rivista anarchica
anno 40 n. 356
ottobre 2010


mapuche

Un popolo prigioniero
di Josè Venturelli

Le drammatiche condizioni di un popolo da secoli perseguitato, a cavallo tra Argentina e Cile, sulla base delle osservazioni compiute nel periodo 28 gennaio/27 aprile 2010 da un professore emerito dell’Università canadese di McMaster, portavoce del Segretariato europeo della Commissione etica contro la tortura.

 

Data la repressione crescente verificatasi negli ultimi dieci anni e la dichiarazione del governo precedente, secondo il quale lo Stato non aveva “fatto niente di male”, mi pareva importante visitare la Araucanía per discutere con i gruppi di Diritti Umani e per capire che cosa stesse succedendo nella regione. Scopo del mio viaggio era proprio quello di conoscere la realtà dei prigionieri politici mapuche. Lucía Sepúlveda, con il suo “giornalismo innovatore”, ha identificato circa cento prigionieri prima che il governo cileno emanasse, a Ginevra, il suo Esame periodico universale davanti al Consiglio dei diritti umani dell’ONU in merito alle note violazioni dei diritti umani del popolo mapuche. Il governo cileno era stato oggetto di settantasette raccomandazioni. Ciò nonostante ho sentito l’ambasciatore cileno Droguett sostenere che c’erano “quattro prigionieri in base alla legge contro il terrorismo” e che i mapuche incarcerati , come hanno sostenuto Lagos e Bachelet, “erano tutti delinquenti”. Ho fatto visita ai detenuti mapuche in carcere all’interno di un lavoro sui diritti umani.
Conversando con i detenuti in persona, con le loro famiglie e osservando le condizioni nelle quali vivono sono venuto in contatto con un’altra realtà. La stampa e la televisione di Stato, come i poteri che richiedono e traggono benefici dalla situazione di violenza, parlano di terroristi. I mapuche e gli organismi internazionali parlano di diritti violati e di richieste legittime. Questi terroristi non possiedono armi e detengono il monopolio dei morti. Coloro che sostengono di difendere la pace civile detengono il monopolio delle armi e provocano morti… impunemente. Sapevo che la repressione era dura e che il governo Lagos l’aveva ulteriormente aggravata. Ha proceduto alla militarizzazione e ha criminalizzato in modo irresponsabile le richieste dei mapuche, portando avanti una posizione che non rifletteva minimamente gli aspetti progressisti, umanisti o a difesa dell’ambiente, di cui ama fregiarsi. Allora ho voluto accertarmi se fosse vero o meno che si stava tentando di “fare qualcosa di buono” da parte dello Stato, delle sue strutture e del suo sistema legale. Non l’ho trovato.
Ho cercato di conoscere la realtà carceraria, di capire le situazioni processuali e come le vivono i mapuche. Sono andato a far visita ai prigionieri politici mapuche (ppm) e li ho ascoltati parlare dei loro scioperi della fame e delle loro ragioni, nonché del modo arrogante e sprezzante con cui sono stati trattati. Era febbraio, prima del terremoto.
Mi sono reso conto della povertà imposta a un intero popolo. Ho visto condizioni di vita incompatibili con l’illusione statale e dei settori benestanti, secondo i quali “siamo un paese sviluppato”. “Il Cile è un paese prospero, moderno, democratico” dicono. I mapuche delle campagne, con la loro dignità di popolo originario, vivono relegati sulle limitatissime terre che sono state lasciate loro: il 6 per cento di quelle di cui disponevano in origine. Non possono neppure sostentarsi… ed emigrano. Il loro reddito è prossimo al 50 per cento del salario minimo locale. Il che significa che molti vivono con meno di un dollaro a testa al giorno. Nei mercati che frequentano sono trattati male, i carabinieri fanno violenza su di loro per la loro “illegalità” (“Manca sempre una carta o un timbro”, che giustifica la sottrazione frequente dei loro prodotti). Gli studenti vivono in povertà e le case dello studente sono costantemente bersagliate; inoltre “in quanto possibili leader terroristi” si vedono distrutti computer, libri ecc.
Nelle carceri di El Manzano de Concepción, di Lebu, Angol, Chol-Chol (per minorenni), Temuco (per uomini e donne) mi hanno informato che la situazione non era cattiva… è peggio. C’è una pace fatta di menzogna e una sporca guerra di verità contro il popolo mapuche.

