rivista anarchica
anno 41 n. 366
novembre 2011


No-Tav

Le castagne di Clarea
di Maria Matteo

La cronaca degli ultimi mesi di lotte, cortei, repressione, nottate all’addiaccio, falsità sui media, fermi, speranze, ecc. A riaffermare le ragioni della mobilitazione in Valsusa, contro l’arroganza dello Stato.

Martedì 27 settembre. Nell’area archeologica della Maddalena c’è il silenzio di una lunga estate che non vuole arrendersi all’autunno. Niente visitatori per la necropoli neolitica, niente ragazzi con il materasso dei sassisti, quelli che si arrampicano sui massi, i boulder. Il Museo è chiuso, trasformato da mesi in bivacco per le truppe che occupano il piazzale della Maddalena, che sorvegliano le reti e i jersey che chiudono in una morsa i terreni sotto l’autostrada. Ovunque filo spinato a pinze e a lamelle, a segnare il confine del fortino eretto a simbolo dell’arroganza dello Stato. Hanno frantumato l’erba, tagliato gli alberi, fatto il deserto. Dentro stanno gli uomini in armi, carabinieri, poliziotti, finanzieri, forestali, alpini. Quelli della Digos corrono in auto sulla sterrata sollevando polvere e maledizioni. Allungano lo sguardo per vedere chi c’è, chi dai boschi e dalla baita dei ribelli No Tav, tiene d’occhio la zona, passeggia, conta i blindati, osserva i movimenti dei camion . Per i sentieri non è inusuale incontrare i cacciatori di Calabria, un corpo scelto, specializzato nei rastrellamenti sulla Sila e l’Aspromonte. Portano un lungo coltello in una guaina sulla schiena, spesso girano con il passamontagna per non farsi riconoscere. Quando fermano qualcuno lo fotografano, lo perquisiscono, qualche volta requisiscono guanti, caschetti, maschere antigas; tutta roba che non c’è legge che vieti acquistare e portare con se. In questi mesi un mucchio di gente che non le aveva mai viste ha familiarizzato con le maschere antigas. Una sera una signora molto ammodo mi mostrò la maschera appena acquistata, una di quelle che coprono tutta la faccia, con un grosso involucro per i filtri. Mi invitò a provarla per vedere se si riusciva ad indossare anche con gli occhiali. Roba dell’altro mondo ma non in Valsusa: qui parlare di maschere, di gas, di reti da tagliare è normale resistenza. Non serve l’enfasi: si deve fare e si fa. Mica te ne puoi andare, mica puoi permettere lo scempio. Non è più solo una questione di ambiente: da molto tempo è diventata la sfida di chi si batte per l’interesse generale contro l’arroganza di chi vuole imporre con la forza un’opera inutile, dannosa, costosissima.

Barricata torrente Clarea

Vogliono farci paura

La partita sulla linea ad alta velocità tra Torino e Lyon è diventata di giorno in giorno più pesante. È in ballo un intero sistema, un sistema elaborato e oliato per anni, per garantire agli amici degli amici di destra e sinistra, un bottino sicuro e legale. Le linee ad alta velocità costruite nel nostro paese sono state l’ossatura del dopo tangentopoli: un sistema raffinato e semplice per dribblare tutti gli ostacoli, senza rischiare che un giudice troppo intraprendente mettesse nei guai l’intera cricca di amiconi. Leggi obiettivo, siti di interesse strategico, general contractor sono stati alcuni degli strumenti adottati per cementare un sistema sicuro di drenaggio di denaro pubblico a fini privatissimi. Un sistema che funziona perché va bene a tutti, per tutti c’è un posticino a tavola. Un sistema che nessuno può permettersi di far saltare. Un sistema che il movimento contro la Torino Lyon ha reso trasparente, mostrandone i meccanismi, aprendo crepe, costruendo una resistenza popolare alla quale guardano in tanti. Solo la forza di un movimento che non si arrende impedisce alla lobby bipartisan del Tav di spartirsi la torta di 22 miliardi di euro. La strategia del governo è chiarissima: celare le ragioni della lotta No Tav, declinando nella categoria dell’ordine pubblico un movimento che non si fa disciplinare a suon di botte e gas. La posta in gioco va ben al di là dell’affare Tav. Sul piatto è il disciplinamento di un movimento che è divenuto punto di riferimento per i tanti che si battono per la salvaguardia del territorio, contro lo sperpero di denaro pubblico per fini privatissimi. Un movimento radicato e insieme radicale, capace di autogovernarsi, resistere, mantenendo salda negli anni la propria sfida. La propaganda Si Tav ha provato a criminalizzare e dividere il movimento. Le migliori penne si sono dedicate all’impresa di inventare fratture tra i No Tav, tra valligiani e sovversivi venuti da fuori. Il movimento, pur nella estrema varietà di approcci e valutazioni, ha saputo respingere al mittente ogni tentativo di discriminare tra buoni e cattivi, violenti e non violenti. La polizia – secondo quanto auspicato sin da maggio dall’assessore regionale Bonino, non ha limiti di ingaggio. Tranne, forse, quello di evitare contatti diretti con i manifestanti. Non si contano più i feriti dai bossoli di lacrimogeno, i tanti che portano sul corpo i segni dei colpi sparati ormai regolarmente ad altezza d’uomo. Vogliono far paura. Anche se tutti, di fronte ai poliziotti armati ed arroganti cantano “la Valsusa paura non ne ha”, la paura c’è, eccome se c’è. Tuttavia, nonostante il cuore in gola, la gente torna sempre sui sentieri, consapevole di rischiare salute e libertà. Si va e si va ancora, giorno dopo giorno. Sui giornali scrivono che sotto i piloni della A32 c’è il cantiere del Tav. Nei tre mesi di occupazione gli unici operai che abbiamo visto hanno spianato e messo su le recinzioni, poi sono spariti. La propaganda sul Tav che porta lavoro si è ridotta a una manciata di soldi alle ditte segusine, Italcoge e Martina, due aziende bollite e in odore di ‘ndrangheta, cui con gara assai dubbia sono stati assegnati i lavori di allestimento del cantiere. Nel frattempo l’Italcoge è comunque fallita. In questo pomeriggio di fine settembre all’improvviso un rumore rompe il silenzio. Vediamo una ruspa che corre tra le reti, carica un po’ di terra e la sposta una decina di metri più in là: siamo distanti e non capiamo il perché. Sapremo poi che era appena arrivata la RAI per riprendere il commissario straordinario per la Torino Lyon, nonché capo dell’osservatorio tecnico, Mario Virano, nel luogo della truffa.

