rivista anarchica
anno 42 n. 370
aprile 2012


Grecia/3

Il pane e il sale

di Maria Matteo

Oggi gli spazi di mediazione con l’avversario si sono sensibilmente ridotti, perché i padroni, quando possono – e oggi possono – preferiscono la frusta allo zuccherino. E allora...

 

La recente lotta degli autotrasportatori, estesasi dalla Sicilia al resto d’Italia, ci interroga sulla debolezza del nostro sistema economico e sociale. Pochi giorni di blocchi stradali e all’improvviso tutto quello che era sicuro non lo è più. Gasolio e benzina non sgorgano dai distributori, le merci negli scaffali dei supermercati cominciano a scarseggiare, le fabbriche si fermano.
Il governo Monti ha risolto tutto in maniera semplice e brutale: polizia e qualche piccola concessione. Ma le questioni che questa vicenda ha sollevato restano tutte sul tappeto. Le relazioni politiche e sociali che si intrecciano intorno a ciascuno di noi e attraverso ciascuno di noi sono insieme fragilissime e complesse. Facili da inceppare, difficili da far ripartire. Specie se il ritmo cambia, specie se al centro – e per noi anarchici altrimenti non potrebbe essere – ci sono le persone e non le merci e gli scambi. Specie se quel che conta non è la produzione e la rendita spesso autonoma e volatile rispetto alla produzione, ma quel che serve a vivere e gli strumenti per decidere collettivamente le priorità, moltiplicando le possibilità per i singoli e garantendo a tutti – ma proprio tutti tutti – l’accesso ai beni comuni.
Ora che i giochi si fanno più duri non possiamo più permetterci di giocare con le marmellatine bio e la tometta del margaro che conosce mio cugino: servono idee e pratiche perché la sottrazione alle relazioni sociali all’insegna della merce, sia possibile a tutti, non un prodotto di nicchia per alternativi benestanti. Se non sapremo farlo, se non sapremo interrogarci sui modi, se non sapremo aprire ambiti di relazione politica sottratta all’istituito che si offrano come possibilità concreta di confronto sarà sempre più difficile sfuggire al ricatto che i padroni fanno alle nostre vite.
Oggi gli spazi di mediazione con l’avversario si sono sensibilmente ridotti, perché i padroni, quando possono – e oggi possono – preferiscono la frusta allo zuccherino. Un nuovo compromesso socialdemocratico non è certo all’orizzonte, né sarebbe auspicabile che lo fosse. In fondo questi anni ci regalano l’occasione che ci è stata negata per decenni di poter tentare una via diversa dallo scambio tra la caccia all’utopia e la sicurezza. Certo, a leggere le statistiche, la gran parte dei giovani, quelli strangolati dalla precarietà a vita, sceglierebbe un salario più basso in cambio della “noia” del posto fisso. Nulla che incoraggi avventure autogestionarie foss’anche in mera funzione suppletiva del welfare rimosso a forza pezzo dopo pezzo. Nel nostro paese prevale la paura. Il conflitto sociale si esprime nelle forme residuali della resistenza in questo o quel settore, lotte parcellizzate, rituali, perdenti. L’unica prospettiva per i lavoratori delle fabbriche che chiudono è monetizzare la sconfitta.

