rivista anarchica
anno 41 n. 366
novembre 2011


 

Monte Sole
ovvero Marzabotto

Il Massacro. Guerra ai civili a Monte Sole, opera di Luca Baldissera e Paolo Pezzini, due insegnanti di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa, intende restituire chiarezza ai tragici fatti avvenuti nel settembre-ottobre 1944, nel territorio di tre comuni dell’Appennino bolognese, e conosciuto ai più, erroneamente, come “eccidio di Marzabotto”.
In realtà il massacro si consumò in una serie di piccole località, caratterizzate per lo più da poche case, chiesa e cimitero, a volte una piccola osteria, all’interno del territorio di tre comuni: Monzuno, Grizzana, Marzabotto.
Gli autori hanno scrupolosamente ricostruito la vicenda attingendo a fonti italiane e straniere, riuscendo a far luce sulle modalità delle stragi,e sui processi seguiti a quello che è stato il più grande massacro di popolazione civile perpetrato sul fronte occidentale durante la II^ guerra mondiale.
La motivazione della rappresaglia, o rastrellamento, da parte dei nazisti fu, secondo argomentazioni usate dalla difesa dei militari tedeschi in tribunale, la presenza in zona della Brigata partigiana Stella Rossa, comandata da Mario Musolesi, detto Lupo; la brigata era in contatto con la V^ Armata americana, dalla quale era rifornita di armi e informazioni.
Il 29 settembre le quattro compagnie del battaglione esplorante del Colonnello Walter Reder, il “Recce Unit”, attaccano da est. Sulla marcia della I^ compagnia esiste una preziosa testimonianza di un giovane soldato alsaziano delle ss, Julien Legoll, disertore, che, per quanto confusa, è riscontrabile con altre testimonianze. Secondo Legoll la località dove si hanno gli scontri più ravvicinati e prolungati con i partigiani è”Cadotto”, dove, solo per caso vi sono il comandante e il vicecomandante della Stella Rossa; i nazisti non credevano di trovarvi partigiani, conoscendo la loro vera base, S.Martino, che intendevano raggiungere solo dopo aver fatto “terra bruciata” intorno a loro. Per terra bruciata si intende quella spietata determinazione nell’uccidere civili inermi, anziani, donne e bambini, e dare alle fiamme qualsiasi tipo di costruzione, tanto era la determinazione nell’uccidere civili e bestiame, e nel distruggere abitazioni, stalle e chiese, tanto era la prudenza nell’affrontare lo scontro con i partigiani; a S.Anna di Stazzema, dove vi fu un terribile massacro, sempre compiuto dalla 16^ divisione ss Reicfuhrer, non vi era nel paese nessun partigiano.
A Cadotto, quindi, per una circostanza del tutto casuale, cade il comandante della Stella Rossa, Lupo, ed i tedeschi hanno le uniche perdite rilevanti dell’operazione proprio perché non si aspettavano di trovare partigiani; proseguono poi la loro opera di distruzione e delitti nelle località di Albergana, Cà di piede, San Giovanni di Sotto e Serana. In genere gli uomini alla vista dei nazisti si nascondono lasciando mogli e figli pensando che non abbiano nulla da temere, rimarranno invece i soli sopravvissuti, mentre le loro famiglie saranno interamente sterminate, è questo il caso di Mario e Gerardo Fiori, di Gaetano Sandri.
A Caprara avviene l’ennesimo eccidio di donne, bambini ed anziani, i pochi sopravvissuti si salvano perchè si fingono morti e rimangono immobili sotto ai cadaveri; a Caprara non vi sono partigiani, tutti ritiratisi su Monte Sole e Monte Caprara, unico loro segno qualche casa fortificata. A Caprara operò la 5^ compagnia della 16^ div. Ss, comandata da Saalfrank.

