa accade davvero in quel mare e incalzavano i governi, chiedendo una politica umanitaria comune di accoglienza, per fermare la tragedia dei profughi costretti a prendere il largo su gommoni sovraffollati e totalmente inadeguati alla traversata. Per questo avevano costituito una piccola associazione, la Jugend Rettet,2 che somma nel suo statuto tutti questi obiettivi: salvare vite in mare, stimolare il dibattito sull'immigrazione, monitorare l'applicazione del diritto d'asilo. La Iuventa era una imbarcazione dismessa che un tempo aveva navigato altre latitudini. Grazie al successo di una campagna di raccolta fondi lanciata sui social i ragazzi hanno potuto acquistarla e riqualificarla per le esigenze del salvataggio in mare. La nave ha lasciato il porto della Valletta per la sua prima missione il 24 luglio 2016. In due anni i volontari della Jugend Rettet hanno tratto dal mare oltre 14.000 migranti in difficoltà, operando sempre in stretto coordinamento con la guardia costiera italiana. Ma, dalla data del sequestro, quella piccola imbarcazione galleggia, inutile come un relitto, triste come una balenottera spiaggiata, nel porto di Trapani.
È ironico che la Iuventa sia stata arenata dal potere giudiziario proprio in quella città. A breve distanza c'è infatti Mazara del Vallo, città descritta come esempio di integrazione, caratterizzata dalla presenza di una comunità di pescatori tunisini arrivati negli anni sessanta e ben inseriti nel tessuto cittadino. Là il cuscus è da tempo una specialità del posto e il richiamo del muezzin si fonde senza problemi col rintocco della campane.

Sogni senza futuro

Nel mondo ci sono sogni senza futuro, come quello del migrante africano che voleva vivere a Roma per stare vicino al papa. Una mattina ha salutato la famiglia ed è partito da un posto qualsiasi, in fuga dalla povertà, dalla guerra, dalla siccità o dall'oppressione. Probabilmente veniva da un piccolo villaggio ed ha cominciato il viaggio su un camion sgangherato, affollato di umanità e di poveri oggetti, raccolti in sacchi improvvisati. Si è messo nelle mani dei trafficanti. Con mezzi di fortuna, a dorso di cammello e a piedi ha attraversato il deserto, rischiando cento volte la vita. Forse l'hanno rapinato i predoni e picchiato le guardie di frontiera. In qualche modo è arrivato in Libia ed è quasi certamente finito in una prigione puzzolente in mezzo a mille altri, ma alla fine è riuscito a imbarcarsi, con un sospiro di sollievo è salito su un gommone pieno all'inverosimile. Non sapeva nemmeno nuotare, ma era felice di partire. A metà strada il dolce Mediterraneo si è trasformato in una trappola amara e spaventosa ed ha avuto tanta paura. Ha rivolto i suoi ultimi pensieri alla famiglia e recitato preghiere disperate. Allora sono arrivati gli angeli, giovani, pazzi. Gli hanno parlato nella lingua degli angeli, in un accento duro, sconosciuto, ma erano parole dolci e si è ritrovato sdraiato sul ponte della loro piccola nave, salvo. Per la prima volta ha pensato davvero di avercela fatta. Roma era a un passo, sull'altra sponda. A Roma il papa lo aspettava.

