rivista anarchica
anno 44 n. 393
novembre 2014


 


La bella storia
di un non-complice

Momenti decisivi della vita di Giuseppe Gozzini, primo obiettore di coscienza cattolico, sono racchiusi nei suoi scritti autobiografici scelti anche grazie alle ricerche della figlia Letizia. L'amico Piero Scaramucci, curatore della raccolta, ricorda il primo incontro con Beppe alle lezioni di russo al Circolo Filologico di Milano, immersi in nottate tra discussioni di politica, etica, futuro, amicizia, sfruttamento, ribellione, e pessima grappa (Giuseppe Gozzini, a cura di Piero Scaramucci e Letizia Gozzini, Non complice. Storia di un obiettore, Edizioni dell'Asino, Bologna, 2014, pp. 252, € 15,00).
Figlio di un operaio saldatore della Breda e poi calzolaio, nasce nel 1936 a Cinisello Balsamo. Nell'hinterland milanese al tempo molto proletario, il bravo scolaretto Giuseppe viene mandato a studiare prima in un collegio e poi dai Salesiani per diventare prete. Ma presto passerà al liceo “Parini” di Milano, poi conseguirà una laurea in giurisprudenza. Risale agli anni universitari il suo cammino di formazione. La conoscenza dei “preti bastonati”, letture, conferenze e incontri soprattutto con due testimoni e maestri di pace, don Primo Mazzolari e il suo libro Tu non uccidere (1955), e Jean Goss, operaio cattolico dall'irruenza profetica capace di scuotere le coscienze dei padri conciliari in Vaticano come della gente ammassata sulla Piazza Rossa.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta è già orientato verso la disobbedienza civile come forma di lotta nonviolenta vicino ai gruppi pacifisti formati da protestanti, quaccheri, tolstojani, anarchici. Ma di cattolici, nemmeno l'ombra.
Fondamentali i contatti con cicli annuali di conferenze organizzati dalla “Corsia dei servi” per quello sguardo critico sempre aperto sul mondo. Figure che avevano anticipato, promosso e praticato da tempo le tematiche sollevate dal Concilio. Don Milani, i “preti operai”, Primo Mazzolari che si firmava senza il don, l'“attore” Turoldo che -sempre secondo Gozzini- non può essere compreso senza il suo suggeritore padre Camillo De Piaz, il prete partigiano, dall'”originalità laica” e lo stile di vita sempre alla ricerca di un equilibrio tra Chiesa e mondo, tra fede e politica in un rapporto di reciproca fecondità.
Chiamato alle armi nel novembre del '62, al Car di Pistoia rifiuterà di indossare la divisa e scatterà la condanna in base all' art. 137 del Codice penale militare: sei mesi senza condizionale per disobbedienza grave. Sarà internato nel carcere militare giudiziario di Fortezza da Basso di Firenze, dove in passato erano stati rinchiusi anche Cafiero e altri anarchici. Tra i presenti alle udienze, in qualità di testimoni, Aldo Capitini, precursore della nonviolenza in Italia, e il sacerdote salesiano Germano Proverbio, con il quale Beppe aveva dato vita a un gruppo di studio e di preghiera anticipando le “comunità di base”. Aule affollate di amici e simpatizzanti, come non era mai successo.
Il caso del primo obiettore di coscienza cattolico avrà una forte risonanza. Dibattiti, manifestazioni, veglie e digiuni in tutta Italia. Per le strade, in piazza e nei bar di Firenze decisivo l'intervento di padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani che presero pubblica posizione per il riconoscimento giuridico dell'obiezione di coscienza. Il prete di Barbiana, partendo dal “caso Gozzini”, oserà sollecitare la coscienza dei cappellani militari, la loro funzione e il loro ruolo.
