rivista anarchica
anno 40 n. 355
estate 2010


dossier Ventotene

Due chilometri di confino
di Riccardo Navone

Un’isola piccola piccola in mezzo al mar Tirreno.
Un crocevia dell’opposizione antifascista. Un luogo della nostra storia, come Carrara, Barcellona, Kronstadt...

 

Venerdì 22 gennaio 2010 si è svolta a Roma, presso la Casa della memoria e della storia, la presentazione del libro “Ventotene, isola di confino. Confinati politici e isolani sotto le leggi speciali \ 1926 – 1943” di Filomena Gargiulo (edizioni Ultima Spiaggia, 2009).

Hanno partecipato all’incontro:
Antonella Braga, dottore di ricerca in storia del federalismo e dell’unità europea presso l’università di Pavia; Simonetta Michelotti, dottore di ricerca, svolge la sua attività presso il dipartimento di scienze storiche, giuridiche, politiche e sociali dell’università di Siena; Riccardo Navone, ricercatore ed editor delle edizioni “Ultima Spiaggia”; Filomena Gargiulo, insegnante estorica ventotenese, autrice del volume.
L’incontro è stato coordinato da Vittorio Cimiotta, della F.I.A.P. Federazione italiana Associazioni Partigiane.

L’isola di Ventotene è lunga circa due chilometri e larga fra duecento e ottocento metri, battuta dal mare ed esposta a tutti i venti. È quasi totalmente brulla, con pochi alberi d’alto fusto e priva di sorgenti d’acqua. La costa è frastagliata e rocciosa, con pareti a piombo sul mare. Negli anni Trenta nelle abitazioni mancavano la luce elettrica, l’acqua corrente e tutte le comodità collegate. Dal 1930 al 1943 vi furono “ospitati” a rotazione più di duemila antifascisti – confinati in una“cittadella” costruita apposta per loro. Erano sorvegliati da 350 militari fra Milizia, carabinieri, guardie carcerarie e più tardi anche da un presidio della Wehrmacht. Sull’isola vivevano un migliaio di coloni che si dedicavano all’agricoltura e alla pesca e che divennero anche loro “confinati” involontari. La vita quotidiana degli abitanti – già dura di per sé – venne ulteriormente gravata da nuove restrizioni dovute al regime dalle leggi speciali, da regolamenti imprevedibili, da una occupazione militare invadente e ottusa. L’economia degli isolani dovette adattarsi alla nuova realtà, con conseguenze spesso disastrose per le famiglie. In questo clima ci fu anche chi riuscì ad approfittare della si-tuazione per trarne vantaggi economici.

I confinati giungevano a piccoli gruppi, incatenati fra loro, con qualche valigia di cartone e poche speranze di riconquistare la libertà in tempi brevi. L’impatto con questa nuova realtà era devastante. Oltre alla promiscuità della vita nei cameroni si dovettero adattare alle angherie dei militi, alla mancanza di comunicazioni, alla fame e alla noia. Questo non impedì ai più coscienti di lottare per conquistare alcune piccole libertà altrimenti negate. Fu organizzata una biblioteca gestita dagli stessi confinati; si approntarono delle mense autogestite, di-vise secondo le varie componenti politiche; si ottenne la possibilità di affittare dei locali per svolgervi delle attività artigianali cui potevano accedere sia i confinatiche gli isolani; si organizzarono corsi di approfondimento sulle tematiche più disparate. Piccole conquiste per alleviare la durezza della vita quotidiana che costarono a qualcuno processi e condanne per insubordinazione e attività sovversiva. A Ventotene si formò politicamente e umanamente la classe politica che avrebbe diretto la Resistenza dal ’43 al ’45. Qui elaborarono le loro posizioni politiche i dirigenti della futura Repubblica. Per molti fu l’unica Università che frequentarono.

