rivista anarchica
anno 41 n. 363
giugno 2011


Venezuela

La vicenda del sindacalista Rubén González
di “El Libertario”
(Caracas – Venezuela)

Dopo ventotto udienze, realizzate nell’arco di quattro mesi, il giudice Magda Hidalgo del Sesto Tribunale di Giudizio, sito nella città di Puerto Ordaz, ha condannato il sindacalista a sette anni e due mesi di reclusione per aver appoggiato un’astensione dal lavoro nell’azienda Ferrominera, a Ciudad Piar.

 

All’udire la sentenza, pronunciata lunedì 28 febbraio alle ore 18.30, il sindacalista ha affermato: “Andrò in carcere, ma ho fatto solo quello che ero tenuto a fare”. Dal 3 novembre 2010, data dell’inizio formale del processo, la difesa ha presentato settanta testimoni, ognuno dei quali ha sostenuto la legittimità dell’astensione dalle attività per mancato pagamento, per inadempimento dei termini previsti dalla convenzione collettiva, per il carattere pacifico dello sciopero e per il costante atteggiamento pacifico mantenuto dal leader sindacale, che per l’accoglimento delle richieste operaie ha sempre incoraggiato l’intermediazione con i padroni.
“El Libertario” ha seguito il caso di Rubén González denunciandolo su scala nazionale e internazionale e promuovendo inoltre la solidarietà delle organizzazioni anarchiche. Per noi è un caso emblematico che smaschera il carattere autoritario e antipopolare del governo bolivariano. La condanna di Rubén González è un chiaro messaggio contro i lavoratori e le lavoratrici del paese, soprattutto contro le imprese della Guayana (la regione a sudovest del paese), e il suo unico obiettivo è di farle desistere dallo scendere in strada per combattere per i propri diritti.
González è anche un esempio della politica statale di criminalizzazione della protesta popolare portata avanti dalla Procura e dai Tribunali, dal Difensore Civico, dai mezzi di comunicazione statali e dai falsi mezzi comunitari come Aporrea e ANMCLA.
Dalle pagine de “El Libertario” vogliamo esprimere il nostro sostegno e la nostra solidarietà a Rubén, alla moglie Yadith, alla famiglia González e a tutti i lavoratori di Ferrominera di Ciudad Piar. Appoggiamo anche il presidio che avrà luogo mercoledì 2 marzo 2011 alle 10 di mattina di fronte alla Procura Generale della Repubblica, a Caracas, per dimostrare il nostro rifiuto della condanna di González e difendere il sindacalismo combattivo e il diritto allo sciopero in Venezuela.
Per chi volesse avere maggiori informazioni rispetto a questo caso, ripubblichiamo un’intervista a Rubén realizzata nel maggio del 2010.
“El Libertario” intervista il dirigente sindacale Rubén González, detenuto a Puerto Ordaz: “Faccio un appello a tutti i lavoratori affinché si scrollino da dosso la paura e il timore che gli impediscono di combattere per i propri diritti”

“El Libertario” – http://www.nodo50.org/ellibertarioellibertario@nodo50.org

In Venezuela la criminalizzazione della protesta sociale è una realtà in crescita, con più di 2400 persone tenute a comparire in Tribunale per aver manifestato per i propri diritti. Nel 2009, inoltre, trentatré persone tra lavoratori e leader sindacali sono state sottoposte a misure giudiziarie. Il caso più grave è quello di Rubén González, Segretario Generale del Sindacato dei Lavoratori di Ferrominera Orinoco (Sintraferrominera), un’impresa statale sita nello Stato di Bolívar, con l’accusa di aver preso parte a un’astensione del lavoro nell’agosto dello stesso anno.
Il Pubblico Ministero non è il solo organo punitivo della protesta, giacché si devono ricordare anche i mezzi di comunicazione statali, i quali sostengono che queste manifestazioni lavorative sono mosse da una motivazione diversa rispetto alla rivendicazione dei diritti dei lavoratori, come nel caso del conflitto di Ferrominera. Questa versione del Governo è stata legittimata anche dai media parastatali, come ad esempio il portale web Aporrea, che durante il conflitto ha preso le parti della patronale e del Governo, dando voce solo alle versioni ufficiali.

