rivista anarchica
anno 41 n. 366
novembre 2011


 

L’Ungheria
A destra

Le sempre più evidenti derive autoritarie dell’Ungheria non dovrebbero stupire più di tanto.
I segnali premonitori non erano mancati, in particolare durante un precedente governo di Viktor Orban. All’epoca la destra conservatrice era sostenuta dall’esterno dal Magyar Igazsagés EletPart (“Partito ungherese per la giustizia e la vita”) dichiaratamente antisemita. Ben noti i rapporti del leader Istvan Cusurka (ex membro del conservatore e populista Magyar Demokrata Forum) con il Front National francese. Orban aveva dato il suo appoggio alla campagna di Cusurka per la riabilitazione delle Croci Frecciate, i collaborazionisti ungheresi del nazismo. Quest’anno, a fine luglio, anche l’ex capitano della gendarmeria ungherese Sandor Kepiro, accusato di aver preso parte al massacro operato dai nazisti a Novi Sad nel 1942, è stato assolto per “mancanza di prove”. Un verdetto che il “Centro di documentazione sui criminali nazisti Simon Wiesenthal” ha definito “scandaloso”. La partecipazione della gendarmeria ungherese ai rastrellamenti del 1942 è storicamente provata. Migliaia di ebrei, tzigani e serbi vennero uccisi e i loro corpi gettati nel Danubio. Recentemente, il nuovo governo di Viktor Orban ha preteso la revisione dei contenuti dell’esposizione permanente del Museo dell’Olocausto in quanto “ingiusta nei confronti dell’ammiraglio Miklos Horthy”. Reggente dell’Ungheria dal 1920 al 1944, Horthy aveva introdotto misure antisemite nella legislazione ancora prima dell’arrivo dei nazisti.
Nel 1999 una delle sue più strette collaboratrici di Viktor Orban era la direttrice dell’Istituto per lo Studio del ventesimo secolo, Maria Schmidt. Durante un convegno aveva definito l’Olocausto “un aspetto secondario” della storia della Seconda guerra mondiale. Affermazione degna di Le Pen che considerava le camere a gas “un dettaglio” del conflitto. Orban, nonostante le critiche, aveva confermato Maria Schmidt nel suo incarico. Sempre nel 1999, non casualmente, Budapest fu la location di due grandi manifestazioni internazionali antisemite.

A rischio la libertà di stampa

Oggi, con Orban nuovamente al potere dal maggio 2010, la situazione sembra stia peggiorando. Chi ha assistito alla manifestazione indetta da un pugno di coraggiosi giornalisti il 13 luglio lo può confermare. Non più di 250, hanno portato per le strade di Budapest una bara, simbolo del destino della libertà di stampa in Ungheria. In giugno, ben 570 redattori delle televisioni MTV e Duna TV, della radio pubblica e dell’agenzia MTI erano stati licenziati. Altrettanti dovrebbero seguirli a breve, entro la fine di agosto. È stata inoltre licenziata l’intera redazione che si occupava della trasmissione settimanale della televisione pubblica dedicata alle minoranze tzigane. L’opposizione ha denunciato quella che definisce una “epurazione politica”. Dalla fine dell’anno scorso tutti i media pubblici sono stati unificati in un’unica redazione centrale, la MTVA che produce tutte le informazioni. Tra i responsabili di MTVA, un certo Daniel Papp. Ebbe un suo attimo di celebrità quando si scoprì che aveva completamente falsificato le dichiarazioni dei Verdi europei in una conferenza stampa allo scopo di screditare l’eurodeputato Daniel Cohn-Bendit.
La nuova versione della legge sui media è entrata in vigore il 1 luglio. Si presenta ancora più coercitiva di quella, adottata nel dicembre 2010, che aveva suscitato una levata di scudi a livello europeo. A rischio le imprese del settore pubblico che potranno essere sciolte dal Consiglio dei media, in mano ai fedelissimi di Orban. Il Consiglio potrà inoltre non rinnovare il contratto di radio e televisioni private. Da segnalare che Annamaria Szalai, presidente del Consiglio, ufficialmente un organo di tutela anche nei confronti dei minori, aveva mosso i suoi primi passi nel mondo della stampa pubblicando un mensile pornografico. Il neo-insediato Consiglio dei media non sembra voler intervenire in merito ai commenti apertamente razzisti e antisemiti che dilagano su pubblicazioni e siti ungheresi. È invece già finito nel mirino Népszava, un quotidiano di sinistra, colpevole di non aver censurato la lettera di un lettore che si era permesso di criticare il presidente della Repubblica Pal Schmitt.

