rivista anarchica
anno 42 n. 375
novembre 2012


Sudafrica

Il massacro di Marikana

di Antonio Senta


Migliaia di minatori scioperano contro una multinazionale del platino, scatenando la durissima repressione della polizia e dando il via a una serie di agitazioni.


È il 16 agosto 2012 quando, nei pressi della miniera di platino di Marikana, circa cento chilometri a nord ovest di Johannesburg, la polizia apre il fuoco freddando trentaquattro lavoratori in sciopero e ferendone altri ottanta. La notizia “buca” i dormienti media italiani, resiste per qualche giorno e poi scompare, sommersa dalla mole di informazioni, gran parte delle quali inutili, con cui siamo quotidianamente bombardati. Ma cosa è successo davvero? Questo i nostri media mainstream non l'hanno proprio detto. Anche quelli sudafricani sono stati menzogneri, cercando di far passare la notizia secondo cui la strage sarebbe stata causata da un conflitto tra sindacati e che la polizia avrebbe agito per autodifesa a fronte di un attacco armato da parte dei minatori.
La verità è tutt'altra e ci è giunta nei giorni successivi solo grazie alla controinformazione di lavoratori e attivisti sudafricani. Circa tremila addetti ai pozzi (rock drill operators), in buona parte immigrati da altre zone dell'Africa, entrano in sciopero il 10 agosto, supportati dalla Association of Mineworkers and Construction Union (Amcu), un sindacato autonomo nato una decina di anni fa in opposizione alle politiche accomodanti della National Union of Mineworkers (Num) affiliato al Congress of South African Trade Unions (Cosatu) sindacato amico dell'African Natonal Congress, partito che fu di Mandela e che è al potere dal 1994. I lavoratori chiedono aumenti salariali da quattromila rand mensili (quattrocento euro) a dodicimila e incontrano il netto rifiuto dei padroni della miniera, ma anche del Num, che si mette da subito a organizzare i crumiri.
La miniera, che impiega ventottomila persone, è di proprietà della multinazionale Lonmin, terzo produttore mondiale di platino. A Marikana viene estratto il dodici per cento della produzione mondiale di platino di cui il Sudafrica è primo produttore al mondo e di cui possiede l'ottanta per cento delle riserve mondiali. Il platino, così come altri minerali più o meno preziosi che il Sudafrica possiede in quantità, è richiestissimo in particolare dall'India, dal Brasile e dalla Cina, paese che attua una politica imperialista nei confronti di tutto il continente africano.
I minatori ufficialmente non sono dipendenti della Lonmin ma di società in subappalto: sono quindi precari, lavoratori a contratto, assunti ora da un padrone ora da un altro secondo quella ben nota logica delle “scatole cinesi” che è, evidentemente, cifra della globalizzazione, usata tanto nel sud del mondo quanto nel “ricco” nord. Non hanno pressoché nessun diritto di sciopero e infatti la loro astensione dal lavoro viene dichiarata subito illegale dalla Lonmin: il loro è, per forza di cose, uno sciopero selvaggio.
La maggior parte dei lavoratori di Marikana dorme in baracche nei pressi delle miniere, in un contesto sociale di estremo degrado. Le donne vivono sulla loro pelle tale situazione e subiscono violenze “inimmaginabili”, secondo quanto riportano le compagne sudafricane del New Women's Movement, mentre frequenti sono le malattie dei bambini, costretti a condizioni di estrema indigenza.