(http://www.aporrea.org/trabajadores/n140848.html)

Ma la realtà non è quella

“El Libertario” ha fatto visita in carcere a Rubén González – che tuttora si considera un militante del partito al Governo – presso la sede della polizia del Comune di Caroní nello stato di Bolívar, in cui sconta una condanna di privazione della libertà a tempo indeterminato, senza tenere conto di nessuna garanzia processuale e del diritto alla difesa. Le autorità ci concedono solo un colloquio di pochi minuti, che ha luogo nella sede del corpo della polizia sotto un sole cocente, a una temperatura di quasi 40 gradi. La diffusione di questa conversazione vuole sensibilizzare gli attivisti, nazionali e internazionali, sulla situazione di Rubén González, sollecitare il suo immediato e incondizionato rilascio e denunciare la criminalizzazione che subiscono i settori sociali in lotta in Venezuela.

Si dice che la situazione in cui ti trovi dipende delle rivalità politiche tra settori vicini al governo bolivariano nella regione e non dalle tue scelte come dirigente sindacale. Cosa ci puoi dire a questo riguardo?
Questa è una manipolazione che stanno mettendo in circolazione. La realtà è che nell’azienda ci sono leader sindacali “rossi” che fanno il gioco della lobby dell’impresa, del governo e del suo gruppo. E quindi togliendo a me di torno si lascia libero il posto per loro. Affermano che sono andato contro il partito perché mi ero candidato a sindaco nel comune di Raúl Leoni de Angostura con il Movimiento Electoral del Pueblo (MEP), che era un partito del Governo che appoggiava Francisco Rangel e il presidente Chávez. Questo fatto ora viene sbandierato ai quattro venti per dimostrare che sono un indisciplinato e cose di questo genere. Come si può essere considerato disciplinato quando vedi che le cose non stanno andando bene? Quando ti impongono una linea ben precisa, se decidi di non rispettarla pedissequamente, o te ne vai o ti arrestano e ti imprigionano. Loro è quello che vogliono far vedere ma la realtà non è questa.

E quindi il tuo arresto è il risultato delle tue scelte da leader sindacale?
A Ferrominera nel dicembre del 2008 firmammo una convenzione collettiva, che entrò in vigore nel giugno del 2009. Con la sua entrata in vigore dovevano iniziare a pagare il retroattivo, pagare per il mese di luglio quanto stabilito dalla convenzione collettiva, e si trattava di somme pari a 7 mila, 4 mila e 9 mila bolívares. Dovevano poi corrispondere anche 40 bolívares ai lavoratori esclusi dalla convenzione collettiva. E a questo punto si presentarono una domenica, il 9 luglio, e in fabbrica arrivò il presidente Hugo Chávez, uno dei dirigenti sindacali di cui sto parlando si fermò e disse che a Ferrominera tutto andava bene, che non c’era nessun problema e che non si doveva dare niente ai lavoratori. Questo fece aumentare il malcontento.
A Ciudad Piar i lavoratori si fermarono davanti ai cancelli. Io andai ai cancelli. Chiesi loro “Voi siete d’accordo?, “Avete intenzione di fermarvi? Perché se è così, dovete sapere che è una scelta importante”. Loro mi risposero che lo sapevano e che dovevo cercare il presidente dell’azienda per spiegargli che era perché al Presidente della Repubblica non erano state dette le cose come stavano, perché loro sul lavoro stavano aspettando degli stipendi, e che la nostra situazione andava abbastanza male: la clinica non funzionava, i trasporti e i servizi non funzionano. Nei bagni mancavano la carta igienica e gli asciugamani, era un disastro. I lavoratori decisero di fermarsi e io andai a Puerto Ordaz. Riuscii ad avere un incontro con il responsabile del personale che mi domandò se volevo parlare con il presidente di Ferrominera. Gli risposi di sì, che i lavoratori volevano che lui si presentasse. Che successe? Successe che quello stesso responsabile mi rispose che il presidente non ne voleva nemmeno sapere di parlare con me. Io gli risposi: “Va bene, che non parli con me, ma quei lavoratori che stanno lì fuori sono i lavoratori che lui dirige”. Sapete cosa fecero allora? Giocarono ad esasperare i lavoratori, passarono quindici giorni e nessun rappresentante dell’azienda si fece vivo. Fu un’azione assolutamente irresponsabile. Dopo sedici giorni si presentò e gli venne detto che si voleva arrivare a un accordo. Firmammo anche un documento d’impegno. Con questo documento andammo in un’assemblea in cui c’erano più di 1000 lavoratori. Lì il presidente disse che era stato ingannato, perché gli avevano detto che ci sarebbe stata solo una quarantina di poveri diavoli. Io gli dissi: “Guardi là presidente. Vede che non si tratta di quaranta poveri diavoli? Loro richiedono la sua presenza per sapere cosa sta succedendo con i loro stipendi”. Lì firmammo un documento in cui si dice che si sarebbe impegnato per cercare il denaro per sanare i debiti con i lavoratori, e che avrebbe tenuto conto anche dello stipendio dei giorni in cui si erano astenuti dal lavoro. Questo è successo senza nessuna conseguenza mentre ora la situazione è molto più critica. I lavoratori hanno ragione.