Intanto, per motivi religiosi, morali o politico-filosofici, cattolici e anarchici finivano in carcere. E anche dopo il '72, anno in cui l'obiezione di coscienza viene istituzionalizzata, due “non sottomessi” anarchici di Milano, Dario Sabbadini e Dino Taddei, obiettori di coscienza totali, rifiuteranno anche il servizio civile ritenendolo una scelta di comodo, nell' imbarazzo dei giudici che non sapevano in base a quale articolo condannarli.
Dopo il carcere, nel '69 Gozzini accetterà di collaborare all'Alfa come pubblicista. Una scelta molto dibattuta, sofferta, insieme casuale e necessaria, quella del marchettaro -come egli stesso la definisce- . Tuttavia per lui non sarà una professione, ma un tirare avanti la carretta per sbarcare il lunario: “La mia vita era altrove, fuori dal palazzo e dai compromessi con il potere”.
Nelle pagine iniziali, Goffredo Fofi parla dell'amico Beppe come di un “militante di base”, un “persuaso” che ha cercato di stare nella Storia rifiutando la morale del più forte, cosciente che una rivoluzione sociale implica anche una rivoluzione personale”. Un'amicizia che risale al periodo dei “Quaderni rossi” di Raniero Panzieri e dei “Quaderni Piacentini”, al legame con Giorgio Bellocchio e Grazia Cherchi.
Obiettore e contestatore, militante, pacifista, cristiano, cattolico, comunista. Sempre contrario a farsi intrappolare in un'etichetta, con un gruppo di studenti darà vita alla rivista “Collegamenti”, a partire dalla fabbrica, per contatti con Milano, l'Italia, il mondo. Si esporrà personalmente respingendo per primo, con una lettera che fece scalpore, la falsa versione del suicidio dell'anarchico Giuseppe Pinelli.
Nel testo inedito dei suoi appunti per il Corso di formazione dei primi volontari in Servizio civile internazionale, 11-12-13 ottobre 2004, mette in guardia dal rischio possibile, in seguito all'abolizione del sevizio militare obbligatorio e l'istituzione del servizio civile su base volontaria, che quest'ultimo finisca per svolgere una funzione suppletiva dell'assistenza pubblica conquistata “come diritto” in oltre un secolo di lotte. Invita ad assumere posizioni chiare, per scegliere da che parte stare: fare la ciliegina umanitaria, elargire tocchi di bontà, rappresentare un'appendice altruistica lasciando che prenda piede la militarizzazione, oppure aprire gli occhi per vedere che viviamo in un Paese militarmente occupato.
Gozzini parla direttamente ai giovani -e sarebbe bene in qualche modo continuasse parlare loro- con passione, entusiasmo e convinzione profonda: “Bisogna riprendere in mano il vocabolario”. Fare i conti con il linguaggio, ri-scoprire il significato, il peso nascosto, il potere delle parole di svelare o mascherare la realtà. Quale insidia è nascosta negli “eserciti di pace”? E il “disastro umanitario” è una “catastrofe filantropica”? Una “crisi benefattrice”? Una “epidemia caritatevole”? Ossimori e assurdità!
È il primo obiettore che parla agli ultimi obiettori. Fino alla fine -nel 2010 solo la malattia riuscirà a stroncarlo- il suo è un invito a rinnovare rendendola ancora attuale l'obiezione di coscienza: guardarsi intorno, informarsi e capire quando il “rumore di fondo” ottunde la realtà dell'associazionismo pacifista, per appiattirla, vanificarla dirottando l'attenzione su distrattori omologanti. Opporsi, rifiutare di essere complici di una situazione ingiusta è già rivoluzione, principio di un futuro diverso e possibile.
Accogliere il messaggio di Giuseppe Gozzini significa trasferire il testimone. Il progetto di un pacifismo radicale di respiro internazionale per una società nuova passa ai giovani, semi preziosi della rivoluzione delle coscienze, contagio fecondo indispensabile per uno spirito critico capace di continuare a vedere l'utopia.