Lavoro obbligatorio

Con una riforma votata in luglio il sussidio di disoccupazione è stato ridotto a novanta giorni. Inoltre dal 1° settembre chi usufruiva di assistenza pubblica verrà impiegato in lavori “socialmente utili” come la pulitura delle strade e dei parchi o nei cantieri di due stadi in costruzione, uno a Budapest, l’altro a Debrecen. Chi si rifiuta perderà il sussidio. Ad essere coinvolti in questo progetto di lavoro obbligatorio (ripreso dal programma del partito di estrema destra Jobbik) saranno soprattutto i Rom. La sorveglianza sarà affidata a membri della polizia mandati anticipatamente in pensione. Un modo per “rimettere al lavoro almeno 300mila persone” secondo il ministro dell’interno Sandor Pinter. Con i nuovi regolamenti le autorità comunali potranno “verificare se i beneficiari dei sussidi ne sono degni”. Si prevedono ispezioni per controllare la “pulizia delle loro abitazioni e dei loro abiti”. Oltre a quello etnico, rispunta il razzismo sociale. Del resto i nazisti perseguitarono Sinti e Rom in quanto “soggetti antisociali” (come gli anarchici) ben sapendo che si trattava di “ariani puri” come ammise lo stesso Hitler. Anche se a malincuore, si presume.

Gianni Sartori

 

 

Cile
Finalmente una primavera di lotte

In questi giorni si parla molto della primavera del popolo cileno.
Da tre mesi, in Cile gli studenti hanno dato vita a un movimento che all’inizio si era caratterizzato con rivendicazioni che avevano a che fare con il sistema scolastico e dell’istruzione in generale che è molto costoso che ricadono sui genitori e delle famiglie in generale.
Bisogna sapere che in Cile non esiste la scuola pubblica, tutto è privatizzato, le scuole sono gestiti dai comuni e di conseguenza i genitori deve pagare al comune delle rate altissime, perché è lo stesso comune che assume gli insegnanti, i quali sono pagati con le rate che vengono richiesti ai genitori. La stessa cosa succede nelle scuole medie, medie superiori e nell’università
Tutto questo succede perché dalla dittatura di Pinochet il sistema dell’istruzione è stato dato ai privati che sono proprietari dell’università, delle scuole e dei licei.