Incarcerati a tutti i costi

Che cosa accade alla giustizia? La (cattiva) fama dei procuratori della repubblica, del pubblico ministero, della legge antiterrorismo, della “giustizia militare” è ben guadagnata. Detenzioni arbitrarie, montature violente, testimoni protetti che vengono falsati e corrotti, detenuti perenni e processi assolutamente immorali. Il processo di Kenny Sánchez, Elena Varela e Sergio Reyes si è rivelato una montatura completa. Secondo la legge, doveva svolgersi in sei mesi: si è svolto in due anni. Inefficienza. E si è svolto in malafede e arbitrio. Partecipazione incontrollabile della ANI (Agenzia nazionale di intelligence) che pratica lo spionaggio della popolazione e di potenziali oppositori. Tale “intelligence” è tristemente nota in questo paese e agisce contro i ppm. Giovani – spesso si tratta di giovani – vengono incarcerati per montare accuse contro leader. Ho visto prigionieri ubriachi e usati grazie a una bottiglia di pisco: ancora ubriachi, sono state fatte firmare loro accuse contro un leader mapuche, già oggetto di accuse mai dimostrate e archiviate. Accuse singolari ottenute con la tortura.
È il caso di Héctor Llaitul, assistente sociale che aveva ottenuto il sostegno della Commissione dei Diritti Umani del Collegio degli assistenti sociali. È stato liberato varie volte “ma bisogna incarcerarlo a tutti i costi” (1) e ora hanno altri testimoni. Se i testimoni “non collaborano” vengono a loro volta incriminati e incarcerati come correi in reati di cui non erano neppure a conoscenza. È così che aspettano in prigione cinquantatré prigionieri senza processo, alcuni già da molti anni. Sono tutti accusati di reati tali da restare in carcere per moltissimo tempo. Inoltre, se vengono liberati, sono poi di nuovo incarcerati in base alla legge antiterrorismo, il che avviene il giorno stesso, o in seguito, a pochi metri dal carcere o a casa loro, e il ciclo ricomincia.
I mapuche non godono dei diritti più elementari: un minore che va a chiedere del padre detenuto illegalmente dal giorno prima è brutalmente percosso dal GOPE (Grupo de operaciones policiales especiales), come dimostrano riprese video. La settimana scorsa dicono che i carabinieri sono stati incriminati dalla Giustizia militare, JM (la giustizia civile si dichiara sistematicamente incompetente, e certo che lo è!). Sembrava un sogno. Ma dopo pochi giorni erano già liberi. (2) I genitori di un bambino torturato e minacciato di essere buttato giù da un elicottero fanno querela… di nuovo la giustizia si dichiara incompetente e passa la pratica alla JM. Vale a dire, il criminale giudica se stesso. Tutte le accuse vengono archiviate. La sentenza finale per quanto riguarda Matías Catrileo, studente ucciso a tradimento da un’arma e da un carabiniere identificati, è rinviata e l’assassino deve soltanto “firmare una volta al mese”. E non è successo niente. Riguardo a Jaime Mendoza Collío, le cose vanno allo stesso modo e non diverse sono per Alex Lemun. Il bambino José Huenulao, picchiato e rapito a Puerto Montt, oggi è scomparso: i carabinieri responsabili sono noti, ma intoccabili. Settanta bambini mapuche subiscono violenza da parte delle organizzazioni di polizia e aspettano giustizia… I particolari delle vicende sono stati inviati alle strutture di Giustizia e Diritti Umani Internazionali. (3) Il caso del minorenne Leonardo Quijón, che ricevette una fucilata a bruciapelo e fu portato da Ercilla a Santiago dai suoi genitori e riguardo al quale i carabinieri dichiararono “di non avere niente contro di lui” quando si temeva per la sua sorte (ebbe un arresto cardiaco in ospedale), si è risolto con un arresto violento da parte della JM ed ora è detenuto in un lugubre centro per minorenni a Chol-Chol, dove gli ho fatto visita. Ha subito danni notevoli che ipotecheranno la sua vita. Gli hanno annunciato che sarà condannato a dieci anni e un giorno… (4)
Fernando Lira, della ONG Liberar, insieme ai Longkos ha denunciato di fronte all’UNICEF la clandestinità forzata di un minore di sedici anni, Patricio Queipul Millanao, appartenente alla comunità mapuche Autonoma Temucuicui, Comune di Ercilla. Patricio è perseguitato dai carabinieri. Recentemente un giovane di ventidue anni è stato condannato dal procuratore militare, colonnello Ricardo Vidal Garrido, con sentenza definitiva, a dieci anni e un giorno (pena effettiva senza benefici!) per un reato mai commesso, tanto meno da lui. La condanna è stata comminata senza la presenza né dell’imputato né dell’avvocato difensore. Questo giovane è detenuto da due anni senza processo.
Molti prigionieri denunciano il fatto che i loro familiari sono minacciati e perseguitati. Bambini di cinque anni non sono accettati nelle scuole. Mogli che lavorano dopo aver vinto un concorso sono minacciate di essere espulse dal servizio pubblico poiché “appartengono a famiglie terroriste” (cosa che non è mai stato possibile dimostrare…). La avvocatessa Karina Riquelme di Temuco quattro giorni fa ha presentato un ricorso per mettere sotto protezione i bambini della comunità Mateo Ñiripil, nel comune di Lautaro, settore Muco Bajo, regione di Lautaro: i bambini sono perseguitati e terrorizzati dalla polizia “perché denuncino i loro genitori”, che sostengono le richieste di restituzione delle terre e chiedono rispetto per la loro cultura e le loro famiglie. Alcuni politici dalla mentalità paranoica pretendono che i prigionieri politici mapuche debbano essere separati, spostati in altre città affinché non pianifichino quel terrorismo che viene attribuito loro. È questa giustizia, democrazia o rispetto per i bambini e le famiglie?

