rivista anarchica
anno 41 n. 365
ottobre 2011


 

Anarchici
svizzeri

Siamo abituati a pensare alla Svizzera come al paese delle banche, degli orologiai e della cioccolata al latte. E anche, più saggiamente, come a quello degli esuli, dei migranti e dei fieri montanari attenti custodi delle fondamentali libertà civili. Da ora in poi, però, nel mazzo dovremo metterci anche gli anarchici. Quelli locali, piuttosto numerosi e quelli, ancor più numerosi, di passaggio.
Sono circa 1600, infatti, le notizie biografiche raccolte nel Cantiere biografico degli anarchici in Svizzera, curato dalle Edizioni La Baronata di Lugano, dal Circolo Carlo Vanza di Locarno e dal centro Internazionale di Ricerche sull’Anarchismo di Losanna. Si tratta dell’eccellente lavoro di ricerca storica appena completato da un gruppo di compagne e compagni elvetici (Gianpiero Bottinelli, Marianne Enckell, Werner Portmann ed Edy Zarro), e consultabile al sito www.anarca-bolo.ch/cbach/index.
Frutto di un intenso lavoro di scavo, durato alcuni anni, questa sorta di Dizionario biografico raccoglie, in un testo trilingue, i nominativi, e le tracce biografiche più o meno approfondite, di tutti quegli anarchici che, in un modo o nell’altro, hanno compiuto parte della loro esperienza politica e sociale in Svizzera. Possiamo quindi trovare la biografia completa di militanti fra i più noti, come Bertoni o Frigerio, e le succinte annotazioni sul breve passaggio, da esule o emigrante, anche del più sconosciuto fra i tanti compagni che hanno approfittato dell’ospitalità di questo ospitale paese.
Il Cantiere, che proprio perché “cantiere” è ancora in divenire e soggetto a integrazioni più o meno consistenti (benvenute anche quelle dall’esterno), si presta a una consultazione quanto mai facile e veloce. Infatti si può fare la ricerca secondo l’ordine alfabetico dei singoli nominativi, fra “solo donne” oppure fra “solo di passaggio” o, ancora, “fra collaboratori dall’estero”, ecc. Particolarmente interessante, poi, la suddivisione delle schede per cantoni, cosa che permette di farsi un’idea di quali fossero le zone del paese più interessate dalla presenza degli anarchici e del movimento libertario.
La ricerca si è compiuta soprattutto consultando la stampa anarchica e libertaria, con una particolare attenzione, in molti casi, ai frequenti necrologi nei quali, oltre all’omaggio al compagno scomparso, comparivano più o meno scarne, ma preziose, note biografiche. Altre fonti gli archivi di polizia cantonali e federali, studi specialistici, altri dizionari biografici, tesi di laurea. Avremo quindi biografie particolarmente ricche di informazioni (soprattutto quelle degli anarchici italiani già biografati nel Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani) affiancate ad altre nelle quali si possono trovare solo informazioni estremamente succinte e relative a un periodo quanto mai breve della vita del soggetto della ricerca.
Eppure, anche nella difformità delle note raccolte e pubblicate, il materiale raccolto diventa una vera propria miniera nella quale scavare a piene mani. Basterà, infatti, consultare il sito, e cercare, ad esempio, Luigi Bertoni (redattore, per oltre un cinquantennio, dell’importantissimo periodico Il Risveglio/Le Reveil) oppure, solo per fare un esempio, Aurelio Scala, per comprendere appieno lo spirito gecumenico” con il quale si è costruito questo Cantiere: dalle numerose pagine dedicate, doverosamente, al primo, alla solitaria riga dedicata al secondo, morto nel 1918 e militante del gruppo anarchico di Basilea. Eppure, entrambe le biografie diventano preziose per il ricercatore o il curioso militante, che riusciranno, integrando entrambe le schede, a costruire un quadro d’insieme quanto mai completo della presenza degli anarchici in Svizzera.
Come si può vedere da queste note – ma l’invito è di andare a consultare il sito e sbizzarrirsi nella ricerca – il lavoro compiuto dai quattro curatori diviene un nuovo, utilissimo strumento scientifico, che andando ad affiancarsi ai numerosi lavori affini usciti in questi ultimi tempi, contribuisce a comporre, in tutte le sue sfaccettature, il ritratto umano e militante del movimento anarchico e libertario.

Massimo Ortalli

 

Sui movimenti
“altermondisti”