Oggi ci sono milioni di cileni che vivono con l’incubo delle rate che devono pagare alle banche e a questi padroni dell’istruzione. Ci sono dei gruppi molto forti della borghesia cilena che hanno investito in questo affare che è un affare tutto tondo dove gli unici a guadagnare sono questi gruppi privati che sfruttano a tutti i cileni.
Oggi gli studenti con la loro mobilitazione sono riusciti a coinvolgere gran parte del popolo perché che vengono abrogate queste leggi che danno i privilegi ai privati. Chiedono che in Cile ci sia una scuola pubblica e statale gratuita, queste sono le motivazioni inziale della protesta.
Da maggio ad oggi ci sono stati proteste, manifestazioni e occupazioni che hanno visto gli studenti di tutti gradi scolastici occupare tutti gli istituti in Cile. Questo ha fatto sì che il popolo intero solidarizzasse con gli studenti portandoli da mangiare alle occupazioni, i genitori hanno organizzando delle associazioni per sostenere la lotta dei propri figli.
Nelle grandi città come Santiago, Valparaiso Concetion, Temuco, Antofagasta.
In tre mesi di agitazione il governo di destra del premier Pinera ha risposto alle richieste degli studenti solo con repressone, provocazione e pestaggi indiscriminati ogni volta che scendevano in piazza. Il culmine è stato agli inzi di agosto, quando hanno indetto una manifestazione nazionale e il governo l’ha vietata per motivi di ordine pubblico. Gli studenti sono scesi lo stesso in piazza, ma quella volta avevano accanto a loro il sostegno di tutti i quartieri popolari, le associazioni e i comitati dei diritti umani. Quella manifestazione era riuscita a far uscire gli studenti dall’isolamento in cui il governo li voleva confinare.
Ci sono stati 870 ragazzi, migliaia di feriti e di conseguenza gran parte dei detenuti sono stati torturati nelle caserme e nei carceri (ecco perché in Italia nel periodo del G8 2001 chiamavano la notte cilena quella repressione che aveva subito il movimento) invece in Cile è una cosa permessa grazie all’impunità di cui godono i carabinieri perciò possono torturare, uccidere, entrare nelle abitazioni e distruggere tutto senza essere mai processati o espulsi dal servizio, a loro tutto è permesso.
Sempre in agosto c’è stato lo sciopero generale dei sindacati della centrale unica dei lavoratori che ha portato centinaia e migliaia di persone in piazza in tutte le grandi città del Cile e ha visto la partecipazione allo sciopero non solo dei lavoratori ma con una massiccia partecipazione degli studenti e degli abitanti dei quartieri popolari.
Solo a Santiago c’erano piu’ di 800.000 persone che hanno manifestato e si sono scontrati per due giorni con i carabinieri . La repressione è stata fortissima, ci sono stati 1.400 arresti, un ragazzo di 14 anni è stato assassinato dai carabinieri che hanno sparato all’impazzata nel quartiere Macul. Tutto questo non ha fatto altro che aumentare il sotegno alle lotte degli studenti e dei lavoratori.
Oggi in Cile è normale vedere le bandiere rosse e nere nelle proteste, e le bandiere del popolo mapuche. Da una parte oggi i mapuche si sono guadagnati un proprio spazio politico perché è da più di vent’anni che portano avanti una lotta per recuperare le proprie terre. Nonostante la repressione, le aggressioni e le distruzioni dei villaggi e il carcere duro, i mapuche hanno continuato questa lotta sacrosanta per il diritto all’esistenza.
