rivista anarchica
anno 41 n. 362
maggio 2011


 

Carcere, teatro
Memoria

Il fenomeno del teatro in carcere ha goduto di una certa fortuna negli ultimi anni in Italia. Spesso però si è approfondita la qualità “terapeutica” della sua pratica, dimenticando invece quali siano le sue potenzialità per l’esterno. Se si parte da una riflessione sul senso del carcere, la dimensione del teatro (etimologicamente il luogo dello sguardo) può evidenziare tutt’altra funzione. È stata questa prospettiva che ha guidato la mia ricerca durante i due anni in cui me ne sono occupato. Inizierò questo excursus con due frammenti, che ultimamente hanno suscitato la mia attenzione.
Radiotre, “Chiodo fisso. Memorie”, mercoledì 19 gennaio 2011. Interviene Manlio Milani, direttore della Casa della Memoria di Brescia. La “memoria” di cui si parla è quella della strage neofascista di Piazza della Loggia, in cui Milani fu coinvolto direttamente poiché era sul posto insieme con la moglie, che rimase uccisa insieme ad altre sette persone. Nel suo discorso parla della necessità di tenere viva la memoria di quella strage, e denuncia l’“impunità” sostanziale che dopo più di trentacinque anni circonda ancora quei fatti terribili, che rischiano di venire assorbiti dalla nebbia come se non fossero mai esistiti. «Abbiamo le prove ma non abbiamo i nomi», sostiene, rovesciando le parole di Pasolini. Ma veramente i “nomi” sono quello che manca? Aiuterebbe davvero a capire, a favorire una convivenza meno ottusa e ipocrita (più dialogo, meno violenza), avere i nomi? O essi rischierebbero di servire a chiudere una questione restringendo ancora una volta la colpa intorno a singoli individui speciali (antisociali, devianti, malati, aguzzini, assassini, violenti, approfittatori, pazzi)? I termini del suo discorso mi fanno pensare che un giustizialismo pur motivato, a volte, possa oscurare la verità anziché renderla più chiara: troppa luce acceca.
Il «Manifesto», 29 dicembre 2010: Giustizia: l’ergastolo non è mai “bello”… nemmeno per Rafael Videla. Chi scrive è Mauro Palma, uno dei maggiori esponenti dei dibattiti sul carcere in Italia, presidente onorario dell’Associazione «Antigone» nonché presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura. Palma prende le distanze dall’idea di un “bell’ergastolo”, affermata in un titolo del “Manifesto” del 23 dicembre, comminato a Rafael Videla, capo della giunta militare dell’Argentina golpista e pertanto responsabile del peggior crimine pensabile nel Novecento, il genocidio. Giustissima per lui la condanna, poiché inaccettabile sarebbe stato che non venisse dato alcun peso pubblico a quello scempio: avrebbe significato considerarlo lecito, giusto, e quel che è peggio avrebbe potuto autorizzarne altri. Ma la pena, a differenza della condanna, deve essere commisurata non alla gravità dei reati commessi, ma alla funzione a cui essa deve adempiere. E tale funzione non è certo quella retributiva, quella della “vendetta”; dovrebbe invece essere quella del «risanamento della ferita prodotta dalla commissione del reato e non di un suo acutizzarsi». Un ergastolo, pertanto, è sempre una sconfitta della giustizia e della civiltà: è una pena che, nelle riscoperte parole di Aldo Moro, «appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte».