Com’è avvenuto il processo di privazione della tua libertà?
Cos’è successo? Io sono anche consigliere comunale, in due occasioni sono stato eletto nel comune di Raúl Leoni e mi hanno teso un’imboscata. Mi fanno avere un mandato a comparire della Disip (Dirección General Sectorial de los Servicios de Inteligencia y Prevención, organismo di intelligence del Venezuela in vigore fino al 2009, ndt). Io mi sono presentato e allora hanno iniziato a temporeggiare fino a quando è intervenuto il CICPC (Cuerpo de Investigaciones Científicas, Penales y Criminálisticas) che mi ha prelevato. Questi signori hanno fatto uso della forza e io ho fatto resistenza. Uno dei Disip mi ha detto “Stai tranquillo, Rubén, hanno un mandato d’arresto, meglio per te non fare resistenza”. Mi hanno fatto salire su una macchina, mi hanno portato al CICPC e lì ho iniziato a preoccuparmi.

Quali sono i reati che ti vengono ascritti?
Cospirazione, istigazione a delinquere, blocco stradale, violazione di zone di sicurezza e violazione del diritto al lavoro. Non so quali sono le prove di questi reati, non mi stanno dando nessuna spiegazione. Ora si sta iniziando a delineare con maggior precisione la mia posizione, ma per quattro mesi sono stato prigioniero di nessuno. All’inizio mi hanno portato a Guaiparo, un luogo in cui c’erano solo dei teppisti. Poi mi hanno fatto prelevare e mi hanno condotto a Patrulleros del Caroní. In tribunale sono venuto a conoscenza dei miei capi d’accusa. Il tribunale ha emesso una sentenza di misura cautelare privativa della libertà personale da scontare con gli arresti domiciliari, ragion per cui mi hanno riportato a casa. Sono stato agli arresti domiciliari per quattro mesi. Un mese fa, ora non ricordo con esattezza la data, si è presentato un comando del CICPC e sono stato prelevato da casa. Mi hanno detto: “Ti portiamo là, firmi e te ne ritorni indietro”. Ma in realtà mi hanno trattenuto senza che nessuno sapesse dove mi avessero portato, e fonti vicine a questo ambiente sostengono che l’ordine era quello di farmi fuori.
Mi hanno lasciato a Patrulleros per due giorni e poi alle dieci di notte mi hanno riportato a Ciudad Piar, ma mi hanno riportato subito indietro. Sono arrivato in tribunale alle 11 e mezza di notte. E per farti capire quanto tutto fosse inaudito, alle sette di sera hanno sospeso la giudice, alle dieci hanno nominato un nuovo giudice e a mezzanotte hanno tirato fuori un documento con cui mi hanno riportato qua in stato d’arresto. È stato in quel momento che hanno prodotto il dossier per lasciarmi qua. A quel punto mi hanno riportato al CICPC e alle due del mattino sono venuto a sapere che mi era stata revocata la precedente misura cautelare e che ora dovevo scontare la pena in carcere, in una cella. Quindi abbiamo presentato ricorso in appello, lo abbiamo ottenuto e sono state convocate le parti. Ma il giudice di qua non ha convocato le parti. Abbiamo inoltrato allora un’altra richiesta di ricorso che hanno prima ammesso ma che poi hanno dichiarato nulla, sostenendo che noi ci autoconvochiamo. Perché ti dico questo? Perché da quando hanno emesso la misura di privazione della libertà, il tribunale è rimasto senza giudice e senza ufficio. Come si spiega allora che il Pubblico Ministero ha emesso un atto conclusivo? Questo atto conclusivo è quello che noi stiamo attaccando, perché è privo della pur minima parvenza di legalità. Secondo la legge quanto è avvenuto in questo lasso di tempo non ha nessuna validità. Ma loro non vogliono rispettare niente di tutto questo, vogliono solo portarmi in tribunale, a una preliminare. Mia moglie quando ha visto cosa stava succedendo ha iniziato uno sciopero della fame durato diciannove giorni. Non si è fatto vivo nessuno, nessuna autorità. Il livello di insensibilità è enorme.

Caracas

Alcuni hanno paura, altri...

Quanto durerà la privazione della tua libertà?
Tutto dipende dal tribunale che mi sta giudicando. Sono nelle mani di politici che prendono in mano un telefono e dicono a un giudice o a un Pubblico Ministero: “Lasciatelo lì, non fatelo uscire”. Qui l’art. 48 del Codice di Processuale Penale o l’art. 49 della Magna Carta non hanno nessuna validità, qui tutto questo non ha nessun valore, qua non c’è nessuna costituzione. Non si rispetta il diritto ma solo gli ordini di chi sta dietro al palcoscenico.

