rivista anarchica
anno 41 n. 364
estate 2011


scrittura

Parole sporche
di Gaia Raimondi

Clandestini, nomadi, vu cumprà: il razzismo nei media e dentro di noi.

Siamo molto preoccupati, perché i mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia sia verso i rom sia verso gli stranieri residenti nel nostro Paese. Alcuni lo stanno già facendo, a volte con modalità inquietanti, che evocano le prime pagine dei quotidiani italiani degli anni 30, quando si costruiva il nemico – ebrei, zingari, dissidenti – preparando il terreno culturale che ha permesso le leggi del 1938 e l'uccisione di centinaia di migliaia di rom nei campi di sterminio nazisti.

Dall'appello “I media rispettino il popolo rom”
(Lorenzo Guadagnucci, Beatrice Montini, Carlo Gubitosa, Zenone Sovilla, Maggio 2008.)

Gli stereotipi, i pregiudizi, la cinica indifferenza per l'“altro” formano oggigiorno una specie di guazza, che tiene tutti al caldo: i giornalisti nel chiuso delle redazioni, i cittadini davanti alla tv o mentre sfogliano un quotidiano. Una gelatina informe e sfuggente, al punto che se ne percepisce appena la presenza.
Le parole sono importanti, cita il retro di copertina del libro che presentiamo. E se giornali e tv scrivono e parlano male è probabile che lettori e spettatori pensino male. “Parole sporche” è uno spaccato della realtà contemporanea alla luce di tanti, troppi episodi di idiosincrasia riportati sui quotidiani con superficialità e banalità di base; il libro dà conto di come e perché razzismo e xenofobia in Italia possano trovare spazio sui più importanti media, in bocca agli intellettuali e tra i cittadini.
Lorenzo Guadagnucci, autore del libro, giornalista e scrittore, passa in rassegna gli esempi più clamorosi dell’alleanza tra stampa mainstream e vox populi e addita le "parole sporche" da mettere all'indice. Vocaboli di cui i media italiani, con poche eccezioni, fanno uso largo e disinvolto.
Un lessico razzista e xenofobo che è stato costruito nel tempo dai cosiddetti “imprenditori della paura”, coloro che alimentano il bisogno di sicurezza e il rifiuto del diverso, per lucrare consenso in un momento di profonda crisi economica e morale.
La prefazione è di Mohamed Ba, attore, musicista, mediatore culturale; in apertura la sua brutta storia di aggressione e violenza come un racconto di altri tempi, altri luoghi, e invece lo sfondo è l'Italia democratica, nell’assordante silenzio dei media.
Il mito degli “italiani brava gente” appare dunque, in realtà, all'esame dei fatti un artificio fragile e ipocrita. Il sistema dell'informazione può diventare fabbrica di pregiudizi. Dietro le notizie, a valle e a monte di articoli e servizi, si gioca una delicata partita di potere, che condiziona l'intera macchina dell'informazione. Il dubbio è che vi sia nel nostro Paese e in particolare nel nostro sistema delle comunicazioni, una sorta di paralisi della percezione, una forma di autismo che spinge a ignorare o sottovalutare la tematica del razzismo e della xenofobia. È un autismo alimentato da precisi interessi di potere, che non impedisce di registrare, burocraticamente, gli allarmi, gli atti di accusa, le raccomandazioni che arrivano dall'esterno, ma che inibisce il passo successivo, ossia l'elaborazione, la riflessione, l'intervento.
La realtà non può che uscirne stravolta, l’opinione pubblica manipolata.