Limiti umanitari

Recuperando in questa prospettiva la questione sollevata da Manlio Milani, il suo utilizzo del termine ”impunità” ricorda il pericolo di confondere la necessità di una condanna (che sia una chiara presa di posizione pubblica) con quella della “pena” o della “punizione” a cui letteralmente allude. L’imperativo della giustizia non dovrebbe essere la “punizione” ma la verità, in quanto strumento per la costruzione di un mondo migliore. Il problema della giustizia penale non è solo una questione di limiti “umanitari” (al trattamento del corpo, alla contenzione fisica, ai metri pro capite in cui la vita è rinchiusa, secondo un criterio simile a quello degli allevamenti di polli biologici). Il problema è, invece, che condannando singole persone si chiude la colpa intorno a loro, marchiandole come se avessero una natura diversa dalla nostra. Durante il nazismo (ma anche prima) è avvenuto con l’immagine degli ebrei, dopo con quella dei gerarchi nazisti. Molti film del dopoguerra – faceva notare poco tempo fa a Siena Maria Grazia Giannichedda, l’appassionata direttrice della fondazione Franco Basaglia – mettevano in scena i nazisti come mostri (e barbari, parlavano in tedesco in film italiani), facendo passare sostanzialmente l’idea che negli anni ‘30 e ‘40 in Europa era successo quello che era successo perché eravamo caduti preda di una banda di pazzi. Il sistema (e la gente, l‘”umanità” che lo sosteneva) scaricavano così le proprie responsabilità trovando adeguati capri espiatori.
La pena contribuisce a trasformare in questioni di natura individuale quelle che sono questioni di relazione, e dunque in larga parte questioni strutturali. Questo si intende in sociologia della pena quando si dichiara che «la pena è il frutto della società», più che dell’azione degli individui. Poiché il problema non è in fondo stabilire di chi sia la colpa, ma provare a costruire un mondo dove si possa vivere insieme. Un mondo in cui non ci capiti di dover vedere quello che di peggio può accadere, come rifletteva Primo Levi nel 1986, un anno prima del suicidio: che gli orrori della storia si ripetano [I Sommersi e i Salvati]. L’assegnazione delle colpe alle persone va valutato solo in quanto strumento per far questo, e non come giustizia retributiva (non “avrai quello che ti meriti”, ma “avremo quello che ci meritiamo”). La condanna di qualche individuo invece serve solo a lavare le coscienze, e a negare la possibilità di trasformare quello che è trasformabile: il sistema dei rapporti sociali.

Senso della giustizia

Ma a questo punto possiamo tornare alla questione del significato della memoria inserendo un terzo riferimento, questa volta drammaturgico: Eduardo De Filippo, Il sindaco del rione Sanità. I due protagonisti della commedia sono Antonio Barracano (interpretato da De Filippo) e il medico al suo servizio, nonché amico, Fabio Della Ragione. Entrambi eroi e antieroi allo stesso tempo (mentre il “cattivo” reale è il panettiere Santaniello), alcune letture semplicistiche videro nel primo un criminale camorrista, che difende i propri affiliati violando la giustizia, e nel secondo l’esponente di una giustizia universale, costretto solo dalle minacce a servire l’altro: la morte di Barracano avrebbe aperto una strada luminosa per la Ragione. Ma Barracano ha un senso della giustizia molto più raffinato di quello che fu chiamato “familismo amorale”. Infatti, ferito a morte dal panettiere codardo ed egoista di cui sopra (che nuoce al proprio stesso figlio, ma sostiene: «io sono un uomo onesto, mi sono sempre fatto i fatti miei»), Barracano rinuncia alla propria stessa vita in nome dell’ideale che l’aveva guidata: «abbiamo lavorato una vita per stringere la catena dei delitti, non per allargarla». Così facendo nega la vendetta “retributiva”, ma allo stesso tempo costringe il panettiere a ripagare l’omicidio facendo il bene di suo figlio. Poco dopo Barracano muore, e chiede al proprio medico di non raccontare, far dimenticare, promessa che però il medico tradirà in nome della verità.
Il problema della Ragione (il medico) è che non perdona e innesca una serie di vendette a catena, il problema del perdono (Barracano) è l’omertà, la falsità. È possibile riconciliarle, pensare una Ragione che sappia conoscere e anche perdonare? È possibile pensare un “dopo la violenza” che non sia altra (e sempre maggiore) violenza, come si chiede lo storico dell’Africa postcoloniale Sandro Triunzi, in una recente raccolta di interventi da lui curata [Dopo la violenza, L’Ancora, 2005]? Pensare un futuro, nostro, che non sia solo schiavitù verso il passato, una “retribuzione” a ciò che è stato? Le vittime, i morti, dovrebbero ricordarci quanto sia pericoloso ostentare mura sempre più spesse, e non invitarci a costruirne di più robuste.
Tornando ancora una volta alla questione del carcere, nel più importante studio sul suo significato condotto nel Novecento – Sorvegliare e punire, pubblicato nel 1975 da Michel Foucault – si evidenzia come esso abbia avuto il sopravvento sulle idee di riforma della giustizia illuministe (Beccaria e gli altri) che immaginavano la città come un teatro diffuso di supplizi: mettere in mostra le condanne in appositi tableau sotto gli occhi dei cittadini, per informarli sul funzionamento della società, e dunque metterli in grado di gestire liberamente ma in maniera calcolata la differenza tra bene e male (essendo soggetti razionali, una volta vinta l’ignoranza e facendo bene i conti, c’era la fiducia che essi avrebbero sicuramente scelto il “bene”). Emerge invece, contro la maggior parte delle teorizzazioni illuministe, il carcere: un’istituzione che oscura, anziché illuminare, sottrae allo sguardo, ma aiuta il sistema e il suo potere generando ignoranza. La sua genealogia è quella dell’istituzione esclusiva, razionale e disciplinata, in grado di trasformare i soggetti in corpi sottomessi ai meccanismi funzionali al sistema: l’hôpital général per i poveri, la caserma e l’esercito, la fabbrica, la scuola.