Tra un presidio e un’azione

Nelle stesse ore, a Parigi, il governo italiano e quello francese, siglavano l’ennesimo accordo per la ripartizione dei costi della tratta internazionale dell’opera. Il 57,9% all’Italia, il resto alla Francia. In mezzo il tunnel-mostro di 57 chilometri tra Susa e San Jean de Maurienne, quello che LTF, il general contractor dell’opera, definisce una linea di pianura fatta in montagna. La montagna è un gigante di 3500 metri, l’Ambin, un posto dove negli anni ‘50 chiusero le miniere di ferro perché gli operai morivano come le mosche. Molto tempo dopo si capirà il perché: l’Ambin era ricco di uranio. Maneggiare uranio non fa bene alla salute, lo sanno anche i bambini. Virano, architetto votato alla politica di sottobosco, venne chiamato dal governo all’indomani della rivolta del 2005, quando la sollevazione popolare in Val Susa costrinse Berlusconi a fare una rapidissima marcia indietro. Era il 10 dicembre: da Torino a Venaus la situazione era divenuta ingovernabile. Ovunque barricate, blocchi stradali, gente che si preparava a far saltare le olimpiadi invernali che sarebbero cominciate nel febbraio del 2010. La costituzione del tavolo di mediazione politica e tecnica consentì al governo di prendere tempo, per provare a spezzare il fronte No Tav, facendo saltare l’alleanza tra movimento e istituzioni locali. Un lavoro che in sei anni è riuscito molto poco. Solo pochi sindaci sono passati – invero molto timidamente – sul fronte Si Tav. La parola dopo anni di trattative e vaselina è quindi tornata alle armi. In primavera il commissario europeo ai trasporti Siim Kallas minacciava di ritirare i fondi UE per la Torino Lyon se il cantiere non fosse stato aperto. Buttati fuori dal tavolo gli amministratori No Tav, tutto era a posto. A parte, ovviamente, un particolare fastidioso ma non trascurabile, come un’opposizione popolare ampia, radicata, ferma nella decisione di mettersi in mezzo, di provare a bloccare l’inizio dei lavori. Hanno impiegato un mese e mezzo a lanciare l’attacco per occupare la zona. Dal 22 maggio, giorno del primo fiacco tentativo di piazzare le recinzioni, al 27 giugno, quando centinaia e centinaia di uomini al servizio del disordine statale, hanno dato l’assalto alle barricate che proteggevano la Libera Repubblica della Maddalena. Dopo l’occupazione sono seguiti mesi di resistenza, quasi quotidiana, con iniziative di contrasto, informazione, protesta. Tra un presidio e un’azione, si sono svolte assemblee, incontri di comitati, discussioni più o meno formali tra una pasta cucinata in baita e un giro tra le vigne. Si discute del domani, del lungo autunno che ci aspetta, delle scelte da fare. Il governo ha scelto con cura il luogo dove sferrare l’attacco, una zona isolata, difficile da raggiungere, dove si può gasare come in guerra e poi raccontare che i No Tav sono violenti. Hanno dimostrato di aver imparato la lezione del 2005. Hanno puntato sui gas e le recinzioni. Un procuratore di stretta osservanza “Democratica” come Caselli si è assunto il compito di distribuire centinaia di denunce, decine di fogli di via, ordinare perquisizioni ed arresti. Il governo teme una rivolta che dilaghi da Torino all’alta Valle, teme che si ripetano gli scenari del 2005. Se in ogni paese sorge una barricata, se i blocchi si moltiplicano, la situazione diventa ingovernabile. Le truppe e la violenza potrebbero non bastare più, perché trattare le questioni sociali come affari di ordine pubblico è facile, finché il dissenso, per quanto ampio, si concentra nell’assedio al fortino della Maddalena. In questo momento i rischi sono due: isolarsi alla Maddalena in un assedio che sul piano militare non possiamo che perdere, illudendoci che la partita si giochi solo lì. Oppure dare fiato a chi vorrebbe la lotta su un piano meramente testimoniale, delegando all’ennesimo scatolone dei “beni comuni” la rappresentanza delle istanze No Tav, No debito, No inceneritore… Ancora un “movimento dei movimenti” destinato, oggi come dieci anni fa, ad annegarci nella melassa dei social forum, nell’illusione che il sistema sia riformabile dal basso. Oggi la scommessa è quella di uscire dall’imbuto nel quale ci ha infilato il governo, allargando il conflitto, moltiplicando i blocchi, giocando sull’imprevedibilità, buttando all’aria le carte del gioco voluto da Maroni e dai suoi. Alcuni segnali ci sono già stati. Dai cacerolazos agli alberghi dei poliziotti ai blocchi dei treni. Stanare le truppe dalla Maddalena è possibile. Ma non bastano gli assedi. Occorre essere un po’ ovunque, scompaginando l’apparato politico e militare costruito dal governo.