Un paese messo all'indice

In Italia – secondo il Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes – ci sono 5 milioni di stranieri, che contribuiscono per più dell’11% al nostro Pil: ma per il “partito della xenofobia” che opera alacremente all’interno di giornali e tv sono solo “clandestini”. E che i pregiudizi siano duri a morire lo dicono le risposte della gente ai sondaggi. Per alcuni gli stranieri sarebbero addirittura 15 milioni, e i “clandestini” più numerosi dei regolari, mentre tutte le stime parlano di circa 500 mila presenze. L'elenco delle organizzazioni che hanno denunciato l'Italia per la sua incapacità di tutelare le minoranze e gli immigrati, per la sua politica di “respingimento” a scapito del diritto d'asilo, per il pacchetto sicurezza o le condizioni di custodia nei Cpt – Cie, per il clima di xenofobia che si è radicato nella società è ormai lunghissimo: si va dalla Commissione Diritti Umani del Consiglio d'Europa al Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, da Amnesty International all'Alto Commissariato dell'Onu, passando per il Parlamento Europeo e l'Organizzazione Internazionale del lavoro. Un rapido esame di rapporti e relazioni è sufficiente a tracciare un quadro nitido e agghiacciante della situazione. E all'estero siamo additati di razzismo nei media, un intero capitolo del libro fornisce diversi esempi. Ma prima una precisazione storica.
In epoca fascista e nel dopoguerra in Italia vi è stata anche nei media una sostanziale continuità imprenditoriale, culturale, professionale. Anche dopo il fascismo le redazioni continuarono in buona parte ad essere composte dalle stesse persone; in molti casi i capiredattori e gli inviati più in vista del periodo fascista vennero tutti sostituiti; gli opinionisti più collusi col regime vennero allontanati, ma nel complesso non ci fu discontinuità radicale. Le redazioni continuarono in buona parte a essere composte dalle stesse persone; in molti casi i capiredattori e gli inviati più in vista del periodo fascista vennero sospesi temporaneamente o continuarono a lavorare sotto pseudonimo; ma nel giro di pochi mesi quasi tutti tornarono al loro posto, anche grazie alle insistenze degli editori che chiedevano gente d'esperienza per confezionare i loro giornali. Le testate rimasero ovunque le stesse; a controllare il mercato dell'informazione continuarono ad essere tre generi di editori: gli impuri, di antica tradizione, ovvero gli industriali, coi loro intrecci societari e i rapporti col potere politico; i nuovi editori puri o semipuri, affermatisi in epoca fascista, come Rizzoli e Mondadori, che pubblicavano soprattutto libri e periodici “ popolari”; e i partiti con i loro organi e le testate “satelliti”. Con poche eccezioni continuava a mancare in Italia un'editoria pura, votata ad un giornalismo di qualità autenticamente indipendente. Con queste premesse non sorprende che il giornalismo italiano sia rimasto invischiato nel fango dell'omertà e della rimozione storica.
Manca in Italia una storia sociale del giornalismo che ripercorra con franchezza i passaggi storici più dolorosi e condannabili e non sia reticente su quei legami strettissimi con il dominio che hanno condizionato lo sviluppo del nostro sistema dell'informazione.
E ancora oggi i media italiani sono sottoposti ad un'enorme pressione sociale e ideologica di carattere xenofobo e razzista. Piccoli e grandi mezzi di comunicazione sono complici, o addirittura parte attiva di campagne politiche che poggiano sulla discriminazione di minoranze ben identificabili per affermare in politica il governo della paura: la gente dev'essere intimorita, va convinta che esiste un'emergenza sicurezza e che la criminalità è in agguato e ha il volto di uno straniero, in modo poi da poterla rassicurare con ordinanze, divieti, misure di polizia e cosi via.
Per passività, pigrizia, sudditanza al potere i giornalisti e i media tendono a accompagnare queste tendenze regressive, senza farsi troppe domande. Si legittima la presunta connessione fra immigrazione e criminalità o la sussistenza di un'emergenza sicurezza a addirittura di un'emergenza rom senza avvertire minimamente il bisogno di riscontri effettivi o di un vaglio critico.
Il problema del giornalismo italiano inoltre è che si concepisce come spettatore di quanto si muove nella società e come portavoce acritico delle varie fazioni e sembra invece respingere, per tradizione professionale, l'idea di avere un compito di tutela dei diritti della dignità dei più deboli, se occorre anche in contrapposizione ai poteri politici ed economici costituiti.