Se vogliamo cambiare il mondo, è necessario respirare il cambiamento mediante le nostre azioni. Un concetto teorico, utilizzato per esprimere tale idea, è “prefigurazione”. Esso rinvia alla pratica tramite la quale gli attori di un movimento permettono che gli scopi e i mezzi utilizzati si fondino tra loro. Come è stato affrontato tutto ciò nel movimento altermondista?
Nel libro The Will of the Many. How the Alterglobalisation Movement is Changing the Face of Democracy (“La volontà di molti. Come il movimento anti-globalizzazione sta cambiando la faccia della democrazia”, Pluto Press, London 2009, pp. 284) di Marianne Maeckelbergh, un’attivista e antropologa dell’Università di Leyda (Paesi Bassi), si esprime su questo tema. Nella sua antropologia politica, il concetto di “prefigurazione”, svolge un ruolo importante. Il sottotitolo del libro ci fa capire come ne ha costruito l’elaborazione: “Come il movimento altermondista può cambiare il volto della democrazia”.
Maeckelbergh parla di una democrazia differente. Essa fornisce una descrizione dei processi decisionali all’interno del movimento altermondista. In quanto attivista, partecipa all’organizzazione, tra gli altri, di riunioni preparatorie che le permettono di assistere alle riunioni locali, nazionali e mondiali (i Forum sociali europei e mondiali e le istanze autonome della mobilitazione in occasione del G8).
Il movimento altermondista è un “movimento dei movimenti”. Gli attori di questi movimenti sono molto diversi tra loro. Ciò nonostante, si ritrovano in una certa struttura realizzando processi decisionali collettivi. Malgrado divergenze di opinione, intorno alla pratica del processo decisionale si sviluppa una unità. È su questo che Maeckelbergh incentra la sua attenzione.
Si tratta di un problema di “unità nella diversità”. Da una parte, non c’è una sola “unità” nel senso di un unico scopo. Dall’altra parte, c’è quello che definisce “fonti di unità”. Queste fonti consistono, tra le altre cose, nell’opposizione alla mondializzazione neoliberista, nel rifiuto del capitalismo, nell’atteggiamento contro la guerra, nella scelta dell’azione diretta e in una generale posizione di “resistenza”.
Il rifiuto della democrazia rappresentativa è un’altra di queste fonti, ed è legata al rifiuto di “votare” come modo per decidere, che viene sostituito dall’introduzione della democrazia partecipativa. Infatti tale forma rende possibile la partecipazione degli attori a un processo decisionale sotto la forma di un processo di consenso. Il numero (la regola maggioritaria) è sostituito dall’argomento (il principio di assenso): una decisione viene presa se nessuno vi si oppone (nessuna obiezione). Maeckelbergh spiega che non si tratta di una modalità nuova, i Quaccheri la utilizzavano già da decenni…
L’elemento interessante del libro di Maeckelbergh non è soltanto costituito dalla descrizione dei processi decisionali, ma soprattutto dall’elaborazione teorica del tema “democrazia nei movimenti sociali”. La democrazia rappresentativa liberale sembra portare alla legittimazione di pratiche autoritarie. Se questa viene rifiutata, è automatico andare alla ricerca di un’altra forma di democrazia. Grazie ai comportamenti descritti sopra, si giunge a una forma che non abbraccia simili pratiche, vale a dire alla democrazia partecipativa.
Tale democrazia pone il quesito “Come si fa a decidere?”, contrariamente alla democrazia rappresentativa nel quale la domanda importante è “Chi decide?” (i rappresentanti parlamentari). La risposta alla prima domanda ci porta verso il processo di assenso. Questo processo costituisce il cuore della democrazia partecipativa.
I movimenti altermondisti hanno scritto sulla loro bandiera: la società futura sarà trasformata in modo tale che le decisioni prese riguarderanno coloro che hanno partecipato al processo decisionale. È evidente che la forma di democrazia che produce ciò è già nella pratica delle organizzazioni che la portano avanti. In questo caso si può parlare di movimenti altermondisti in termini di “movimenti prefigurativi”, vale a dire “movimenti che creano il futuro nelle loro relazioni sociali quotidiane”. Il cambiamento sociale non è proiettato in un periodo a venire, come sostiene Maeckelbergh.
Questi movimenti praticano la politica prefigurativa. Tale “politica” è fortemente influenzata dall’anarchismo, vale a dire dai principi di solidarietà, pluralismo, uguaglianza, orizzontalità.
Da quanto spiega Maeckelbergh, si deduce che il movimento altermondista si riferisce al termine “democrazia” soltanto per privarlo della definizione usuale limitativa, che rinvia al “parlamentarismo”. Lo priva anche del suo concentrarsi sul “voto” (è la modalità quantitativa a decidere: contare i voti).
Maeckelbergh spiega anche che questa non è una alternativa alla “democrazia”. Si tratta di una democrazia differente, che è stata fondata su principi quali la prefigurazione, l’orizzontalità, la diversità, il decentramento, la struttura a rete. La democrazia ha subito una metamorfosi. D’altro canto i principi di tale metamorfosi non si oppongono ai principi democratici classici, quali libertà, uguaglianza, partecipazione, rappresentazione. La democrazia differente fa sì che questi principi si applichino a tutti.
L’aspetto affascinante di questo libro è che vediamo come Maeckelbergh elabori i principi nel contesto delle attività locali e globali, attività mediante le quali migliaia di persone si riscattano. Maeckelbergh non chiude gli occhi su problemi che si trovano ad affrontare al loro interno coloro che partecipano ai processi decisionali (come le discussioni tra “orizzontalisti” e “verticalisti”). Infine elabora il rapporto consenso/conflitto, in cui il conflitto non è percepito come un elemento di disturbo, bensì come un fattore fondativo. Il concetto di “conflitto” rinvia alla diversità che, nell’approccio presentato, stimola la creatività e la creazione…
È un libro che ci induce a pensare la democrazia in un modo differente e che, inoltre, insegna cose sul movimento dei movimento altermondisti.

Tom Holterman
Redattore della rivista anarchica olandese “De AS”

(traduzione dal francese di Luisa Cortese)

 

