rivista anarchica
anno 41 n. 364
estate 2011


Bresci

La tragedia di Monza
di Errico Malatesta

All’indomani del regicidio, Errico Malatesta – esule a Londra dopo la rocambolesca fuga dal confino di Lampedusa due anni prima – pubblica un numero unico, “Cause ed effetti”, con un suo articolo che qui riproduciamo integralmente, con il suo titolo originario. E alcune considerazioni di un nostro redattore.

Errico Malatesta

Un altro fatto di sangue è venuto ad addolorare gli animi sensibili … ed a ricordare ai potenti che non è senza pericoli il mettersi al di sopra del popolo e calpestare il grande precetto dell’uguaglianza e della solidarietà umana.
Gaetano Bresci, operaio ed anarchico, ha ucciso Umberto re. Due uomini: uno morto immaturamente, l’altro condannato ad una vita di tormenti, che è mille volte peggiore della morte! Due famiglie immerse nel dolore!
Di chi la colpa?
Quando noi facciamo la critica delle istituzioni vigenti e ricordiamo i dolori ineffabili e le morti innumeri che esse producono, noi non manchiamo mai di avvertire che esse istituzioni sono dannose non solo alla grande massa proletaria che per causa loro è immersa nella miseria, nell’ignoranza ed in tutti i mali che dalla miseria e dall’ignoranza derivano, ma anche alla stessa minoranza privilegiata che soffre, fisicamente e moralmente, dell’ambiente viziato che essa crea, e sta in continua paura che l’ira popolare le faccia pagare caro i suoi privilegi.
Quando auguriamo la rivoluzione redentrice, noi parliamo sempre del bene di tutti quanti gli uomini senza distinzione; ed intendiamo che, quali che siano le rivalità di interessi e di partito che oggi li dividono, tutti debbano dimenticare gli odi ed i rancori, e diventare fratelli nel comune lavoro per il benessere di tutti.
Ed ogni volta che i capitalisti ed i governi commettono un atto eccezionalmente malvagio, ogni volta che degli innocenti sono torturati, ogni volta che la ferocia dei potenti si sfoga in opere di sangue, noi deploriamo il fatto, non solo per i dolori che direttamente produce e per il senso di giustizia e di pietà in noi offeso, ma anche per gli strascichi di odii che esso lascia, per il senso di vendetta che esso mette nell’animo degli oppressi.
Ma i nostri ammonimenti restano inascoltati; sono anzi pretesto a persecuzioni.
E poi, quando l’ira accumulata dai lunghi tormenti scoppia in tempesta, quando un uomo ridotto alla disperazione, o un generoso commosso dai dolori dei suoi fratelli ed impaziente di attendere una giustizia tarda a venire, alza il braccio vendicatore e colpisce dove crede che sia la causa del male, allora i colpevoli, i responsabili … siam noi.
È sempre l’agnello che ha la colpa!
Si sognano complotti assurdi, ci si addita come un pericolo sociale, si finge di crederci – e forse da alcuni ci si crede davvero – dei mostri assetati di sangue, dei delinquenti per i quali non vi dovrebbe esser scelta che la galera e il manicomio criminale …
D’altronde è naturale che sia così. In un paese in cui vivono liberi, potenti, onorati, i Crispi, i Rudinì, i Pelloux e tutti i massacratori e gli affamatori del popolo, non ci può esser posto per noi, che contro i massacri e contro la fame protestiamo e ci ribelliamo!
Ma lasciamo da parte l’incorreggibile gente di polizia; lasciamo da parte gli interessati che mentono sapendo di mentire; lasciamo da parte i vili che si scagliano addosso a noi per evitare i colpi che potrebbero cadere anche su di loro, e ragioniamo un poco colla gente di buona fede e di buon senso.