Le parole per non dirlo

È il titolo di un articolo uscito su Internazionale numero 736, traduzione dell'originale uscito nel 2008 sulla London Rewiew of Books, che offre una rappresentazione penetrante delle relazioni fra interessi del potere e scelte linguistiche dei media in Israele sulle informazioni dai territori occupati in Palestina. Ne emergono analogie con il linguaggio dei media italiani. L'autore dell'articolo è Yonatan Mendel, giornalista israeliano che parla bene l'arabo perché ha trascorso molto tempo con i palestinesi, la storia di quest'articolo nasce proprio da un episodio di razzismo; Mendel infatti lo scrisse per farsi assumere dal quotidiano Maariv come corrispondente dai Territori occupati; venne liquidato dal direttore in persona perché proprio per la sua esperienza diretta coi palestinesi secondo la sua opinione avrebbe portato Mendel a pregiudizi favorevoli nei confronti dei palestinesi. Ci tenne proprio a dirglielo personalmente. Da qui nasce una riflessione sui media israeliani e sul modo di raccontare l'Intifada, la situazione attuale, l'esercito e la condotta del governo; mette a tema regole non scritte che guidano il giornalismo israeliano.

  • Noi e loro: netta contrapposizione fra esercito israeliano, in cui tutti ripongono fiducia e i nemici, i palestinesi.
  • La “nostra lingua”: Ogni volta che le forze armate divulgano informazioni o proprie versioni dei fatti “dichiarano che” o “confermano che”; i palestinesi invece “sostengono”. Ancora, le forze armate di Israele colpiscono,mentre i palestinesi ammazzano, uccidono.
  • Senza nome: genericità di un popolo, non soggettività degli individui, i palestinesi. Come gli zingari.
  • Senza voce: nella versione dei fatti dei media israeliani citano i palestinesi senza però chiamarli in causa, omettendo totalmente anche il loro punto di vista.
  • Parole tabù: per esempio per gli israeliani non esistono territori occupati ma solo territori.
  • Codice spontaneo: il linguaggio plasmato sulle esigenze delle forze armate tuttavia non sono imposizioni. I media hanno adottato spontaneamente un codice non scritto, che guida ogni giorno il lavoro dei cronisti. I giornalisti israeliani – scrive Mendel – non sono embedded (giornalista inviato nelle zone di guerra che si muove con l'esercito invasore, il quale ne tutela la sicurezza e ne pilota lo sguardo). Al contrario posseggono restrizioni linguistiche che nascono da una scelta volontaria, quasi inconsapevole e dunque ancora più pericolosa.

Marco Revelli, sociologo e attivista sociale che trascorse qualche tempo fra i rom di Torino, scrive in un suo intervento che i rom sono uno specchio della società, come il ritratto di Dorian Grey. Il giovane Dorian nel romanzo resta sempre uguale a se stesso mentre il ritratto invecchia. Così nei campi rom, scrive Revelli “nelle brutture, nel loro aspetto repellente, nel degrado ambientale e sociale che li segna, nella sporcizia e nell'abbandono che sono il tratto comune sempre si specchiano vizi e colpe, degrado sociale e il deserto umano della nostra società.

