rivista anarchica
anno 46 n. 410
ottobre 2016





Racial profiling
Il pregiudizio implicito


Meglio non avere la pelle nera né appartenere a un'altra minoranza. Se poi sei un nativo, come la Comanche Christina...

They get away with murder”
Uccidono e la fanno franca”
(Una signora qualsiasi, durante la presentazione di un libro, parlando della polizia)


Il copione, ogni volta, è lo stesso: per la strada un uomo, forse un ragazzo, sta facendo qualcosa. Non importa cosa: cammina, corre, si appoggia a una recinzione, esce da un negozio o vi entra. Ad un passante, uno qualsiasi, il comportamento di quell'uomo sembra sospetto. Una telefonata e la polizia arriva in fretta. Il sospetto è disarmato, innocuo, forse non ha fatto nulla di male, non si sa, ma non ha importanza: ha la pelle nera e poco dopo il suo cadavere è riverso sul marciapiede. Giornali e TV riportano la notizia, qua e là la gente protesta, più o meno pacificamente, ma in genere i responsabili se la cavano, senza neanche subire un processo.
Da quando vivo negli States è accaduto già molte volte. Accadeva anche prima, certo, ma non mi feriva allo stesso modo. Forse quelle notizie lontane mi servivano soprattutto per raffozare certe mie convinzioni. Ora è diverso: le vittime adesso mi sono familiari, vivono qui, attorno a me. Sono i vicini che incontro in ascensore al mattino e alla sera, qualcuno gioviale e allegro, qualcun altro schivo e silenzioso. Sono i bambini che vedo nel parco giochi al pomeriggio. Sono uomini e donne che incontro nei miei vagabondaggi per il quartiere. È la signora un po' matta della porta accanto che se ne va a spasso con un cane dallo sguardo acido; la vecchietta arcigna dal volto scurissimo, col cappello e il bastone di due porte più in là. È la famiglia accampata nell'appartamentino accanto all'ascensore, che non si capisce mai quante persone ospiti. È Janet, che mi racconta del Bronx in cui è cresciuta e di Harlem che ama, che vive all'ottavo piano e va avanti e indietro caparbiamente sulla sua sedia a rotelle elettrica. È Khaled, che pulisce le scale o Jonathan coi capelli a fungo e le cuffiette sempre nelle orecchie.
Sono tutti loro, perché chiunque abbia la pelle scura è una vittima potenziale, basta trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Sono loro perché, se lo chiedi, scoprirai che almeno una volta, nella vita, un sopruso dalle forze dell'ordine l'hanno subito tutti.

Lawton, Oklahoma (USA) - Per non dimenticare Christina Tah-Hah-Wah,
giovane Comanche uccisa dalla polizia nel novembre 2014

Notizie prese dalla cronaca

I carnefici non hanno espressioni diaboliche, hanno piuttosto facce banali, talvolta annoiate, magari anche allegre. I corpi sono avvolti nelle divise blu, hanno molti ritrovati della tecnologia della repressione alla cintura e neanche lo sanno di essere potenziali assassini, ma hanno lo sguardo serio, il grilletto facile e la legge sempre dalla loro parte, buona quindi anche per pulirsi la coscienza.
Il destino gioca brutti scherzi e può metterne uno sui tuoi passi, colpire un uomo un po' fuori di testa, come ce ne sono tanti in giro, o aggredire un ragazzo che torna verso casa dopo una sosta al negozietto all'angolo per comprare le patatine. Oppure può presentarsi nelle vesti di un uomo ansioso, che si spaventa e non ragiona, quando al parco vede un bambino seduto sull'altalena che punta in giro la sua pistola giocattolo e tuona: “Bang, bang”, come in una vecchia canzone, come facevo io da piccolo, con le riproduzioni della Colt 45 che mi comprava mia madre alla Standa vicino casa. L'uomo chiama la polizia e una giornata normale si trasforma in tragedia.
Nessuna invenzione letteraria, sono notizie prese dalla cronaca di questi anni, compresa quella che riguarda lo stupido destino di Tamir Rice, dodicenne di Cleveland, Ohio, che faceva bang con la sua pistola giocattolo e hanno fatto bang anche due poliziotti accorsi sul posto e lui è morto in questo modo assurdo. Era il 22 novembre 2014 e i filmati delle telecamere di sicurezza mostrano come, fra l'arrivo della volante e gli spari, siano trascorsi appena due secondi; insomma, non è che si siano dati pena di verificare la situazione e io, ancora oggi, mi chiedo come trascorra le notti l'uomo che telefonò alla polizia quel pomeriggio e come siano gli incubi degli agenti che hanno sparato. Saranno divorati dal rimorso o tranquilli nella certezza di aver fatto, ciascuno, solo il proprio dovere? Impossibile saperlo. Quel che so per certo è che, un anno dopo, l'inchiesta è stata archiviata e non ci sarà nessun processo, nessuna giustizia per Tamir. Una giuria, sapientemente guidata dal Public Prosecutor, ha deciso che il comportamento della polizia era stato: “Ragionevole, date le circostanze”.
Così vanno le cose: ad assolvere la polizia ci pensa, quasi sempre, una giuria popolare, prevista dalla Costituzione, composta da cittadini qualsiasi, nominati per decidere se gli accusati debbano affrontare un processo. Nell'idea dei costituzionalisti americani il Grand Jury voleva essere una garanzia contro gli abusi del potere1, ma fra pregiudizi e intrighi le cose finiscono per ribaltarsi e le vittime sono doppiamente beffate: è il potere ad essere assolto. La comunità afroamericana denuncia da tempo queste giurie, costituite in prevalenza da bianchi benestanti che hanno scarsa simpatia per i neri e per i poveri, considerati in genere responsabili del loro destino sballato. In fondo le forze dell'ordine proteggono i loro averi e la loro vita comoda.
Ma perché la polizia ha il grilletto facile? Seth Stoughton, ex poliziotto, ora professore di legge all'università della Carolina del Sud, chiarisce: “La prima consegna di un poliziotto è tornare a casa vivo alla fine del turno, il training ruota intorno a questo concetto e forma nelle reclute una cultura guerriera che finisce per mettere a repentaglio la vita dei cittadini, anziché garantirne la sicurezza”.