Aldilà della tragicomica
demagogia dei politici

Se ragionassimo (e studiassimo) seriamente di immigrati, di profughi, di politica, di futuro prossimo dovremmo leggere – con tutta la calma necessaria – Ecoprofughi ovvero (così il sottotitolo) «Migrazioni forzate di ieri, di oggi, di domani» di Valerio Calzolaio uscito alla fine dell’anno scorso da Nda Press (288 pagine per 18 euri).
Avete presente le discussioni – ridicole se non fossero tragiche – sull’ultima “emergenza” ovvero l’incapacità (ovviamente mista a non volontà e a speculazione politica) dell’Italia di far fronte a qualche migliaia di immigrati e/o profughi?
Con il rigore (ma anche i dubbi, la capacità di tener conto delle diverse opzioni) di uno studioso serio, Calzolaio ci ricorda che le migrazioni ci sono sempre state: per libertà (di viaggiare, conoscere, cambiar vita) o per obbligo (guerre, persecuzioni, ragioni climatiche). Nel tempo presente le migrazioni vanno a crescere. Per le ragioni di sempre ma che dobbiamo ri-comprendere includendovi le questioni attinenti al mercato del lavoro globale, alla maggiore facilità di spostarsi, al quadro politico generale («Mai il mondo è stato apparentemente così ricco. Mai è stato così diseguale» scrive Calzolaio) ma anche perché i cambiamenti politici planetari sono un dato di fatto. E di questo parla soprattutto la seconda parte del libro mentre la prima e la bella introduzione aiutano a definire la situazione di ieri e di oggi. Che i cambiamenti climatici in arrivo siano catastrofici può essere discusso (e Calzolaio lo fa) ma che occorra tener conto di alcune importanti novità – tutte preoccupanti – è certo: l’innalzamento del livello del mare, la crescita (per frequenza e per intensità) di eventi meteorologici “estremi” e la diminuzione di risorse essenziali (in testa l’acqua) sono fatti accertati. Più di una volta Calzolaio sottolinea la «poco sapida ironia che i Paesi e gli umani meno responsabili delle emissioni clim-alteranti siano i Paesi e gli umani che più ne subiscono gli effetti». In parole volgari chi dal Sud del mondo scappa e scapperà verso l’Occidente lo fa e lo farà perché le scelte economiche e politiche degli occidentali hanno reso più difficile vivere nel “sud”. È un dato inoppugnabile come pure quello che (salvo le solite eccezioni) il Sud del mondo è da circa 500 anni rapinato delle sue risorse.
Pensiamo alla tragicomica demagogia del ceto politico italiano e invece vediamo i numeri veri. «Solo due generazioni fa, nel 1960, la popolazione migrante (nel pianeta) era composta da circa 75 milioni di individui» ricorda Calzolaio. «Secondo le statistiche annuali dell’Iom, International Organisation for Migration, sempre accreditate dal sistema Onu, i migranti nel mondo erano circa 175 milioni all’inizio del millennio (il 3% dell’intera popolazione) e ormai da qualche anno ruotano intorno ai 200 milioni (quasi il 60% verso Nord America ed Europa) per lo più legali (meno del 20% ufficialmente illegali, metà negli Usa, metà in Europa) su una popolazione di circa 6 miliardi e 900 milioni di donne e uomini». Però se calcoliamo come migranti tutti quelli «che vivono in un altro Stato da più di anno» e le migrazioni interne i numeri mutano assai. Ancor più si complica il discorso se ragioniamo di “migrati”, cioè di persone che sono andate a vivere stabilmente altrove. «Secondo l’Iom il circa miliardo di complessivi migrati fanno tutti insieme una comunità che rientrerebbe fra i primi 5 stati popolosi al mondo». Per inciso, «l’assistenza umanitaria è oggi la quinta industria del mondo, almeno 6 miliardi di dollari stanziati ogni anno, 40 mila ong (organizzazioni non governative) coinvolte». Significa anche «sprechi, dispersioni, corruzioni». Lo si tenga presente anche per l’Italia; c’è chi in questi anni sulla “torta” dei Cpt-Cie ha costruito grandi ricchezze e sui profughi (in Sudan e non solo) si lucra a tal punto... che per molte organizzazioni internazionali, sedicenti “benefiche”, sarebbe una sciagura se queste persone potessero tornare a casa.
Nelle 280 pagine c’è molto altro. Calzolaio ha passione e competenza per avventurarsi in discorsi scientifici e lo fa con buon piglio divulgativo, cioè facendosi capire. Ragiona dunque di evoluzione, di politica, delle forme (che cambiano) del migrare, della dialettica costrizione-libertà, della «dittatura del Pil, prodotto interno lordo», di guerre. E di povertà, delle sue vere – e sempre taciute – cause. «Oppressione può esservi senza guerra (o con una guerra civile) all’interno degli Stati, oppressione comporta povertà: per cause legate alla povertà muoiono oggi 18 milioni di persone l’anno, un terzo di tutti i morti, per un totale di circa 320 milioni dalla fine della “guerra fredda”». La pace globale, sottolinea Calzolaio, «è un esito fragile e incerto». Va costruita «prevenendo e limitando la distribuzione ineguale di beni, conoscenze, poteri; vietando non solo la violenza e l’uso delle armi ma anche la povertà, la malattia, l’emarginazione». Sono affermazioni condivisibili ma per metterle in pratica occorre sovvertire l’attuale ordine del mondo. Infatti, come scrive Calzolaio nella frase successiva, «la povertà contemporanea è il risultato del dominio coloniale, non un accidente» ma, in forme nuove e con differenti contraddizioni, questo dominio resiste.
Ed è proprio perché bisogna sovvertire l’ordine del mondo che lamento un’assenza in un libro così “pieno”. Infatti per anni Calzolaio è stato un politico, pur se atipico: deputato per 4 legislature, sottosegretario all’Ambiente per 5 anni oltreché, per anni, consulente al segretariato della Unccd ovvero la «Convenzione Onu per la lotta alla siccità e alla desertificazione». Non era questo il libro per trarre un bilancio di queste esperienze ma secondo me occorreva chiarire almeno un punto: nella politica con la P maiuscola, negli organismi internazionali esiste qualche margine di libertà per chi crede che la “giustizia globale” aiuterebbe a risolvere – almeno in parte- queste emergenze? Non mi pare questione da poco.