Rastrellamento eliminazionista
Molti partigiani, nella loro fuga verso Monte Sole e Monte Caprara, passano per Casaglia senza fermarvisi, i civili, invece si rifugiano in Chiesa vedendo bruciare le case sottostanti, con loro anche il parroco di S.Martino don Ubaldo Marchioni. Saranno tutti condotti dai tedeschi nel vicino cimitero e lì assassinati, mentre il parroco ed una giovane donna paralitica verranno uccisi in chiesa.
Attorno all’eccidio di Casaglia vi sono anche testimonianze di orrori indicibili che aggiungono raccapriccio al già terribile scenario, poco importa che siano veri o no, sembra piuttosto che rappresentino una maniera di poter elaborare un lutto, di poter raccontare l’estremo, ciò che non si riesce a raccontare se non per mezzo di simboli.
La squadra di tedeschi che opera nella zona di “Le Scope” e “Cerpiano” uccide subito, nella prima mattina, due donne con le loro figlie in località Le Scope, prosegue poi la sua marcia verso Cerpiano, qui vi è una grande costruzione chiamata “Il Palazzo” dove vi è l’asilo e la scuola elementare gestiti da Antonietta Benni, Maestra Orsolina e figura rappresentativa della comunità; sarà l’unica sopravvissuta della strage che si consumerà nei locali del “palazzo” adibiti ad oratorio.
Il “rastrellamento eliminazionista” prosegue a Creda di Salvaro, secondo le deposizioni di Walter Reder quella zona era territorio soggetto all’azione dei reparti della difesa antiaerea e dell’artiglieria della 16^ div. ss agli ordini del Capitano Paustian. Le deposizioni dei testimoni parlano di militari tedeschi con il distintivo delle ss ed il teschio sull’elmetto, che arrivano in forze (100-150 uomini), radunano le circa 80 persone e ricevuto il via tramite razzo segnalatore compiono l’eccidio. Stesse modalità a Maccagnano, Vallego di sopra, Steccola, Prunaio di sopra, S.Martino e Pioppe di Salvaro, dove un gruppo di uomini inabili al lavoro, insieme ad anziani e ad alcuni sacerdoti sono tenuti prigionieri in condizioni orribili, e dopo due giorni uccisi sulla passerella della botte canapiera e lasciati lì a marcire nell’acqua industriale.
A Cerpiano avviene anche l’episodio infame di cui si macchiano alcuni ufficiali, rinchiusi alcuni sopravvissuti in cantina, prelevano delle donne, che saranno costrette a cucinare, e verranno violentate da Reder e dall’ufficiale medico Schildbach.

I Partigiani
Pur essendo allertati da tempo i partigiani si trovano totalmente impreparati alle offensive dei tedeschi, soprattutto perché non si aspettano un attacco criminale di quel tipo contro la popolazione inerme, per il maltempo e la pioggia continua che renderanno più difficili le comunicazioni e i loro spostamenti , e per la leggerezza con la quale il comandante ed il vice comandante della Stella Rossa si faranno trovare e verranno uccisi a Cadotto, dove per altro, avverrà l’unico vero scontro a fuoco fra partigiani e tedeschi. Soprattutto nell’eccidio di Casaglia, perché i partigiani, che pure erano a poca distanza non intervenirono? A questo proposito Guerrino Avoni, comandante di compagnia, cambierà posizione per ben tre volte: incolpando il suo comandante Otello Musolesi, affermando che i tedeschi non erano visibili dalla sua posizione, sostenendo che c’erano suoi compagni che affermavano che intervenire avrebbe peggiorato la situazione degli ostaggi. Sicuramente in quei frenetici momenti si aprì una discussione fra i partigiani arroccati a Monte Sole: una parte voleva scendere al contrattacco, mentre l’altra voleva risparmiare munizioni e sfuggire all’accerchiamento con il favore dell’oscurità.
Attorno al mancato intervento dei partigiani si è concentrata la lotta politica del dopoguerra, dibattendo anche sul lascito politico-morale della guerra di resistenza; oggi in base alle testimonianze analizzate la cosa più verosimile è che, dopo la morte imprevista del Comandante Lupo e del suo vice, la totale mancanza di ordini, il numero preponderante dei nazisti, lo sconvolgimento di tale distruzione, la Stella Rossa si sia dissolta e sganciata in piccoli gruppi, modalità prevista in caso di assenza del comandante e di mancanza di ordini.