Manifestazioni del movimento Black Lives Matter (USA) - Ad ogni nuovo caso di afroamericano
disarmato ucciso dalla polizia, le piazze si accendono.
Sopra: il cartello ricorda la disperata fine di Eric Garner, soffocato da un poliziotto

Ma gli assassini in divisa se la cavano

C'è però un altro elemento, di cui il professore non parla, il cosiddetto racial profiling. Le autorità negano che tale pratica venga utilizzata ma secondo l'ACLU,2 l'Unione Americana per le Libertà Civili, viene messa in atto ogni giorno contro persone di colore e minoranze varie, con pratiche umilianti tese a incutere timore, arrestando, interrogando e perquisendo persone che non hanno commesso alcun reato ma vengono individuate sulla base della loro presunta appartenenza etnica o religiosa. Secondo questi attivisti: “Dopo oltre 240 anni di schiavismo e 90 di segregazione razziale assistiamo, ancora oggi, alla sistematica applicazione del racial profiling nei confronti degli afroamericani. Dall'11 settembre 2001 la pratica è stata estesa agli arabi di religione islamica e ai cittadini provenienti dall'Asia meridionale, mentre i raid contro gli immigrati organizzati dal governo federale colpiscono soprattutto le comunità latinoamericane”.
Le statistiche confermano: gli afroamericani costituiscono solo il 14% della popolazione ma sono il 26% delle vittime di sparatorie in cui è coinvolta la polizia.3
Lorie Fridell, professoressa di criminologia all'università della Florida del Sud, attribuisce questa tendenza al cosiddetto Implicit bias, il pregiudizio implicito, che ci fa avvertire maggior pericolo quando incontriamo persone che, a causa dei nostri schemi mentali, avvertiamo come “pericolose”, rispetto ad altre che ci appaiono “rassicuranti”. Gli studi in materia dimostrerebbero che tutti tendiamo, spesso inavvertitamente, ad applicare il pregiudizio implicito. La Fridell giustifica in parte questo atteggiamento: “Gli stereotipi sono basati anche sui fatti. Bisogna riconoscere che in questo paese le persone di colore sono rappresentate in misura sproporzionata nella criminalità comune”. Ma la Fridell, che ha lavorato per la polizia come ricercatrice, omette di ricordare che le persone di colore sono anche fortemente rappresentate fra gli emarginati, dimenticando di sottolineare il nesso tra povertà e criminalità. In ogni caso il pregiudizio implicito non può certo costituire un alibi per giustificare l'omicidio. Eppure gli assassini con la divisa se la cavano.
“They get away with murder”, disse una signora durante la presentazione di un libro. Era una signora anziana, piccola, fragile, una delle tante persone che si confondono nella folla magmatica di questa metropoli. Il tono era pacato, denunciava un carattere gentile e riservato. Mi parve che dietro quell'affermazione ci fosse la tristezza di chi si è sentito tradito nelle certezze in cui è cresciuto. Credo che nella sua voce ci fosse anche indignazione: They get away with murder, uccidono e la fanno franca.
Di sicuro sono indignati gli afroamericani. Cresce e si diffonde, infatti, Black Lives Matter.4 Il fortunato ashtag, lanciato nel 2012 a seguito della scandalosa assoluzione di George Zimmermann, il “vigilante” che assassinò in Florida il giovane Trayvon Martin, oggi non è più solo uno slogan ma si è trasformato in un movimento che si propone addirittura l'ambizioso obiettivo di far rivivere il “Black Liberation Movement”. È difficile prevederne gli sviluppi, ma è un segnale di speranza e comunque quello slogan è diventato un simbolo nazionale, vero e proprio atto di accusa e quelle tre piccole parole incomberanno nel dibattito pubblico negli anni a venire.
Naturalmente c'è anche chi difende a spada tratta l'operato della polizia. Dai politici ai semplici cittadini, sono in molti, forse la maggioranza, a ritenere che ogni attacco verso chi difende la nostra sicurezza quotidiana sia da respingere con sdegno. “Se la polizia spara un motivo valido c'è sempre”, mi disse un giorno una collega, con disarmante ingenuità. Quando, nel dicembre 2014, in un periodo infuocato dalle polemiche per la morte di Eric Garner5, due poliziotti qualsiasi di New York furono attirati in un tranello e vilmente assassinati, ne nacquero veglie e proteste che sfociarono nella creazione di un'associazione pro-polizia polemicamente chiamata: “Blue Lives Matter6, dove il blu si riferisce al colore delle divise. Sostenitore appassionato di questa iniziativa è proprio George Zimmerman, l'assassino di Trayvon Martin, che ha sempre difeso il proprio operato e continuato un'oscena polemica a distanza con la famiglia del ragazzo da lui trucidato. Nel maggio 2016 Zimmerman ha messo all'asta l'arma del delitto, definendola una: “American Firearm Icon”, suscitando un'ondata di indignazione che non è servita a farlo desistere. Il ricavato della vendita è stato destinato proprio a combattere le attività di Black Lives Matter e di tutti quei movimenti che si oppongono alla diffusione delle armi.