Il governo l’unica risposta che ha dato ai mapuche è quella di accusarli come terroristi, applicando per questo le leggi antiterrorismo della dittatura di Pinochet. Decine di mapuche sono finiti in galera, alcuni condannati a 10 anni e gli ultimi 4 hanno subito una condanna di 25 anni. In questi giorni ci sarà un altro processo che vede coinvolti 9 mapuche della comunità Temocuicui, anche loro rischiano una pesante condanna.
C’è anche la repressione che subiscono gli anarchici cileni nel 2009 c’è stata una grande repressione che ha visto la chiusura dei centri sociali e delle casa occupate e la detenzione di 14 compagni che sono conosciuti per un processo chiamato “caso bomba”. Molti di loro sono stati 180 giorni in carcere, hanno fatto anche dei lunghissimi scioperi della fame perché venga riconosciuta la propria innocenza. Oggi gran parte di loro si trova agli arresti domiciliari, alcuni con l’obbligo di firma ogni mese, altri con il divieto di uscire alla sera. Tutti sono in attesa di processo. Il pubblico ministero per due di loro sta chiedendo la condanna all’ergastolo e per gli altri una condanna di 10 anni. Oggi, sommando tutte queste cose (mapuche anarchici lavoratori e studenti) si sta formando una grande unità di lotta con contenuti politici e economici che hanno a che fare con l’interesse di tutto il popolo, che lotta con tutte le sue forze per cambiare definitivamente la situazione che il Cile si porta dietro dai tempi della dittatura. Bisogna anche puntualizzare che quello che era la sinistra cilena oggi non gode di nessuna simpatia da parte del popolo, questa battaglia è nata dal basso e a che vedere con i veri interessi del popolo cileno. Quindi per le destre è molto difficile smontare questo movimento perché non ci sono i soliti partiti cosiddetti di sinistra pronti a mediare e a tradire le lotte che così duramente i cileni stanno portando avanti.
Nel 1990 i civili sono tornati a governare in Cile dopo 17 anni di dittatura, al governo è arrivata una coalizione che si chiamava la Concertazione, fatta da socialisti e democristiani. Questa Concertazione ha affossato per sempre le aspettative dei cileni che pensavano che una volta andati via i militari si sarebbe tornati alla democrazia e a uno stato di diritto. Tutto questo non è successo, si è andati avanti con la stessa politica dei militari, con il neoliberismo economico e con la costituzione dei 1980 imposta ai cileni da una delle dittature più ferocie che si ricordino in America Latina.
In vent’anni non è stato cambiato nulla, i capitalisti vanno avanti indisturbati, lo stato è sempre più oppressore contro chiunque voglia mettere in discussione il sistema ereditato dai militari. È come se in Cile continuasse ancora la dittatura, chiunque si oppone (sia mapuche , che studenti, che lavoratori, anarchici e i movimenti in generale) viene accusato come terrorista , la repressione è molto forte, le montature sono all’ordine del giorno, la tortura è una cosa quotidiana ma nonostante tutto questo, gli studenti hanno dato vita lo stesso ad una giornata nazionale di protesta per l’8 settembre.
Una parte della popolazione sta chiedendo un referendum per cambiare quella maledetta costituzione che per quasi 30 anni ha dato l’impunità totale ai responsabili del genocidio contro il popolo cileno e ha dato mano libera alla borghesia, ai militari e alle multinazionali per depredare e saccheggiare tutte le risorse naturali del Cile lasciando il popolo nella miseria.

