rivista anarchica
anno 46 n. 410
ottobre 2016


sport e antifascismo

Le Olimpiadi che non si tennero

di Valeria Giacomoni


Ottant'anni fa dovevano tenersi a Barcellona delle Olimpiadi popolari. Che poi non si tennero in seguito al golpe dei militari guidati dal generalissimo Francisco Franco. In realtà quasi iniziarono e alcuni atleti rimasero a combattere.


Sono terminati da poco gli Europei di calcio e le Olimpiadi di Rio e siamo così abituati a vivere i grandi eventi sportivi in questo modo che non riusciamo a immaginarli diversamente. La nostra partecipazione è richiesta non a livello sportivo (tutti seduti davanti alla tv) ma il coinvolgimento è emotivo: un carosello di bandiere ed inni si appellano ai nostri sentimenti nazionalisti e puntano a farci sentire identificati con la nostra squadra che si appresta a combattere contro il resto del mondo. Il paese designato ad accogliere eventi di questo genere normalmente subisce trasformazioni urbanistiche importanti, con la relativa spesa pubblica, da cui traggono beneficio solo le élites e che tendono ad allontanare la popolazione più povera dall'obiettivo delle telecamere. Mi ha sorpreso scoprire chi ha inventato questo formato e come sia vigente ancora oggi... e allora ho approfondito la storia delle Olimpiadi e le contro Olimpiadi del 1936.
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tornare indietro, all'aprile 1931 quando il Comitato Olimpico doveva riunirsi a Barcellona per decidere che città si sarebbe aggiudicata i Giochi del 1936: tra le candidate la stessa Barcellona, Roma, Berlino, Budapest, ecc. La capitale catalana vantava un nuovissimo stadio e altre strutture costruite per la recente Esposizione Universale del 1929. Tuttavia, l'improvvisa proclamazione della Repubblica in Spagna, nonostante si trattasse di un cambio di regime assolutamente pacifico, spaventò molti membri del Comitato Olimpico che preferirono non presentarsi (qualcosa ci dice di chi lo formava...) evento che sicuramente contribuì alla decisione di scartare la candidatura di Barcellona per timore (questa volta giustamente) di cosa sarebbero stati capaci nel 1936 se nel 1931 già si era proclamata la Repubblica...

Il manifesto delle Olimpiadi popolari organizzate a Barcellona nel 1936

Boicottaggio contro le Olimpiadi del nazismo

La scelta ricadde su Berlino, che nel 1931 era ancora capitale della Repubblica di Weimar, senza poter prevedere che nel 1933 sarebbe salito al potere Hitler. L'idea di dover organizzare i Giochi Olimpici all'inizio non piaceva nemmeno al Führer, ma presto capì l'occasione che gli si presentava per esaltare il nazismo e sbandierare la sua potenza a livello mondiale. Infatti le Olimpiadi di Berlino furono le prime trasmesse in televisione e contarono su imponenti coreografie per dare un'idea di grandezza che Hitler volle immortalare nel film Olympia, un documentario di 4 ore che utilizza inoltre tecniche avanzate come la telecamera in movimento vicino agli atleti. Questo film contribuì alla presentazione dello sport come evento di massa e all'aumento della competitività tra nazioni che si scontravano in un conflitto senza armi, per dimostrare la propria superiorità. Insisteva anche sul coinvolgimento del pubblico perchè vivesse la vittoria o la sconfitta del proprio paese come qualcosa di personale, rafforzando il sentimento nazionalista. In Olympia tra il pubblico viene inquadrato Hitler che esulta e soffre... è l'inizio dello sport come oppio dei popoli, della sua politicizzazione, evidente anche oggi.
Ma negli anni Trenta in Catalogna si respirava un'aria ben diversa da quella del Terzo Reich e anche lo sport seguiva uno sviluppo differente. I primi club sportivi nacquero a inizio secolo nel seno di organizzazioni operaie, di centri culturali orientati all'emancipazione della classe lavoratrice. Lo sport, da passatempo per i ricchi, era diventato parte della rivendicazione per un'educazione integrale da chi non aveva avuto diritto a una cultura. Così, enti per la diffusione culturale popolare come l'Ateneu Enciclopèdic Popular (1902) avevano anche una sezione sportiva mentre il Club Femení i d'Esports gestiva anche una biblioteca e si faceva portavoce di un certo femminismo. Il tessuto associativo favorì lo sviluppo dello sport come slancio verso lo spiegamento completo delle facoltà fisiche e mentali. Questo substrato partecipativo fece di Barcellona il luogo adatto per l'organizzazione di un evento contro le Olimpiadi di Berlino.
Con le Leggi di Norimberga (1935), che discriminavano chiaramente gli ebrei, iniziarono a levarsi voci di boicot ai Giochi ufficiali, da cui molti atleti sarebbero stati esclusi per questioni razziali. In Francia si fondò una Federation Sportive de Gauche, in Olanda si creò un collettivo di artisti De Olimpiade onder Dictatuur e negli Stati Uniti un Comittee on Fair Play in Sports che chiedeva il ritorno ai valori iniziali delle Olimpiadi. Infatti, questa manifestazione sportiva, iniziata nei tempi moderni dal Barone di Coubertin nel 1896, si proponeva come un incontro tra popoli nel segno della fratellanza. “Con queste gare, limitate a gli sportivi amateur, si voleva incitare relazioni pacifiche e costruttive tra le nazioni, stimolando uno spirito di superamento personale, gioco pulito e di sana competizione («lo spirito olimpico»)”.