“Orfani di avvocato”

L’obiettivo di arrestare e tenere prigionieri i potenziali leader mapuche e usare un apparato illegale e antidemocratico è ingiustificabile. I costi per gli avvocati sono enormi e proibitivi e variano di molto. Alcuni sono piuttosto “a buon mercato” (200.000 $ per caso), altri sono assai costosi: 5.000.000 $, una cifra irraggiungibili per le famiglie. Se si impegnano a pagare, le loro già modeste condizioni di vita diventano miserabili. Lo Stato, che pretende di esser austero, crea carceri private e spende cifre enormi in repressione. Si militarizza un conflitto fantasma, che il mondo sostiene debba risolversi mediante negoziati e risarcimenti a livello storico.
Per esempio, a Temuco tutti i prigionieri (13) sono sottoposti alla legge antiterrorismo (più alcuni in custodia cautelare). Il numero di reati che viene imputato loro varia da 4 a 14. Ciò consente di “tenerli sotto sorveglianza per lungo tempo” Se un gruppo di prigionieri è imputato per uno stesso reato, gli altri reati non sono compresi in questa causa. Così, se vengono liberati per un reato, restano gli altri 3, 7, 13 o quanti vogliano i procuratori per tenerli in carcere. I prigionieri circolano attraverso porte girevoli, “le prove” sono fornite dalla ANI. Seguono e perseguitano, registrano telefonate, controllano la posta elettronica e poi, con queste “prove” che sarebbero rifiutate in qualsiasi parte del mondo in quanto illegali e illegittime, arrestano e condannano. Le molteplici accuse sono il prodotto delle menti persecutorie di procuratori repressivi che funzionano ancora “all’antica”.
Inoltre, esistono gli “orfani di avvocato”: “Non vedo il mio avvocato da otto mesi (una persona processata senza che le fosse permesso di assistere al suo processo)”. “È venuto tempo fa, ma adesso non si fa vivo” dice un’altra. “Non ho i mezzi per pagarmi un avvocato.” Comincia a esistere il finanziamento solidale, ma ciò richiede che gli avvocati cambino il loro approccio ultra liberale. Dovranno lavorare con coloro che cercano di difendere i diritti umani e collaborare tra loro (invece di guardare ai detenuti come fossero un mercato).
Ci sono prigionieri “più uguali di altri”. Data la sovrappopolazione carceraria, i detenuti mapuche sono ammucchiati a Temuco. In un cortile di due metri per quattro, si permette di fare movimento a tredici prigionieri mapuche insieme a venti detenuti condannati, non violenti… Tuttavia, nello stesso carcere, ci sono prigionieri in una gabbia d’oro: alla mia domanda innocente se disponessero di docce con acqua calda, mi hanno raccontato che i sei prigionieri accusati di reati contro l’umanità, militari o poliziotti, hanno buone stanze da letto, TV via cavo, docce con acqua calda, visite quando vogliono, radio, informazioni, cucina, cibo di qualità ecc. Però ci sono carceri in cui i prigionieri dispongono soltanto di servizi igienici tra le 9.30 e le 16.00. Per il resto del tempo: NIENTE. E questo perché “non c’è spazio, perché non c’è personale” oppure… perché non c’è… diciamo, la volontà né la pianificazione a trattarli come esseri umani? (5)