I tedeschi
Il Feldmaresciallo Kesserling era il Comandante della Wehrmacht per il fronte sud, il 1° aprile diffonde un comunicato per le direttive sulla lotta alle Bande, che rispecchia quello usato nel 1942 sul fronte orientale, direttive durissime e senza pietà in cui specifica che eventuali eccessi non saranno puniti. Dopo l’attentato di via Rasella a Roma Kesserling invia un telegramma al feldmaresciallo Keitel per il conflitto di poteri fra lui e il comandante delle ss in Italia il Generale Wolff, Keitel conferisce pieni poteri a Kesserling, che il 21 agosto 1944 emana,dopo le proteste del regime di Salò per crimini compiuti dalle truppe, una direttiva contro le razzie e per la disciplina dei propri uomini, che di fatto, però, non cambierà di nulla il comportamento dei militari coinvolti in simili episodi.
Kesserling in tribunale, nella sua sfacciata autodifesa, pur ammettendo difficoltà disciplinari legate alla giovane età dei soldati, ai paracadutisti legati ad un proprio codice d’onore, alle ss, e al divisione Hermann Goring, politicamente addestrati e duri combattenti, alle forze di Salò, sosteneva che la guerra partigiana fosse contraria a qualsiasi convezione internazionale, fosse vile, disonorevole e traditrice, ridotta a bande di delinquenti comuni, in questo del tutto simile alla “Teoria del partigiano” del giurista nazista Carl Schmitt.
Anche il Generale Simon si difende imputando gli eccidi all’artiglieria pesante e alla particolare guerra infida dei partigiani, che, a suo avviso, non permette di distinguere la popolazione dai combattenti.
Queste istruttorie vengono intraprese dalle forze armate britanniche e statunitensi, i primi a venire a conoscenza del massacro sono proprio i vertici della V^ Armata, grazie a tre disertori: Julien Legoll, Rudi Vysek e Kneissl.
Anche gli italiani, successivamente aprono un indagine, affidandola al Capitano di Polizia, Paolo Galli, che, nonostante le numerose testimonianze, si dimostrerà completamente incompetente; d’altronde il giornale di Bologna “Il Resto del Carlino”, subito dopo l’eccidio aveva pubblicato un articolo dove “smentiva categoricamente”ogni ipotesi di massacro.

I processi
Le autorità americane e britanniche decidono di processare i vertici militari tedeschi, e di lasciare gli ufficiali di gradi minori alle autorità italiane; subito Kesserling e Simon vengono condannati alla pena di morte, ma la guerra fredda è in agguato e la Germania è un alleato troppo prezioso per l’occidente nella lotta contro il comunismo; la pena di morte viene presto commutata in carcere a vita e successivamente in pochi anni di carcere.
La Gran Bretagna consegna Reder all’Italia nel 1948, Reder affida la propria difesa anche ad un memoriale in cui ribadisce la sua ideologia indicando nella guerra partigiana una piaga, un nemico irregolare, e la controguerriglia una necessità legittima, allegando anche un articolo del britannico B.Liddel Hart, storico militare, noto per le sue simpatie naziste. Condannato all’ergastolo nel 1952, con l’accusa di violenza con omicidio continuato, incendi, distruzione, con l’attuazione di un “piano programmatico” già predisposto contro i civili. La sentenza conteneva inoltre una difesa della guerra partigiana, che veniva dichiarata al di fuori dell’illecito internazionale, con l’affermazione che “sia strettamente necessario che il diritto internazionale della guerra sia, per essere veramente operante, il più possibile aderente all’evoluzione della guerra”.
Reder presenterà domanda di grazia numerose volte, sarà infine accettata, e il detenuto posto in libertà nel 1985, dal Presidente del Consiglio Craxi, in un periodo politico in cui, con lo sdoganamento dell’MSI da parte dello stesso Craxi si poneva fine all’era della Resistenza come elemento fondativo della Repubblica Italiana.
Si aprirà poi un’altra stagione con la ricerca e l’arresto di Erich Priebke, collaboratore di Kappler nella Strage delle Fosse Ardeatine, e la scoperta, da parte del procuratore militare Antonino Intelisano, di un grosso fondo di fascicoli relativo a crimini di guerra indebitamente occultato; si riapriva così anche il caso di Monte Sole, con la chiamata in giudizio per sottufficiali e soldati che parteciparono al massacro, il processo si chiuderà con 10 ergastoli.
Anche se l’unico a pagare per il massacro di Monte Sole è stato, e rimarrà il solo Reder, la conclusione dei processi, anche a distanza di anni, rimane un caso esemplare e dimostra che, pur essendoci contaminazione fra diritto e politica, e pur conclusosi con un enorme ritardo, ha avuto importanti conquiste: la legittimità di ogni guerra partigiana e l’imperativo morale per ogni soldato di rifiutare ordini criminosi; basi su cui si potranno affrontare processi futuri.