Claudia Piccinelli



Un cambiamento
diverso

È del novembre 2013 l'uscita di Monasteri del terzo millennio (Lindau, Torino, 2013, pp.112, € 13,00), piccolo libro in quattro capitoli di Maurizio Pallante, autore assai conosciuto in quanto fondatore del Movimento per la decrescita felice.
Mi attraeva del titolo la connessione tra passato e futuro, attraverso l'attualizzazione del concetto di monastero che, da luogo religioso per antonomasia, diviene spazio per la ricerca, la costruzione di proposte pratiche di buona vita e l'insegnamento. Dalle informazioni che avevo riguardo la nozione di decrescita, mi aspettavo un testo interessante ma pragmatico, invece il pragmatismo, se così si vuol dire, riguarda soprattutto l'ultimo capitolo - dove viene anche illustrata un'esperienza in atto e in via di sviluppo - mentre il resto del libro è molto più ricco e ci parla, in maniera chiara e profonda, della necessità impellente di un cambiamento grande, dove la parte operativa (riduzione dei consumi, autoproduzione, risparmio energetico...) è solo la logica conseguenza di un ribaltamento radicale del nostro modo di pensare e immaginare il mondo, la sua pratica necessità.
“Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire gli ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito” (Antoine de Saint-Exupery).
Partendo da questa bella metafora nel testo si sviluppa un ampio discorso sul cambiamento dove la colonizzazione del nostro immaginario da parte dell'ideale-denaro - proposto sotto varie forma da almeno mezzo secolo - è vista come ciò che ha permesso che si arrivasse al punto in cui siamo.
Questa narrazione del mondo – identificazione del ben-essere col tanto-avere, della qualità con la quantità, della ricchezza col denaro, del lavoro con l'occupazione – è stata così totalizzante che chi non si è uniformato ai valori che promuoveva è stato considerato un disadattato, destinato a rimanere ai margini della storia. L'autore sostiene che tutta una società (intellettuali, artisti e Chiesa inclusi) dal secondo dopoguerra in avanti remò in questa univoca direzione (boom economico degli anni '60); per portare il paese fuori da un passato di miseria, si diceva allora.
“Se nell'immaginario collettivo – sottolinea Pallante – non si fosse incistata l'idea che il lavoro consista prevalentemente in attività urbane, nell'edilizia, nelle fabbriche, negli uffici e nei servizi, in cambio di un reddito monetario che consente di acquistare nei negozi tutto il necessario per vivere. Se non si fosse generalizzata la convinzione che le città costituiscano le punte più avanzate della modernità e del progresso [...] il miracolo economico si sarebbe potuto realizzare se non fosse aumentato il numero dei produttori e consumatori di merci? Sarebbe stato considerato un miglioramento della qualità della vita il trasferimento in una informe e deforme periferia urbana se non si fosse persa la capacità di distinguere il bello dal brutto? [...] Si sarebbe considerato un progresso [...] la cannibalizzazione dell'organico da parte dell'inorganico?”
Ma, ci suggerisce ancora l'autore, la consapevolezza dei limiti delle società pre-industriali non comporta l'accettazione acritica del modello economico e produttivo che le ha soppiantate. Né la critica dei disastri ambientali e umani causati dallo sviluppo industriale comporta un rimpianto acritico delle precedenti società contadine.
Non c'è solo o uno o l'altro, esisteva ed esiste anche una terza possibilità, un cambiamento diverso da quello che c'è stato. Una persona come me, nata a metà degli anni '50 a Milano, ha visto bene questa trasformazione dell'immaginario collettivo; basta ricordare come si è evoluta l'immagine televisiva, dalle réclame dei primi anni '60 alla pubblicità dei nostri giorni; ci sono tutti i passaggi, tutte le evoluzioni del desiderio, le aspirazioni sociali e i modi d'essere che, volenti o nolenti, sono entrati a far parte della costituzione di molti tra noi. Vero. Ma non siamo solo quello. Ognuno di noi è un insieme molto complesso, costituito da molteplici piani che si intersecano in maniera unitaria e, per soddisfare la complessità che siamo, abbiamo bisogno di una molteplicità di cose: la “ricchezza” non può essere ridotta al piatto concetto di denaro, unica risposta attuale all'umano bisogno di senso e felicità.
L'alternativa allora viene fatta emergere dalle mura dei monasteri del primo e del secondo millennio come luoghi che offrono utili indicazioni di vita comunitaria che possono essere reinterpretate e adeguate alle attuali esigenze per costruire nicchie di autonomia. Nel testo si propone la riflessione su tre punti: il rapporto dei monaci col lavoro e col territorio; il rapporto con gli altri e quindi l'economia e la socialità; il rapporto con se stessi e il senso della vita. Da questa osservazione si ricavano concetti quali quello di autosufficienza (anche parziale), di scambio, di investimento culturale, di creazione artistica, di dono, preservazione e trasmissione di cultura. Concetti che elaborati in maniera attuale vanno a formare l'idea di monastero come luogo di disobbedienza civile del terzo millennio. Luogo di libertà dalla servitù del denaro, di recupero della dimensione spirituale, di relazioni umane fondate su collaborazione ed empatia. Luogo che racconti che un altro modo di rapportarsi con se stessi, con gli altri e con il posto in cui si vive non solo è possibile ma è vantaggioso e desiderabile.
A monte di ciò “\ condizione sine qua non ”\ dar vita ad una narrazione che restituisca il giusto valore alle cose, che non permetta più di sacrificare la bellezza al profitto e invece sia in grado di suscitare in noi quella nostalgia per il mare vasto e infinito che ci spinga a cercare insieme i modi per costruire le barche con cui attraversarlo.
Quindi l'azione necessaria è duplice: culturale e materiale, spirituale e pratica. È azione sia individuale che collettiva. È un lavoro di presa di consapevolezza dell'urgenza a cui i tempi ci chiamano e del bisogno di andare oltre gli ideologismi, di osservare storicamente i fatti che ci hanno condotto – nel bene e nel male – alla situazione attuale e scegliere di mettersi in gioco per essere propositivi, ognuno al livello e con i mezzi che gli sono possibili.
Pregio ultimo, e non da poco dati i tempi, la visione né pessimista né ottimista che Pallante ci propone, piuttosto uno sguardo disincantato che sollecita un cambiamento radicale, ricco di fiducia nelle alternative possibili per remare controcorrente.

