rivista anarchica
anno 46 n. 408
giugno 2016


pensiero anarchico

Abbiamo un problema con lo stato di natura?

di Giorgio Fontana


L'anarchico non vuole svelare una natura primordiale sana dell'essere umano, poi corrotta dallo Stato. Ma lavora per costruire un'umanità nova. L'approccio volontaristico e gradualista di Malatesta mostra che l'anarchia non è un ritorno a una supposta condizione originaria, ma un punto di arrivo.

Una delle critiche più diffuse al pensiero anarchico è il suo presunto, sfrenato ottimismo. L'argomento è semplice: anche in assenza di costrizioni statali e in uno stato di eguaglianza materiale – anche tornando a un preteso “stato di natura“ – l'essere umano non smetterebbe di essere malvagio e violento; le sue pulsioni aggressive ed egoiste non verrebbero cancellate. Alla peggio, si ritornerebbe a cercare delle soluzioni per contenerle: ribadendo dunque la necessità di istituzioni gerarchiche e del monopolio della violenza da parte di pochi.
Se concordiamo con Hobbes e il suo homo homini lupus, difficilmente l'anarchismo ci può soddisfare: al più, è un metodo suicida per tornare in una situazione originaria dove tutti gli individui lottano fra loro. Sembra dunque che per essere anarchici si debba accettare che la natura umana sia intrinsecamente buona, o comunque non votata alla sopraffazione reciproca. Rousseau invece di Hobbes.
Ma è davvero necessario sottoscrivere una tesi tanto impegnativa? Io credo sia una difficoltà solo apparente.
È vero che alcuni anarchici del “periodo classico“ sembrano degli inguaribili ottimisti: e in certi casi – penso ad esempio a Kropotkin – il loro determinismo porta a una fiducia eccessiva sulla “naturalezza“ del mutuo appoggio fra uomini. Ma è un errore che Errico Malatesta non compì: ed è da lui che vorrei partire per argomentare il mio punto.
L'approccio volontaristico e gradualista di Malatesta mostra con chiarezza quanto l'anarchia sia un punto d'arrivo posto al limite e non il ritorno a una supposta condizione originaria. È una rivoluzione copernicana, su cui si basa il meglio del pensiero libertario del XX secolo – quello che attraverso l'opera cruciale di Berneri ci consente di leggere con chiarezza la microfisica quotidiana del potere. Il progresso umano si compie soltanto tramite un impegno collettivo.
Per l'anarchico non si tratta di svelare una natura primordiale del tutto sana corrotta dallo Stato e dalle relazioni di dominio, bensì di lavorare attivamente al fine ricostruire una umanità nova. Seguendo questo spunto, propongo dunque di osservare una rigida neutralità antropologica, riguardo l'essere umano “al di là delle istituzioni“: in un certo senso, egli si crea come tale proprio attraverso queste forme di convivenza. Si tratta di correggerne la rotta: “prima“ non c'è nulla; l'inizio giace nell'oscurità e non ci è utile per edificare una buona teoria sociale.
Non solo. Paul Goodman ha sollevato un'altra obiezione convincente riguardo il preteso ottimismo. Nel suo bel libro Individuo e comunità sottolinea che al contrario, gli anarchici ci vanno cauti sulla natura umana proprio perché sanno quanto male può fare l'uomo sull'uomo, quanto deleterio sia il potere: e quindi ne impediscono la concentrazione. Anche nella sua incarnazione più minimale, continuo a credere che il pensiero libertario abbia tutte le ragioni del caso: per quanto la libertà comprenda inevitabilmente dei rischi – e per quanto un'organizzazione libera sia comunque aperta al male individuale – l'accumulo di dominio rende l'uomo particolarmente cieco e feroce.

Illusione fatale
Per concludere: all'anarchico non serve postulare alcuna natura buona o cattiva di base; è dunque al riparo dalle critiche degli hobbesiani. Ma non deve nemmeno – è questo il risvolto della medaglia – riporre una fiducia misticheggiante nelle possibilità della rivoluzione come palingenesi radicale di tale natura. Anche perché ogni nuovo inizio si apre sui sedimenti dell'epoca precedente: nessuna società cancella completamente le cose cattive (e anche quelle buone) di quella da cui trova origine. Pensare al fuoco rivoluzionario come a una medicina catartica è un'illusione fatale – come se tutto il lavoro si limitasse alla parte distruttiva, e poi le cose andassero per conto loro senza problemi. L'umanità nova, ancora una volta, è tutta da disegnare e anche in seguito all'abbattimento del potere rischia di finire preda di se stessa.
Per questo occorre essere vigili – occorre essere degli “utopisti deboli“: dopo una società di liberi ed eguali c'è solo, nel caso, una società di più liberi e più eguali; e così via senza mai poter raggiungere il concetto-limite di anarchia, che resta come mero ideale. Tutto il resto è un cammino, provvisorio quanto appassionato, che mai deve farsi preda di tentazioni dell'essenzialismo – le quali ci ricondurrebbero sotto il giogo di un preteso “paradiso in terra“, che puntualmente si trasforma in inferno.
Contro ogni mito della perfezione, bisogna scegliere la più dura ma consapevole ragione della perfettibilità. La giusta strada che corre fra la Scilla della rassegnazione e la Cariddi dell'ottimismo brutale. Il consiglio di Camus, insomma, che mi sento di condividere: “La rivolta cozza instancabilmente contro il male, dal quale non le rimane che prendere un nuovo slancio. L'uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche in una società perfetta. Nel suo sforzo maggiore l'uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo.“

Giorgio Fontana





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