Alessandro Fiori

 

Sull’antropologia
filosofica

Sostenere che l’opera di Anders è poliedrica e si presta a letture diverse non è una apertura retorica della recensione ma il riconoscimento della sua vastità e complessità in termini di collocazione disciplinare, struttura del volume, utilizzo del linguaggio e stile narrativo.
Il secondo volume de L’uomo è antiquato (Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 1992).è una raccolta di saggi prodotti nel corso di poco più di due decenni come continuazione della prima parte dell’opera pubblicata nel 1956. I saggi, in parte inediti in parte già pubblicati in riviste, hanno lunghezza, taglio e finalità diverse. Alcune tematiche ricorrono, con ripetizioni e approfondimenti da uno scritto all’altro: l’asservimento umano alla tecnica, ormai ritenuta la vera protagonista della storia; il totalitarismo del sistema tecnologico che genera conformismo e omologazione; la minaccia nucleare e le nuove tecnologie militari; lo stordimento umano di fronte alla produzione di merci e di rifiuti; l’inganno dei mass media e della pubblicità.
La produzione letteraria di Anders è vasta e variegata. Comprende saggi filosofici, articoli di giornale, corrispondenze (famosa quella con il pilota che sganciò la bomba su Hiroshima), simulazioni di interviste e romanzi. Il posizionamento dell’opera di Anders è complicato dal suo sostanziale ripudio della formazione filosofica giovanile, in buona parte ispirata ad Husserl e Heidegger. L’allontanamento dalla filosofia, o perlomeno della filosofia accademica, si rende necessario secondo Anders perché il secondo dopoguerra apre una nuova fase (l’ultima) per l’umanità e richiede quindi una antropologia filosofica drasticamente rinnovata negli apparati concettuali e interessi tematici. In gioventù si definiva “filosofo d’occasione” per segnalare la necessità di partire dalle esperienze dell’umanità tecnologizzata per elaborare riflessioni astratte. Nonostante le divergenze per alcuni versi siano notevoli, il tragitto intellettuale e morale di Anders ricorda quello di suoi contemporanei quali Pier Paolo Pasolini, Ivan Illich e Jacques Ellul. A tratti sono evidenti influenze psicologiche e sociologiche ma la collocazione rivendicata dall’autore, e forse quella più appropriata, è quella di moralista. L’opera di Anders ha una finalità principalmente etica in quanto è finalizzata a stimolare un ripensamento critico delle minacce della tecnologia, occultate dalla società dello spettacolo. La produzione letteraria va letta come una parte di un impegno che ha visto Anders attivo nel movimento contro il nucleare e il riarmo militare, sebbene a fine vita assuma posizione lontane dal pacifismo non-violento.
È problematico anche il linguaggio usato dall’autore che cambia registro con estrema facilità. Se l’impianto dell’opera nel complesso è analitico ed è innegabile una coerenza complessiva, la prosa tuttavia assume spesso toni narrativi, arricchiti da un cospicuo utilizzo di metafore e aforismi. Il rigore dell’argomentazione è penalizzata da una fastidiosa mancanza di definizione dei concetti che vengono evocati più che spiegati. La mancanza è aggravata da un utilizzo spesso personalizzato dei vocaboli, con ri-significazioni peculiari di vare nozioni chiave, e da passaggi argomentativi che non mirano ad adeguarsi ai canoni né del senso comune né dell’accademia. I riferimenti a nozioni latine e greche raramente risolve l’ambiguità. Anders mostra uno scarso interesse al confronto teorico; gli interessa piuttosto la denuncia. Le asserzioni di conseguenza sono secche e polemiche, poco attente a ripararsi dalle prevedibili critiche o a rifuggire la circolarità di talune argomentazioni. Il fatto che riflessioni astratte e generali, l’individuazione delle tendenze cruciali e nascoste in questo periodo storico dominato dalla tecnica, siano spesso correlate ad osservazioni puntuali, porta Anders a numerosi quanto fugaci scorci di scrittura etnografica sul contemporaneo che toccano, tra l’altro, l’utilizzo della musica nei posti di lavoro, le dinamiche di episodi bellici, la sensazioni di piacere nel bere Coca-Cola, il rapporto con le macchine, lo sport, la privacy.