Ci hanno cacciati ma siamo ancora qui

Nell’area pic nic è ricresciuta l’erba. Verde, robusta, invincibile nasconde i segni dei cingolati che il 3 luglio hanno scorazzato su e giù, ingoia gli ultimi bossoli di cs, il gas velenoso sparato decine di volte contro chi provava a contestare l’occupazione, a danneggiare le reti. I Jersey e il filo spinato cingono in una morsa il prato, il piazzale, le tombe del neolitico. Dietro, come animali in gabbia, si muovono i poliziotti. Arrivare qui ogni volta fa male al cuore: il ricordo delle lunghe giornate alla Libera Repubblica, dove tra il progetto di una nuova barricata e la discussione sulla cucina, i turni, abbiamo discusso per lunghe ore dell’oggi e del mondo che vorremmo. Una comunità resistente. Fatta di valsusini e di gente da fuori, fatta di tutti quelli che sanno che la libertà non si mendica ma si prende. Ci hanno cacciati ma noi siamo ancora qui. In questo piazzale abbiamo visto giocare figli e nipoti, abbiamo ricordato quelli che negli anni ci hanno lasciato, la bandiera con il treno crociato sulla bara. Gente come Raoul, che un giorno ha mollato la sua casa a Meana e si è trasferito al presidio di Venaus: prima che gli si mettesse su una baracchetta dormiva in tenda, ogni giorno si alzava presto per scendere a Mirafiori dove faceva l’operaio. Uno come lui non lo riuscivi ad etichettare, fuggiva gli schemi. Come il movimento No Tav. Un castagno bello e forte è carico di ricci. Diamo le spalle ai poliziotti e raccogliamo i frutti. Un giorno torneremo e quelle reti non ci saranno più.

Maria Matteo

Cronache No Tav

Il buio e la rete

Mercoledì 31 agosto, di fronte al cancello che chiude l’accesso alla strada dell’Avanà. Siamo in Val Susa, a Chiomonte. Qui sino al 1713 correva la linea di confine tra l’escarton di Oulx e il ducato di Savoia. Sulla statale un cippo ricorda il trattato di Utrecht che sancì la nascita del regno di Sardegna e la fine dell’autonomia degli escarton di Oulx, Pragelato e Casteldefino. Sull’altro versante della valle sino a pochi anni fa c’era la Torre dei Santi, dove si pagava il dazio. Venne distrutta dai lavori per l’autostrada. A pochi metri da quell’antico confine nei mesi di maggio e giugno è stata eretta una delle barricate che proteggevano la Libera Repubblica della Maddalena. In quest’ultimo giorno d’estate il fragore dei guardrail percossi da sassi e bastoni echeggia per la valle, testimoniando una volontà tenace di non mollare, di continuare la resistenza. Accanto a me ci sono due bambini tra i sette e i dieci anni. Canottierina celeste e sasso in mano battono il ritmo seri seri. Non è un gioco. O forse sì. È l’unico gioco che valga la pena di giocare, quello della libertà, della dignità che non si piega nemmeno di fronte all’occupazione militare. Mentre i guardrail suonano la loro musica, tanti van su per il sentiero aperto dai No Tav tra le vigne dove si coltiva l’Avanà, avvelenate da due mesi di bombardamento di gas cs, i lacrimogeni usati per difendere il fortino assediato alla Maddalena. La vendemmia sta per cominciare ma la strada è chiusa da due robusti cancelli presidiati giorno e notte da uomini in armi. È così dal 27 giugno, quando le truppe dello Stato attaccarono le barricate, spararono i gas, fecero vorticare i manganelli. Nonostante l’estate, le ferie, la paura dei gas che bruciano la gola e la pelle, nonostante le denunce, le perquisizioni, i continui soprusi delle truppe di occupazione, giorno dopo giorno, sono andate avanti le azioni di disturbo, le proteste, le manifestazioni. Quella che segue è una cronaca veloce di alcune di quelle giornate.