I fantasmi in carcere

Portare il teatro nel carcere, e portare il carcere fuori a fare teatro, può aiutare a mettere in questione questo sistema carcerario. Mi sembra allora che un teatro come quello della Compagnia della Fortezza di Volterra – gruppo di cui ho privilegiato lo studio – può riportare fuori, nella società, i fantasmi rinchiusi in carcere . Ma con un doppio attraversamento del muro (prima da fuori a dentro e poi da dentro a fuori), si supera la concezione di un teatro funzionale all’assetto sociale teorizzato con i teatrini dei supplizi. Passando due volte “attraverso”, esso catalizza una funzione riflessiva e fortemente critica verso la società e verso i suoi valori di “civiltà”, poiché riporta al centro le contraddizioni rimosse (anziché evidenziate, o ancora meglio risolte) attraverso la pena: quelle che la modernità, secondo Foucault, ha nascosto nell’oscurità per meglio amministrare il suo specifico potere, la disciplina.

Lucio Varriale

 

Ratti, crescete
E moltiplicatevi

Ho sempre pensato che pubblicando nel 1975 il suo libro Clandestini in città (dedicato a piante e animali che vivono in habitat urbano) Fulco Pratesi strizzasse l‘occhio a quei fenomeni di antagonismo più o meno radicale che si diffondevano all’epoca in Italia. O forse il titolo, come quasi sempre, era stato imposto dall’editore. In ogni caso risentiva del clima dell’epoca.
Il concetto veniva poi ribadito nel capitolo “La guerriglia dei ratti” dove si raccontavano le epiche battaglie tra il Rattus norvegicus (ratto delle chiaviche o surmolotto) e il cugino Rattus rattus (ratto comune detto anche ratto nero) più piccolo e scuro. Mentre il ratto delle chiaviche vive soprattutto vicino agli inquinati fiumi e rogge urbani, oltre che nelle fognature e nelle cantine, i ratti neri superstiti preferiscono tetti e solai delle vecchie case.
Entrambi non sono autoctoni dell’Europa. Il ratto nero sarebbe arrivato dal Medio Oriente verso il XII secolo, probabilmente al seguito delle navi dei Crociati, diffondendosi ovunque in mancanza di competitori. Per gli storici avrebbe costituito il veicolo principale della peste nera che nel Medioevo provocò stragi nelle città europee. Il surmolotto, più grande e dal pelame più chiaro, sarebbe arrivato più tardi dalle steppe dell’Asia centrale. Una prima ondata venne avvistata nell’autunno del 1727, mentre attraversava il Volga, al prezzo di migliaia e migliaia di esemplari annegati.
Esiste in proposito la testimonianza di un predecessore di Michele Strogoff. Un corriere dello zar, dopo averne avvistati decine di migliaia mentre avanzavano nella steppa, si era lanciato al galoppo per sfuggire all’orda. Si salvò attraversando un fiume dalle acque vorticose che aveva momentaneamente rallentato l’avanzata. Questa prima ondata arrivò fino in Boemia e in Galizia. L’autore della favola del pifferaio di Hammelin si sarebbe ispirato a una di queste improvvise invasioni. Successivamente, nel 1739, il surmolotto arrivò in Gran Bretagna, forse con le navi provenienti dall’India. Quindici anni dopo aveva già attraversato la Manica e invaso Parigi.
Agli inizi dell’800 proliferava nell’intera Europa. E poi, con battaglioni da sbarco clandestini (come scrive Pratesi) nascosti nei bastimenti, il Continente americano. Più vorace, prolifico e adattabile (con una sofisticata organizzazione sociale), il ratto delle chiaviche spodestò dal sottosuolo e dalle aree limitrofe (con più rifiuti e quindi più possibilità di alimentarsi) il ratto nero, relegandolo nei sottotetti. Indirettamente avrebbe quindi gradualmente ridotto le pestilenze che con il tempo restarono solo un brutto ricordo. Un esempio di come una maggiore biodiversità, diluendo la possibilità del contagio, possa avere effetti benefici anche per la nostra specie.
La prossima volta che vedete un “sorcio” fuoriuscire dal tombino, ringraziatelo. Anche da parte mia.

Gianni Sartori