Daniele Barbieri

 

Voci
dalla rete

Di sicuro conoscete Kamla Bhasin: femminista, economista e sociologa indiana. No?
Avete certamente letto qualcosa di Raquel Garcia Vidana, delegata della sua comunità in Messico.
Davvero no? Però vi sarà giunto qualcosa dell’americo-irachena Zainab Salbi, che fra l’altro è co-fondatrice e presidente di Women for Women International. Possibile?
Almeno vi sarete imbattute/i nelle danzatrici degli alberi, insomma uno spettacolo del Kamoto Community Atrs, gruppo di teatro-ballo femminile dello Zambia? Ma daaaaaaaaaaaaaaaaaaai.
Ultimo tentativo: siete al corrente del gran casino che, a Mosca, ha scatenato Yevgenia Chirikova per difendere la foresta di Khimki?
Se anche stavolta avete risposto no.... questo un po’ mi rassicura (non sono l’unico a non sapere) e molto mi rattrista: perché siete proprio nella mia stessa situazione e io non credo che “ignoranza comune sia mezzo gaudio”, anzi.
Possiamo però – io e voi – uscire da questa non conoscenza leggendo le bellissime (in alcune occasioni drammatiche ma a volte piene di allegria, genialità e sconcertante semplicità) storie pescate da Maria G. Di Rienzo nel libro Voci dalla rete ovvero «Come le donne stanno cambiando il mondo» che è appena stato pubblicato da Multiverso di Udine (240 pagine per 15 euri): sarà in libreria a ottobre ma potete già acquistarlo su www.forumeditrice.it o chiamando 0432 26001.
Ci provochino dolore o gioia, è impressionante che queste storie siano perlopiù ignote anche alle persone meglio informate e che militano pere la giustizia sociale. Non so davvero se in altri Paesi vada un po’ meglio (spero di sì) ma in Italia sembra una follia – o uno scoop – dire che al mondo c’è una guerra contro le donne... con milioni di morti (quasi tutti da una sola parte); e che per fortuna le vittime si stanno organizzando non solo per difendere le loro vite ma anche per esigere i diritti fondamentali. Il messaggio che arriva dal libro, drammatico ma positivo, è sintetizzato nella copertina: «Trasformare le relazioni fra i generi è oggi l’ultima frontiera per il cambiamento sociale. In tanti luoghi del mondo, le donne sfidano condizioni di marginalità o di vera e propria sottomissione, sceneggiando in modo diverso le loro vite. Lo fanno con energia, intelligenza, coraggio e perseveranza. È un messaggio per tante altre donne che, leggendo delle loro esperienze, troveranno la forza di agire in prima persona».
Per esempio Helda Martinez dell’associazione «Mani di donne» in Colombia; Teisha di Srebrenica; Durga Sob in Nepal; Sally, una «sposa bambina» in Yemen; Aqila in Pakistan; le invisibili donne del Congo saccheggiato; Monica Piloya in Uganda; le madri delle vittime di piazza Tiananmen; Shadi Sadr; Nawal El Saadawi; Galia Golan; Asmaa Alghoul... e tutte le altre: donne dei villaggi e attiviste, operaie e avvocatesse, paria oppure giornaliste, nei luoghi natii o nell’esilio. Ci sono anche le trickster, le “divine buffone”. E c’è un uomo, Anwarul Chowdhury: scoprirete perché proprio lui ha avuto il privilegio di finire in questo libro.
In chiusura le fonti ovvero le indicazioni di una sitografia che ci permette di restare in contatto con queste realtà.

Daniele Barbieri

 

Vi ricordate
di Libera?

Quando ci troviamo a parlare di Libera, tra di noi, o perché sollecitati da qualche intervista, la sensazione che maggiormente ci accarezza è sempre quella di aver perso e vissuto qualcosa di grande. Con queste efficaci parole, intrise di intensità emotiva, ha inizio il discorso evocativo di LiberaOuna sconfitta vinta, opera monografica agile e meravigliosamente corredata di foto e immagini, che rappresenta la memoria scritta di quella straordinaria esperienza di autogestione vissuta, il viaggio di Libera come la definiscono gli stessi curatori, che è stato lo Spazio sociale libertario/anarchico Libera di Marzaglia, nel modenese, vivo e operativo dal 2000 fino all’agosto del 2008, quando è stata brutalmente sgomberata dalla violenza istituzionale. Durante la sua breve ma intensa esistenza Libera ha contribuito a dimostrare che l’utopia anarchica è possibile.
Per chi non lo ricordasse, Libera è stata sgomberata con la forza l’8 agosto 2008 dopo una pluriennale battaglia contro la costruzione di un mostro di cemento, l’autodromo di Marzaglia, per erigere il quale e non perdere l’enorme business di cui era portatore, sono stati distrutti ettari di terreni agricoli rari, ricchi di orti biologici. Ma su queste cose, si sa, non c’è nessuna differenza tra centro-destra e centro-sinistra. In particolare, da quando la sinistra istituzionale è stata privata del suo referente storico, forzatamente sganciata dal suo mito vivente di riferimento, il socialismo di stato sovietico, il dio denaro è diventato il nuovo riferimento, al pari del capitalismo anticamente odiato. E nel modenese siamo da sempre completamente immersi nell’atmosfera di comando della sinistra istituzionale. Per rinsaldare il “neosocialismo capitalista” i dirigenti istituzionali hanno scelto di sacrificare campagne, produzioni biologiche, momenti autentici di aggregazione sociale autogestita ed ogni rinnovata esperienza emancipatrice, per far trionfare cemento, inquinamento, motorizzazioni, avvelenamento dell’aria, dell’acqua e della terra.
LiberaOuna sconfitta vinta è un libretto agile e accattivante. Si distingue per molte cose d’effetto e d’impatto. Non è un libro in senso proprio, ma è molto di più di un opuscolo. Ha una forma quadrata, a differenza del classico rettangolo di quasi tutti i libri. Non è un’antologia in senso stretto anche se esperienze e scritti riportati sono presentati con una sequenza di tipo antologico. Non è un saggio, ma al contempo presenta in più punti una qualità di riflessione che lo richiamano. Non è un trattato storico anche se riporta in modo rigoroso l’esperienza storica cui si riferisce. Non è insomma inquadrabile in niente di precostituito. Anche per questo è simpaticamente anarchica fino in fondo.