Barricate e lucine

Tutto comincia il 22 maggio. Sarà per questa notte. Il tam tam del movimento suona frenetico: ovunque ci sono occhi e orecchie. Si va a Chiomonte. Per qualche ora le motoseghe fanno sentire la loro musica. Sulla strada che dalla centrale Enel porta al sito archeologico della Maddalena cadono alberi, si ammassano pezzi di guardrail e vecchie traversine, qualche masso, tutto quel che c’è serve ad erigere la barricata. Solo una falce di luna illumina le centinaia di No Tav sparsi nei boschi, nel breve tratto di sterrata limitrofo all’autostrada. Tante ombre solidali si incrociano tra brevi brillii di lampadine tascabili. Intorno alle tre di notte l’autostrada viene chiusa a Susa ed arrivano mezzi e truppe. La maggior parte rimane ferma nella galleria: un bel po’ di sassi si riversano sulla corsia, sconsigliando di andare avanti. Una buona mezz’ora di slogan, grida, canti. Poi cala il silenzio. Intorno alle quattro e mezza polizia e camion abbandonano l’autostrada. Quella notte non passano. Ma sappiamo che verranno.

La lunga attesa
Tante notti ad aspettare l’attacco della polizia alla Libera Repubblica della Maddalena, tante notti con un occhio aperto e uno chiuso. Con la paura che prende ed accelera il cuore, qualcuno con il timore per i propri figli adolescenti spensierati e giocosi tra una barricata e una partita a carte. Altri pensano all’età non più verde e agli acciacchi, altri ancora con negli occhi il gusto della sfida con i potenti che vogliono rubare e devastare. Tutti decisi a resistere. A piè fermo. Bugianen.

Barricate mobili e fandonie della stampa

Dal 24 al 30 maggio. Siamo nei boschi della Val Clarea. Il punto di incontro è la casetta in muratura costruita nell’area destinata al cantiere TAV. La casetta, tirata su da muratori No Tav tra l’autunno e l’inverno, sorge su uno dei terreni comperati dai No Tav con la campagna “acquista un posto in prima fila”. La Libera Repubblica della Maddalena sta affondando radici solide nella terra che gli uomini dello Stato vogliono devastare. Intorno al presidio Clarea di ora in ora si moltiplicano le tende, il via vai è continuo. C’è chi porta da mangiare, chi da bere, chi lavora per rinforzare le difese. Tanta gente. Giovani, meno giovani ed anziani. Gente diversa per storia, percorsi politici e sociali, modo di vestire e di parlare. Al Clarea si mescolano le tante differenze che sono la ricchezza di un movimento, che al momento giusto non ha né padri né padrini, un movimento che cammina sulle proprie gambe. I ragazzi saltano qua e là, gustando il sapore di avventura, tra la casa sull’albero e il pilone votivo – abusivo come tutto qui – tirato su lungo il sentiero. Dopo il fallito assalto del 22 maggio la stampa si è scatenata. I sassi lanciati in un’autostrada deserta, perché chiusa da ore dalle forze del disordine, si sono moltiplicati di ora in ora. Prima erano 200 poi sono diventati 700. I giornali scrivono di “attacco ad operai, automobilisti e polizia”. Nessuno nota l’incongruenza di sassi che non colpiscono nessuno.

Giovedì 26 maggio l’assemblea popolare al Polivalente di Bussoleno è di quelle che restano nella memoria. Il teatro è stracolmo: tanti restano in piedi, si accovacciano a terra, si affollano sul palco, ascoltano da fuori tendendo l’orecchio. Tante anime ma idee chiare: la partita si gioca sui monti. Noi con la forza delle nostre ragioni, gli uomini dello Stato armati di tutto punto. Venerdì 27, si riuniscono politici ed imprenditori, destra e sinistra e parlano chiaro. Faremo il cantiere costi quel che costi. L’assessore regionale Bonino dice a chiare lettere “"Non c’è nessun limite di ingaggio, quando si tratta di azioni che tutelano l’incolumità dei cittadini. Noi siamo a fianco delle forze dell’ordine”. È il via libera per la mattanza. La notte tra il 29 e il 30 maggio pare quella buona. Il prefetto avverte la Comunità Montana. La risposta popolare è chiara e forte. Centinaia e centinaia di No Tav accorrono all’appello. La cucina da campo va avanti tutta la notte, sfornando pasta, insalate, frittate, dolci, caffé, the per tutta la notte. Si fanno assemblee, si discute, si lavora, a gruppi la gente parla di quello che ci aspetta. Le ore passano, i lampeggianti blu non spezzano la magia della notte. Una lunga nottata. All’alba tanti vanno filati dalla barricata al lavoro.

Nei boschi dei ribelli

Dopo tre settimane di presidio il piazzale della Maddalena è diventato un luogo confortevole. Tra la tenda di “Alpi Libere” dove ad ogni ora si trova un piatto di pasta, una fetta di toma o un caffé caldo e i tavoli dove si mangia e discute si raccoglie un’umanità solidale. Tante volte gli sguardi stropicciati di sonno si incrociano nelle lunghe notti di veglia, tra il piazzale, la barricata della centrale e quella dell’autostrada. In queste settimane la Libera Repubblica della Maddalena è cresciuta: ogni giorno incontri, film, dibattiti, lezioni di docenti che abbandonano l’aula per i boschi dei ribelli. Continuo il discutere e confrontarsi su tutto: dal tubo da saldare per rinforzare le difese alla pasta per i vegani, dalle strategie di difesa della piccola zona libera dei No Tav, alla discussione sui prossimi mesi di lotta. Un lungo chiacchiericcio che è segno di passione politica e sociale, di abitudine alla partecipazione diretta, alla lotta di lungo periodo.