Berlino (Germania), Stadio Olimpico, 1936 - Il tedoforo Siegfried Eifrig,
atleta tedesco, porta la fiamma olimpica sino al braciere

La novità delle formazioni non solo nazionali

Questo movimento di boicottaggio internazionale e l'attivismo dello sport catalano confluirono nella proposta di organizzare delle Olimpiadi Popolari, con carattere chiaramente antifascista, da parte del Comité Català pro Esport Popular, formato da enti come l'Ateneu Enciclopèdic Popular e il Club Femení i d'Esports. L'assenza di finanziamenti non preoccupava gli organizzatori che fecero appello alla solidarietà dei catalani per offrire accoglienza gli atleti disposti a pagarsi il viaggio: la risposta internazionale fu un gran successo, con l'iscrizione di 6.000 atleti di 23 diverse delegazioni.
Una grande novità era la possibilità di partecipare con formazioni non solo nazionali ma anche regionali e locali, di modo che si iscrissero squadre della Catalogna, Paesi Baschi e Galizia, oltre alla Spagna, e soprattutto delegazioni senza una nazionalità riconosciuta, come l'Algeria, che non era ancora indipendente, Palestina, Alsazia e una squadra di Ebrei emigrati. Tra le partecipazioni di altri stati spiccava la Francia, con 1.500 atleti, gli Stati Uniti, la Svizzera, l'Inghilterra ecc. Si parla anche dell'adesione di atleti italiani e tedeschi esiliati a causa dei regimi fascisti.
Le sovvenzioni ufficiali arrivarono solo grazie alla pressione esercitata contro la partecipazione ai Giochi di Berlino. Sia il governo spagnolo che quello francese stanziarono dei fondi a favore delle Olimpiadi Popolari, non potendo negare la collaborazione ad una manifestazione sportiva popolare che aveva ormai raggiunto dimensioni internazionali, ma continuarono a finanziare la partecipazione ai Giochi nazisti. Le istituzioni catalane stanziarono dei fondi all'ultimo momento dopo aver riflettuto sul rischio di una brutta figura internazionale...
Le discipline sportive erano 16, oltre alle classiche come atletica, calcio e lotta, sono da sottolineare scacchi, ping pong e la pelota vasca (gioco tipico dei Paesi Baschi) seguite da esibizioni di aviazione non motorizzata e di ginnastica (sembra che queste ultime fossero tipiche anche dei giochi ufficiali). Anche per quanto riguarda le categorie si introdussero delle novità, con la possibilità di partecipare alle gare su tre livelli stimolando la partecipazione amatoriale secondo il lemma olimpico “l'importante è partecipare”.
Erano previste anche manifestazioni folkloristiche: la forte risposta catalana a questo appello arrivò a far cambiare i cartelli definendo l'evento Settimana Popolare di Sport e Folklore invece di Olimpiadi, per sottolineare la dimensione culturale dell'incontro tra popoli. Anche le altre delegazioni accolsero calorosamente la proposta visto che il programma prevedeva tra le altre cose, balli scozzesi, teatro popolare svizzero, un gruppo folkloristico marocchino ed esibizioni tirolesi dall'Austria.
Un altro aspetto che l'organizzazione di questi Giochi cercò di incentivare è la partecipazione femminile, alla quale era contrario il famoso fondatore dell'ideale olimpico Pierre de Coubertin... Quest'interesse risulta evidente in uno dei cartelli pubblicitari e trova riscontro nella partecipazione del Club Femení i d'Esports nell'organizzazione. Sembra che molte federazioni femminili avessero risposto all'appello anche se è difficile fare una stima dato che in molti casi si parla di atleti senza specificare il sesso. Per fare degli esempi sappiamo che le atlete francesi erano 100 su 1.500, ma allo stesso tempo dal Canada di sei partecipanti cinque erano donne. Abbiamo notizie della presenza femminile anche nelle squadre di Algeria, Palestina ed Ebrei emigrati, e sicuramente anche in altre dato che per la Svizzera conosciamo la storia di una nuotatrice nonostante non venga specificata la partecipazione femminile.
La testimonianza di uno degli atleti della Federació catalana de atletisme, Eduardo Vivancos, ricorda con entusiasmo quel 18 luglio quando iniziarono ad arrivare gli atleti stranieri nello stadio di Montjuïc, dove si stava allenando: “Il pomeriggio del sabato 18 luglio, nello stadio di Montjuïc c'era una grande attività. Erano arrivati molti atleti stranieri per allenarsi e confraternizzare con gli altri partecipanti ai Giochi. Erano presenti anche molti giovani barcellonesi membri della sezione sportiva dell'Ateneu Enciclopèdic Popular, della Scuola del Lavoro di Barcellona e di altri clubs locali. Questi ragazzini dovevano fare le ultime prove degli esercizi ginnici che si presentavano il giorno dopo. I contatti tra i due gruppi furono molto interessanti ed istruttivi nonostante gli evidenti problemi linguistici (...). Modi cordiali e calorose strette di mano sostituivano le parole. L'ambiente era molto fraterno. Per la prima volta nella vita ebbi l'occasione di avere contatto diretto con persone di altri paesi. Quell'esperienza rafforzò la mia convinzione di quanto importante fosse promuovere il sentimento di amicizia tra persone di diversa origine etnica e nazionale.”
Ma la data del 19 luglio 1936 passò alla storia per il golpe militare che segnò l'inizio di tre anni di guerra civile. La rapida risposta del popolo catalano all'insurrezione militare sorprese molti atleti. Un atleta belga racconta: “Le strade sono vuote sotto un sole cocente (...) nella Piazza del Commercio ci imbattiamo nelle prime barricate (...) a centinaia di metri vediamo dei sindicalisti armati (...) le barricate appaiono ogni 100 metri. Tutte le vie laterali sono bloccate (...) sgusciamo lungo le facciate delle case. Le pallottole fischiano attraversando la piazza. (...) Istintivamente pieghiamo la schiena e ci rifugiamo in un'entrata (...) Vediamo chiaramente come dal campanile della chiesa, i cecchini sparano alla schiena ai lavoratori che si trovano dietro le barricate”.