A distanza di oltre tre decenni dalla sua prima pubblicazione ciò che colpisce favorevolmente del secondo volume de L’Uomo è Antiquato è la capacità di individuare e illustrare da indizi incipienti, le linee di trasformazione della tecnologizzazione dell’esistenza con un sguardo distaccato, disilluso, critico. L’opera è ricca di spunti, spesso asseriti in maniera fugace o aneddotica, che verranno sviluppati nei decenni successivi da autorevoli esponenti delle scienze umane.
Anders, ad esempio, denuncia l’imminente collasso ecologico-umano anticipando le formulazioni peraltro pionieristiche del Club di Roma. Utilizza il concetto di liquidità che sarà centrale nell’opera di uno dei più noti sociologi viventi, Zygmunt Bauman: la nozione di liquidità in Anders è riferita a prodotti (oggetti ma anche merci mass mediatiche) che sgorgano già pronti al consumo, senza bisogno di essere masticati, il canale tra la emissione e il consumo non ammette blocco. Le pagine sui mass-media e sulla società del divertimento annunciano le analisi più approfondite e famose di Baudrillard. Sulla tecnica come soggetto di storia e quindi non classificabile come ‘neutrale’, Anders anticipa le posizione primitiviste: in questa fase storica non è la tecnica che dipende dall’uso umano, ma l’umanità che dipende dalla tecnica.
Anders nel 1963 pubblica una teoria politica del dominio che preannuncia il cambiamento paradigmatico nell’analisi del potere nelle sue terminazioni quotidiane e strutturazioni culturali piuttosto che considerarlo esaurito nell’apparato istituzionale. Anders in realtà non parla quasi mai di potere, né usa termini che entreranno in voga successivamente quali egemonia: quello che gli interessa è spiegare il conformismo e l’omologazione. Il saggio che esamina quelle che oggi riconosciamo come dinamiche politiche è intitolato L’individuo, perché l’analisi mira a illustrare le dinamiche dell’allineamento soggettivo al mondo tecnologico. L’importanza di tale questione e la precocità di Anders nell’individuarla è confermata dalle opere di autori quali Foucault, Augé, Bourdieu nei due decenni successivi.
La peculiarità dell’analisi di Anders risiede nell’argomentare che il rapporto di potere, con la rivoluzione industriale del secondo dopoguerra, smette di essere un rapporto tra esseri umani e diventa una subordinazione dell’umanità alle macchine. Con parole più vicine alla formulazione originale, la fantasia individuale viene assorbita dai progettisti di macchine, un allineamento inconscio a desideri indotti ottenuto tramite la somministrazione di piacere mediatico. Siamo ingannati da mondo “sirenico” di mass media e pubblicità (145, 242-248). La teoria del potere è intrisa da un pessimismo che lascia minimo spazio a speranze: la libertà percepita dai soggetti è illusoria, frutto di “menzogne”, le forme di resistenza sono ritenute innocue: “non esiste alcuno che non sia affatto omologato” (128). Anders parla esplicitamente di “servitù” alle macchine e arriva alla conclusione che “il conformismo non potrebbe sperare in un trionfo più completo” (168). Il potere delle macchine e più dittatoriale di quello dei dittatori della prima metà del Novecento (188): la repressione è stata sostituita dalle “offerte” (248), una riflessione che ricorda la proposta foucaultiana di indagare il potere secondo i suoi effetti “produttivi” piuttosto che repressivi.
Un’ultima riflessione che merita di essere esaminata riguarda la posizione elaborata da Anders nella parte conclusiva della sua vita sulla legittimità della violenza come arma politica, contenuta in Il Mondo dopo l’uomo. La violenza viene ritenuta non solo accettabile ma necessaria quando è finalizzata alla difesa da minacce reali (ad esempio la minaccia nucleare) o come reazione a chi ci ordina di uccidere. Anders in realtà si ritiene già coinvolto in “una guerra non dichiarata” (30) e si scaglia quindi contro l’ipocrisia delle proteste pacifiste coreografiche ma inefficaci, evocando piuttosto nuove azioni partigiane adottando i mezzi necessari per neutralizzare chi minaccia l’umanità e scatena violenza.
Questa recensione nasce dal desiderio di informare su una lettura evocativa, controversa, irriverente, indubbiamente suscettibile di numerose critiche, ma che offre continui e imprevedibili spunti di riflessione e approfondimento di una attualità che difficilmente sarebbe ipotizzabile leggendo la data di prima pubblicazione.