“Detenuti in custodia cautelare”: un altro modo di “paralizzare le vite”. Un esempio comune: La madre, una longko, detenuta, viene picchiata e perde il bambino che sta aspettando. Poi, siccome protesta per il danno arrecato a lei, alla sua casa e alla sua famiglia, viene ritenuta pericolosa: “prigioniera a lungo termine”. Il padre è werken. Le sue case sono assaltate molte volte, distrutte e bruciate: adesso è senza casa. Il figlio: ex studente di diritto, a causa dei ripetuti arresti, deve abbandonare gli studi. È stato arrestato più volte: “usano la porta girevole”. Trattato con violenza, torturato, picchiato in pubblico a Temuco da carabinieri e ripreso in video che hanno fatto il giro del mondo. Deve continuare a “firmare” senza avere la possibilità di una vita stabile né di tornare a studiare. Non c’è alcuna intenzione di riparare ai danni fatti a questa famiglia. Una figlia è riuscita a riparare in Svizzera, poiché anche lei rischiava di finire in carcere. Nessuno di loro è un criminale, ma sono trattati come tali.
Durante la seconda visita compiuta a questa famiglia, nel carcere femminile di Temuco, abbiamo assistito al modo in cui distruggevano e guastavano il cibo che i familiari portavano ai detenuti (praticare buchi nelle confezioni di mate e tè, in altri cibi, panini, torte, tagliare il pane a pezzettini), “tutto per ragioni di sicurezza”, ci spiegano quando si accorgono di essere osservati. Ma, affinché gli osservatori “imparino”, una delle persone del gruppo di osservatori dei diritti umani, che ovviamente aveva visto quanto accaduto, fu sottoposta a un trattamento vessatorio. La funzionaria Yarela Alarcón, che aveva provveduto a controllare il cibo, ha prelevato la persona che faceva parte del gruppo di osservatori e l’ha sottoposta, lei soltanto, a una illecita e umiliante perquisizione corporea, costringendola a togliersi i pantaloni, il reggiseno e a esporsi in quel modo. Nelle visite ad altre carceri, ci hanno trattato bene. Ma non è quello che dicono i detenuti e i familiari di mapuche incarcerati. Le mogli sono spesso offese, vengono tolti loro i vestiti, le costringono a mettersi in posizioni sconvenienti, le forzano a defecare “per vedere se cade il telefono cellulare”. “Nel cercare armi o altre cose, hanno premuto talmente sul pannolino di mia figlia di pochi mesi che l’hanno fatta piangere” ci dicono. Le donne non mapuche, mogli di detenuti mapuche, dicono che loro “non vengono molestate”.
Questo delinea un trattamento discriminatorio e razzista da parte di alcune guardie. Non da parte di tutte, ma è un errore grave anche se è il comportamento di uno solo. L’attuazione dei protocolli contro la tortura e altre offese non sembra far parte della formazione del personale degli organi polizieschi o carcerari. Il Cile si è impegnato a farlo… ma non lo fa.