New York (USA) - Avviso di taglia.
La città nel 2016 come il West nell'Ottocento

Non si conosce nemmeno il nome

Qui a New York c'è anche chi ha messo a disposizione una taglia di 10.000 dollari per chiunque offra informazioni che portino all'identificazione di persone che abbiano aperto il fuoco contro la polizia. Quando ho visto l'avviso per la prima volta, affisso con regolare licenza al vetro di una cabina telefonica, mi sono sentito trasportato in un film di John Ford, come se invece che nella New York degli anni duemila abitassi nella Tucson dell'Ottocento.
“Con gli americani, sotto sotto, c'è sempre un po' il Western, anche nei manicomi riescono a metteci gli indiani”. Così ironizzava Giorgio Gaber in uno spettacolo del 1976, riferendosi a “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.7 Una realtà poco nota sembra confermare quelle parole: sebbene i riflettori siano generalmente puntati sulla violenza istituzionale nei confronti dei neri, dagli studi emerge che il gruppo etnico maggiormente vittima della polizia sono i cosiddetti indiani americani, i nativi. Una ricerca pubblicata dai Lakota mostra che le nazioni amerindie, che rappresentano solo lo 0,8% della popolazione, sono il 2% delle vittime del fuoco della polizia e hanno 6 volte maggiori probabilità di essere arrestati rispetto ai bianchi, cosicché rappresentano la popolazione carceraria proporzionalmente più numerosa degli Stati Uniti.
Colpito da questo dato, ho voluto approfondire, trovando molte storie di uomini, donne e bambini nativi uccisi in circostanze orribili dalla polizia. Mi ha particolarmente commosso la storia di Christina Tah-Hah-Wah, giovane donna Comanche affetta da disturbo bipolare. Durante una crisi acuta la famiglia ha chiesto aiuto ai servizi d'emergenza, ma anziché portata in ospedale la ragazza è stata sbattuta in una cella, dove è stata trovata morta meno di 24 ore dopo. Secondo la testimonianza degli altri detenuti Christina fu ripetutamente colpita col taser per essersi rifiutata di smettere di intonare i canti tradizionali della nazione Comanche.
Tristemente, dei nativi assassinati dalle forze dell'ordine in genere non si conosce neanche il nome. Non sono casi che assurgono agli onori della cronaca, nessuno si preoccupa di imbastire casi giudiziari, organizzare manifestazioni. I Lakota hanno provato a lanciare lo slogan: “Native Lives Matter”, ma senza successo e per il momento non sembra che vi sia collaborazione fra gruppi scollegati fra loro ma che soffrono lo stesso tipo di persecuzione.
In fondo gli indiani sono ancora, in maggioranza, chiusi nelle riserve, fra povertà e squallore e la loro morte non fa storia, neanche quando a sparare è la polizia. They get away with murder, direbbe quella signora, se leggesse questa storia.

Santo Barezini

Note
  1. L'istituzione è stata diffusa in tutto il mondo anglosassone ma adottata anche da altri paesi, come la Francia. Oggi solo gli USA e la Liberia continuano ad avere il Grand Jury.
  2. American Civil Liberties Union - aclu.org.
  3. Dati disponibili ad esempio nel sito thefreethoughtproject.com.
  4. blacklivesmatter.com.
  5. L'uomo, con gravi problemi respiratori, fu stretto a lungo da un poliziotto in una presa soffocante. Prima di spirare ripetè 14 volte: “I can't breathe” (non riesco a respirare). Il caso fece scalpore per un filmato della scena diffuso sul web.
  6. bluelivesmatternyc.org.
  7. Il noto film con Jack Nicholson diretto da Milos Forman. Lo spettacolo era: “Libertà obbligatoria”.