Silvia Papi



Le prigioni?
Aboliamole!

“Di certo non esiste nessun'altra istituzione, tra tutte le 'conquiste' della società moderna, che, sebbene investita di una funzione tanto importante ai fini del destino del genere umano, si sia dimostrata più colpevolmente rovinosa nel raggiungimento dei propri scopi dell'istituzione penitenziaria”.
Ortica Editrice ha recentemente pubblicato una raccolta di tre saggi, rispettivamente di Pëtr Kropotkin, Emma Goldman e Alexander Berkman, dal titolo Anarchia e prigioni. Scritti sull'abolizione del carcere (Aprilia, 2014, pp. 77, € 10,00) con un'introduzione di Romolo Giovanni Capuano.
All'interno dei tre pamphlet, scritti a denuncia delle prigioni e in favore della loro abolizione, c'è traccia delle loro personali esperienze. Tanto Kropotkin, quanto Goldman e Berkman ebbero infatti conoscenza diretta della detenzione. Le vicende penitenziarie che i tre anarchici esperirono furono significative oltre che numerose; proprio in seguito a tali accadimenti, proposero una lucida analisi, fondata non solo sull'ideale e sulla teoria, dell'assoluto fallimento del sistema penitenziario.
I tre saggi si basano sulla descrizione delle pessime condizioni psico-fisiche dei detenuti, sulle conseguenze disumanizzanti della prigionia, ma soprattutto sulla confutazione della credenza nelle facoltà rieducative e di deterrenza delle carceri.
L'indagine circa le cause del crimine è denominatore comune dei tre scritti; gli autori si interrogano sulle motivazioni che possono spingere un individuo a commettere un reato, di qualunque natura. L'analisi viene ricondotta ad una serie di cause esterne di carattere culturale, psicologico e, soprattutto, socio-economico. “Nessuna pena, per quanto severa, potrà risolvere il problema del crimine finché le attuali condizioni, dentro e fuori il carcere, continueranno a trascinare gli uomini verso il delitto”.
È proprio la presenza di motivazioni esterne all'individuo a far affermare ai tre autori che il sistema penitenziario sia basato su presupposti completamente sbagliati: quanto senso può avere il tentativo di risolvere un problema attenuando i sintomi senza mai fronteggiare e mettere fine alle cause? Per quale motivo ostinarsi ad ignorare le situazioni socio-economiche, le difficoltà e la marginalizzazione che conseguono, facendo leva solamente su un sistema meramente punitivo? “Considerato, dunque, che i fattori economici, politici, morali e fisici sono i germi del crimine, come fa fronte la società a questa situazione? I metodi di contrasto al crimine hanno conosciuto, indubbiamente, diversi cambiamenti, ma più che altro di tipo teorico. Nella pratica, la società continua ad avere nei confronti del criminale il vecchio atteggiamento di un tempo: quello della vendetta”.
L'incidenza costante, e in alcuni casi in aumento, di crimini all'interno della società dovrebbe indurci a ragionare sul fallimento della caratteristica deterrente della prigionia (e allargando la visuale, dovrebbe farci dubitare anche della legittimità della presenza di leggi, regole e regolamenti ordinatori); il fenomeno della recidività, inoltre, dovrebbe indurci a confutare la tesi di una possibile funzione rieducativa della detenzione, in realtà inesistente.
All'epoca della stesura dei tre saggi, tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, i dati dimostravano (e dimostrano tuttora) che l'abbattimento della criminalità non era obiettivo conseguibile tramite la punizione o la sua minaccia. Unicamente attraverso l'eliminazione delle motivazioni che spingono un individuo verso la delinquenza è infatti possibile pensare di risolvere il problema della criminalità. “Solo la riorganizzazione totale della società libererà gli uomini dal cancro del crimine”.
È sorprendente notare l'assoluta attualità del tema e delle argomentazioni trattate all'interno dei tre saggi, nonostante più di un secolo sia ormai trascorso dalla prima pubblicazione dei testi contenuti in questo piccolo volume. Inoltre, la modernità della tesi sostenuta da Kropotkin, Goldman e Berkman sta nella proposta di abolizione dell'intero sistema penitenziario, avanzata in un periodo storico antecedente ogni istanza riformista del sistema carcerario. Molto interessante si rivela la scoperta, tra le pagine di questa breve raccolta, di come la qualità delle risposte convenzionali al problema della criminalità, della detenzione e della punizione sia tristemente resistita al passare del tempo.