Proiettili sin troppo intelligenti

Media e politici continuano, giorno dopo giorno, a costruire il teorema dei No Tav estremisti e violenti, utile a dare il via libera all’azione violenta delle forze del disordine statale. In prima fila nel chiedere l’invio dell’esercito si è schierata la maggioranza dei democratici piemontesi. I soliti proiettili in busta destinati agli onorevoli democratici Esposito e Merlo ha scatenato la canea contro i No Tav, accusati di essere violenti. Niente di nuovo a nord ovest. Ogni volta che la lotta al Tav è arrivata ad un punto critico puntuali sono arrivate le buste infarcite di proiettili. Così puntuali che tra Torino e il Rocciamelone tanti No Tav pensano che una simile puntualità sia più che sospetta. In vent’anni di lotta al supertreno la violenza, quella vera, quella di chi spacca le teste e incendia i presidi l’hanno assaggiata solo i No Tav. Nel 2005 a Venaus, nel 2010 a Coldimosso quando per un pelo non c’è scappato il morto, e una donna ha dovuto fare mesi di ospedale per il pestaggio che le ha spaccato la faccia.

Il mostro e la barricata

Domenica 26 / lunedì 27 giugno.
Tutti sanno cosa li aspetta. Quando la notte comincia a trascolorare nell’alba arrivano dall’autostrada deserta e bloccata i primi mezzi. C’è un silenzio irreale, una calma sospesa. La ruspa gigante avanza da sola sull’autostrada: si avvicina al guardrail, esita, si ferma di fronte alle barricate cariche di persone, che orgogliosamente sfidano il mostro. Sull’autostrada, all’improvviso, compare Turi. Scalzo corre verso la ruspa, brandendo due teste d’aglio. I poliziotti scattano, lo placcano, se lo portano via. Dalla barricata al piazzale tutti gridano forte, alcuni battono ritmicamente il guard rail. È come nei disegni di Marcolino, che da anni segnano muri e piloni dell’autostrada: un uomo che si para di fronte al mostro e, intorno, la gente che resiste. Le ruspe avanzano e con la pinza gigante cominciano a frantumare le barricate. Il mostro, incurante della gente sospesa in precario equilibrio sulle ringhiere della barricata, va avanti buttandola giù. Poi i lacrimogeni. Una nube tossica e maligna vela l’azzurro di una mattinata limpida. Il gas brucia la pelle, soffoca, la gente arretra. La rabbia è tanta. I poliziotti avanzano, volano pietre, sedie, quello che capita. Tanti prendono il sentiero per Ramats inseguiti dagli agenti che continuano a sparare gas. Si sale con il fiato mozzo e gli occhi gonfi per il gas e la rabbia. Ci si guarda in faccia, si scambia un saluto e tanti chiedono “come stai? Serve una mano?” E intanto ti allungano una bottiglietta d’acqua, un biscotto. I poliziotti denunceranno 64 feriti, i manifestanti ne hanno “ufficialmente” una trentina. I segni delle botte li vedo uno a uno sulle facce, sulle braccia e le gambe di chi si raduna stremato alla Ramats.

L’assemblea
La sera a Bussoleno la sala del Polivalente è subito stracolma: tantissimi rimangono fuori, altri hanno dovuto stiparsi uno sull’altro in un catino di sudore. Sono tutti in piedi ad applaudire chi ha resistito. Domenica 3 luglio viene proclamata una manifestazione nazionale. Se pensavano di aver fatto paura si sono sbagliati e di grosso.

Il giorno dopo
Lo Stato si è preso tutto. Il museo è diventato il bivacco per i cosacchi di Maroni, la strada viene spianata. Cemento, reticolati, filo spinato, 800 uomini in armi. Un’occupazione militare. Già dalle prime ore di martedì 28 i No Tav sono tornati al ponte sulla Dora, dove ora c’è un check point militare che blocca e identifica le persone. Un nuovo presidio sta nascendo di fronte al check point. In serata a Susa ventimila persone partecipano alla fiaccolata: il corteo è un serpente che si morde la coda. Una risposta inequivocabile a chi dice che l’aria è mutata, che la gente ha cambiato idea. Le tende piantate nel bosco sono state strappate e riempite di escrementi.

