rivista anarchica
anno 42 n. 376
dicembre 2012 - gennaio 2013


cinema

 

Specchio e riflesso

Interroghiamoci sulla critica cinematografica. A cosa serve? In cosa ci può sostenere se non nella comprensione di un'opera cinematografica? I quotidiani, le riviste, le tv, le radio ci dovrebbero aiutare a capire e scoprire il cinema nelle sue svariate declinazioni. Cogliere sfumature, conoscere le novità, scoprire nuovi talenti, segnalarci film, registi, attori, nel modo più ampio e possibilmente critico.
Per critico intendo l'insieme di analisi, interpretazioni e commenti riferiti alla produzione artistica in genere. Valutazione che può essere fatta in base al contesto o nella sua autonomia e nella sua struttura. Bene. Ormai di questi critici ne sono rimasti ben pochi. Tutto si è ridotto (a parte qualche rivista specializzata e poco letta) a qualche riga sui quotidiani, più attenti ai gossip che al reale valore dell'opera. Di solito, sui giornali troviamo solo parole vuote, piene d'inesattezze, prive di curiosità, sovente asservite solo al consumo di qualunque forma di cinema, note per lo più utili a guidare ad una visione stereotipata e malata.
Il cinema dovrebbe essere, per noi comuni spettatori, un evento, un'emozione, uno spintone, un'occasione di dibattito, magari anche un'incazzatura, ma che motivi sempre le due ore consumate in sala e il prezzo del biglietto pagato.
Il cinema italiano che il mercato riconosce come prodotto è nel frattempo sceso al gradino più basso possibile per assicurarsi una clientela più vasta, più facile da controllare e dal palato poco raffinato. Non è un caso che le due maggiori entità preposte alla produzione di cinema (Rai e Mediaset) siano governate da politici (o dai loro parenti più stretti) e non da addetti ai lavori imparziali e competenti. Che i finanziamenti pubblici al cinema siano diventati fragili stampelle su cui è sempre più difficile appoggiarsi (quando si riesce ad ottenerli). La conseguenza di questa dissennata politica culturale è un pessimo cinema, asservito alla televisione (che ne è il suo principale finanziatore), quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. I giovani non vanno più al cinema (e non solo loro), il pubblico italiano si riconosce solo nelle inutili e volgari commedie che riescono ad arrivare nelle sale e la banalità la fa da padrone e nessun argomento scottante, difficile, sgradito può essere affrontato per il grande consumo. Il cinema forse è un po' come la nostra classe politica... specchio della società che l'ha prodotta, alimentata e sostenuta nel tempo.
Il cinema emergente invece, quello indipendente, quello che non si vede mai, nasce generalmente da urgenze, da nuovi immaginari e sguardi inediti. Questo cinema resta nei cassetti. Qualche sporadica uscita in sale scadenti, nessuna pubblicità o lancio, poche copie, qualche giorno di tenitura e via, nel dimenticatoio...
Certo le sale devono vivere, poter incassare, continuare a restare vive sul territorio. Ma a poco serve continuare a proporre brutti film se non ad allontanare il pubblico dal cinema e avvicinarlo sempre più alla televisione, che del cinema è stata la prima e la più intelligente assassina.
Ci si adatta a portare sullo schermo qualunque sconcezza pur di far soldi. E noi? Noi continuiamo a farci del male...

Bruno Bigoni