Andrea Papi

 

Perché è importante (e attuale)
Camillo Berneri

Il convegno su Berneri organizzato ad Arezzo il 5 maggio 2007 fu, ricordo, di grande interesse e parecchio partecipato. La biblioteca Panizzi e l’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa ne hanno pubblicato gli atti, ulteriore tappa di un’indagine storiografica ormai quarantennale sul nostro (Un libertario in Europa. Camillo Berneri tra totalitarismo e democrazia): un libro importante, a mio avviso, con alcune belle intuizioni e altre sfumature che provocano un po’ di perplessità. Ad esempio i saluti dell’assessore alla cultura dell’amministrazione provinciale di Arezzo, Emanuela Caroti, la quale tra l’altro afferma che Berneri prefigurava uno “Stato” (sic) libertario, seppur con poteri molto limitati.
Giampietro Berti e Giorgio Sacchetti nella loro bella introduzione inquadrano invece il contesto politico entro cui leggere il pensiero di questo “persistente eretico” e sottolineano come il percorso intellettuale di Berneri indichi che non esista alcuna scoperta che in sé possa ritenersi conclusiva e come la sua vita segnali una tensione continua verso un traguardo di per sé irraggiungibile. Questa “tensione anarchica verso l’anarchia”, questa “rincorsa anarchica” verso il migliore dei mondi possibili, mondo in costante mutazione e sempre pronto ad andare un po’ più avanti, mi sembra che dia l’idea della modernità di Berneri. Una modernità dai tratti assai più complessi di quelli delineati da Gianpietro Berti nel suo intervento che forza gli avvenimenti del Novecento e l’attività di Berneri dentro una cornice teorica ben discutibile. A essere risolti con troppa facilità sono diversi temi, che per fortuna vengono sviscerati altrimenti negli altri interventi: il rapporto degli anarchici con la Rivoluzione russa – e qui viene in soccorso il preciso saggio di Gianni Carrozza – la condanna tout-court del classismo, la supposta incapacità di analizzare il fascismo da parte anarchica, il tracollo repentino del movimento anarchico di metà degli anni Venti e la sua scomparsa dal panorama sociale fino al ‘68, ancora, il rapporto tra anarchici e movimento operaio. Una lettura impietosa che paga la fascinazione dell’autore per un Berneri considerato come fautore, e protagonista di una scienza politica anarchica.
Berneri, rimarca Berti in un suo intervento nel dibattito a conclusione del convegno, sarebbe stato il primo a operare una divisione tra giudizi di valore e giudizi di fatto, aprendo le porte ad un anarchismo inteso come ricerca di soluzioni politiche. Tale interpretazione è centrale anche nella relazione di Stefano d’Errico. I problemi di questo intervento sono molteplici: in primo luogo il fatto che d’Errico opti per una interpretazione del pensiero berneriano alla luce dell’attività politica contemporanea. Vengono cioè utilizzate le più diverse citazioni di Berneri per dare valore alle proprie teorie, che in questo caso mirano sostanzialmente a una contaminazione tra anarchismo e politica. È una procedura grossolana da un punto di vista storiografico e politicamente molto discutibile. Tra l’altro mi sembra che le idee, a volte anche stridenti tra loro, che Berneri elaborò nel corso della sua militanza, subiscano una torsione continua. D’altra parte è convinzione di chi scrive che l’anarchismo sia oggi elemento radicato socialmente nelle più diverse dinamiche di emancipazione proprio nella misura in cui si è tenuto avulso dalla mediazione politica, dal campo della “riforma possibile”. L’utilizzo delle istituzioni, l’attività politica di governo laddove non sia autogoverno degli uomini e delle donne, cioè democrazia diretta, cioè autogestione, ma sia mediazione dall’alto tra interessi contrastanti, avrebbe già portato all’estinzione dell’anarchismo.
Fortunatamente gli altri saggi entrano in senza ambasce nelle questioni storiche: è il caso dell’intervento di Giorgio Sacchetti sui luoghi toscani vissuti dal giovane Berneri e il legame di costui con i riferimenti culturali della sinistra risorgimentale e del pensiero federalista, e di quello già citato di Carrozza che approfondisce alcuni aspetti della relazione tra anarchici italiani e Russia bolscevica, confermando quella analisi che ne fece Santi Fedele nel suo Una breve illusione di metà anni Novanta.
Enrico Acciai approfondisce alcune linee di ricerca sul rapporto tra Berneri e Rosselli nell’esperienza della Sezione italiana della colonna Ascaso, tema cui aveva avuto modo di accennare il compianto Gigi Di Lembo in un saggio sulla “Rivista Storica dell’Anarchismo” del 2001. Un interessante contributo, quello di Acciai, che analizza in parallelo le vite dei due, e che coglie l’occasione per rimarcare qualcosa di scontato forse, ma che evidentemente è necessario sottolineare: in Berneri non venne mai meno la centralità dell’anarchismo e tutte la sua opera di riflessione intellettuale è volta non a un suo superamento, quanto a un suo rinnovamento, cosa ben diversa.
A fugare ogni dubbio basterebbe il titolo del periodico che Berneri decise di pubblicare in Spagna: “Guerra di Classe”. Se poi secondo alcuni la percezione del problema politico in Spagna da parte di Berneri è stata più complessa di quanto affermato fin’ora, Acciai mette in evidenza come Rosselli abbia aderito alla legalità governativa, e sia stato quindi a favore dell’ingresso della CNT nel governo repubblicano del novembre 1936, mentre Berneri sia sia schierato dalle colonne di “Guerra di Classe” senza tentennamenti per la rivoluzione libertaria, mettendo in guardia i compagni dai pericoli di quella “svolta pericolosa”.
Francisco Madrid Santos mette in luce alcuni aspetti fondamentali del pensiero di Berneri: la sua insopprimibile vivacità intellettuale e quindi anche la presenza di contraddizioni nelle sue teorie; la convinzione che – contro la filosofia della storia di matrice hegeliana – il processo storico sia segnato dalla continua interferenza tra autorità e libertà, e non da un’identità tra i due termini.
Mi piace chiudere citando la lettura del saggio di Carlo De Maria su Giovanna Caleffi Berneri, in cui la prospettiva politica si intreccia con la dimensione personale. È un contributo ricco di notizie storiche, stimolante storiograficamente, e di interesse per chi voglia approfondire non solo lo studio della figura di questa donna dell’anarchismo, e di riflesso della famiglia Berneri, ma anche di alcune vicende che interessarono il movimento anarchico e la storia d’Italia tra la metà degli anni Trenta e i primi anni Sessanta del Novecento.