Ma la legge non è uguale per tutti

Ho ricevuto le scuse del colonnello a capo della gendarmeria della IX Regione. Ma chiediamo di più: chiediamo che non succeda mai più. Il potere che non rispetta i diritti di tutti e di ciascuno e viene esercitato in modo arbitrario, è una vergogna sociale, che umilia anche il paese. E il potere esercitato per intimidire gli osservatori dei diritti umani significa che c’è qualcosa che si vuole nascondere. Il Cile dice di rispettare i trattati e di non sottoporre nessuno a trattamenti ingiusti o vessatori… Però lo fa e la cosa deve essere assolutamente denunciata
Un caso emblematico è quello di Patricia Troncoso: il suo caso, riguardante un incendio con cui non aveva niente a che fare, è stato archiviato per due volte, ma alla fine è stata condannata e ora è in carcere da otto anni. Ha fatto tre scioperi della fame affinché le concedessero quei pochi benefici di pena che tutti possono ricevere. Nel corso dell’ultimo e più prolungato sciopero della fame, nel 2007-2008, è stata torturata fisicamente e psicologicamente: “mi aggredivano con aghi, con sonde per l’alimentazione, mi legavano; ho ancora gli incubi per questo”. Tutto in aperta violazione dei principi di etica medica e umana, a quanto afferma l’Associazione medica mondiale. Ora, dorme tutte le settimane cinque giorni in carcere, dove sta con sua figlia di tredici mesi. A lei e alla figlia rimarrebbero ancora tre anni, ma non le permettono di beneficiare della libertà condizionale (cosa che si concede a delinquenti comuni e dei più duri). Peggio ancora: viene minacciata, dicendo che “se non si comporta bene” – anche se è una prigioniera modello – la mettono di nuovo in carcere senza benefici di alcun tipo… La minacciano di toglierle la figlia di tredici mesi. Abusando del loro potere, l’hanno condannata a non poter più esercitare la sua professione di docente.
È questa la giustizia? O forse il Cile crede di essere umano nell’imporre la legge (che continua a essere la legge della dittatura) a suo ghiribizzo? Fino a quando signori ministri? Gli esponenti del governo sostengono che “la legge è uguale per tutti”. Ma Patricia Troncoso e i membri della comunità sono stati liberati due volte… ma chi li accusava era potente, era Augustín Figueroa, membro del Tribunale costituzionale, avvocato, ricco grazie a storiche usurpazioni. Ha prodotto testimoni incappucciati e pagati: “La sua giustizia ha funzionato”.
Gli avvocati della Defensoría Penal Pública (6) sono un sistema che si autogiustifica. Pretende di essere democratico, ma quelli sono avvocati designati e non scelti liberamente, come accade nei paesi democratici. Gli avvocati, salvo rare e onorevoli eccezioni, fanno parte del sistema, sono collusi con i procuratori e relegano i ppm in strade senza uscita. Prigionieri che hanno denunciato di essere stati torturati, rivelano che questi avvocati hanno deriso “gli imputati da loro difesi” insieme ai procuratori. Ancora una volta il Cile imita i grandi e pretende di essere uguale… ma non arriva neppure a sfiorarli.
Preoccupa constatare che l’attuale presidente, durante la sua campagna elettorale, ha assicurato a ufficiali delle Forze armate cilene che non ci sarebbero più state incriminazioni per reati di lesa umanità. Una contraddizione seria con la sua presunta difesa dei diritti umani. In un atto reso pubblico, che può essere inteso come un tentativo di stabilire una impunità preventiva, il presidente ha fatto visita a un gruppo di poliziotti del GOPE per garantire loro, ore prima di possibili manifestazioni, “il suo appoggio totale agli interventi che dovessero realizzare (29 marzo 2010, Giorno del giovane combattente). Preoccupa pensare che la “pena di morte ufficiosa” – la “legge della fuga” – sia tornata in auge senza ulteriori cautele. (7) L’assenza di un regolare processo è palese. Per intimidire e credersi potenti – però mai giusti – chiedono pene da 30 a 103 anni di carcere. (8) Si rinvia continuamente l’abbozzo di una politica di giustizia che ponga fine a una politica di repressione. I leader mapuche esigono giustizia e democrazia, Non accettano, a ragione, di continuare con le solite ingiustizie vecchie di secoli. Rispetterà il Cile gli impegni presi a livello internazionale, per recuperare la perduta equità, il senso di una nazione rispettosa di tutti e di ciascuno, per promuovere la difesa delle risorse nazionali e il futuro di tutti i popoli che abitano questa ricca, depredata e lunga striscia di terra? Potrà il Cile, dopo decenni di dittatura e di regimi di poco più blandi, a uscire da questo stigma sociale ed emendare errori e abusi? Cambiare le leggi attuali con una Costituzione democratica partecipativa è una urgenza. Sancire il diritto dei popoli originari e rispettarli è un imperativo. (9) Ciò consentirebbe di porre fine alla “storia dell’intolleranza”, denunciata da José Bengoa nella sua Storia del popolo Mapuche.
Se lo Stato ubbidisce a pochi padroni e governa per i potenti senza badare all’equità è perché costruisce una base repressiva e antidemocratica. Se non modifica le sue leggi fondamentali è perché usa un sistema giuridico di repressione a vantaggio di pochi. Se distrugge il futuro e l’ambiente è perché è retrogrado e cieco. Se un paese ritiene che l’istruzione sia un affare e non un diritto e un autentico investimento per il futuro, è un paese che punta sulla mediocrità. In uno Stato di imprenditori per imprenditori, stiamo male. È una scelta di cui sia il nuovo governo, sia i politici che hanno governato negli ultimi vent’anni devono rispondere e che devono cambiare.
Un paese che non rispetta i più emarginati, non può essere un paese onorato. Il Cile non ha più bisogno che avvengano le stesse cose.