Carlotta Pedrazzini



La stele di Axum
e l'imperialismo italiano

Il libro di Massimiliano Santi La stele di Axum da bottino di guerra a patrimonio dell'umanità. Una storia italiana, edito da Mimesis, è un'opera ampia e dettagliata riguardante la vicenda della famosa stele di Axum. Una significativa introduzione del celebre storico Angelo Del Boca sintetizza in modalità molto chiara ed eloquente il susseguirsi delle vicende della famosa stele, dal suo trasporto a Roma nel 1937, fino alla restituzione avvenuta nel 2005. Importante è la nota d'autore di Oscar Luigi Scalfaro, dove vengono ringraziati gli storici, le istituzioni, gli archivi, le biblioteche, gli istituti storici della Resistenza e i nostri partigiani per aver garantito a chi scrive il diritto di poterlo fare in una repubblica democratica e antifascista.
Nel prologo vengono descritti gli orrori che gli italiani hanno commesso in Etiopia. L'eccidio di Debrà Libanòs costituisce una delle pagine più oscure della storia coloniale italiana, con un numero di vittime che si aggira oltre le migliaia (tra le 1.423 e le 2.033 vittime, secondo le fonti storiche). Angelo Del Boca, in una lezione magistrale inviata il 31 ottobre 2002 a una manifestazione di cittadini italiani e etiopi, per il sessantacinquesimo anniversario della posa della stele, tratta del “mito del buon italiano”. Del Boca descrive i metodi cruenti e criminali, tra cui l'impiego di armi chimiche, i campi di sterminio, le stragi, le leggi razziali, l'urbanistica da apartheid, utilizzati dal regime fascista per conservare e garantire un impero agli italiani.
Molto precisa e dettagliata è la sezione da Axum a Roma, dove viene descritto, dalle origini, la storia del regno di Axum. Il dono di Alessandro Lessona, ministro delle colonie, per garantirsi le simpatie di Benito Mussolini, fu quello di inviare a Roma una grande stele a ricordo della vittoria eritrea e per esaltare l'opera fascista di conquista coloniale. Il 31 ottobre 1937 viene inaugurato l'obelisco a porta Capena, da cui derivò l'idea di realizzare una nuova sede per il Ministero dell'Africa italiana, in un luogo adiacente la stele di Axum. Con il trattato di pace del 10 febbraio 1947, si stabilì che l'Italia doveva restituire tutti quei beni culturali e artistici sottratti all'Eritrea come “bottino di guerra” e riconoscere un risarcimento economico. Tra questi beni figuravano oggetti appartenenti alla famiglia reale, il Leone di Giuda, la biblioteca di sua maestà imperiale Haile Selassie e, appunto, il famoso obelisco di Axum. Lunghissima fu la trattativa. I molti governi italiani che si susseguirono negli anni compirono passi avanti alternati a brusche frenate, in un'alternanza di tentativi finalizzati a mantenere a Roma la stele di Axum. Il 28 maggio 2002, quando oramai fu stabilita la restituzione dell'obelisco, un fulmine colpì il monumento di Porta Capena. Nel marzo del 2003, terminano i lavori di restauro e ricomincia la procedura di riconsegna della stele. La partenza del primo frammento, il 18 aprile del 2005, e il completamento nei giorni successivi.
L'interessamento dell'Unesco nella supervisione del territorio e l'erezione della stele nell'antico sito di Axum, costituiscono eventi molto importanti. Il 5 settembre del 2008, è la volta dell'inaugurazione dell'obelisco e della restituzione all'intera umanità di un patrimonio inestimabile, ricollocato nel suo sito originario. A tal proposito, Angelo Del Boca ha promosso un appello per l'istituzione di una Giornata della Memoria per i 500.000 africani che l'Italia crispiana, giolittiana e fascista ha massacrato nel corso delle sciagurate campagne di conquista.