Barcellona (Spagna), 21 luglio 1936 - La miliziana Marina Ginestà sulla terrazza dell'Hotel Colón

Quelle atlete/i che rimasero per combattere il fascismo

Ci è giunta la testimonianza di altri sportivi che si stupirono del coraggio della gente che li scortò fino al porto perchè potessero andarsene. La maggior parte degli stranieri effettivamente tornò ai loro paesi d'origine. Tuttavia alcuni di loro (è impossibile stabilire il numero esatto però si parla di circa 200) rimasero in Spagna ed entrarono a formar parte delle milizie antifasciste. “Eravamo venuti a sfidare il fascismo in uno stadio e ci fu data invece l'opportunità di combatterlo”. Si tratta dei primi stranieri che volontariamente si unirono alla lotta contro il fascismo internazionale, come Clara Thalmann, nuotatrice anarchica svizzera, che entrò nella Colonna Durruti e raggiunse il fronte aragonese o il foto-giornalista tedesco Hans Gutmann che rimase a documentare tutto il conflitto (a tal punto che spagnolizzò il suo nome in Juan Guzmán!) e scattò una delle fotografie emblematiche della guerra civile spagnola: la 17enne Marina Ginestà con la tuta da lavoratore e il fucile in spalla sulla terrazza dell'Hotel Colón e sullo sfondo la Barcellona rivoluzionaria.

Valeria Giacomoni