Bolle

Non si tratta quindi del fatto che esistano giornalisti xenobofi. Se così fosse basterebbe smascherarli e contrastarli al fine di farli sostituire. Ma è una cosa strutturale, che attiene ai rapporti fra media e potere. Purtroppo la xenofobia sta diventando valore collettivo, di massa, con forme patologiche di panico morale e violenza. Tacite regole da considerare, l'uso convenzionale di un linguaggio standard e il fenomeno delle “bolle informative” possono spiegare come mai allora nonostante i singoli giornalisti non siano razzisti poi però agiscano per stereotipi.
Le regole non scritte vanno dalla legittimazione assoluta delle informazioni che arrivano dalle forze dell'ordine, vere per forza, con le quali bisogna intrattenere rapporti cordiali; negli articoli va sottolineata l'appartenenza etnica che darà un peso diverso alle notizie; il fatto di considerare l'immigrazione solo come problema sociale che produce insicurezza e alimenta la criminalità; i clandestini in particolare sono fonte di pericolo. I rom sono considerati nomadi e il massimo che i poteri pubblici possono fare per loro è costruire campi di sosta decenti e già è tanto. Tutto ciò espresso con un linguaggio standard e pieno di stereotipi: il predominio di un certo linguaggio è frutto di conformismo e inerzia professionale.
In ultimo il fenomeno delle bolle informative : ve ne sono diverse, di diversa durata e grandezza, quasi mai considerate come tali. Di cosa si tratta? Una classica bolla informativa si ha quando improvvisamente le notizie quotidiane vertono tutte su unico argomento, che diventa monopolio delle idee. Succede un fatto che colpisce l'opinione pubblica, quasi sempre si crea una bolla di informazione dove tutti parlano solo di quello che è successo. Un esempio è la tragedia della ThyssenKrupp a Torino: nei giorni seguenti si è riaperto il vaso di pandora sulla tematica “lavoro” in tutte le sue declinazioni.
Inoltre il “dogwatch”, mito fondativo della stampa estera che vuol essere una metafora sul giornalismo inteso come “cane da guardia” che protegge i cittadini dagli abusi del potere e delle informazioni deviate diviene in Italia tristemente trasformato in “cane da riporto” , succube al potere. Inoltre il giornalismo italiano è ancora legato ai canoni dell'eccellenza letteraria di fine ottocento, non è indipendente, è schiavo della pubblicità. Il padrone è in redazione e fa i suoi interessi e non può prescindere dagli sponsor, dunque viene meno la possibilità di decidere una gerarchia, un taglio e un'interpretazione delle notizie ovvero si perdono le caratteristiche fondanti del lavoro giornalistico, della sua autonomia, della sua funzione di quarto potere di controllo e informazione.
Senza dimenticarci dello stato di precarietà sempre più dilagante nel settore: conformisti, precarizzati, lavorano su notizie in catena di montaggio e senza spirito critico.

Non nel mio dizionario: Come voltare pagina?

Campagna: I media rispettino il popolo Rom Promossa da: Campagna "Giornalisti contro il Razzismo"
Campagna contro il razzismo nei mezzi di informazione

“Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una forte campagna politica e d'informazione riguardante il tema dell'immigrazione. Siamo rimasti molto impressionati per i toni e i contenuti di molti servizi giornalistici, riguardanti specialmente il popolo rom. Troppo spesso nei titoli, negli articoli, nei servizi i rom in quanto tali – come popolo – sono stati indicati come pericolosi, violenti, legati alla criminalità, fonte di problemi per la nostra società.
Purtroppo l'enfasi e le distorsioni di questo ultimo periodo sono solo l'epilogo di un processo che va avanti da anni, con il mondo dell'informazione e la politica inclini a offrire un caprio espiatorio al malessere italiano.
Singoli episodi di cronaca nera sono stati enfatizzati e attribuiti a un intero popolo; vecchi e assurdi stereotipi sono stati riproposti senza alcuno spirito critico e senza un'analisi reale dei fatti. Il popolo rom è storicamente soggetto, in tutta Europa, a discriminazione ed emarginazione, e il nostro paese è stato più volte criticato dagli organismi internazionali per la sua incapacità di tutelare la minoranza rom e di garantire a tutti i diritti civili sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Invitiamo i colleghi giornalisti allo scrupoloso rispetto delle regole deontologiche e alla massima attenzione affinché non si ripetano episodi di discriminazione. Chiediamo all'Ordine dei giornalisti di rivolgere un analogo invito a tutta la categoria. Ai cittadini ricordiamo l'opportunità di segnalare alle redazioni e all'Ordine dei giornalisti ogni caso di xenofobia, discriminazione, incitamento all'odio razziale riscontrato nei media.”