Fabrizio Cracolici e Laura Tussi



Lavoro e non-lavoro
nell'Italia di oggi

“[...] se tutto ciò è possibile, se anche solo ha un'ombra di possibilità, allora bisogna pure che qualcosa si faccia nel mondo”. La citazione di Rainer Maria Rilke con cui gli autori del libro Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi (Clash City Workers, Edizioni La Casa Usher, € 10,00, per ordini: http://clashcityworkers.org) scelgono di aprire il proprio scritto è la sintesi migliore per capire la finalità di questo interessante testo: cambiare radicalmente la realtà. Per farlo, gli autori realizzano un'accurata e approfondita analisi del contesto socio-economico dell'Italia di oggi, perché “se avete in mano questo libro, è perché [...] non volete conoscere questa situazione tanto per curiosità: volete conoscerla per cambiarla”. Un intento che accomuna i movimenti e gli individui che, in forma organizzata o meno, si oppongono alla realtà che ci circonda, un intento che tuttavia spesso lascia poco spazio alla riflessione e all'analisi. Ed è questa consapevolezza che rende il libro uno strumento utile a tutti, al di là delle identità e delle appartenenze politiche e che consigliamo ai nostri lettori di prendere tra le mani e leggere con attenzione.

Dove sono i nostri?
Lavoratori dipendenti, parasubordinati, disoccupati, neet e altro. Chi sono i nostri interlocutori di oggi? E come possiamo intrecciare con loro percorsi di lotta? Domande di sempre a cui però è necessario dare nuove risposte sulla base della nuova ricomposizione di classe. Nonostante ci sia una classe che, pur frammentata, senza rappresentanza o con una rappresentanza venduta, cerca di resistere agli attacchi del capitale, non si è ancora riusciti a unificarla e organizzarla, perché, riflettono gli autori, “al di là delle buone intenzioni [...] i nostri tentativi sono stati spesso molto ideologici, incostanti”.
Per comprendere chi oggi produce e chi rimane impigliato nelle maglie fitte dello sfruttamento, gli autori hanno raccolto un'immensa mole di dati e studi realizzati dalle principali istituzioni del capitale, “per cambiarne la destinazione d'uso: non più leve per mantenere l'oppressione ma strumenti per scardinarla”. I dati divengono la base su cui compiere un'analisi e interpretazione che si struttura in cinque capitoli: si parte dall'analisi della struttura produttiva italiana e l'impatto della la crisi mondiale; dopo aver compreso come si produce la ricchezza, si indaga su chi la produca, esaminando la popolazione italiana nel suo complesso; viene analizzato prima il lavoro dipendente, per cercare di comprendere com'è fatto ogni settore lavorativo, quali contraddizioni incontra e come è possibile organizzarlo; si passa poi all'analisi del lavoro indipendente dove troviamo una quota consistente di proletari nascosti dietro rapporti parasubordinati e “finte” partite Iva; a completamento di quest'analisi di classe, segue un capitolo dedicato alla disoccupazione e ai cosiddetti neet, ossia quegli individui che non frequentano alcun percorso di formazione, che non hanno un impiego né sono impegnati in attività assimilabili.
Ne esce un quadro complesso, nel quale una serie di falsi miti sostenuti dall'ideologia dominante vengono smontati, tra cui quello della “deindustrializzazione”: è questo un passaggio importante perché, a partire da uno studio di Intesa Sanpaolo, si evidenzia come negli ultimi anni ciò che è passato come processo di ridimensionamento dell'industria, in realtà sia stato solo una modificazione del rapporto fra industria e servizi; in poche parole, si sono usate sempre più attività classificate come servizi, ma intimamente connesse nel processo produttivo dell'industria. Il terziario che è cresciuto, dunque, non è tanto quello del turismo, della distribuzione o del commercio, ma il terziario legato all'industria. Dietro il mito, dunque, si nasconde un più reale processo di terziarizzazione del settore manifatturiero. Sempre dati alla mano, segue l'analisi dei diversi settori lavorativi, con un'attenzione particolare alla questione femminile, degli immigrati e a quella meridionale, dove si concentrano le maggiori forme di sfruttamento.
L'obiettivo, sintetizzato nel capitolo finale, dedicato ad alcune conclusioni politiche, è quello di “pescare” in ogni settore “i nostri referenti di classe e comprendere intorno a quale proposta o pratica sia possibile organizzarla”, a partire dalla necessità di ricomporre quella coscienza di sé che il capitale ha frammentato, di internazionalizzarci, ossia creare connessioni politiche tra i lavoratori già connessi dagli interessi del capitale, e di combattere il neocorporativismo tra associazioni padronali e rappresentanze dei lavoratori. In una parola “tentare di organizzare i nostri”.
Buona lettura.