Intorno alle reti

Domenica 3 luglio. Lo striscione dei bambini che apre il corteo, la banda che suona, gli striscioni, il popolo delle mille resistenze d’Italia che si mescola. Tanta gente con un unico grande obiettivo: stringere d’assedio il fortino costruito alla Maddalena dalle truppe di occupazione. Il corteo si snoda per ore da Exilles lungo la statale e di lì in discesa in mezzo ai piloni dell’autostrada sino alla barriera di acciaio e filo spinato piazzata all’ingresso della salita verso la Maddalena, poco dopo la centrale idroelettrica. C’è anche lo spezzone rosso e nero degli anarchici sociali, che a centinaia hanno risposto da tutt’Italia all’appello per la manifestazione, dividendosi tra il corteo e l’assedio dai tanti sentieri. Chi se la sentiva è sceso per i boschi, gli altri hanno scelto la strada: ma la giornata è di tutti. L’assedio va avanti per ore ed ore: dalla mattina sino a sera. I No Tav scendono dalla Ramats, si affacciano da Giaglione, attraverso la via delle Gorge. Anche alla Centrale, una volta defluito il corteo dove tanti hanno scelto di portare i propri bambini, comincia la pressione contro le recinzioni. Al termine della giornata i feriti saranno tantissimi, impossibile contarli tutti, perché solo i più gravi vanno in ospedale: gli altri vengono curati sul posto da medici e infermieri No Tav. Qualcuno va su con in faccia i segni dei colpi ricevuti la settimana precedente. Chi si affaccia alle reti viene accolto da un fitto lancio di lacrimogeni CS, un’arma da guerra, che altrove è stata bandita dalle manifestazioni. I colpi spesso sono diretti sulle persone con effetti devastanti. I feriti più gravi sono centrati da lacrimogeni sparati a distanza ravvicinata. Come se non bastasse poliziotti e carabinieri lanciano sassi: li tirano da dietro la recinzione, li scagliano dall’autostrada sui manifestanti che stanno sotto. Chi può si difende e tira a sua volta sassi. La lotta è impari, ma i resistenti non mollano. Sui fronti di Ramats, Giaglione e della Centrale i No Tav continuano per oltre sei ore il loro assedio. In un paio di punti la recinzione cede alla pressione. La polizia continua a gasare: i manifestanti arretrano ma poi tornano ad avanzare. La forza delle proprie ragioni è più tenace della ragioni della forza bruta. Chi cade in mano alle truppe dello Stato viene offeso e torturato. Un carabiniere, anche lui scivolato e caduto in terra, viene abbandonato dai propri camerati: saranno i No Tav a riportarlo tra i suoi. Quattro manifestanti vengono arrestati e condotti nel carcere di Torino. Il giorno successivo i giornali racconteranno un’altra storia, ripetendo un copione già scritto e usurato da anni: la litania della gente pacifica e dei cattivi Black Bloc, l’opposizione tra i tranquilli valligiani e i professionisti venuti da fuori. Politici e politicanti si illudono di poter finalmente spezzare il movimento, dividendo tra buoni e cattivi, tra pacifici e violenti. Si sbagliano. Nella conferenza stampa indetta il giorno dopo a Chiomonte verrà detto forte e chiaro: “i black bloc siamo noi”.

Cacerolazo

Venerdì 15 luglio, Baita Clarea. Una bella giornata ci saluta sin dal mattino. La banda di “Torino&Cintura sarà dura” arriva alla spicciolata: ci sono anche un paio di operai Fiat in sciopero. Siamo armati di tutto punto: fischietti, pentole e coperchi, un amplificatore portatile, tre megafoni. Sul piazzale sventola il tricolore delle truppe di occupazione. Garrisce su una gabbia cinta di filo spinato, metafora reale della violenza dello Stato. Alla baita ci scambiamo formaggio e frittate di pasta, costolette e panini. Poi si parte. Saliamo alle recinzioni e ci fermiamo un po’ a suonare e battere le pentole. La gabbia si riempie subito di digos che vanno su e giù. Poi decidiamo di salire: non c’è sentiero, la salita, già erta, è resa difficile dal filo spinato. Ma alla fine c’è la ricompensa: arriviamo sulla via dell’Avanà proprio davanti al cancello piazzato a chiudere la parte finale della strada. Lì scateniamo gli strumenti. Poi si torna, passando per la strada dell’Avanà, scendendo alle spalle del Check Point.