“Parole sporche” quindi racconta l’impegno di Giornalisti contro il razzismo, Articolo 3, Cospe e altre organizzazioni e propone la via di un consumo critico dell’informazione: il cambiamento passa non solo da nuove regole deontologiche, ma anche dalla cittadinanza attiva e dal lavoro quotidiano di chi esercita la professione. Il libro in questione si dimostra appassionato, militante e di grande attualità, per trovare parole più precise e rispettose. Durante il Maggio 2008, sui quotidiani appaiono testate di questo tenore:
Rivolta a Napoli: siamo ostaggi degli zingari” (Il Giornale, 13.05)
Campi nomadi, adesso basta.” (il Tempo, il 14.05)
Moratti esulta, Penati: via dalla città 24 mila nomadi” (Messaggero, 14.05)
Obiettivo: zero campi rom”, Ecco i rom che girano in Ferrari”, “Così i rom vendono i bambini” (Il Giornale)
In questo clima fosco e violento nasce il gruppo dei “Giornalisti contro il razzismo” (GCR), un gruppo del tutto informale, raccolto intorno al sito (www.giornalismi.info/gcr), utilizzato per diffondere l'appello che ne segna l'atto di nascita; diffuso via mail ad un primo gruppo di giornalisti giudicati sensibili al tema inizia a girare sempre di più; in pochi giorni si contano centinaia di sottoscrizioni. Firmano giornalisti esperti e cronisti alle prime armi, mediattivisti e blogger, semplici cittadini e militanti dell'antirazzismo. Non mancano nomi stranieri. L'appello ha un testo duro, di denuncia e si chiude con l'invito a rispettare le regole deontologiche del giornalismo. Un mese dopo, si decide di tentare qualcosa di più concreto. Una denuncia dell'uso distorto della parola clandestino, il vocabolo più velenoso di tutti perché diventa la leva retorica con cui giustificare le politiche repressive contro i migranti, e la pratica del consumo critico dell'informazione, l'idea cioè di promuovere azioni dirette di pressione sui singoli media e giornalisti in caso di articoli, titoli e servizi dai contenuti xenofobi e razzisti. Il dizionario etimologico Deli spiega che clandestino come aggettivo indica qualcosa che si fa in segreto e contro precisi decreti; come sostantivo passeggero imbarcato di nascosto su nave o aereo. In sostanza il clandestino è una persona che non vuole mostrarsi, vìola la legge di sfuggire alle autorità. E infatti la retorica li addita come minacciosi e legati alla criminalità, invocando implicitamente un intervento repressivo che li neutralizzi. (vedi box1)
“L'estromissione dal linguaggio giornalistico delle cinque “parole sporche” è quindi per noi un primo passo verso una piccola rivoluzione professionale, una sorta di obiezione di coscienza. Allegando all'appello un glossario, abbiamo proposto un vero vademecum da utilizzare nel lavoro quotidiano. Serve a dimostrare che c'è sempre un'alternativa nella scelta delle parole.”
Purtroppo non sarà solo eliminando dal proprio vocabolario determinati termini che si riuscirà a cambiare le cose, anzi qualcuno del calibro di Vaneigem scrisse a suo tempo un libro dal titolo “Niente è salvo, tutto si può dire”, che rivendica una libertà di espressione totale contro il reato di opinione; ma forse... la scelta di Guadagnucci servirà a innescare un inizio di mutazione culturale, che parte anche dal linguaggio, forse quella si. E non sarebbe poco.

Una società in crisi re-inventa un nuovo vocabolario e piano piano sviluppa una nuova varietà di parole che non descrivono la realtà ma piuttosto cercano di nasconderla.
David Grossman.