Prima di tutto riduciamo le cose alle loro giuste proporzioni.
Un re è stato ucciso; e poiché un re è pur sempre un uomo, il fatto è da deplorarsi. Una regina è stata vedovata; e poiché una regina è anch’essa una donna, noi simpatizziamo col suo dolore.
Ma perché tanto chiasso per la morte di un uomo e per le lacrime di una donna quando si accetta come una cosa naturale il fatto che ogni giorno tanti uomini cadono uccisi, e tante donne piangono, a cause delle guerre, degli accidenti sul lavoro, delle rivolte represse a fucilate, e dei mille delitti prodotti dalla miseria, dallo spirito di vendetta, dal fanatismo e dall’alcoolismo?
Perché tanto sfoggio di sentimentalismo a proposito di una disgrazia particolare, quando migliaia e milioni di esseri umani muoiono di fame e di malaria fra l’indifferenza di coloro che avrebbero i mezzi di rimediarvi? Forse perché questa volta le vittime non sono dei volgari lavoratori, non un onest’uomo ed una onesta donna qualunque, ma un re ed una regina?... Veramente, noi troviamo il caso più interessante, ed il nostro dolore è più sentito, più vivo, più vero, quando si tratta di un minatore schiacciato da una frana mentre lavora, e di una vedova che resta a morir di fame coi suoi figlioletti!
Nullameno anche quelle dei reali sono sofferenze umane e vanno deplorate. Ma sterile resta il lamento se non se ne indagano le cause e non si cerca di eliminarle.

Errico Malatesta
Errico Malatesta durante uno sciopero
della fame, nel carcere di San Vittore,
a Milano, nel marzo 1921

Chi è che provoca la violenza? Chi è che la rende necessaria, fatale?
Tutto il sistema sociale vigente è basato sulla forza brutale messa a servizio di una piccola minoranza che sfrutta ed opprime la grande massa; tutta l’educazione che si da ai ragazzi si riassume in una continua apoteosi della forza brutale; tutto l’ambiente in cui viviamo è un continuo esempio di violenza, una continua suggestione alla violenza.
Il soldato, cioè l’omicida professionale, è onorato, e sopra di tutti è onorato il re, la cui caratteristica storica è quella di essere a capo dei soldati.
Colla forza brutale si costringe il lavoratore a farsi derubare del prodotto del suo lavoro; colla forza brutale si strappa l’indipendenza alle nazionalità deboli.
L’imperatore di Germania eccita i suoi soldati a non dar quartiere ai cinesi; il governo inglese tratta da ribelli i Boeri che rifiutano di sottomettersi alla potenza straniera, e brucia le fattorie e caccia le donne dalle case e perseguita anche i non combattenti e rinnova le gesta orribili della Spagna in Cuba; il Sultano fa assassinare gli Armeni a centinaia di migliaia; il governo americano massacra i Filippini dopo averli vilmente traditi.
I capitalisti fan morire gli operai nelle miniere, nelle ferrovie, nelle risaie per non fare le spese necessarie alla sicurezza del lavoro, e chiamano i soldati per intimidire e fucilare all’occorrenza i lavoratori che domandano di migliorare le loro condizioni.
Ancora una volta, da chi viene dunque la suggestione, la provocazione alla violenza? Chi fa apparire la violenza come la sola via d’uscita dallo stato di cose attuale, come il solo mezzo per non subire eternamente la violenza altrui?
Ed in Italia è peggio che altrove. Il popolo soffre perennemente la fame, i signorotti spadroneggiano peggio che nel Medioevo, il governo, a gara coi proprietari, dissangua i lavoratori per arricchire i suoi e sperperare il resto in imprese dinastiche; la polizia è arbitra della libertà dei cittadini, ed ogni grido di protesta, ogni benché sommesso lamento è strozzato in gola dai carcerieri e soffocato nel sangue dai soldati.
Lunga è la lista dei massacri: da Pietrarsa a Conselice, a Calatabiano alla Sicilia, ecc.
Solo due anni orsono le truppe regie massacrarono il popolo inerme; solo alcuni giorni orsono le regie truppe han portato ai proprietari di Molinella il soccorso delle loro baionette e del loro lavoro forzato, contro i lavoratori famelici e disperati.
Chi è il colpevole della ribellione, chi è il colpevole della vendetta che di tanto in tanto scoppia; il provocatore, l’offensore, o chi denunzia l’offesa e vuole eliminare le cause?
Ma, dicono, il re non è responsabile.
Noi non pigliamo certo sul serio la burletta delle funzioni costituzionali. I giornali “liberali” che ora argomentano sulla irresponsabilità del re, sapevano bene, quando si trattava di loro, che al disopra del parlamento e dei ministri, vi era un’influenza potente, un’alta sfera a cui i regi procuratori non permettevano di fare troppo chiare allusioni. Ed ora i conservatori, che aspettano una “nuova era” dall’energia del nuovo re, mostrano di sapere che il re, almeno in Italia, non è poi quel fantoccio che ci vorrebbero far credere quando si tratta di stabilire le responsabilità. E d’altronde, anche se non fa il male direttamente, è sempre responsabile di esso, un uomo che, potendo, non lo impedisce – ed il re è capo dei soldati e può sempre, per lo meno, impedire che i soldati facciano fuoco sopra popolazioni inermi. Ed è pur anche responsabile chi, non potendo impedire un male, lascia che si faccia in nome suo, piuttosto che rinunziare ai vantaggi del posto.
È vero che se si prendono in conto le considerazioni di eredità, di educazione, di ambiente, la responsabilità personale dei potenti si attenua di molto e forse sparisce completamente. Ma allora, se è irresponsabile il re dei suoi atti e delle sue omissioni, se malgrado l’oppressione, lo spogliamento, il massacro del popolo fatto in suo nome, egli avrebbe dovuto restare al primo posto del paese, perché mai sarebbe responsabile il Bresci? Perché mai dovrebbe il Bresci scontare con una vita di inenarrabili patimenti un atto che, per quanto si voglia giudicare sbagliato, nessuno può negare essere stato ispirato da intenzioni altruistiche?
Ma questa questione della ricerca delle responsabilità c’interessa mediocremente.
Noi non crediamo nel diritto di punire, noi respingiamo l’idea di vendetta come un sentimento barbaro: noi non intendiamo essere né giustizieri né vendicatori. Più santa, più nobile, più feconda ci pare la missione di liberatori e di pacificatori.
Al re, agli oppressori, agli sfruttatori noi stenderemmo volentieri la mano, quando soltanto essi volessero tornare a essere uomini fra gli uomini, uguali tra gli uguali. Ma intanto che essi si ostinano a godere dell’attuale ordine di cose ed a difenderlo con la forza, producendo così il martirio, l’abbruttimento e la morte per stenti a milioni di creature umane, noi siamo nella necessità, noi siamo nel dovere di opporre la forza alla forza.