Lo sciopero continua

Dopo sei giorni di sciopero cinquecento poliziotti, tra i quali i corpi speciali dell'antisommossa muniti di fucili d'assalto, con cavalli, blindati ed elicotteri irrompono su una collina nei pressi della miniera dove sono assembrati i minatori in sciopero. L'ordine del governo è preciso. I poliziotti circondano l'area con del filo spinato, attaccano con idranti e lacrimogeni dai blindati e dagli elicotteri, lasciando solo un varco da cui gli scioperanti provano a fuggire. Non appena ciò avviene, aprono il fuoco. Cadono in trentaquattro, tutti colpiti alle spalle o schiacciati dai mezzi della polizia mentre cercano di fuggire, come risulterà da alcune ricerche indipendenti svolte sul luogo del massacro. Questi morti si sommano ad altre dieci vittime: sei lavoratori e quattro guardie giurate erano state uccise nei mesi precedenti, conseguenza di un'agitazione sociale diffusa e di un'opera di repressione che si è intensificata nell'ultimo anno, a Marikana così come nelle altre miniere di platino del paese. Duecentossessanta minatori sono arrestati e portati in tutta fretta in tribunale dove vengono condannati per porto abusivo di armi (bastoni e machete).
Nonostante tutto questo, dopo la strage lo sciopero continua coinvolgendo non solo i rock drill operators, ma anche i due terzi dei ventottomila lavoratori dell'impianto che fanno proprie le istanze degli addetti ai pozzi. La multinazionale dapprima minaccia di licenziare chi non si presenti in miniera, ma poi - di fronte alla massiccia astensione al lavoro - rinuncia al proposito. Non solo: tra la fine di agosto e l'inizio di settembre migliaia di minatori di altri impianti del paese, sia di platino (Royal Bafokeng Platinum e Anglo American Platinum, il più grande produttore mondiale) che di oro (KDC Gold Mine, Gold One's Modder East) scendono in sciopero in solidarietà alle vittime, esigendo anch'essi sostanziosi aumenti salariali. In diverse parti del paese ci sono mobilitazioni e cortei, nonostante il lavoro di camuffamento della verità svolto da televisioni e giornali. Proprio in seguito a questa diffusa agitazione buona parte dei duecentosettanta minatori arrestati viene scarcerata.
A metà settembre, dopo sei settimane di sciopero, il valore delle azioni della Lonmin è sceso ormai del venti per cento e la produzione è calata di settantacinque milioni di dollari, mentre il prezzo del platino è salito dai millequattrocento dollari all'oncia del 16 agosto ai milleseicentocinquanta dollari all'oncia di un mese più tardi. Solo a questo punto la proprietà cede e decide di aumentare il salario dei rock drill operators del ventidue per cento portandolo a undicimila rand e degli altri lavoratori dell'undici per cento. Questa decisione viene seguita da altri impianti e trova il favore dei minatori, che tornano al lavoro. Nello stesso giorno dell'accordo il Cosatu annuncia di volere dare il via a una triplice campagna per limitare per legge l'utilizzo dei crumiri, per riformare i corpi di polizia utilizzati nei conflitti sociali e per mettere in pratica una “carta dei minatori”, su cui basare una lotta per il miglioramento complessivo delle condizioni di lavoro dei cinquecentomila uomini impiegati nel settore. Dichiarazioni opportunistiche, certo, ma che mostrano bene come il governo e i maggiori sindacati abbiano bisogno di recuperare una situazione che rischia di sfuggire loro di mano.

Tra passato e presente

Il massacro di Marikana è un fatto inedito per il Sudafrica del dopo 1994 e ricorda le stragi dell'apartheid. Nelle loro e-mail diversi compagni hanno ricordato cosa accadde nella township di Sharpeville nel 1960, quando la polizia aprì il fuoco su una folla di manifestanti che protestava contro la politica segregazionista lasciando sul selciato sessantanove persone, o a Soweto nel 1976, quando la rivolta giovanile contro l'imposizione dell'uso dell'afrikaans nelle scuole fu repressa con centinaia di morti (il numero esatto delle vittime è tutt'ora sconosciuto).
Eppure a nessun sudafricano cosciente sfugge il fatto che a ordinare il massacro di Marikana sono stati alcuni dei protagonisti della lotta all'apartheid. Certo si sapeva che dalla liberazione di Mandela a oggi il Sudafrica ha vissuto vent'anni di egemonia neoliberista che ha ampliato la forbice tra i pochi ricchi e la gran massa di poveri e poverissimi. Si sapeva che la giustizia sociale, propagandata dal governo, era solo retorica. Eppure per molti sudafricani neri non deve essere facile accettare che i responsabili del massacro di Marikana sono gli stessi che partecipavano agli scontri di Soweto una trentina di anni fa.
Fatto sta che i partiti politici e i sindacati (Anc e Cosatu in testa) che hanno guidato la lotta di liberazione sono da tempo passati dall'altra parte della barricata. La realtà è che il 1994 ha restituito sì i formali diritti civili alla popolazione nera, ma ha anche dato nuova linfa alla discriminazione sociale. Una ristretta élite di neri è stata cooptata attraverso le politiche di Black power empowerment (Bpe) a spese della grande maggioranza che popola le township. Tutti gli indicatori (occupazione, accesso a servizi di base quali l'acqua, l'elettricità, la casa, i trasporti) testimoniano che negli ultimi venti anni la qualità della vita dei sudafricani poveri è peggiorata enormemente.
Con il massacro di Marikana dell'agosto 2012 la favola della nazione arcobaleno si è definitivamente infranta. La continuità con il regime dell'apartheid emerge chiaramente dai protagonisti di questa drammatica vicenda, protagonisti che sono sempre gli stessi: multinazionali straniere, governi amici dei padroni occidentali, una polizia feroce, i giacimenti di metalli preziosi e la loro centralità nel mercato mondiale. Non a caso la Lonmin, che oggi ha sede legale a Londra, è l'erede diretta della London Rhodesian Mining Company, nata negli anni Sessanta in Sudafrica per volere di una delle icone dell'apartheid, Tiny Rowland.
La lotta oggi è quindi ancora più impegnativa di quella che ha messo fine all'apartheid. Per portarla avanti è necessario rafforzare reti di solidarietà tra quei lavoratori che, a ogni latitudine del globo, intendono resistere all'attività predatoria e devastatrice del capitalismo. Farlo implica non cedere alla demagogia della politica ufficiale e dare voce all'autonomia e alla dignità di chi lavora. Farlo significa innanzitutto svelare le menzogne dell'informazione ufficiale e provare a ristabilire la verità.

Antonio Senta