Nel 1941 Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni – animatori del gruppo dei federalisti – elaborarono il “Manifesto per un’Europa libera e unita”, meglio conosciuto come “Manifesto di Ventotene”. Il primo e più significativo documento programmatico che gettava le basi della futura unità europea. Un documento considerato oggi, universalmente, come un classico e che, all’epoca, fu bollato come un esercizio ingenuo e utopistico da parte di un gruppetto di sognatori estranei alla realtà. Per fortuna non era così. Ventotene divenne, a dispetto delle intenzioni del regime, un luogo di testimonianza e ri-scatto per tutti coloro che «opponendosi alla violenza e alla sopraffazione del regime fascista, decisero di non rassegnarsi, di non mollare, e difendere con dignità le proprie idee».

La mistificazione del regime fascista, che propagandava l’idea di confino come una villeggiatura per i sovversivi, ebbe i suoi sostenitori all’epoca e ancora oggi c’è chi ripropone l’assioma isola-villeggiatura in chiave revisionista, dimenticandosi che l’oppressione e la repressione degli antifascisti non fu un fatto secondario da parte di un regime benevolo. Decine di migliaia di condannati dai tribunali speciali, di confinati e internati ne sono la testimonianza più vivida. Il libro di Filomena Gargiulo rinnova la memoria di questa vicenda storica che i poteri repressivi vorrebbero cancellare definitivamente. Lo fa con un taglio originale, prendendo spunto dalla vita quotidiana delle comunità presenti sull’isola di Ventotene. I confinati, isorveglianti e la popolazione. Le fonti orali sono state fondamentali in questo lavoro di ricerca, così come la memorialistica lasciataci da alcuni confinati. Una prospettiva poco indagata dalla storiografia accademica che, in questo lavoro, riesce a fare emergere angolazioni inedite e inaspettate. Un volume corale sulla vita dell’isola di Ventotene dal 1928 – anno dell’istituzione della colonia – alla caduta del fascismo nel 1943 e alla liberazione dell’isola da parte dell’esercito alleato. Dalle diverse storie individuali, anche di personaggi ritenuti minori, ne scaturisce un quadro complessivo che indaga nell’animo e nei sentimenti degli oppressi rivivendo alcuni degli episodi più eclatanti della realtà confinaria. I gesti di eroismo, la paura, la rivolta la-tente, lo scoramento e gli entusiasmi, perfino l’amore negato e riconquistato come atto di ribellione. E ancora le rivalità politiche, l’espulsione dal Pci di Terracini e Camilla Ravera, le interminabili discussioni fra comunisti e anarchici, l’organizzazione clandestina, la circolazione delle informazioni. Ne escono dei ritratti vivi di sia dei confinati che degli isolani. Due comunità separate ma unite «come due liquidi che non si mescolano».

La diffidenza degli isolani verso questi confinati di cui non comprendevano le ragioni e le scelte ma coi quali si commerciava quotidianamente. I dialetti incomprensibili, l’abbigliamento, le abitudini nello stile di vita ritenute spesso stravaganti. Tutte componenti che dividevano le due comunità dato che non era possibile scambiarsi visite o intrattenere conversazione, avere rapporti di amicizia, fornire o scambiarsi giornali o corrispondenza. L’autrice indaga sulle in-comprensioni, sulle contraddizioni che emergevano quotidianamente fra confinati e isolani. Uomini e donne che faticavano tutto il giorno, non potevano che invidiare i vantaggi che i confinati avevano: acqua corrente, luce elettrica, sussidio. Per loro, che da sempre recuperavano acqua piovana, la conservavano nelle cisterne, che pregavano e portavano in processione la loro santa nei periodi di siccità, vedere la nave cisterna rifornire di acqua corrente gli alloggi dei confinati e delle guardie, era un’immagine che irrimediabilmente creava una frattura fra il loro mondo e l’altro. Ma c’era anche rispetto e umana simpatia verso quegli uomini e donne considerati gentili ed educati, coraggiosi e responsabili, che dimostrarono riconoscenza verso gli isolani nei momenti più difficili della guerra e dopo la caduta del regime.
Una piccola e coraggiosa casa editrice – fondata da Fabio Masi, libraio-editore dell’omonima libreria sull’isola pontina – esordisce con questo testo prezioso perla vivacità e il gusto del racconto sempre sostenuti dal rigore della documentazione, la cui lettura non può che invogliare a condurre nuovi studi e nuove ricerche.

Riccardo Navone


dossier Ventotene

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