rivista anarchica
anno 42 n. 376
dicembre 2012 - gennaio 2013


società
Felicità e anarchia

di Enrico Finzi

Al suo secondo libro sulla felicità “percepita”, un sociologo riscontra sostanziali analogie tra elementi della tradizione libertaria e le aspirazioni di molti italiani/e.


In certi ambienti Paolo Finzi, noto a voi tutti come animatore di “A”, è sempre stato considerato mio fratello, il Finzi minore rispetto al 'noto sociologo' (che poi sarei io). Nel vasto mondo libertario io sono ignoto oppure sono sempre stato ritenuto – pur più vecchio – il fratello minore, meno rilevante, di Paolo. Ora, per la prima volta, i due fratelli si incontrano su queste pagine: non perché io, ricercatore sociale di tradizione comunista italiana, sia passato all'anarchismo, ma poiché è appena uscito un mio libro, Felici malgrado che in qualche modo invade il campo libertario.
Il volume sviluppa alcuni studi sul rapporto tra gli Italiani e la felicità, sulla base non delle mie opinioni ma di migliaia di interviste demoscopiche a campioni rappresentativi della popolazione: e lo fa aggiornando un mio precedente libro del 2007 alla luce della drammatica crisi del paese, nello sforzo di descriverne l'immenso disagio sociale e – contemporaneamente – i tentativi messi in atto dai nostri connazionali per conquistare un po' di felicità nonostante il peggioramento del proprio tenore di vita e il boom della disperazione collettiva e individuale.
Beh, che c'entra tutto ciò con la pratica e il pensiero libertari? C'entra molto, poiché alcuni dei modi-chiave della ricerca nostrana dell'appagamento esistenziale hanno molti punti in comune con la tradizione anarchica. Provo a spiegare come e perché.
In primo luogo gioca la massiccia presa di distanza sia dal capitalismo, dalla formazione economico-sociale fondata sulla proprietà privata e sul cosiddetto mercato, sia da quella specifica cultura (volgarmente detta consumismo) che ha dominato dagli anni '50 in poi diffondendo l'illusione che il crescente acquisto di beni e servizi garantisca di per sé una vita migliore. Il tutto in un contesto inedito, caratterizzato da una potente insofferenza riferita all'ormai insopportabile disuguaglianza sociale, alla marcescenza del potere e delle sue istituzioni, alla manifesta falsità delle ideologie correnti.
In secondo luogo – pur se quasi nessuno lo dice – si osserva un forte riorientamento verso i valori, gli ideali: non, come in passato, quelli legati alla religione, ma quelli 'laici' o comunque comuni a molte opzioni, inclusa quella dell'ateismo e dell'agnosticismo. Al fondo, è come se la crisi, che non è solo economico-sociale ma di civiltà, stesse rilanciando le filosofie della responsabilità, dell'impegno, della generosità a scapito del menefreghismo, del disimpegno, dell'egoismo: anche se questa realtà, documentata dalle indagini sociali, non viene (volutamente) fatta emergere dai mass media, i quali invece mirano a indebolire le variegate forze del riscatto e dell'opposizione sociale.
Ancor di più conta, nel perseguimento d'una vera realizzazione esistenziale, la riscoperta della cooperazione, del rigetto dell'individualismo, della socialità come valore e come prassi, come mostra il capitolo del libro dedicato proprio a questo nodo cruciale, qui sotto riportato quasi integralmente.
La conclusione è sorprendente, comunque non banale: la rottura di un pluridecennale equilibrio (o disequilibrio) apre nuovi spazi a chi ha avuto sinora un ruolo assai minoritario, a volte di mera testimonianza. Per dirla in altri termini, per i libertari si moltiplicano le opportunità di estendere la propria influenza, di proporre – a volte in modo nuovo – le proprie convinzioni ed esperienze in un mondo che, proprio grazie ai suoi disastri, attende, chiede, chiama, persino invoca nuove vie di liberazione degli umani.