Josè Venturelli
(traduzione di Luisa Cortese)

Note

  1. Caso di Héctor Llaitul, assistente sociale e dirigente della Coordinadora Arauco-Malleco, attualmente detenuto a Concepción per accuse già passate in giudizio e archiviate. Le montature contro di lui sono enormi: “El Mercurio” mostra la montatura (che non chiama così), con foto in primo piano, realizzate dallo Stato fa con testimoni protetti. Viene proposta una pena di 103 anni in processi già archiviati, in cui le accuse erano state ottenute con la tortura (quando fu difeso dal giudice Juan Guzmán): http://diario.elmercurio.com/2010/04/08/_portada/imagen_portada/noticias/C8EBACDF-48EB-4689-9064-F23D1D9D1793.htm?id={C8EBACDF-48EB-4689-9064-F23D1D9D1793.
  2. http://www.cooperativa.cl/corte-marcial-dejo-en-libertad-a-carabineros-procesados-por-golpiza-a-mapuche/prontus_nots/2010-04-15/212024.html. Denunciato anche da Cooperativa on line il 15 aprile 2010.
  3. Cronología y descripción de situaciones de represión y violencia contra niños y niñas mapuche. (Claudia Molina) http://www.mapuexpress.net/images/publications/1_2_2010_15_6_15_1.pdf.
  4. http://www.cooperativa.cl/para-mayo-quedo-juicio-oral-contra-menor-mapuche-imputado-por-cuatro-delitos-en-la-araucania/prontus_nots/2010-04-13/000625.html.
  5. Nel discuterne con il vice-secondino (prima del terremoto) e poi, dopo il terremoto, con il secondino, ottenni una risposta umana, in cui c’era la volontà di risolvere la situazione. Ma ciò assomiglia a una goccia d’acqua nel mare. Hanno elaborato un progetto e si sono impegnati, quando ci saranno i fondi, perché “tutti sono devoluti alla ricostruzione”, a fare un giro ogni 4 ore per permettere di andare in bagno a chi ne ha bisogno. Una promessa di sogno di gendarmi umani che il sistema ascolterà, oppure no? In quello stesso carcere, Angol, a causa del terremoto, in un’unica volta, condussero tutti i detenuti delinquenti comuni incatenati verso le colline. I mapuche furono portati senza manette né altri impedimenti. Un gesto che fa pensare che sia possibile agire umanamente. Quando fu richiamata l’attenzione su questo fatto, specialmente in un contesto in cui dodici prigionieri erano morti in altri centri, la risposta fu: “è nostra responsabilità aver cura di queste persone”. E non ucciderle in nome di una malintesa obbedienza.
  6. Defensoría Penal Pública: simile agli avvocati d’ufficio, ma con struttura diversa da quella europea. [N.d.T.]
  7. Ricordiamo che al momento del terremoto furono “abbattuti” dodici prigionieri. Sì, proprio in questo paese che non ha una pena di morte ufficiale, anche se viene esercitata mediante la vigliacca “legge della fuga”, alla quale ci ha sottoposto la dittatura. Come tutti noi che abbiamo vissuto il terremoto, fu il panico e il terrore di morire nelle carceri a indurli a fuggire. L’allora ministro della Giustizia ha comunicato personalmente e con orgoglio alla televisione che i dodici erano stati giustiziati “perché in Cile si ubbidisce” (e se no, ne subiscano le conseguenze?).
  8. Vedi il caso di Héctor Llaitul, assistente sociale e dirigente della Coordinadora arauco-malleco, attualmente detenuto a Concepción per reati già giudicati e archiviati.
  9. Cfr. Alfredo Seguel, Derechos de los pueblos originarios frente al nuevo gobierno, in “El Clarín”, 18 febbraio 2010.