Gaia Raimondi

Nota redazionale

Caratterizzata come è dalla massima apertura a tutti i contributi di segno libertario, “A” pubblica ben volentieri questo scritto di Gaia Raimondi, utilissimo per comprendere tanti aspetti della comunicazione. Con la stessa schiettezza, non vogliamo nascondere una nostra forte perplessità che riguarda il libro qui recensito.
Occuparsi del comportamento dei mass-media israeliani, omettendo di fare altrettanto con quello dei media palestinesi (e arabi in genere) ci sembra unilaterale e in definitiva fuorviante. Cercheremo di ovviare a questa carenza facendo sì che sulla rivista appaia un’analisi delle “parole sporche” e delle pratiche razziste e negazioniste che tanto spazio hanno sui media palestinesi e arabi: dalla cancellazione dello stato d’Israele dalle cartine geografiche alla sua sprezzante definizione come “entità sionista”, dalla riproposizione dei millenari pregiudizi antisemiti alla descrizione di Israele come un’unica realtà omogenea, mentre si tratta di una delle società maggiormente caratterizzate da accese contrapposizioni e da pubblici dibattiti.
Ciò non toglie nulla alle critiche che si possono muovere ai governi israeliani per la loro politica nei Territori palestinesi e nella Striscia di Gaza. Critiche che, anche grazie alla stessa Gaia Raimondi, hanno trovato spazio sulle nostre colonne.
Sempre con una grande attenzione a separare la critica alla politica di un governo dalla messa in discussione della legittimità di un popolo, di tutti i popoli, di esistere e anzi di coesistere. Se davvero si vuole la pace, questo criterio non può mai essere sottovalutato.

La redazione

 

Le parole da mettere al bando

Glossario-vademecum: le parole da mettere al bando 29 luglio 2008
(Documento adottato dall'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna)

  • Clandestino
    Questo termine, molto usato dai media italiani, ha un'accezione fortemente negativa. Evoca segretezza, vite condotte nell'ombra, legami con la criminalità. Viene correntemente utilizzato per indicare persone straniere che per varie ragioni non sono in regola, in tutto o in parte, con le norme nazionali sui permessi di soggiorno, per quanto vivano alla luce del sole, lavorino, conducano esistenze "normali". Sono così definite "clandestine" persone che non sono riuscite ad ottenere il permesso di soggiorno (magari perché escluse da quote d'ingresso troppo basse) o a rinnovarlo, altre che sono entrate in Italia con un visto turistico poi scaduto, altre ancora – ed è il caso meno frequente – che hanno evitato sia il visto turistico sia le procedure (farraginose e poco praticabili per ammissione generale) previste per ottenere nei paesi d'origine il visto d'ingresso in Italia. Spesso sono considerati "clandestini" anche i profughi intenzionati a richiedere asilo o in attesa di una risposta alla loro richiesta, oppure ancora sfollati in fuga da guerre o disastri naturali. È possibile identificare ogni situazione con il termine più appropriato ed evitare SEMPRE di usare una definizione altamente stigmatizzante come "clandestino".
    alternative
    All'estero si parla di "sans papiers" (Francia), "non-documented migrant workers" (definizione suggerita dalle Nazioni Unite) e così via. A seconda dei casi, e avendo cura che l'utilizzo sia il più appropriato, è possibile usare parole come "irregolari", "rifugiati", "richiedenti asilo". Sono sempre disponibili e spesso preferibili le parole più semplici e più neutre: "persone", "migranti", "lavoratori". Altre locuzioni come "senza documenti", o "senza carte", o "sans papiers" definiscono un'infrazione amministrativa ed evitano di suscitare immagini negative e stigmatizzanti.
  • Extracomunitario
    Letteralmente dovrebbe indicare cittadini di paesi esterni all'Unione europea, ma questo termine non è mai stato usato per statunitensi, svizzeri, australiani o cittadini di stati "ricchi"; ha finito così per indicare e stigmatizzare persone provenienti da paesi poveri, enfatizzando l'estraneità all'Italia e all'Europa rispetto ad ogni altro elemento (il prefisso "extra" esprime un'esclusione). Ha assunto quindi una connotazione dequalificante, oltre ad essere poco corretto sul piano letterale.
    alternative
    È possibile usare “non comunitario” per tutte le nazionalità non Ue, o fare riferimento – quando necessario (spesso la nazionalità viene specificata anche quando è superflua, specie nei titoli) – al paese di provenienza.
  • Vu Cumpra'
    È un'espressione che storpia l'italiano "Vuoi comprare" ed è usata da anni per definire lavoratori stranieri, specialmente africani, che esercitano il commercio ambulante. È una locuzione irrispettosa delle persone alle quali si riferisce e stigmatizzante, oltre che inutile sul piano lessicale.
    alternative
    È possibile usare i termini "ambulante", "venditore".
  • Nomade (e Campi Nomadi)
    Il nomadismo, nelle popolazioni rom e sinti, è nettamente minoritario, eppure il termine nomade è continuamente utilizzato come sinonimo di rom e sinti. Un effetto perverso di questo uso scorretto, è la derivazione "campi nomadi", che fa pensare a luoghi adatti a gruppi umani che si spostano continuamente e quindi a una forma d'insediamento tipica di quelle popolazioni e in qualche modo "necessaria". Non è così. In Europa l'Italia è conosciuta come "il paese dei campi" per le sue politiche di segregazione territoriale; solo una piccola parte dei sinti e dei rom residenti in Italia non sono sedentari. Parlare di nomadi e campi nomadi è quindi improprio e fuorviante, ha esiti discriminatori nella percezione comune e "conferma" una serie di pregiudizi diffusi in particolare nella società italiana.
    alternative
    I termini più corretti sono rom e sinti, a seconda dei casi (sono due "popoli" diversi), e in aggiunta alla eventuale nazionalità. Al posto di "campi nomadi" è corretto utilizzare, a seconda degli specifici casi, i termini "campi", "campi rom/campi sinti" (gran parte dei rom venuti dalla ex Jugoslavia sono fuggiti da guerre e persecuzioni).
  • Zingari
    È un termine antico, diffuso con alcune varianti in tutta Europa, ma ha assunto una connotazione sempre più negativa ed è ormai respinto dalle popolazioni rom, sinte, etc. È spesso percepito come sinonimo di "nomadi" e conduce agli stessi effetti distorsivi e discriminatori.
    alternative
    Rom, sinti.