Associazione Comitato Lavortori Cileni Esiliati
Per ulteriori informazioni vedere questi blog: wwwsrhostil.org/elsurco (giornale anarchico), wwwliberdadlos14a.blogspot.com .blogspot.com

 

 

Ricordando
Rocco Ventre

Martedì 6 settembre, alle 7 del mattino, si è spento a Sulmona l’avv. Rocco Ventre, il legale che fu molto vicino agli anarchici nei tempi bui della Strage di Stato e che fece parte del Comitato Politico-giuridico, costituitosi per la difesa dei compagni perseguiti da polizia e magistratura subito dopo la tragedia della Banca dell’Agricoltura di Milano e dei contemporanei attentati di Roma.
Incontrai per la prima volta l’avv. Ventre al Palazzaccio di Roma, se non ricordo male nell’autunno del 1966. Ero in Procura con Mario Mantovani per rispondere a un’ingiunzione relativa ad un articolo apparso su UN, poco gradito al potere e perseguibile in virtù di una legge scelbiana.
Quel giorno Rocco (consentitemi di chiamarlo così, col solo nome di battesimo, per l’oltre quarantennale amicizia che mi legava a lui) difendeva un allampanato giovane poco più che ventenne, accusato di un piccolo furto. Lo difendeva con un argomentare assolutamente privo di retorica, ma con una tensione umana che mi colpì profondamente.
Palermitano come me, come me e l’intera generazione vissuta nel periodo drammatico del secondo conflitto mondiale, crebbe, come si dice tra di noi, a pane e panelle, per alludere ad un cibo estremamente povero, idoneo solo ad attenuare la fame atavica dei tempi grami.
Trasferitosi a Roma e completati gli studi giuridici, aprì uno studio legale in viale delle Milizie, che, nei tempi duri degli anni Settanta, fu presidio sicuro per tutti coloro, giovani e meno giovani, che subirono la repressione e le provocazioni delle istituzioni patrie. La sua attiva partecipazione al movimento di contestazione fu tale da spingere polizia e magistratura a montare contro di lui una trappola che lo portò in galera ma che fu presto smontata.
Rocco aveva vissuto lo strappo tra il PCI e il gruppo Magri-Rossanda-Natoli che avrebbe presto editato il Manifesto, foglio di cui fu per lungo tempo legale.
Ho ancora vivo il ricordo della nostra partecipazione al grande raduno di Bologna dell’autunno del 1977, un raduno che, per molti versi, segnò il declino dell’immenso movimento del Sessantotto.
Ricordo la grande malinconia che ci colse uscendo dalla sala di un cinema di Bologna Centro, dove, con la presenza di Franca Rame e di quasi tutti i presìdi legali del fronte di opposizione, si discusse su come continuare la difesa di tutti i protagonisti perseguiti della stagione straordinaria che il Paese attraversava. Notammo, nei molti interventi dei convenuti, un calo di tensione, un senso di scoramento, un affievolirsi delle voci, complessivamente un sentore di sconfitta che ci avrebbe tormentato per tutto il viaggio di ritorno e molto oltre.
Poco tempo passò prima che le residue speranze annegassero nel craxismo e le persone perbene fossero espulse dalla politica.
Rocco non resse l’impatto, cedette lo studio ai suoi collaboratori e si ritirò nella sua casa romana, sino a quando, poco meno di due anni fa, decise, con Titti, la sua compagna di sempre, di trasferirsi a Sulmona: Roma è ormai invivibile – mi disse al telefono.
L’ultima volta che lo chiamai nella nuova residenza, insistette perché lo andassi a trovare con la mia famiglia alla quale era legato da sempre. Ma avevo anch’io i miei malanni. Ma poi, il suo disagio di esistere – che era anche il mio – costituiva il basso continuo insistito su una sola nota bassa e profonda che non ammetteva complicità consolatorie.

Antonio Cardella

 

 

A come Archivi,
A Lisbona

Ammetto di essere partito per Lisbona chiedendomi cosa fosse la FICEDL. L’acronimo si scioglie in Fédération internationale des centres d’études et de documentation libertaires, ma la domanda iniziale è rimasta aperta. Un punto fermo possiamo comunque metterlo sulle sue origini: il primo incontro risale al 1979, da allora le riunioni internazionali si susseguono a cadenza più o meno biennale.