Assedio
Venerdì 22 luglio. Al presidio della centrale, dopo il ponte sulla Dora, è il giorno dell’accerchiamento. Zaini, limoni, bottigliette di acqua e malox, maschere antigas di tutte le fogge spuntano da ogni parte. Da una settimana la polizia asserragliata dietro i due sbarramenti che chiudono l’accesso alla strada dell’Avanà, spara lacrimogeni ai No Tav che cingono d’assedio il fortino messo su dallo Stato alla Maddalena occupata. Basta un battitura più intensa, un pezzo di rete tagliata per scatenare la rappresaglia con idranti e gas nocivi. Ma i No Tav hanno la testa dura. Alcuni passano da Giaglione, altri si incamminano sul sentiero No Tav, che collega la “centrale” con la zona della Baita, girando intorno al piazzale occupato. Il sentiero con tanto di segnavia “No Tav” è stato aperto, pulito e segnato nei giorni precedenti. In ogni angolo partono ritmiche le battiture: c’è gente sulla strada che scende alla centrale come su quella che porta al bivio per la Ramats. Sul sentiero “No Tav” lampeggiano centinaia di luci: un serpentone che picchietta la montagna di lievi brillii. Alla centrale, lungo la strada e nel fortino/pollaio in cima ci sono fari potentissimi, che illuminano a giorno il filo spinato, i container, parte delle vigne. La potenza debole e arrogante degli occupanti frantuma la notte, nasconde il cielo, come nel set di un film di guerra. Dal lato Giaglione viene acceso un falò sotto i piloni dell’autostrada, mentre il gruppo partito dalla centrale raggiunge la gabbia. Gli uomini in divisa sparano: una pioggia di lacrimogeni si abbatte sui No Tav, volano sassi e scoppia qualche bomba carta. La polizia decide per l’ennesima volta di chiudere la A32 tra Susa e Oulx. Dalla strada che scende a Chiomonte e dal paese il fragore delle battiture sale sempre più forte. Tutti gli sguardi sono diretti verso l’altro versante della montagna da cui si leva un fumo denso bianco, come un calderone. Chi è lì ma lontano dalla mischia guarda con partecipazione e affetto. “Ma quelli chi sono?” Saranno i poliziotti?” “No, No! quelli non escono dal pollaio!” “Tua figlia è là? L’hai sentita?” “No, meglio di no, chiamo dopo”. Sento un compagno: “come stai? Tutto bene?” “Sì, adesso va bene: ci eravamo persi, ma poi ho ritrovato il sentiero. Per poco non ruzzolavo giù: fortuna che un altro compagno mi ha pescato al volo. Ci hanno ammazzati di gas”. Un fuoco d’artificio spezza la notte.

Da Kabul a Chiomonte: via gli alpini!

Sabato 23 luglio, Baita Clarea. I No Tav della rete “torino&cintura sarà dura” si sono dati appuntamento per una giornata antimilitarista. Gli alpini della Taurinense, gli ultimi arrivati nel fortino della Maddalena, se ne stanno lontani dalle reti. Il governo, dopo lungo tergiversare, ha deciso di impiegare l’esercito in Val Susa. Dopo la guerra in Afganistan, nei CIE della penisola o nelle periferie delle nostre città sono pronti per la Maddalena. Nel pomeriggio andiamo alle gabbie per un rumoroso saluto ai nuovi arrivati: collane di fiori, bombe di coriandoli, uno striscione con la scritta “Da Kabul a Chiomonte: via gli alpini!”. Attacchiamo alle reti carta e plastica trasparente, dove ciascuno scrive il proprio messaggio ai nuovi arrivati “Soldà fora d’le bale!”, “Gli alpini attaccano la gente delle alpi”, “No a tutte le guerre!”. Poi parte la battitura sul cancello. Una buona mezz’ora e poi si va. Lungo la recinzione hanno chiuso col filo spinato il camminamento che consentiva di salire alla strada asfaltata ma il modo di salire lo troviamo lo stesso: arriviamo sulla strada dell’Avanà, apriamo lo striscione e partiamo in corteo verso la centrale. A metà strada ci viene incontro la polizia in assetto antisommossa, che ci spiega a gesti che non possiamo andare oltre. Gli argomenti sono rozzi ma inequivocabili.

Alpini del popolo, gas, un ferito grave

Domenica 24 luglio, presidio No Tav alla Centrale. I No Tav che hanno fatto l’alpino sono tanti in Valsusa: hanno partecipato alla difesa della Maddalena e sono presenti all’assedio, veri “alpini del popolo”. Come gli ex arditi della prima guerra mondiale, che scelsero di opporsi al fascismo, hanno deciso di schierarsi contro l’occupazione militare della loro valle. Discorsi, canti, e poi la marcia per il sentiero No Tav sino alla al piazzale. Dall’altra parte della gabbia ci sono i reduci dell’Afganistan, i secondini dei CIE, mercenari che hanno scelto il mestiere
delle armi. Come ogni sera, nell’area del presidio ci sono incontri, chiacchiere, bambini che giocano. Sul primo dei due cancelli che serrano la strada dell’Avanà comincia la battitura. Un pezzo di cancello viene giù. La reazione dei poliziotti è immediata: sparano centinaia di cartucce di gas CS, incuranti dei bambini, degli anziani, della folla domenicale che mangia e beve. Un No Tav si avvicina al cancello per scattare qualche foto: gli sparano un candelotto in faccia rompendogli il naso e la mandibola, tagliandogli labbra e palato.

Collaborazionisti

Martedì 26 luglio, viale Couvert, Susa. Dalle sei del mattino circa duecento No Tav salutano in ingresso e in uscita i mezzi dell’Italcoge, una delle ditte che dal 27 giugno collabora con le forze del disordine statale nel costruire il fortino della Maddalena. Slogan, bandiere, un tappo della benzina che parte e poi torna. Su tutto una cantilena orecchiabile che diventa subito contagiosa. “Come mai, come mai, vi chiamate operai? Siete servi degli sbirri e non vi lamentate mai!” Una sorta di forca caudina dove camion ed auto sono obbligate a passare, senza tuttavia che vi sia un blocco delle partenze. Chi collabora con gli occupanti la deve trovare dura.