Quali sono le attuali condizioni della tua reclusione?
Grazie a Dio per il momento non mi posso lamentare di nulla, si stanno comportando bene con me. Sto con altre quattro persone, funzionari di polizia che hanno avuto qualche problema. Ma io non voglio stare qui, sto per compiere 51 anni e non mi merito questo trattamento, nella vita non ho fatto altro che lavorare. Ho cercato di fare le cose in modo pulito da quando sono nel mondo sindacale. Sono un militante del PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela, il partito del Presidente Hugo Chávez, ndt), ho organizzato il partito in vari comuni, sono stato nel referendum, nell’emendamento costituzionale, nella riforma costituzionale, nell’elezione del presidente, ho appoggiato tutte queste cose. Quando c’è qualcosa che non va io lo dico e quando va bene lo riconosco, ma loro vogliono che dica che quello che va male va bene, e viceversa. Io credo che bisogna avere coscienza nel fare quello che dobbiamo fare.

Quale è stata la reazione del PSUV?
Non c’è stata nessuna reazione. Tra quelli che mi sostengono alcuni hanno paura ad esporsi manifestando il proprio appoggio, perché ciò vorrebbe dire perdere il posto di lavoro e iniziare a essere perseguitato. A uno studente che mi ha appoggiato gli hanno piazzato la Disip sotto casa. Cos’ho fatto di male? Ho fatto solo il mio lavoro! Se la gente non ha lavoro e io sono il segretario generale, come posso voltare le spalle ai lavoratori? Devo scendere in prima linea. Quando tu mi dici “cospirazione”, di quale cospirazione stiamo parlando? Blocco stradale, noi non abbiamo fatto nessun blocco stradale, sono stati gli stessi agenti della vigilanza a bloccare l’accesso ai cancelli. Ma la cosa più grave è l’istigazione a delinquere, non abbiamo fatto assolutamente nulla.

Che messaggio vuoi dare al movimento sociale e ai lavoratori del paese?
Faccio un appello da dirigente sindacale a tutta la massa dei lavoratori venezuelani e a tutta la dirigenza sindacale, una dirigenza che è stata eletta per rappresentare gli interessi dei lavoratori. Questo è il suo compito, non vendersi al padrone né tanto meno sostenere un partito politico o degli interessi particolari. Il nostro compito riguarda la convenzione collettiva, la Legge del Lavoro e le leggi in quanto tali. Faccio un appello per far riflettere sul lavoro che stanno portando avanti e che rispettino il mandato dei lavoratori. Credo che sia la prima volta nella nostra storia che si sta cercando di criminalizzare la protesta dei lavoratori perché non sono stati rispettati i loro diritti. Se fosse vero che all’interno di Ferrominera non c’è stato nessun inadempimento allora sarebbe giusto che io mi trovi ora in stato d’arresto. Ma lì in realtà non sono stati rispettati i diritti dei lavoratori che sono stati concordati nella convenzione collettiva e non vengono mai rispettati. Vi ringrazio di essere venuti a farmi visita, diffondete il mio messaggio agli organi internazionali. Questa democrazia, così come si sta realizzando in Venezuela, non ci concede il diritto a protestare e chi lo fa viene messo in carcere o viene fatto sparire. Io sono qui, anche se faccio ancora parte del partito al Governo, perché non ne condivido alcune linee. O stanno cercando interessi personali all’interno di un sindacato, e per questo devo essere tolto di mezzo. Ho nemici tanto nell’amministrazione comunale quanto all’interno della dirigenza sindacale, ma il senso della democrazia è agire tenendo conto di tutti i fattori, e alla fine che vinca il raziocinio, le idee e il dialogo, non l’imposizione di uno sugli altri. Voglio anche aggiungere che ci sono stati dei lavoratori licenziati ma che per fortuna il loro licenziamento è stato dichiarato nullo, e c’è in corso una procedura di licenziamento nei confronti di sei dirigenti sindacali. Faccio un appello a tutti i lavoratori affinché si scrollino da dosso la paura e il timore che gli impediscono di combattere per i propri diritti. Noi continuiamo la nostra lotta nonostante quello che sta succedendo. C’è qualcuno che lotta un giorno, ed è buono, altri che lottano cinque anni, e sono migliori, altri dieci, e sono eccellenti, ma la cosa importante è che c’è gente che lotta tutta la vita per poter continuare ad andare avanti.

El Libertario
(traduzione di Arianna Fiore)