Enrico Finzi
sociologo, presidente di AstraRicerche

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Cooperare

La felicità è vivibile e vissuta solo personalmente: nessuno può delegarla o, al contrario, sperimentarla per conto di un'altra persona. Ma è spesso sia relazionale, affondando le sue radici nei rapporti con gli altri (a volte pochissimi), sia – più a fondo – sociale. Perché? A parte il nostro, già citato, essere 'animali sociali', dobbiamo considerare i tanti benefici connessi alla cooperazione tra gli umani.
In primo luogo, stare con gli altri è un potente antidoto al veleno dell'infelicità. Senza dubbio, a volte le relazioni interpersonali risultano sgradevoli, ansiogene, persino ammalanti. Ma, in genere, favoriscono la realizzazione esistenziale, se sono davvero libere, profonde, durature e specialmente variegate (cioè con soggetti e ambienti diversi): anche se poche e selettive, 'pantografano' l'io, lo espandono, lo rafforzano.
Il secondo beneficio deriva dal coinvolgimento valoriale, dal condividere non episodicamente passioni, ricordi, progetti, attività: insomma, dallo stare insieme non solo per farsi compagnia ma per produrre o consumare o svolgere un'attività socialmente utile sulla base di una 'filosofia' comune.
Ma non è solo questione di valori e azioni: se si passa dalla collaborazione alla cooperazione in senso stretto (quella di certe famiglie e associazioni oltre che di molte delle vere coop) se ne godono i vantaggi: la proprietà comune, con obiettivi avvertiti come propri; il maggior peso delle istanze etiche; un significativo senso di appartenenza; la protezione dei membri più deboli; il minor divario di potere e di reddito rispetto alle imprese private e pubbliche; il reinvestimento degli utili; la persistenza nel tempo; la tendenza a sfavorire i leaders e gli stili di leadership autoritari.
Ecco, se vogliamo accrescere la soddisfazione esistenziale impariamo a lavorare in squadra e a cooperare con altri (meglio condividendo con essi proprietà, governo, responsabilità): il che richiede regole comuni, tolleranza reciproca, mutue gratificazioni. La sillaba-chiave è 'co': quella che fonda il co-involgimento, la con-divisione, la co-operazione e anche il con-tatto, la com-partecipazione, il con-senso, al fondo la com-unità, l'essere 'noi' che è proprio dell''io', l'identità personale come fascio di relazioni.
Viene da interrogarsi: cosa richiede la vita 'in cordata' con altri? Secondo le ricerche, molte delle seguenti dieci esperienze o virtù:
- l'ascolto degli interlocutori: curioso, empatico, rispettoso, non iper-valutativo;
- il dialogo, basato sull'apertura agli altrui contributi e sul piacere della mutua influenza;
- la citata condivisione di valori, interessi, analisi, programmi, attività;
- la comune motivazione, il reciproco 'rinforzo';
- il vero e proprio gioco di squadra, che funziona se ci sono fiducia, 'ingaggio' e impegno di ciascuno;
- la trasparenza, nelle relazioni interpersonali e nell'organizzazione;
- l'orientamento all'obiettivo, più che l'ottemperamento delle norme;
- la comunanza di dignità, riconosciuta e tutelata;
- la valorizzazione dei talenti;
- la solidarietà, specie nelle difficoltà;
- l'oblatività, ossia lo sforzo generoso e gratuito a favore degli altri per aiutarli e gratificarli.
Troppo? In apparenza sì, se non fosse che tutto ciò – complesso a descriversi se razionalizzato – nella realtà risulta semplice e accessibile: tale lo rendono il DNA che ci orienta alla collaborazione; tante esperienze di successo in ogni epoca; i valori delle principali culture democratiche fondate su libertà, uguaglianza e fraternità (o sororità); gli stessi fallimenti epocali sia dell'autoritarismo (richiedente sudditi o schiavi e non cittadini) sia dell'individualismo (non quello 'buono' che esalta il ruolo e la responsabilità di ognuno ma quello 'cattivo' che contrappone individuo a società, indebolisce le libere comunità anche conflittuali, respinge l'idea-limite – la meta e la bussola – dell'autogoverno collettivo).
La ricerca della gratificazione esistenziale è così anche politica, riguarda la polis e il senso – a un tempo primo e ultimo – del nostro essere 'animali sociali'.

Tratto da Felici Malgrado, pagg. 78-81.

E. F.