Carrara, giardini di Turigliano,
monumento a Bresci, opera incompiuta
per la morte dello scultore Sergio Signori.
L'opera è stata eseguita su commissione
dell'artigiano anarchico Ugo Mazzucchelli

Opporre la forza alla forza!
Vuol dire ciò che noi ci dilettiamo in complotti melodrammatici e siamo sempre nell’atto e nell’intenzione di pugnalare un oppressore?
Niente affatto. Noi aborriamo dalla violenza per sentimento e per principio, e facciamo sempre il possibile per evitarla; solo la necessità di resistere al male con mezzi idonei ed efficaci ci può indurre a ricorrere alla violenza.
Sappiamo che questi fatti di violenza singola, senza sufficiente preparazione nel popolo restano sterili e spesso, provocando reazioni a cui si è incapaci di resistere, producono dolori infiniti e fanno male alla causa stessa a cui intendevano servire.
Sappiamo che l’essenziale, l’indiscutibilmente si è, non già uccidere la persona di un re, ma l’uccidere tutti i re – quelli delle corti, dei parlamenti e delle officine – nel cuore e nella mente della gente; di sradicare cioè la fede nel principio di autorità a cui presta culto tanta parte di popolo.
Sappiamo che meno la rivoluzione è matura e più essa riesce sanguinosa ed incerta.
Sappiamo che, essendo la violenza sorgente di autorità, anzi essendo in fondo tutta una cosa col principio di autorità, più la rivoluzione sarà violenta e più vi sarà pericolo ch’essa dia origine a nuove forme di autorità.
E perciò ci sforziamo di acquistare, prima di adoperare le ultime ragioni degli oppressi, quella forza morale e materiale che occorre per ridurre al minimo la violenza necessaria ad abbattere il regime di violenza a cui oggi l’umanità soggiace.
Ci si lascerà in pace al nostro lavoro di propaganda, di organizzazione, di preparazione rivoluzionaria?
In Italia c’impediscono di parlare, di scrivere, di associarci. Proibiscono agli operai di unirsi e lottare pacificamente, nonché per l’emancipazione, nemmeno per migliorare in minime proporzioni le loro incivili ed inumane condizioni di esistenza. Carceri, domicilio coatto, repressioni sanguinose sono i mezzi che si oppongono non solo a noi anarchici, ma a chiunque osa pensare ad una più civile condizione di cose.
Che meraviglia se, perduta la speranza di poter combattere con profitto per la propria causa, degli animi ardenti si lasciano trasportare ad atti di giustizia vendicativa?