La Federazione in realtà federa assai poco e si caratterizza, nel bene e nel male, per l’estrema informalità: non c’è una segreteria organizzativa, si vocifera attorno all’esistenza di un documento semiclandestino contenente il patto associativo, difficile persino affermare con certezza chi siano i membri effettivi e in base a quali criteri e modalità un centro studi, archivio o biblioteca possa entrare a farne parte. Eppure, come solo gli anarchici sanno fare (o, forse, come solo gli anarchici se la sanno raccontare) tutto funziona a meraviglia. In effetti non si può negare che anche questo 15° incontro sia stato un’ottima occasione di dibattito e confronto, con piccoli passi in avanti nel coordinamento delle attività.
Mário Rui Pinto, i compagni e le compagne portoghesi hanno ospitato con calore e generosità la tre giorni (dal 16 al 18 settembre) che si è svolta negli storici locali della BOESG, biblioteca fondata nel 1947 come centro popolare di lettura e recentemente rinominata da Biblioteca dos operários e empregados da sociedade geral a Biblioteca observatório dos estragos da sociedade globalizada. Poche ma buone le presenze. Circa un ventina i partecipanti arrivati a Lisbona da Brasile, Francia, Italia, Portogallo, Spagna e Svizzera a rappresentare i seguenti centri: Archivio-Biblioteca E. Travaglini (Fano), Biblioteca Archivio Germinal (Carrara), Biblioteca-Archivo T. Claramunt (Soria), Biblioteca Terra Livre (San Paolo), Centre culturel libertaire (Lille), Centro de cultura libertária (Almada), Centro studi libertari/Archivio Pinelli (Milano), CIRA (Losanna), Fundación S. Seguí (Barcellona). Hanno invece fatto giungere un saluto BFS di Pisa, CIRA di Marsiglia, Centro de cultura social di San Paolo, Biblioteca social F. Luz di Rio de Janeiro e Eutopic Library di Atene.
La discussione tecnica si è concentrata principalmente sul trattamento dei manifesti, una documentazione considerata in passato dalle biblioteche come "materiale minore", spesso relegati alla polvere dei magazzini, mentre oggi si va riscoprendo sempre più il loro valore storico, comunicativo e artistico. Frédéric di Losanna ha illustrato le modalità adottate dal CIRA in merito a conservazione, digitalizzazione e catalogazione, mentre Claude di Lille ha presentato il sito http://placard.ficedl.info. Sebbene quest’ultimo sia ancora in fase sperimentale, il progetto prevede di farne un catalogo collettivo internazionale di manifesti anarchici e libertari, basato su un’unica banca dati dove ogni centro, seguendo criteri standard, può aggiungere i propri manifesti o individuarli se già caricati da altri.
La serata di venerdì è proseguita con la proiezione del documentario Memória subversiva, raccolta di testimonianze orali di anziani militanti portoghesi, e l’intera giornata di sabato è scivolata via tra due stimolanti discussioni proposte dai "milanesi". La prima, coordinata da Lorenzo Pezzica, ha sollevato una serie di domande fondamentali sul presente e il futuro degli archivi libertari, partendo dall’amara constatazione che l’autofinanziamento non è quasi mai sufficiente per assicurare un’adeguata conservazione e messa a disposizione delle raccolte documentarie. Se la generazione uscita dagli anni settanta si è adoperata con discreto successo per salvare dalla dispersione pezzi di memoria del movimento, oggi ci si trova di fronte al problema di gestire questo patrimonio, consapevoli del rischio che non riuscire a garantirne l’utilizzo pubblico equivale a condannare all’oblio.
E allora, quali strade percorrere? Diverse le posizioni dei centri presenti, da chi non fa mistero di accettare finanziamenti pubblici a chi esclude categoricamente di mettere in cassa soldi delle istituzioni, dagli spagnoli che possono fare appello al sostegno dei sindacati anarcosindacalisti all’idea provocatoria, questa volta respinta all’unanimità, di abbandonarsi a strategie di fund raising indiscriminato. Ma gli spunti di riflessione sono stati anche tanti altri: come conciliare, ad esempio, l’esigenza di qualità professionale del lavoro archivistico e bibliotecario con il volontarismo che contraddistingue la quotidianità dei nostri centri? Come conservare memoria dell’oggi, dal momento in cui e-mail e comunicazioni digitali hanno preso il posto della materialità della carta? Come far recepire alle giovani generazioni l’importanza della preservazione della memoria? E via di seguito. La seconda discussione, introdotta dagli interventi di Andrea Staid e Gaia Raimondi, ha posto al centro il concetto di “rivoluzione” e la sua traduzione nella pratica, riprendendo argomenti già approfonditi nel seminario organizzato dal collettivo A.sperimenti nel novembre 2010, di cui sono stati presentati gli atti. Anche qui non è mancato un lungo e pregnante dibattito, ben calato in una riunione di archivi e biblioteche che si propongono come scopo fondante la proiezione nell’attualità delle raccolte possedute, quali centri non solo di conservazione ma anche di riflessione sulle pratiche libertarie. La serata si è conclusa con una torta di compleanno per festeggiare i 70 anni di Amedeo Bertolo, mentre il giorno successivo l’assemblea ha accolto la proposta di Mimmo Pucciarelli di tenere a Lione, città dove la FICEDL si era riunita nel lontano 1980, il prossimo incontro internazionale nel 2013. Per il momento sarà presto attivata una mailing list di collegamento, all’indirizzo ficedl@ficedl.info.

Luigi Balsamini