Ma i soldi ci sono

La fame vien mangiando e anche sul piano delle libertà formali gli spazi si restringono: dire, scrivere, diffondere opinioni diviene sempre più spesso argomento da tribunale.
Si allarga lo iato tra quello che è concesso – la critica garbata – e gli spazi materiali di libertà che persino i più affezionati cultori della democrazia sono costretti a prendersi.
La partita si fa sempre più difficile: la democrazia reale, non più temperata da sistemi di ammortizzazione del conflitto sociale, resta nuda con le proprie guardie del corpo ben armate.
Gli intellettuali al servizio della grande stampa articolano in elaborati elzeviri il ritornello della barca dove tutti si rema per non colare a picco. Un argomento esile esile, che non scalfisce la dura consapevolezza che i padroni fanno la guerra di classe. E la vincono.
La partita che si sta giocando sul lavoro – una partita, che, mentre scrivo, è ancora aperta ma gli esiti sono sin troppo prevedibili – è la pietra tombale su un sistema di regolazione del conflitto, che oggi i padroni possono permettersi di buttare a mare, perché hanno la forza per farlo. La crisi è il pretesto non l’innesco dell’operazione.
Chi sta perdendo il futuro in un presente incerto macina rabbia ma non sa tradurla nelle forme dell’agire politico e sociale. Chi il 15 ottobre aveva suonato la canzone della rivolta sociale, così come gli “indignati” in provetta, propugnatori di un conflitto compatibile con l’esistente, devono fare i conti con una realtà politica e sociale che non si adegua agli schemi della rivolta e neppure a quelli degli orfani della democrazia tradita. I referendum sull’acqua vinti di slancio e persi in un batter di carte parlamentari dovrebbero bastare a scuotere i sogni incantati di tanta brava gente. Brave persone che hanno raccolto firme, fatto petizioni, organizzato serate, regalato il loro tempo alla speranza che i correttivi offerti dalla Costituzione potessero rimettere le cose in riga, spiazzando l’avversario. O almeno inducendolo alla prudenza, all’educato procrastinare l’eterno ritorno dell’uguale. Invece no. Bisogna far cassa e la cassa si riempie mettendo in vendita i gioielli di famiglia, non certo colpendo i redditi delle famiglie che contano.
Perché – ed è bene ricordarlo ad ogni occasione – i soldi per fare le cose che servono a tutti ci sono e sono tanti di più di quelli che vengono rapinati ai lavoratori dipendenti obbligati a finanziare guerre, chiese, grandi opere inutili, agevolazioni alle imprese. I soldi sono nelle tasche di chi si fa ricco sul lavoro altrui. Basterebbe che si ri-cominciasse a pensare che espropriare i padroni si può e si deve. Ma – prima – occorre sapere come cuocere il proprio pane e dove trovare il sale per insaporirlo.
Forse, al di là di ogni schema teorico, sarà la realtà ad imporre itinerari diversi, dove il conflitto sociale non cerca più improbabili ammortizzatori, ma agisce per allargare gli spazi di autonomia reale.

In Grecia, per esempio

Dalla Grecia, dove ci sono meno sfumature, dove le luci e le ombre sono più marcate, arrivano alcuni segnali. Limitati ma significativi.
In Grecia la crisi che sta scuotendo l’Europa ha affondato i denti nella carne viva dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani precari. Le misure imposte dalla trojka – UE, FMI, BCE – al governo greco sono durissime, tanto dure che la minaccia di default non riesce a fermare la rivolta sociale che sta divampando in molte città elleniche.
Il babau è quello delle recessione, delle macchine che non vanno più perché non ci sono i soldi per la benzina, delle derrate alimentari che non si potrebbero più importare. E i compagni cominciano ad interrogarsi sul futuro, cominciano a cercare, al di là di un conflitto agito in prima linea, rischiando vita e libertà, sugli spazi da scavare per rispondere all’esigenza di costruire sulle macerie di un mondo che si disfa. Non è roba da poco: si tratta di disegnare i luoghi e i tempi dell’autogestione, della ri-presa del controllo sulle proprie vite. Non bastano le assemblee popolari, che pure qui hanno cominciato a fare ben prima della moda indignata, non basta l’estendersi e il radicalizzarsi del conflitto, servono risposte. E presto. Non ci sono laboratori sociali asettici, comuni agricole messe su con i soldi di una liquidazione, di una casa di famiglia o con il supporto di una rete di solidali.
L’autogestione la sperimenti perché ti si impone come sola possibilità – oltre chinare la testa sperando di tenerla fuori dalla melma che sale – per risolvere le questioni della vita quotidiana.
A Kirkis i lavoratori hanno occupato l’ospedale e lo fanno funzionare all’insegna della solidarietà e del mutuo appoggio. Gli operai dell’azienda elettrica rifiutano di staccare la corrente ai morosi, un’emittente televisiva è occupata e autogestita.
La gente plaude gli anarchici che attaccano la polizia, che gasa e manganella. Chi può e vuole partecipa. Se il 15 ottobre romano è stato la mimesi di un desiderio, il 12 febbraio ateniese ne è stato l’antitesi. Ma la scommessa, anche qua dove il conflitto è più aspro, è sempre la stessa: impastare da sé il proprio pane, sapendo trovare il sale per insaporirlo.
Esodo conflittuale e insieme conflitto che si radica nel presente, ne interroga le potenzialità e si assume il carico della sperimentazione.

Maria Matteo