Le misure di polizia, di cui sono sempre vittime i meno pericolosi; la ricerca affannosa di inesistenti istigatori, che appare grottesca a chiunque conosce un poco lo spirito dominante tra gli anarchici; le mille buffe proposte di sterminio avanzate da dilettanti di poliziottismo, non servono che a mettere in evidenza il fondo selvaggio che cova nell’animo delle classi dominanti.
Per eliminare totalmente la rivolta sanguinosa delle vittime non v’è altro mezzo che l’abolizione dell’oppressione, mediante la giustizia sociale.
Per diminuirne ed attenuarne gli scoppi, non v’è altro mezzo che lasciare a tutti libertà di propaganda e di organizzazione; che lasciare ai diseredati, agli oppressi, ai malcontenti, la possibilità di lotte civili; che dar loro la speranza di poter conquistare, sia pur gradualmente, la propria emancipazione per vie incruenti.
Il governo d’Italia non ne farà nulla; continuerà a reprimere… e continuerà a raccogliere quello che semina.
Noi, pur deplorando la cecità dei governanti che imprime alla lotta un’asprezza non necessaria, continueremo a combattere per una società in cui sia eliminata ogni violenza, in cui tutti abbiano pane, libertà, scienza, in cui l’amore sia la legge suprema della vita.

