rivista anarchica
anno 44 n. 388
aprile 2014




Pensando al neorealismo

di Bruno Bigoni


Il problema che mi propongo di esaminare è se esiste in Italia un cinema politico. Un cinema che affronta problematiche sociali e culturali può ancora essere considerato un cinema d'intervento politico? Se guardiamo indietro, il nostro cinema ha sempre avuto la vocazione a raccontare i costumi e i comportamenti degli Italiani. Partendo dal neorealismo, sviluppatosi a cavallo della guerra e fino agli anni 60, con le commedie di costume, il cinema italiano ha lasciato una traccia nel solco della storia della cultura italiana in generale e nella storia del cinema proprio per la sua capacità di raccontare la realtà.
Oggi sono cambiate le prospettive storiche, le condizioni sociali e culturali, diversi gli accenti e diversi mezzi espressivi, per non parlare dell'avvento della rivoluzione digitale, ma il nostro proposito in questo scritto è quello di interrogarsi e di considerare gli atteggiamenti che hanno oggi gli artisti di fronte ai problemi morali ed estetici che si formano nelle loro coscienze, di esaminare le speranze che hanno diffuso nelle proprie opere e di guardare e mettere in evidenza i mezzi espressivi che essi ritengono di adoperare per esprimere tutto questo. Il modo è quello di andare al cinema e non lasciare che il film sia solo puro intrattenimento, ma anche pensiero, riflessione e domande.
Gli autori contemporanei, il cinema che vediamo nelle nostre sale, esprimono un atteggiamento morale di protesta, di critica, di desiderio di trasformazione sociale? E il cinema può ancora aspirare a tale trasformazione?
Difficile dare una risposta. Il cinema contemporaneo è condizionato da un'industria malata e ben poco lungimirante, totalmente indifferente alle trasformazioni sociali. Per cui, pensando al neorealismo e alla carica che quel cinema seppe imprimere allo sviluppo e alla crescita della nostra società del dopo guerra, ci chiediamo se gli atteggiamenti che gli artisti del neorealismo ebbero di fronte alla realtà, di fronte agli uomini e alle istituzioni, siano ancora validi (riconoscibili) e in che misura, (anche in tempi mutati), in una realtà diversa, in una diversa alienazione umana, in una diversa oppressione dei valori della ragione. I cineasti e gli artisti contemporanei sanno dare risposte esaustive con film che parlino di noi e che ci pongano sempre in una condizione di disagio, mai appagati, mai riconciliati?
A tali domande, la mia risposta è sì. Almeno in una parte dei casi. Esiste sì un cinema forte, di denuncia, di ricerca che va visto e sostenuto. La vera domanda è un'altra: esiste ancora un pubblico per questo cinema?

Bruno Bigoni