Laura Gargiulo



Un emigrante rivoluzionario italiano
nell'Argentina anni '70

Un libro importante che purtroppo non avrà troppa visibilità: Francesco Carlucci, Vita da cani. Storia di un emigrante rivoluzionario (BePress, Lecce, 2013, pp. 497, € 22,00). Eppure un libro fondamentale per chi ha a cuore la storia degli anni Settanta in Argentina, lo sviluppo della contestazione e la resistenza alla dittatura, la violenza di stato, la guerriglia e i crimini compiuti da Videla e soci, a partire dalle carcerazioni illegittime. Tutto questo raccontato in un'autobiografia narrativa da Francesco Carlucci, italiano emigrato da piccolo, negli anni Cinquanta, in Argentina, con una penna fluida che alterna due vicende, due pezzi della propria esistenza:
- la detenzione nei carceri argentini come militante di un gruppo guerrigliero, il PRT (vicino al guevarista ERP): per sua fortuna, Carlucci non fu detenuto in un mattatoio clandestino, tuttavia l'esperienza è stata decisamente dura;
- il romanzo working class di formazione di giovane tano emigrato a Buenos Aires fino ai primi passi nel PRT, attraverso il lavoro minorile nelle botteghe e nelle officine metallurgiche che gli italiani costruivano un po' ovunque nella Gran Buenos Aires. Botteghe in cui si lavorava e si dormiva: dai conventillos, i rifugi degli immigrati, dove si viveva come in un formicaio, fino alle case grandi dove tutta la famiglia lavorava in officina, anche i bambini di 13 anni, che mica potevano andare a scuola, al massimo si facevano la serale se potevano pagarsela col sudore. Storie di emigrazione italiana dell'ultimo corso pre-boom, quella degli anni Cinquanta, storie che vanno ostinatamente riscattate dall'oblio, perché dobbiamo renderci conto che “i cinesi” eravamo noi e che quella è “la storia della nostra gente”: officina e casa, tutto assieme, i turni per dormire e la donna a cucinare per gli uomini al tornio.
Un grande quadro familiare, impreziosito da due meravigliose figure genitoriali: il padre lucano, violento, spesso maschilista, eppure generoso e commovente, testardo e duro da piegare come un tondino d'acciaio, peronista cocciuto eppure dalla parte del figlio non appena finisce in galera; poi la madre, che invece di rimanere nelle quattro mura domestiche scopre lei stessa la militanza e diventa una meravigliosa madre ribelle, una di quelle che col fazzoletto in testa hanno sconfitto la dittatura. E sullo sfondo la figura del Tosco, il sindacalista gringo, il tupamaro Andrés Cultelli e il viceconsole Enrico Calamai, quest'ultimo uno dei pochi ad aiutare i desaparecidos nelle istituzioni italiane.
Una biografia romanzata che procede a montaggio alternato, tra una sessione di tortura e un amore adolescenziale, tra la scoperta dei libri e il mate fatto di nascosto in una cella, con il vento degli anni Sessanta che spinge i nuovi emigrati alla militanza politica e alle botte in galera.
Un grande affresco di storia dell'emigrazione italiana e degli anni Sessanta e Settanta in Argentina, da non perdere se siete interessati a queste tematiche. Un libro che se avesse avuto un editore ben distribuito, con un poco di editing alle spalle, avrebbe meritato di far parlare di sé con ben altra rilevanza. Perché è la storia che passa da queste pagine, dopo essere entrata nella carne di chi le ha scritte.