Errico Malatesta


Lavinia Limentani
Lavinia Limentani, nel 1953

Mia nonna, Bresci e Malatesta

Mia nonna materna – l’unico dei 4 nonni che ho conosciuto – si chiamava Lavinia Limentani (in Bassani). Nata a Ferrara nel 1886, è morta a Milano nel 1985, all’età di 99 anni e 3 mesi. Lucida fino alla fine: non molto prima di andarsene per sempre, risolveva i quiz della “Settimana Enigmistica” e faceva centrini all’uncinetto. Dal secondo dopoguerra in poi, visse con i miei, quindi da quando nacqui a quando uscii di casa (a 24 anni) la ebbi in casa tutti i giorni e una volta trasferitomi altrove, la andavo a trovare quasi quotidianamente, facendo con lei la solita partita a Scala 40. Negli ultimi anni, diciamo dopo i 95 anni, incominciò a non accettare di perdere e imbrogliava. Non gliel’ho mai perdonata (ma allora non le dissi niente) e dalla sua morte detesto i giochi a carte.
Se la tiro in ballo su “A”, non è per sentimentalismo o per un uso improprio di questa testata. Il fatto è che mia nonna non aveva ancora 14 anni quando Bresci uccise il re. Aveva, nel 1900, un’età sufficiente per capire che cosa fosse successo, e settanta/ottant’anni dopo, una memoria sufficientemente vivida da ricordare tutto molto bene.
Dal regicidio di cose ne erano successe tante: la guerra di Libia, la Grande Guerra, il biennio rosso, la progressiva ascesa del fascismo, l’Impero, le leggi razziali (quelle per cui abbandonò la natia Ferrara e non vi volle più tornare – nemmeno da morta: si è fatta seppellire nel piccolo cimitero ebraico di Mantova, in una tomba vicina a quella in cui giacciono i miei genitori), e poi la Resistenza e tutto quel che sappiamo, compreso il ‘68, e poi un nipote anarchico (il sottoscritto), ecc.. Di famiglia
piccolissimo-borghese, ebraica (i suoi avi alla sera venivano rinchiusi, come gli altri ebrei, nel ghetto) ma non religiosa né in alcun modo legata alle tradizioni religiose, culturali, alimentari o altro, mia nonna Lavinia si era sposata con un insegnante socialista, antifascista, anche lui ebreo non religioso, che fece una sua quasi privata resistenza al fascismo, non aderendo mai al PNF e per questo fu costretto a frequenti trasferimenti (al punto che i suoi tre figli sopravvissuti – una se la portò via, con centinaia di migliaia di altri italiani, l’epidemia di spagnola – nacquero in 3 località diverse: Ferrara, Senigallia e Civitavecchia).
Lavinia fu dunque antifascista, per dignità personale e rifiuto dell'osceno più che per cultura politica o pratica militante (che non le appartenevano). Era, per così dire, una repubblicana “storica”, alla Felice Cavallotti. Quindi anticlericale, con punte da mangiapreti.
Poi, con le leggi razziali e l'abbandono di Ferrara (dove mia madre, ventenne, era stata arrestata nell'ambito di una retata contro la cosiddetta “congiura della maestra Costa”, dal nome dell'insegnante socialista intorno alla quale si era aggregato un gruppo di contadini, operai e intellettuali quali, appunto, mia madre e Giorgio Bassani), la scelta si radicalizzò. Ma, quando la conobbi “politicamente”, negli anni ‘60, mi sembrava (e credo fosse) una sincera democratica, aliena da ogni estremismo, con quel buon senso che in parte contrasta con gli slanci ideali e utopistici dell’anarchismo.
Diciamo che la politica non era il nostro terreno di colloquio.
Ma, nel mio approfondire la conoscenza dell’anarchismo, e di Errico Malatesta in particolare (impossibile descrivere l’impatto che ebbe su di me Malatesta, con i suoi scritti al contempo appassionati e realistici), mi imbattei tra l’altro nel “Cause ed effetti”, che Massimo Ortalli ha ripubblicato nel libro di cui ci occupiamo in queste pagine di “A”. Siccome mia nonna più volte mi aveva espresso la sua contrarietà all’anarchismo e anche agli anarchici in carne ed ossa, spesso citando come esempio negativo Gaetano Bresci e il suo (per lei) inaccettabile assassinio politico, le chiesi di leggere lo scritto di Malatesta. Nel darglielo, ero quasi trepidante.
Per farla breve – e tutta questa lunga premessa è tesa a riferire il suo giudizio – alla fine mi disse che lei era sempre stata e restava contraria al regicidio (diversamente la pensava nei confronti di Hitler, che forse le appariva come il “male assoluto” rispetto ai pur disprezzati Savoia). Malatesta non l'aveva convinta del contrario. Ma apprezzava quel modo di ragionare, le piaceva quella sua attenzione alla dimensione umana. Insomma Malatesta le si svelava, con quello scritto, molto diverso dall’immagine che lei se ne era fatta. Se sei un anarchico come Malatesa, e non come Bresci, mi disse, allora sono contenta.
Lasciamo stare il versante familiare della questione. Che mia nonna, certo avversaria dell’anarchismo e per niente disposta ad essere tenera, mi avesse dato un simile giudizio sullo scritto malatestiano, per me fu (e rimane) un’eccezionale conferma della sua capacità di farsi capire “dagli altri”.
Oggi, 40 anni dopo, alla luce della mia esperienza e riflessione, ho opinioni e sensibilità in parte diverse da allora, sia rispetto al regicidio, sia rispetto al “progetto politico” di Malatesta. Ma sono ancora più convinto di allora che se l’anarchismo ha un futuro – e io credo davvero che l’abbia (non solo che lo debba avere) – questo è legato – pur nella multiforme espressione di quello che definiamo il pluralismo anarchico – alla sua profonda umanità, a quell’umanesimo socialista che anche di fronte alle dure necessità della lotta (rivoluzionaria, credo che sia normale aggiungere) sa porre al centro della riflessione e dell’azione i valori etici che rendono la nostra lotta comprensibile (anche se non necessariamente condivisibile e condivisa) a tutte le persone di cuore, con un forte senso della giustizia sociale. Come in fondo era mia nonna Lavinia.

Paolo Finzi