rivista anarchica
anno 41 n. 365
ottobre 2011


Sardegna / 1

Silenzio: qui si uccide e si avvelena
di Laura Gargiulo

L’occupazione militare è passato e presente della storia sarda, strumento efficace di asservimento della terra agli interessi dello Stato. Alla loro presenza un’unica alternativa: lo smantellamento.

Serran buttega artigianos, baristas
E partin tottus, minores e mannos,
pro che cazzare sos militares

“Chiudono bottega artigiani, baristi
e partono tutti, piccoli e grandi,
per mandare via i militari”

(Sa lotta de Pratobello, poesia di Peppino Marotto)

Immaginate un’isola in cui 37.374 ettari di territorio sono sotto controllo militare con la presenza di poligoni missilistici, poligoni per esercitazioni a fuoco, aeree, aeroporti militari e depositi di carburante. Aggiungetevi i due poligoni più grandi d’Italia, uno dei quali il più vasto d’Europa con un’estensione a mare oltre l’intera superficie dell’isola stessa. Mettete insieme tutto ciò e avrete la fotografia della Sardegna.
Dietro questi numeri, dietro la concentrazione di circa il 60% delle installazioni italiane-Nato sull’isola, si nasconde uno dei molteplici volti della presenza dello Stato italiano in Sardegna, una presenza fatta di una costante e profonda politica di asservimento agli interessi d’oltremare e non solo. Bisogna risalire indietro negli anni e ai documenti americani desecretati recentemente per capire che l’occupazione militare è parte di un articolato progetto in cui la Sardegna ha occupato, a sua insaputa, un ruolo centrale tanto da essere definita dai protagonisti di questa vicenda “a pivotal geographic location”. Il 26 novembre del 1956, infatti, il Sifar (l’allora servizio segreto militare italiano) e la Cia firmarono l’accordo di reciproco impegno basato “da parte statunitense, sul presupposto che i piani dello Stato maggiore della Difesa italiano prevedessero l’attuazione di tutti gli sforzi per mantenere l’isola di Sardegna”. L’isola rivestiva per la Nato e gli Usa un ruolo strategico importante in virtù della sua posizione geografica, tanto che in una nota della Cia del ’57 veniva “considerata nei piani di guerra degli Usa”. Non solo: le basi erano importanti supporti logistici e operativi utili in caso di conflitto, ma soprattutto erano terra di esercitazione, addestramento e sperimentazione. Di lì a poco, tra il 1955 e il 1956, vennero così installate in Sardegna alcune delle più importanti basi militari d’Europa: Teulada, Decimomannnu-Capo Frasca e Perdasdefogu-Quirra. Tra queste, Capo Frasca veniva inserita in un triangolo strategico insieme alle basi di Aviano e di Ghedi Torre, vicino Brescia, dove si sarebbero addestrati piloti Nato alla guerra atomica.
Eppure, oggi che viviamo in tempi più civili e democratici, ora che i venti freddi di guerra soffiano lontani, le basi rimangono e si ampliano, rispondendo a vecchi e nuovi interessi, rimanendo sempre al passo coi tempi.

Terra di militari, terra di interessi

In un vecchio articolo pubblicato sulla rivista di geopolitica Limes ci si interrogava quanto valessero le basi militari e soprattutto quale fosse il loro ruolo, oltre quello prettamente militare. Ancora una volta la voce dei diretti interessati ci viene in aiuto: secondo il rapporto del Dipartimento della Difesa Usa per il Congresso nel solo 1999 l’Italia ha contribuito con oltre un miliardo di dollari a rinsaldare il suo rapporto con gli Usa, rapporto valutato in contributi indiretti (mancato guadagno del paese ospitante per il fitto delle installazioni o il pagamento delle tasse cui i militari sono esentati) e contributi diretti. E la cifra fornita è costituita per intero da contributi indiretti, cioè dall’uso delle basi da parte dello Stato americano.
Secondo elemento: con lo smantellamento della base della Maddalena (recentemente messo in discussione dalla notizia di un possibile ritorno dei militari), molti avevano creduto a una svolta nella politica americana che sembrava avviare un processo di normalizzazione e restituzione delle terre alle popolazioni locali. Eppure a quello smantellamento non ne seguirono altri, anzi. Ciò che era stato interpretato come punto di partenza di una nuova fase, in realtà era più semplicemente il simbolo di un cambiamento di ruolo, frutto di una nuova attenzione che si spostava verso Sud: la nuova potenziale area di conflitto diventava il Mediterraneo. In quest’ottica è da inserirsi anche il recente avvio dei lavori per la costruzione di numerosi radar sulle coste sarde, altro tassello di controllo del territorio questa volta in chiave anti-migrante, per evitare, si dice, l’invasione oltre mare dei profughi dei paesi in rivolta.
Ultimo elemento, evidente nella trasformazione che sta subendo il Pisq (Poligono Interforze del Salto di Quirra): oltre a essere sede di addestramento di eserciti di mezzo mondo, il poligono è diventato una delle sedi preferite delle industrie belliche in cui testare i loro prodotti per mostrarne l’efficacia ai compratori. Sofisticati sistemi d’arma targati Fiat, Alenia, Melara, Thompson, Aerospatiale. Prezzo d’affitto del poligono: 50 mila euro l’ora. Gli interessi del privato hanno portato all’avvio di un progetto di privatizzazione della base in cui la Finmeccanica gioca un ruolo di primo piano insieme ai droni, la nuova avanguardia nella guerra tecnologica.