 

Intervista a Lorenzo Guadagnucci

Nel libro si riportano una serie di esempi, o meglio di cattivi esempi nel lessico giornalistico. Lei parla di una sorta di legittimazione normativa del razzismo, in altre parole non sono i giornalisti ad essere xenofobi?
Non necessariamente. Però nella società italiana ha un'influenza molto forte quello che io chiamo il "partito della xenofobia", intendendo una corrente politico-culturale che comprende partiti e spezzoni di partiti (quindi la Lega Nord e non solo), intellettuali, commentatori e – anche – alcune testate giornalistiche. Questo "partito" è riuscito a imporre la sua visione su alcuni temi cruciali, come il cambiamento socioculturale portato dalle migrazioni, il pluralismo culturale e religioso, il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo e in Europa. Il sistema dei media, e quindi i giornalisti che ne fanno parte, hanno la responsabilità politica e professionale di avere assecondato la visione xenofoba, spesso razzista, di questo "partito", e di averne sposato, più o meno consapevolmente, sia il lessico sia le principali chiavi di lettura.

Le “Parole sporche” alimentano l’insicurezza e l’allarmismo dell’opinione pubblica. A beneficio di chi?
La politica della paura è una tecnica di governo. In Italia da tempo, con picchi in alcuni periodi particolari, in genere vicino a scadenze elettorali, gli allarmi per la criminalità, l'enfasi sulle notizie di cronaca nera o sui crimini commessi dai cittadini stranieri, sono utilizzati per creare un clima d'ansia, sfruttato da chi è in grado di proporsi come il "grande castigatore" che porterà legge e ordine. È una tecnica antica, tipica della destra politica autoritaria, ma spesso accarezzata dalle forze di centrosinistra. È anche un modo per concentrare l'attenzione su un tema fittizio – la minaccia criminale – per allontanarla da questioni più complesse e difficili da affrontare, come la disoccupazione, le diseguaglianze, il funzionamento dei servizi pubblici, le libertà civili.