Alberto Prunetti



Lombroso e i meridionali/
Lamarckismo, razzismo e il cranio del povero Villella

Il piccolo pamphlet Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso di Maria Teresa Milicia (Salerno editrice, Roma, 2014, pp.168, € 12,00) è un libro uscito per contrastare i movimenti No-Lombroso e neoborbonici che si oppongono al Museo Lombroso di Torino. Milicia fa diventare Lombroso un lamarckiano, un amico della Calabria e attribuisce la responsabilità dell'antimeridionalismo presente nell'antropologia criminale italiana, soprattutto ad Alfredo Niceforo.
Lombroso, fin dalla prima edizione dell'Uomo delinquente (1876), definì tuttavia i meridionali “una razza di malfattori associati”, così come gli “zingari”, i “beduini”, i “negri” d'America, gli “albanesi” e i “greci”. Niceforo, suo allievo, descrisse esplicitamente due Italie, quella buona del nord, i cui abitanti erano ordinati, laboriosi e “gregari”; quella cattiva del sud: fatta da individualisti, emotivi ed autonomi.
Alla ormai copiosa bibliografia lombrosiana si aggiunge, quindi, questo volume scritto con l'intento di chiarire chi fosse il “brigante” calabrese Villella nel cui cranio Lombroso trovò una fossetta in sede occipitale. “La prova” inequivocabile del criminale nato.
Lombroso creò il mito; poco prima di morire ancora narrava che egli stesso aveva “anatomizzato” il malcapitato e che l'analisi del suo cranio lo avrebbe illuminato (cfr. l'introduzione di Lombroso a Criminal Man).
Rintracciando Villella nelle carte di archivio, “Lombroso e il brigante” aggiunge un piccolo mattone alla letteratura sul tema. Milicia dimostra che Villella probabilmente era un semplice contadino con piccoli precedenti penali. Confrontando i differenti racconti su Villella fatti da Lombroso, era comunque intuibile che questi fosse solamente un “presunto” brigante e la storia della illuminazione, un mito creato dallo stesso Lombroso per legittimare le sue grandi scoperte.
Lombroso e i suoi allievi studiarono altri casi di Meridionali: ad es., Misdea, Musolino e soprattutto il lucano Passannante. In queste storie, la nascita meridionale era usata come conferma della pericolosità sociale; nell'ingranaggio biopolitico la famiglia di queste persone era diagnosticata come pericolosa e degenerata, tanto da imporre ai familiari cure psichiatriche e ricoveri (cfr. Giovanni Passannante, di Giuseppe Galzerano). I meridionali semplicemente tornavano utili alla conferma della teoria perché erano una categoria di persone – una razza – in cui la presenza di caratteristiche evolutivamente arretrate e degenerate si considerava un fatto.
L'ereditarismo di Lombroso prevedeva un sistema in cui le popolazioni, le persone e i gruppi fossero “più” o “meno” evoluti. Le donne meno degli uomini, i bambini degli adulti e i meridionali dei settentrionali. L'ambiente poco poteva in un sistema gerarchico in cui ognuno aveva un posto in basso o in alto. I trasformisti lamarckiani, al contrario, pensavano di poter modificare e migliorare le generazioni delle persone in tempi brevi e con pratiche di emancipazione; erano spesso politicamente ingaggiati nel movimento del libero pensiero, nel partito radicalsocialista, nell'azionismo repubblicano, nel movimento anarchico e socialista e nei movimenti per l'emancipazione delle donne. Lombroso, per giunta, era un socialista all'acqua di rose che coniò il termine misoneismo per giustificare una “normale” tendenza delle masse alla conservazione. Lombroso condivideva una visione paternalistica dell'azione sociale come testimoniano proprio gli scritti sulla Calabria, tanto apprezzati da Milicia; nei suoi studi i rivoluzionari e i “settari” erano considerati degli anormali (cfr. Gli Anarchici e I Tre tribuni). Lombroso non apriva cioè a reali possibilità di trasformazione delle generazioni di individui mediante pratiche politiche, educative e terapeutiche di cui avrebbe beneficiato il patrimonio genetico “della stirpe”, in una ottica strettamente lamarckiana. Altri antropologi come Giuseppe Sergi, maestro della Montessori, davano invece enorme importanza all'educazione come pratica di emancipazione (cfr. Northerners versus Southerners di G. Cimino e R. Foschi). Lombroso era, inoltre, inviso soprattutto ai francesi, custodi e interpreti principali del trasformismo lamarckiano.
Sulla base di molti contributi storiografici è chiaramente lecito definire “razziste” una serie di pratiche e di idee elaborate ben prima del Novecento. La storia del razzismo, quindi, include i precursori. L'innatismo, l'essenzialismo biologico, la tipizzazione e la pratica delle gerarchie - tutte presenti nell'opera lombrosiana - sono state i detonatori del razzismo di cui la filosofia, la storia e la psicologia si sono occupate solo dopo la seconda guerra mondiale. I cultori della teoria della degenerazione, a cui si ascrive l'opera di Lombroso, difesero un orientamento eugenetico e di controllo delle popolazioni e degli individui diagnosticati come “essenzialmente” malati, tarati, viziati e arretrati che preparò sul piano culturale ciò che poi abbiamo definito “pregiudizio” e “razzismo”.
Per concludere, i Musei non vanno certamente chiusi ma non dovrebbero celebrare i “grandi” uomini che hanno costruito le proprie fortune sulle ossa di chi, come il contadino Villella, avrebbe meritato di essere rimesso al centro della Storia, magari iniziando dall'intitolazione del Museo al suo nome.

Renato Foschi