Antonio Senta

 

Frontiere
da varcare

Tijuana come Lampedusa. Emblema della linea che separa i sommersi dai salvati, la frontiera.
Ufficialmente circa 3000 all’anno, ma probabilmente molte di più le donne latino-americane scomparse nel nulla alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. A Tijuana una misteriosa “industria dei video pornografici” realizza DVD con immagini di violenza sulle donne. Un’imprenditoria mafiosa che trae profitto dalla spettacolarizzazione e mercificazione della violenza. Marketing che si mescola con il sadismo. Ne parla Azzurra Carpo nel suo Romanzo di frontiera (Edizioni Albatros, Viterbo 2011, pagg. 207, € 15,90, info@gruppoalbatrosifilo.it), senza concedere nulla ai particolari raccapriccianti talvolta evocati da inchieste e trasmissioni televisive.
“Ho avuto la fortuna di crescere sulle frontiere – racconta l’autrice – ero migrante già da bambina, in Perù, in Brasile, dove i miei genitori lavoravano con la cooperazione internazionale”. Anche se, precisa “migrando dal Nord al Sud ho viaggiato con il tappetto rosso”. Accolta, non additata. Ha incontrato persone che “attraversavano le frontiere come i personaggi di questo libro, conoscevano i nomi dell’esclusione, dell’embargo, i muri e i limiti della nostra società”. In anni recenti, la giovane scrittrice ha studiato al confine tra Usa e Messico potendo “conoscere i due lati della frontiera – da El Paso a Ciudad Juarez, da San Diego a Tijuana – dove nessuno sa immaginare il futuro, ma scorre l’adrenalina della speranza”. Un aspetto affascinante, l’“ibridismo linguistico e gergale”. Il migrante apprende le parole essenziali, per poter sopravvivere e farsi riconoscere come essere umano.
A livello globale la principale vittima resta la donna. Nei conflitti, quella contro le donne è guerra aperta e lo stupro – in Bosnia, in Congo, in Kurdistan o in Libia – viene usato come arma.
Una strategia, denuncia l’autrice “per distruggere il cuore del nemico, degradando simbolicamente il corpo della donna”. Così nelle frontiere, dove il corpo della donna migrante è il più vulnerabile, il più esposto allo sfruttamento, al traffico clandestino, alla morte. Lungo il Muro della vergogna che separa Messico e Stati Uniti, ogni notte migliaia di donne come la protagonista Leonor “devono gettare il loro corpo al di là della barriera per poi andare a riprenderselo”. E non è scontato che possano ritrovarlo. La maggior parte dei migranti che raggiungono Tijuana proviene dall’America centrale. Sono guatemaltechi, salvadoregni, cubani. Senza documenti, cercano di racimolare il denaro necessario per pagare i trafficanti lavorando in fabbriche dalle condizioni durissime. Il trafficante (il coyote) conosce i punti in cui è possibile passare, superare muri e fili spinati. Accompagna i migranti per qualche chilometro e poi si devono arrangiare. Nel deserto, molti non sopravvivono alla disidratazione o al freddo. Altri soccombono a causa di serpenti e scorpioni.
Per l’autrice ognuno di noi dovrebbe “aggiustare il mondo con quello che sa fare, sporcarsi le mani con allegria e umiltà perché questo sprigiona energie positive”. Uno dei protagonisti di Romanzo di frontiera, Ben, sfida l’embargo per affinare le corde dei vecchi pianoforti cubani. Perché “accordare un piano è un po’ aggiustare il mondo, aprendo fessure nelle frontiere”. Anche in quelle dell’ideologia o del razzismo.