Stefano Boni

 

 

Contro
il lavoro

In aprile abbiamo presentato “Lavoro. No grazie?” di Alberto Tognola, un libro edito dalla casa editrice anarchica ticinese La Baronata. Ora pubblichiamo qualche stralcio dal nuovo libro “Contro il lavoro”, edito da Eleuthera. Libri mal digeriti dagli stakhanovisti (come noi di “A”).

“In fondo, [...] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, all’odiare”.
Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

Dalla prefazione di Andrea Staid

Che lavoro fai? Solitamente è la seconda domanda dopo come ti chiami? quando conosci una persona. Ognuno di noi ha un lavoro però è difficile spiegare cosa sia. È un qualcosa che si dovrebbe aver voglia di fare, ma per la maggior parte dei lavoratori questa voglia non c’è. Avere un lavoro significa fare sempre la stessa identica cosa. Fare una cosa uguale o simile tutti i giorni per decine di anni e la si fa per ottenere un salario non perché ne abbiamo realmente voglia o la consideriamo particolarmente utile, la facciamo perché abbiamo bisogno di reddito.
Dopo tanti anni che si fa lo stesso lavoro si sa fare solo quello, diventiamo degli esperti ma solo dell’attività che siamo costretti a fare per un salario.
Il lavoro impedisce l’invenzione e la sperimentazione di rapporti più ricchi e articolati, ci priva della gioia del saper fare tante attività diverse e di farle non perché dobbiamo ma perché ci sembra giusto e necessario farle per la nostra comunità.
La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”.

Andrea Staid

Dal testo di Philippe Godard

Il lavoro, un’attività inumana
Il lavoro oggi serve a qualcos’altro, che non sia l’accumulazione di merci e il soddisfacimento di una voglia o di un presunto bisogno di consumo individualizzato, se non individualista? Che cosa cerca il lavoratore mentre sta svolgendo un compito che gli divora un buon terzo dell’esistenza, se non acquisire con il denaro ciò che gli permetterà di consumare, quindi di distruggere o di usare altre merci create con l’unico scopo di soddisfarlo? È così evidente che il lavoro ha perso ogni senso trascendente. Lungi dall’essere superiore alle altre attività umane, ne rappresenta invece la feccia, perché, con il posto che occupa nella vita e nei rapporti sociali, impedisce la creazione e l’invenzione di altre relazioni. Anzi, peggio: attraverso la struttura ideologica che lo giustifica e che domina il pensiero politico ed economico, è dominio in atto sugli esseri umani – e sulla natura in generale. In sintesi, il lavoro non fa altro che nuocere all’individuo e alle comunità.
Il lavoro è così il risultato di un rapporto di dominio, in origine estremamente semplice. Ma mentre gli eventuali rapporti di dominio primitivi erano interni alla specie – dell’uomo rispetto alla donna o viceversa, cioè patriarcato o matriarcato, maschio dominante rispetto a maschio dominato e così via, ovvero rapporti “animali” – il lavoro introduce una nuova dimensione: i rapporti di dominio non sono più, come nel caso degli animali, interni alla specie, ma si affermano ora tra la specie e un’entità concepita direttamente come esterna, la natura. La mano non raccoglie e non caccia più: fa della natura il proprio prolungamento, il proprio complemento o strumento.