Dunque una televisione come “fabbrica della paura”. Può spiegarci meglio questo concetto?
Più che un concetto è una statistica. Nel libro è citato un rapporto realizzato dall'istituto di ricerca Demos con l'Osservatorio di Pavia. Il principale tg italiano è stato messo a confronto con i tg di alcuni paesi europei: nelle tre settimane considerate dalla ricerca, il Tg1 ha riportato 64 notizie di cronaca nera, in media tre per edizione. Nello stesso periodo il canale tedesco Ard ha pubblicato tre notizie di nera in tutto (tre in tre settimane); la Bbc è arrivata a 14 notizie, France 2 a 18... Da un'altra ricerca, sempre di Demos, si evince un altro elemento fondamentale: l'attenzione dei media italiani per la cronaca nera, il numero di notizie riguardanti reati, non è correlato al reale andamento del crimine. Ci sono periodi nei quali crescono le notizie di nera ma i reati davvero commessi nel complesso calano, e viceversa. C'è invece una connessione diretta fra numero di notizie di nera diffuse dai media e "percezione" dell'insicurezza. Ecco la fabbrica della paura. Si enfatizzano scientemente certe notizie e si crea un clima di allarme, ma la realtà non c'entra nulla. È la strategia del "partito della xenofobia". Credo che il giornalismo italiano, su questo punto, abbia molto da rimproverarsi.

Nel suo libro si legge che il giornalismo italiano è conforme al sistema di pensiero definito “democrazia autoritaria”, è ancora possibile un’inversione di marcia? Come?
Sì, credo che un'inversione di marcia sia possibile. Le condizioni mi sembrano due. Da un lato i giornalisti devono riscoprire un'autentica autonomia professionale, che attualmente – almeno nei maggiori media – non c'è. È un vizio antico del giornalismo italiano, storicamente subordinato alla politica e controllato dai padroni dell'economia, oltre che dipendente dalla inserzioni pubblicitarie. Oggi la crisi di credibilità dell'informazione è gravissima e un cambio di marcia è indispensabile, se non vogliamo finire fagocitati dal gossip e dall'insignificanza. Si tratta di tornare ai fondamentali della professione. L'altra condizione per risalire, è un'apertura vera alle forze nuove che si muovono nel campo della comunicazione. Oggi esistono, anche in Italia, tanti piccoli tesori – testate indipendenti, specializzate in campi specifici, legate ad esperienze di impegno sociale, magari attive in rete – che sono una preziosissima palestra professionale per i giornalisti di domani. Su queste forze deve basarsi il rinnovamento. Sono energie sottoposte al rischio d'essere contaminate, cooptate in un sistema corrotto. Se queste forze riusciranno invece a fare scuola, il giornalismo potrà sopravvivere.

Lei è tra i fondatori del gruppo “giornalisti contro il razzismo”, può riassumerci brevemente l’impegno di questa organizzazione?
È un piccolo gruppo nato sull'onda dell'indignazione per le campagne politiche e di stampa contro il popolo rom del maggio 2008. Cominciammo con un semplice appello, poi abbiamo proposto una campagna sull'uso delle parole e svolto attività di "osservatorio" e anche formazione. Stiamo anche collaborando, in alcune regioni, con il sindacato e l'ordine, per contribuire a migliorare l'informazione che si fa sulle minoranze, sulla diversità, sulla società multiculturale.
Non abbiamo lezioni da dare, ma crediamo che sia in corso una vera emergenza nell'informazione italiana, e stiamo cercando di contribuire a una ricerca che dovrebbe essere comune.

Intervistato da Marianna Falso

Per maggiori informazioni: www.giornalismi.info/gcr

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