Gianni Sartori

 

Buon compleanno
Elèuthera

Trentacinque anni fa nasce Elèuthera, la casa editrice anarchica e libertaria destinata a diventare la più importante iniziativa editoriale di tutta la storia dell’anarchismo italiano. Però a differenza di tutte le altre realizzazioni analoghe che l’hanno preceduta, Elèuthera vede la luce nel momento in cui iniziano a venir meno le condizioni sociali e culturali che avevano visto vivere il movimento anarchico “classico”, precisamente tende a venir meno la centralità dell’alveo nel quale era vissuto fin dall’inizio: quello del movimento operaio e socialista. Negli anni successivi all’apparizione di Elèuthera si è assistito, inoltre, all’esaurirsi dell’onda lunga del ’68, alla sconfitta del comunismo e alla vittoria planetaria del capitalismo.
A seguito di questo complessivo mutamento epocale, l’anarchismo si è trovato scisso fra una identità pregressa e la possibilità di un’identità futura ancora tutta da definire. Si tenga presente pure che, proprio a causa di questo gigantesco cambiamento storico, vi è stato anche il saccheggio di molte idee e intuizioni anarchiche da parte del variegato fronte progressista, qualora si consideri che negli ultimi trent’anni, tutti – rivoluzionari e riformisti – si sono riempiti la bocca, molte volte a sproposito, delle parole “libertaria”-“libertario”, declinandole come un verbo-prezzemolo in ogni occasione sociale e politica. Il lungo, complesso e positivo strascico culturale che una parte del ’68 aveva messo in moto – femminismo, non violenza, pacifismo, anti-dogmatismo, discussione critica, disobbedienza civile, libero amore, ecc. – mentre ha costituito una grande “rivincita” di molte idee anarchiche, soprattutto sotto l’aspetto esistenziale-emancipazionista, ha per molti versi deprivato lo stesso anarchismo della sua identità ideologica, almeno per ciò che attiene alla sua immagine “tradizionale”.
Per rispondere a queste molteplici sfide della storia, i promotori di Elèuthera hanno via via elaborato un disegno editoriale riassumibile con la seguente formulazione problematica: come liberare l’idea anarchica dal contesto della sua genesi e dall’humus del suo ambiente, senza fargli perdere l’anima? Come rilanciare la sua intenzionalità, facendola vivere al di fuori del suo svolgimento genetico e ambientale? Come rinnovare il suo nocciolo autentico, valorizzando la sua grande attitudine adattiva, rinvenibile in molte riflessioni, esperienze e “attualizzazioni” libertarie, proprio al fine di riscoprire intuizioni ed idee del suo precedente patrimonio ideologico riportandolo nell’asse più avanzato della storia?
Il catalogo di Elèuthera costituisce la risposta più eloquente a tale proposito. Ciò che balza agli occhi, prima di tutto, è il perseguimento di una concezione libertaria “aperta”, intendo con questo termine la volontà di esplorare ogni possibilità di libertà e di uguaglianza così come essa si trova, latente, presente e attiva, nel tempo storico cui ci è dato vivere. Il che vuol dire il superamento non solo di una contrapposizione sociale e politica “ottocentesca”, ma anche l’abbandono di un’idea esaustiva di uomo, che a sua volta comporta l’abbandono di ogni idea esaustiva di società (ogni idea di uomo è un’idea di società). Lo sguardo utopico e analitico è portato all’interno di una prospettiva ideologica meno legata all’identità pregressa e l’incrocio necessitante fra libertà e uguaglianza è cercato sia nelle grandi dimensioni del pensiero contemporaneo, come nei suoi anfratti più reconditi.
Naturalmente viene mantenuta la prospettiva socialista e rivoluzionaria, però essa è ricollocata in un contesto più ampio e problematico perché tutta l’ideologia anarchica è ripensata alla luce dello sviluppo attuale delle scienze umane. Vi è, implicita, la considerazione secondo cui la lotta contro il capitalismo, intesa come lotta di classe e lotta rivoluzionaria, non è un fenomeno storico universale, ma solo un momento legato ad un determinato tempo e, dunque, a determinati contesti perché nella storia umana duecento anni non sono nulla: per secoli e secoli in gran parte del mondo non vi è stata alcuna lotta di classe e alcuna lotta rivoluzionaria, mentre è sempre esistito il millenario e insanabile contrasto fra libertà e autorità.
La gamma dei temi affrontati e argomentati nei 215 titoli che sostanziano lo sforzo innovativo di questa grande impresa editoriale conferma l’ambizioso disegno intellettuale e culturale dei suoi animatori: politica, economia, sociologia, ecologia, urbanistica, antropologia, etnologia, psicologia, psicoanalisi, pedagogia, estetica, etica, religione, storia, filosofia, epistemologia, biologia, e altre espressioni della cultura contemporanea più avanzata, che qui non è possibile rammentare, sono affrontate con una serie di autori che, sia pure a titolo diverso, appartengono all’universo culturale libertario.
Complessivamente l’insieme di questi approcci delineano un’immagine plurima dell’uomo – e dunque della società – in grado di aprire una riflessione profonda sulle possibilità anarchiche e libertarie attuali, proprio nel momento in cui la crisi generale del pensiero progressista segna un momento di grande smarrimento e di grande confusione destinato a durare a lungo (smarrimento e confusione, purtroppo, che intaccano anche una parte dei settori più naif dell’anarchismo). I soggetti politici, sociali e culturali chiamati a ricomporre – all’altezza dei tempi – il mosaico libertario ed egualitario dell’umanità, così come essi emergono dalla trentennale incursione editoriale di Elèuthera, sono molti e tutti degni attenzione. È stato fatto un enorme lavoro di scavo, di esplorazione e di sedimentazione, che le nuove generazioni hanno il dovere di continuare.
Il catalogo di Elèuthera mostra l’irriducibile universalità del pensiero anarchico.

Nico Berti

 

Il ruolo di
Giovanna Caleffi Berneri

Giovanna Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti. Dall’antifascismo in esilio alla sinistra eretica del dopoguerra (1937-1962), cura e introduzione di Carlo De Maria, prefazione di Giampietro Berti, nota conclusiva di Goffredo Fofi, Reggio Emilia: Biblioteca Panizzi, Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, stampa 2010, p. LXIX, 609.