Quando l'indifferenza è impossibile

Al mondo esistono anche crimini immaginari, come quelli di cui sono accusati i ragazzi e le ragazze della Iuventa. Un giorno di qualche anno fa si sono stufati di stare ad ascoltare i governanti blaterare. Si sono sentiti responsabili, non perché tedeschi, ma in quanto esseri umani. Hanno sentito il dovere di fare qualcosa, hanno capito che non potevano più starsene chiusi nel loro guscio, fra casa e università, a progettarsi un futuro solido e scontato mentre là fuori, laggiù, a sud, nel mare culla della civiltà, si moriva. Hanno studiato e compreso che i migranti non annegano per caso, ma a causa di leggi sbagliate e disumane che consentono ai benestanti di viaggiare indisturbati ma bloccano i poveri ed i perseguitati nei porti di partenza, spingendoli a progettare viaggi folli e pericolosi. Nessuno ha detto a quei giovani studenti di farlo, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di incolparli di quelle morti, ma loro non se la sono più sentita di restarsene indifferenti. Hanno avvertito l'urgenza di un atto di solidarietà concreta. Il progetto è nato così, semplicemente, con tanto entusiasmo giovanile e quel po' di sana follia che quasi sempre accompagna i grandi progetti e le belle idee. Un progetto rigoroso, però, meticoloso, studiato nei dettagli, da veri tedeschi: giorni e giorni passati a discutere il modo e le ragioni, per essere certi di aiutare i migranti senza favorire i trafficanti, per non fare solo soccorso ma anche denuncia, per raccontare i fatti che le agenzie di stampa non dicono e spingere i governi all'azione. Tutto è stato dibattuto incessantemente e studiato nei minimi dettagli. Sono stati fatti i corsi di preparazione e reclutati gli esperti. Poi il gran giorno è arrivato, certo tanto temuto e tanto atteso. Con l'ansia del non conosciuto, quei ragazzi si sono imbarcati, sono andati davvero per il mare a salvare vite. Pazzi disperati quelli che si erano affidati alle onde per cambiar vita e pazzi loro, che studiavano ingegneria, medicina o economia aziendale e un giorno si sono ritrovati fra onde e correnti a rischiare la loro stessa vita. Ai migranti alla deriva, ai naufraghi issati a bordo, la Iuventa deve essere parsa ogni volta una miracolosa apparizione. I volti di quei ragazzi la prima cosa umana incrociata dai loro occhi stanchi dopo aver guardato in faccia la morte. Allora dopo, curati e rifocillati, sdraiati sul ponte, esausti, raccontavano a quei giovani angeli del mare la vita e i sogni.
Su tutto questo un giorno è calata la scure della legge e quei ragazzi, assurdamente, si sono ritrovati sul banco degli imputati, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, un reato che potrebbe costare fino a vent'anni di galera. Gli inquirenti sospettano accordi con trafficanti e scafisti per un traffico di migranti che non rischiavano affatto di annegare e che quindi non avrebbero dovuto essere issati a bordo della Iuventa ma lasciati al loro destino precario.
In attesa di processo, venti giovani sono ora in mezzo al guado, persi nella terra di nessuno, senza testa per lo studio ne' nave per salpare. Questo paese disteso in mezzo al Mediterraneo che prima, forse, era per loro un sogno, con la dolcezza del suo clima e la sua lingua musicale, ora è diventato un incubo. Vuole ingabbiare i loro corpi, i sogni e i progetti, come incarcera quelli dei migranti. E dire che volevano solo finire gli studi e cambiare il mondo. Ci rischiavano pure la pelle, senza far del male a nessuno, perché non avevano preso le armi, innalzato barricate o lanciato sassi, ma contestato con i fatti, senza violenza, come Gandhi o Martin Luther King, mettendo in gioco se stessi, corpo e anima. Tutto questo è grottesco, umiliante, spaventoso, e in un momento di rabbia qualcuno di quei ragazzi ha gridato: “Non accetto di essere criminalizzato”. Salvare naufraghi non può essere un crimine: questo è scritto oggi a grandi lettere nel sito ufficiale della Jugend Rettet.