Un’immagine di dominio
Dunque, fin dall’inizio il lavoro nuoce all’individuo e all’umanità, perché pone un estraneo che si dovrà dominare e si rivelerà ostile, fino a farlo diventare il Nemico. La natura è addirittura un’incarnazione del Male, secondo la convinzione più diffusa, è la lotta per la vita, struggle for life, di tutti contro tutti che la caratterizza. Questa natura rigogliosa ed esuberante si contrappone al lavoro fin dall’inizio, perché è d’intralcio all’agricoltura – come esprime il concetto distorto delle “male erbe” da estirpare dagli orti e dai campi.
Ma i rapporti di dominio tra specie in seno alla natura sono un mito inventato dai biologi per giustificare l’immagine che l’umanità ha di se stessa – perché non può averne un’altra, come vedremo. È un’immagine di dominio, quindi di asservimento. In realtà, non esiste nessun rapporto di dominio di una specie sull’altra in natura. La selezione naturale, la lotta per la sopravvivenza, l’imperativo dell’adattamento sono visioni ideologiche. Niente di questo s’impone agli individui delle diverse specie. In uno spazio equilibrato – dove non interviene l’uomo – le specie si evolvono e si adattano continuamente. Le eventuali prede non sono “riserve alimentari” ma un elemento del tutto – così un animale erbivoro si colloca nella lunga catena che va dal microrganismo all’animale che si nutre di carogne, passando dal vegetale, dall’erbivoro e dal suo predatore. Quest’ultimo non è né un dominante né un padrone: d’altronde il leone sazio vive accanto alle mandrie che possono evolversi liberamente. Non le tormenta come fa il padrone con coloro che domina. Per questo la selezione naturale- oggi diventata del tutto artificiale – interviene solo a seguito di mutazioni più generali, che comportano per esempio un cambiamento del clima, della vegetazione o di altri elementi sovradeterminanti. La parte dell’uomo contemporaneo in questo genere di catastrofi non è più contestata da nessuno: l’uomo crea solo modifiche dagli effetti inauditi.
In natura quella che è determinante è la complementarità delle specie. Se gli scienziati vi hanno visto per lo più il contrario, è per il fatto che essi navigavano nel metadiscorso: credendo di parlare della natura, parlavano in realtà dell’umanità alienata e in questo modo le indicavano il credo al quale essa doveva aderire e che doveva trasmettere di generazione in generazione. Doveva diffondere un credo di conflitto, di lotta, perché essa stessa era un luogo di lotta. La sua alienazione rendeva necessario disporre di un tale credo per credere ancora un po’ in se stessa, credere nonostante tutto che quella aggressività di cui faceva mostra verso se stessa – e non solo l’aggressività di alcuni individui nei confronti di altri, ma semplicemente quella di tutta l’umanità contro se stessa, la sua eterna furia autodistruttrice, vergogna del suo passato, orrore del suo presente… – che quella aggressività altro non fosse che quella che regnava nella natura. E gli scienziati, ricadendo in piedi e facendo credere all’umanità alienata di essere profondi pensatori o addirittura i veri poeti dell’epoca moderna, proclamano ad alta voce il proprio desiderio di fare uscire l’umanità dal suo guscio naturale, di renderla conforme all’idea che pretendono di farsi dell’uomo, un uomo superiore, non aggressivo. Il trionfo di questo discorso contribuisce a separare sempre di più l’umanità dalla natura, dal vero universo di complementarità, per farlo immergere sempre di più nell’universo ostile, aggressivo, distruttivo dell’umanità sotto alienazione scientifica. Purtroppo gli scienziati non operano in questo senso. Perfino il famosissimo Einstein non ha fatto altro che incitare alla realizzazione di una bomba nucleare per liquidare il nazismo, senza capire che comportandosi in quel modo, in ultima analisi, esortava le democrazie ad attuare esse stesse il modello totalitario della Megamacchina hitleriana. Ed è esattamente quello che è avvenuto, con i diluvi di fuoco scatenati sulla Germania, al di fuori da ogni logica militare negli ultimi mesi del 1944 e all’inizio del 1945, e ovviamente con le due bombe di Hiroshima e Nagasaki.