Pentole, denunce e fogli di via

Mercoledì 3 agosto, Avigliana. Intorno alle 9 del mattino una settantina di No Tav si ritrovano all’hotel Ninfa, uno degli alberghi che hanno accettato di ospitare le truppe di occupazione. I No Tav sono armati di tutto punto: pentole, coperchi, fischietti, vuvuzuelas, megafonino e striscione con la scritta “via le truppe di occupazione!”,. Si piazzano davanti all’ingresso e cominciano a fischiare e battere. Un classico cacerolazo. Arrivano i poliziotti. 16 No Tav vengono intercettati e fermati dalle forze del disordine statale. Tutti sono caricati sui cellulari e portati in questura. I 16 pericolosi battipentole vengono trattenuti dalla polizia per l’intera giornata. Lì li perquisiscono, schedano con foto segnaletiche e rilevazione delle impronte. Perquisizioni domiciliari per cercare armi nelle case vengono effettuate nelle case di tre dei fermati. Nelle case sono state trovate le armi usate in mattinata: pare che tutti avessero un robusto arsenale di pentole, mestoli e coperchi. Tutti vengono denunciati per violenza aggravata in concorso. Ciliegina sulla torta una pioggia di fogli di via. Per tre francesi l’espulsione dall’Italia, per gli altri, tranne uno, il divieto ad andare nei comuni di Avigliana, Susa, Gravere, Chiomonte, Giaglione, Exilles.

Turi, la corda e il TGV

Presidio Gravela di Chiomonte, 4 agosto 2011. Nicola e Stefano si incatenano al cancello che serra la strada dell’Avanà. Nicola non mangia da 13 giorni, Stefano e Turi hanno appena iniziato. Nicola ha deciso di fare anche il digiuno dell’acqua. I tre No Tav lottano contro la militarizzazione e i fogli di via imposti dalla questura torinese ad alcuni attivisti. La polizia minaccia una carica, poi decide di desistere. Nel pomeriggio Turi si intrufola oltre il cancello, salta la recinzione e rapidissimo si arrampica su un altissimo pino secco nell’area della centrale. Arrivano i pompieri, la polizia si agita. Turi ha deciso di attuare una protesta clamorosa e non violenta contro l’occupazione militare. Vuole che si rompa il silenzio sul digiuno No Tav, ma soprattutto vuole che la forza delle armi ceda il passo alle ragioni del dialogo. Difficile immaginare che chi basa il proprio potere sul monopolio legale della violenza possa cedere alla forza morale. Una scommessa tanto difficile quanto affascinante. Probabilmente un’utopia, che tuttavia si nutre della forza immaginifica di un uomo in pantaloncini, scalzo e inerme che sfida, mettendo in gioco la vita, l’apparato militare dello Stato. Turi canta, invita i militari a tornare a casa loro, ad abbandonare la divisa.

Condove, ore 20,15. Circa trecento No Tav armati di bandiere si ritrovano nella piazza del mercato. Una breve assemblea e poi tutti alla stazione. I No Tav allungano le bandiere e il TGV si ferma.

A cavallo di un escavatore

Martedì 16 agosto. Hanno aspettato la settimana di ferragosto per tentare l’affondo alle reti. Arrivano al mattino presto e sgomberano con la forza i tre No Tav in sciopero della fame incatenati all’ingresso del fortino. Arrivano le ruspe e cominciano a piazzare nuovi pali per le recinzioni. Alla baita ci sono poche persone, ma pian piano ne arrivano altre. A mezzogiorno due attivisti riescono ad aggirare la polizia e si arrampicano sul braccio di un grosso escavatore. I lavori si fermano per un paio d’ore: i due accettano di scendere in cambio del rilascio di tre No Tav fermati in mattinata. In serata un altro compagno riesce a salire sull’escavatore, mentre altri tagliano parte delle reti appena piazzate. Solo in nottata verrà terminata la recinzione. Al calar del buio un centinaio di No Tav blocca per circa due ore la carreggiata in discesa dell’autostrada. La polizia risponde inondando di gas l’area della Baita Clarea, dove un gruppo di attivisti sta montando un “tree camp”, un accampamento resistente sugli alberi.

Notte d’assedio

Venerdì 9 settembre. I No Tav partono da Giaglione e da Chiomonte per una nottata di assedio alle reti. Non sono ancora arrivati alle recinzioni, che parte una raffica di lacrimogeni. Chi non è protetto deve allontanarsi, gli altri restano e provano a tirare giù le reti. La polizia fa una sortita all’esterno e ferma due attiviste No Tav. Qualche metro di rete viene tagliato. Le due ragazze, Nina e Marianna, catturate durante la protesta alle reti della notte del 9 settembre, vengono arrestate e tenute in carcere dal Gip, nonostante fossero entrambe incensurate. Nina, una chiomontina madre di tre bambini, aveva lo zaino pieno di bende, garze, medicine di primo soccorso. Infermiera volontaria è sempre stata in prima fila per aiutare i feriti, gli intossicati, gli accecati. Solo dopo 10 giorni di carcere il Riesame concederà i domiciliari a Nina, l’obbligo di dimora a Marianna. All’udienza sarà presente per sostenere la richiesta del PM, il procuratore capo in persona, Giancarlo Caselli. Un lunghissimo applauso apre l’assemblea popolare al Polivalente di Villarfocchiardo del 23 settembre. È il saluto dei No Tav a Nina e Marianna.

Maria Matteo