Oltre il filo spinato: il vuoto

La Sardegna quale valida merce di scambio nei rapporti con Stati e industrie belliche non è la sola ragione a spiegare la concentrazione pervasiva e massiccia che fa di questa terra un unicum nel panorama italiano. L’insediamento delle basi militari, infatti, deve essere inserito all’interno di una politica tutta “nostrana” in cui lo Stato ha saputo farne un valido strumento di controllo del territorio e delle sue comunità; un controllo non solo militare, ma soprattutto sociale basato sulla profonda penetrazione di un’economia militare che si è progressivamente imposta quale unico e possibile modello di sviluppo.
Nell’analisi curata dall’Atobiu dei gruppi autogestiti per lo smantellamento del Pisq sono analizzate le principali conseguenze sul territorio circostante la base, le stesse che si manifestano intorno agli altri poligoni:

  • sottrazione di sovranità: le popolazioni subiscono decisioni prese completamente al di fuori del proprio controllo, estranee ai propri interessi, senza avere alcuna voce in capitolo, anzi spesso volutamente disinformate dalle autorità;
  • cristallizzazione economica (se non arretramento): la popolazione complessiva attorno al PISQ, è diminuita tra il 1971 ed il 2009 di 4.580 unità ovvero del 12% (dati ISTAT). Una realtà demografica cui fa riscontro il reddito medio per abitante che per il 2008 è di appena 6.857,00 €, contro una media italiana di 18.900,00 €;
  • distruzione del patrimonio archeologico e naturalistico: vale per tutti il caso del complesso carsico di S’Ingutidroxa, su cui si vuole costruire una pista di circa 2.300 metri per aerei di grandi dimensioni.
  • inquinamento dell’intera area tanto da causare modificazioni genetiche negli organismi vegetali ed animali e diffusione di alcune patologie (aumento dei malati di diabete fino al 300%, disturbi alla tiroide, ecc.), linfomi e cancri di vario genere, aborti e malformazioni negli animali e nell’uomo.