Socialismo o barbarie
Da allora il modello della società totalitaria si è adattato alla democrazia e Fukuyama rimpiange solo che i democratici non siano più capaci di ammettere che la dittatura è molto più efficace economicamente della democrazia. Se fosse universalmente adottato questo schema, le cose sarebbero chiare e i politici saprebbero esattamente qual è il loro ruolo: imbellettare la dittatura con il fondo tinta della democrazia. L’apparato ideologico e spettacolare è pronto: basta solo un passo…
Fin dall’inizio il lavoro ha svolto il proprio ruolo cruciale in questo trionfo a tutto tondo dell’aggressività, in quanto ha rappresentato la prima separazione in atto dell’umanità dalla natura. Ma, per un singolare rovesciamento di congiuntura, i nostri dirigenti sono costretti a comporre con le vestigia della democrazia e le opposizioni interne al vertice della propria gerarchia, nel momento stesso in cui la crisi ecologica, diffondendo la paura dell’apocalisse, avrebbe permesso di passare senza grosse scosse a una dittatura dal volto ecologico… Che disdetta: riecco l’alternativa barbarie o socialismo!

Philippe Godard

 

Un’idea esagerata
di libertà

In occasione del suo 25° compleanno (1986-2011), la casa editrice elèuthera ha realizzato un video con questo titolo e come sottotitolo “un quarto di secolo di editoria libertaria”. Il DVD, della durata di 40 minuti, è stato , scritto e realizzato da Michele Bertelli e dal collettivo redazionale di elèuthera. Eccone la presentazione editoriale:

Intorno alla metà del Seicento, un centinaio di eretici inglesi, in fuga dalle persecuzioni religiose, prendono il mare alla ricerca di un mondo migliore. Ben presto questi Eleutheran Adventurers, come si definiscono, approdano su un’isola sconosciuta delle Bahamas, cui danno il nome di Elèuthera. E lì fondano una comunità di «liberi ed eguali»: è la prima libera Repubblica del nuovo mondo.
Come quei precursori, anche noi siamo salpati alla volta di un’isola dell’utopia la cui rotta non era segnata sulle carte, navigando a vista in mare aperto. Ed è proprio la storia di questo viaggio l’essenza di un’avventura editoriale lunga un quarto di secolo, alla ricerca di libri e autori che potessero aprire nuove prospettive e nuovi scorci libertari in un panorama culturale sempre più omologato e totalitario. Non solo una casa editrice, dunque, ma un vero e proprio progetto di ricerca culturale, interdisciplinare per vocazione, che si è proposto una riflessione a tutto campo sui nuovi saperi e le nuove pratiche, introducendo nell’uso comune termini come nonluoghi, immaginario sociale, meticciato.
Come in un quadro cubista, il ritratto di quest’esperienza emerge attraverso le parole di chi ha accompagnato elèuthera fin dalla sua nascita: autori e collaboratori, ma anche amici e lettori. Un caleidoscopio di testimonianze che si interrogano sul valore e sulle possibilità di una piccola editoria critica di qualità. Architetti, insegnanti, giornalisti, editori indipendenti, ma anche comici e musicisti, discutono così del senso e della necessità di una cultura libertaria che sappia essere all’altezza delle sfide imposte dalla contemporaneità. Una riflessione collettiva con: Marc Augé, Andrea Aureli, Fausta Bizzozzero, Stefano Boni, Pino Cacucci, Marco Caponera, John P. Clark, Eduardo Colombo, Paolo Cottino, Dj Malatesta & Drowning Dog, Riccardo Falcinelli, Paolo Finzi, Giulio Giorello, Tomás Ibáñez, Franco La Cecla, Luciano Lanza, Alessio Lega, Carlo Montesi, Lucio Morawetz, Raul Pantaleo, Adriano Paolella, Paolo Pasi, Ferro Piludu, Paolo Rossi, Carlo Savarese, Filippo Trasatti, Salvo Vaccaro, Luca Vitone.
Il dvd è disponibile per presentazioni e dibattiti, per maggiori informazioni: eleuthera@eleuthera.it – tel. 02 26 14 39 50.