Italia addormentata e inferocita

Quell'urlo per me è anche un atto di accusa verso quest'Italia addormentata e inferocita. Echeggia nella testa di quelli come me, che non accettano questa giustizia ma nulla o troppo poco hanno fatto per impedire lo scempio.
Non abbiamo reagito, siamo rimasti alla finestra a guardare quei ragazzi esposti al pubblico ludibrio, li abbiamo abbandonati al loro destino. Non abbiamo fatto sentire la nostra voce o il grido è stato troppo flebile e nessuno l'ha ascoltato. Forse abbiamo avuto fiducia nella legge e aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso, certi dell'assoluzione. In questo silenzio assordante il tempo è scivolato via e siamo arrivati al novembre 2018, quando la Procura di Catania ha puntato il dito contro Medici Senza Frontiere con l'accusa di aver smaltito illegalmente rifiuti pericolosi nei porti italiani, riferendosi agli scarti alimentari e ai vestiti “infetti” dei migranti soccorsi in mare. Un capo di imputazione assurdo, ridicolo, e altri operatori umanitari sbattuti in prima pagina e sul banco degli imputati. In un paese dove i bambini muoiono fra i fumi infetti delle discariche abusive la magistratura indaga gli stracci dei rifugiati.
Anche se queste vicende giudiziarie si concludessero con delle assoluzioni, resterebbero aperte molte ferite. I nostri pronipoti si potranno chiedere come sia stato possibile criminalizzare la solidarietà sbattendo in prima pagina, come volgari delinquenti, quei giovani che si erano dedicati al salvataggio, belle persone incapaci di restare con le mani in mano di fronte al dolore. A noi resterà da capire come si sia arrivati a questa svolta e perché non ci siamo opposti con bastante vigore allo scempio della giustizia. Ci resterà questa cultura nuova con cui fare i conti, fatta anche di derisioni e aggressioni e di rabbia scaricata su chi ha deciso di dedicare un pezzo della propria vita agli altri senza chiedere nulla in cambio. Resterà la contraddizione di navi-salvataggio lasciate alla fonda a beccheggiare malinconicamente mentre in mare aperto la tragedia continua.

Non sono numeri, ma persone

Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei ragazzi della Iuventa, presenti assieme al regista alla proiezione dei documentario. Quella sera il film ha suscitato molta commozione e quando le luci in sala si sono riaccese gli occhi luccicavano di lacrime ingoiate a forza. Dopo hanno parlato loro: i protagonisti, gli imputati. È stato emozionante ritrovarsi accanto a loro. Non ho potuto fare a meno di ammirarli.
Mentre elencavano i capi di imputazione mi è parso che un'ombra di angoscia affiorasse sul volto di alcuni di loro. Sono stato assalito dalla tentazione di gridare di non tornarci più in Italia. Avrei voluto raccomandar loro di non farsi incastrare da un paese corrotto e perso, non farsi trascinare nel baratro di un dibattimento processuale sicuramente inquinato, non affrontare più la gogna mediatica offerta da giornalisti ossequiosi del potere. Avrei voluto urlar loro di fuggire, di andare a regalare ad altri il loro tempo prezioso.
Ma a Trapani staziona la Iuventa e quei ragazzi se la vogliono riprendere. Vogliono vederla ancora con la barra a sud, piccola ma solida, tangibile atto d'accusa contro governi razzisti e pavidi che lasciano affogare i migranti o li ricacciano nelle mani dei loro aguzzini. Vogliono scuotere ancora le coscienze.
In Italia restano alcuni di quelli a cui loro hanno dato una mano. Alcuni a piede libero, altri reclusi, con o senza decreto di espulsione. Per i ragazzi e le ragazze della Iuventa quei migranti non sono numeri da scaricare ma persone, uomini e donne in carne, ossa e cuore, cui sono uniti dal vincolo che lega per sempre il naufrago al suo soccorritore.
Temo allora che quei giovani in Italia ci torneranno. Affronteranno quel processo assurdo. Non voglio nemmeno supporre che si possa arrivare alla mostruosità di una condanna, ma che faremo se dovesse accadere? Star loro vicini, accompagnarli in quest'amara vicenda, aiutarli, mostrare solidarietà fino in fondo, manifestare, alzare la voce per loro: tutte queste cose mi appaiono doveri davvero irrinunciabili.
Quei ragazzi devono essere scagionati e la Iuventa deve tornare libera di navigare. La fraternità deve ritrovare la sua rotta.

Renzo Sabatini

  1. Si pensi ad esempio alla teoria del complotto sul piano Kalergi sostenuta da ambienti nazionalisti di estrema destra in Europa, ma anche da leghisti italiani, secondo cui esisterebbe un piano di incentivazione dell'immigrazione africana ed asiatica verso l'Europa al fine di rimpiazzarne le popolazioni. La teoria prende il nome dal paneuropeista Richard Kalergi, morto nel 1972, al quale viene attribuita la paternità di tale fantasioso piano. Chi scrive ha personalmente discusso con varie persone assolutamente convinte che l'immigrazione verso l'Europa avvenga nell'ambito di tale complotto internazionale.
  2. Letteralmente: “Giovani che salvano”. Raccomando vivamente di visitare il loro interessantissimo sito ufficiale https://jugendrettet.org/en/ (versione inglese).