Gestione del territorio, economia, ambiente e salute: sembrano essere le quattro costanti della devastazione che colpisce le comunità intorno alle basi militari ma non solo. Quattro costanti che ritornano anche in luoghi lontani dalle basi, e che tuttavia hanno vissuto e vivono uno stesso processo di smantellamento della tradizionale economia insieme alla devastazione ambientale. Sono le zone in cui a partire dagli anni ’60 vennero insediate le grandi industrie che portarono con sé, diversamente dal benessere annunciato, l’affermazione di un modello economico e sociale estraneo agli interessi locali, radicando un’economia di dipendenza che imponeva il principio della monocultura alla storica diversificazione produttiva dell’isola. Come la petrolchimica, le basi militari vennero viste da una parte della popolazione, allevata a retorica e menzogne, come una possibilità di sviluppo: guadagno per le piccole ditte e salari per i lavoratori. Il tradizionale sistema economico veniva progressivamente smantellato, non solo dalle espropriazioni e interdizioni delle zone adibite al pascolo, all’agricoltura e alla pesca, ma anche dal miraggio di un’economia alimentata dalla presenza militare. È stata la retorica che ha accompagnato la presenza della base militare de La Maddalena da sempre ma che i dati smentivano, e che per questo venivano taciuti: 45 miliardi di vecchie lire in 25 anni. Questo il disavanzo economico rilevato da uno studio commissionato dall’amministrazione comunale alla società Izzi nel 1996. Tra benefici e costi sociali, la bilancia pendeva a sfavore della popolazione. Un altro mito che cade, quindi, un altro pezzo di retorica che mostra il suo vero volto. Così come la storia del paese di Sant’Antonio di Santadi vicino la base di Capo Frasca: i militari arrivarono e non portarono benessere e ricchezza, ma terre espropriate e disoccupazione, fino all’emigrazione di quasi la totalità degli abitanti e la morte del paese. Teulada, invece, sopravvisse all’espropriazione forzata di 7.200 ettari e all’allontanamento coatto di quanti non accettavano le imposizioni perpetrate a danno degli abitanti nel territorio del poligono; alcuni ricevettero degli indennizzi, ma molti non riuscirono a dimostrare la proprietà della terra su cui da sempre avevano vissuto, e furono costretti ad emigrare. Negli anni successivi all’installazione della base la popolazione di Teulada passò da 7.000 a 3.500 abitanti.
A questo si aggiungono anni di menzogne e silenzi sulle conseguenze sulla salute delle popolazioni vicino alle basi. Nella sola Escalaplano negli anni ’80, nascono 11 bambini con evidenti malformazioni ed handicap fisici gravi; 6 di loro vengono alla luce nel 1988, un anno che registra statisticamente circa il 25% di nascite anomale. Dal 1998 al 2008 i militari e i civili che abitano a lavorano a Quirra hanno mostrato una presenza di tumori 10 volte superiore alle statistiche nazionali e 16 volte per quanto riguarda le leucemie. Ma lo Stato italiano aveva la sua risposta: nel 2003 Giunta regionale e Azienda sanitaria cagliaritana annunciano che la causa dei tumori è da attribuirsi all’arsenico proveniente dalla miniera abbandonata di Baccu Locci. Risposta tanto ridicola da essere messa in discussione persino durante il congresso nazionale dell’Unc (Unione nazionale Arma dei Carabinieri) come “l’ennesima verità preconfezionata dalla scienza di stato..una realtà nascosta, perché quello che va in scena è una fiction fatta di carabinieri sorridenti che partecipano ai programma televisivi”. Quella risposta, infatti, era in netta contraddizione con tutta la letteratura medica che esclude una relazione tra arsenico e tumori del sistema emolinfatico che decimavano la popolazione antistante la base.
Ora che immaginate quell’isola occupata militarmente, aggiungete alla fotografia la distruzione del tessuto socio-economico preesistente e l’ipoteca sul suo potenziale sviluppo. Avrete così l’immagine di una terra dove con lavoro certosino lo Stato ha imposto un’economia di dipendenza, ha depredato il territorio delle sue risorse, presentando le briciole come ricchezza, il sottosviluppo come progresso, l’esercito come un valido sbocco occupazionale.
E ora che la crisi sembra non avere via d’uscita si presentano come la soluzione a quel vuoto che loro stessi hanno creato: i nostri aguzzini sono anche i nostri salvatori.

Laura Gargiulo

Le foto che illustrano questo articolo sono tratte da Fuoritema

Approfondimenti

Il Pisq
e la sindrome di Quirra

È la base militare sperimentale più grande d’Europa, costruita intorno al 1954 ed estesa su circa 13.500 ettari a terra, con una ulteriore superficie che si estende a mare fino a superare l’intera superficie della Sardegna (quasi 29 mila Kmq). Rappresenta la quasi totalità del demanio militare sparso in tutta la penisola. La presenza della base ha inferto un colpo mortale al movimento cooperativistico sorto negli anni ’45-50.

Sindrome di Quirra: l’elevata incidenza di malformazioni, aborti e moria di animali adulti e neonati, insieme alla diffusione di malattie tumorali tra gli allevatori della zona e gli abitanti delle zone circostanzi la base, fece parlare di Sindrome di Quirra, insieme a quella dei Balcani che aveva visto morire numerosi soldati impiegati nelle operazioni militari. La relazione di due veterinari mostra come il 65% del personale che lavora nel raggio di 2,7 km dalla base, risulta colpito da gravi malattie tumorali. Tra il 2009-2010 si evidenzia un incremento di neoplasie tumorali tra gli allevatori della zona, fino alla morte di un pastore 24enne il 10 luglio 2010.
Sulle cause ha lavorato la ricercatrice Antonietta Morena Gatti, direttrice del laboratorio di biomateriali dell’Università di Modena:

«Con il super microscopio elettronico ho trovato polveri sottilissime di metalli nelle foglie di lentischio prelevato a Quirra e nelle scarpe che avevo adoperato durante un sopralluogo nella base, e poi nei linfonodi, nel fegato, nei reni, nello sperma dei soldati e dei civili malati. Le stesse che avevo scoperto nei tessuti dei militari reduci della missioni nell’ex Jugoslavia. Nanoparticelle che per forma e dimensione possono essere causate solo da combustioni a certe temperature e da esplosioni: ci sono metalli combinati tra loro che non esistono sui libri».

Le nano particelle di materiali esplodenti e di metalli, quindi, insieme alla presenza di un campo magnetico elevato (frutto delle attività dei radar militari) tra le principali cause delle neoplasie al sistema emofiliaco.

L.G.