Quando solide competenze nell‘indagine storiografica si uniscono alla preparazione archivistica – com’è il caso di Carlo De Maria – non sorprende che gli esiti del lavoro siano all’insegna di una rigorosa metodologia di scavo, elaborazione e presentazione dei risultati. Si aggiunga l’accurata confezione editoriale, alla quale ci hanno ormai abituato le pubblicazioni della Biblioteca Panizzi e dell’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, e ne avremo il bel volume Un seme sotto la neve, antologia di carteggi e scritti di Giovanna Caleffi Berneri.
Non si tratta di un mero esercizio di raccolta e trascrizione, quanto di un’attenta selezione di cinquanta articoli e duecento lettere sulle oltre quattromila presenti in Archivio Berneri (con tanto di controllo delle minute di posta inviata sugli originali conservati oggi in altri archivi, nei fondi personali dei relativi corrispondenti). I testi, ordinati cronologicamente in due serie distinte e accompagnati da un apparato di note che ne facilita la lettura ragionata, riescono nel loro complesso a restituirci le dinamiche e l’evoluzione di un percorso di vita denso di stimoli culturali.
Approccio, quello biografico, che De Maria ha in più occasioni dimostrato di saper padroneggiare, a partire dal suo studio su Camillo Berneri, tra anarchismo e liberalismo (2004). Le relazioni tra sfera pubblica e sfera privata diventano poi tanto più eloquenti quando il protagonista è al femminile, risultando accentuati i rimandi e i richiami tra dimensione familiare e impegno politico-culturale. A maggior ragione se, è il caso di Giovanna, la storia individuale procede esterna e refrattaria ad organizzazioni politiche strutturate.
La pubblicazione dell’antologia giunge a coronare una ricerca avviata da diversi anni, che muove dall’incontro svoltosi nel 2005 a Gualtieri, città natale di Giovanna nella provincia reggiana (“Giovanna Caleffi, un’anarchica a Gualtieri e in Europa”). I lavori in corso erano stati successivamente anticipati dal curatore al convegno di Arezzo su Camillo Berneri (2007), passando infine per l’intervento in occasione della giornata di studi di Reggio Emilia (“Giovanna Caleffi Berneri e la cultura eretica di sinistra nel secondo dopoguerra”, 2008).
Il sottotitolo del volume recita: dall’antifascismo in esilio alla sinistra eretica del dopoguerra (1937-1962), alludendo all’arco cronologico che copre l’intera militanza politica della Caleffi. Giovanna rimase infatti ai margini della politica attiva fino alla morte del marito, Camillo Berneri, per poi raccoglierne il testimone e difenderne la memoria, facendo suo con grande lucidità l’impegno antifascista e libertario. Arrestata a Parigi nell’ottobre 1940, deportata in Germania, quindi consegnata alle autorità italiane, viene tradotta nel carcere di Reggio Emilia e successivamente assegnata per un anno al confino di Lacedonia, in Irpinia (su questo periodo si veda il nucleo di lettere del 1941-’42 dirette all’Ufficio confinati politici).
Nel dopoguerra il suo nome è legato principalmente al periodico «Volontà», di cui è ispiratrice e dalle cui pagine sono tratti buona parte degli scritti raccolti nel volume. Ne emerge un anarchismo svincolato da legami esclusivi con il movimento operaio, teso ad adombrare le problematiche classiste ma aperto, piuttosto, alle battaglie per i diritti civili e al confronto con temi quali la critica del centralismo statale, il municipalismo, il federalismo, la pedagogia libertaria, la condizione della donna, il controllo delle nascite, le forme di cooperazione sociale etc.
Si è fatto cenno, richiamando il sottotitolo, alla cosiddetta “sinistra eretica”, poiché lungi dal ripiegare nel piccolo mondo della tradizione militante anarchica è proprio a questo réseau intellettuale che si volge Giovanna. Leggiamo dalla Prefazione al volume, di Giampietro Berti (mentre la Nota conclusiva è di Goffredo Fofi): “Giovanna Berneri fa parte di un’area politico-culturale refrattaria ad ogni accorpamento dottrinale; un’area, cioè, originale e irripetibile: è, precisamente, l’area degli eretici di sinistra, dei libertari e degli intellettuali inquieti, che testimoniano una coscienza critica irriducibile ad ogni omologazione politica, culturale, religiosa e sociale” (p. XII). Tra i suoi corrispondenti troviamo libertari, liberalsocialisti, radicali e, più in generale, minoranze non allineate: probabilmente la parte più fertile, critica e indipendente della cultura italiana del dopoguerra. Spiccano i nomi di Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Ignazio Silone, Mario Pannunzio, Lamberto Borghi, Margherita Zöbeli, Gianni Bosio, Piero Calamandrei, Aldo Capitini, Luce Fabbri, Vera Modigliani, Anna Garofalo, Ferdinando Tartaglia, Guido Tassinari e altri.
In conclusione, possiamo affermare che la lettura di questa antologia vale come antidoto al conformismo e all’omologazione culturale che troppo spesso attanaglia il presente. Un seme sotto la neve, dunque, immagine “così bella e vera” (p. 553) che riecheggia il titolo di un romanzo di Ignazio Silone. Come scrive il curatore De Maria: “per tornare ad ascoltare una critica sociale radicale e senza sconti, e tuttavia attenta al dato di fatto e al quotidiano, aderente ai problemi della vita quotidiana popolare: ecco a cosa serve questa antologia” (p. XIII).

Luigi Balsamini
23 maggio 2011