rivista anarchica
anno 40 n. 355
estate 2010


dossier Cuba

Dibattiti per la libertà
di Ramón García Guerra

Considerazioni a margine del IV Osservatorio Critico, da parte di uno dei promotori della Cattedra Haydee Santamaria. La tradizione anarchica (ancora viva) a Cuba.

 

Domani forse non saremo più qui se i burocrati riusciranno a schiacciarci come mosche. Con le loro turpi mosse potrebbero farci sprofondare nel “pantano borghese”. Ma ora contano solo i due occhi splendenti di una giovane antropologa italiana che ha appena partecipato alle giornate di protesta al Vertice del Clima e ora sta con noi in questa battaglia. Farei qualsiasi cosa per poter tornare indietro e ascoltare quell’ingegnere termonucleare cubana che abbiamo visto difendere l’adozione di forme cooperative socialiste intese come progetto di una nuova società. Un leader del corporativismo cubano, Pedro Campos, direbbe portandosi le mani alla testa: “Gli uccelli che sparano al fucile!”. Ammetto che è stato bello vedere un anarchico francese che assisteva all’evento stropicciarsi gli occhi dallo stupore. Davvero insolito.
Anche due ecologisti del Giappone ridevano. Nipponici che avevano concluso da poco la loro esposizione con l’aiuto di un traduttore per farsi meglio capire. Stavano per caso capendo qualcosa? Questo è stato il IV Osservatorio Critico realizzato a San José de Las Lajas. Uno ogni due anni e fuori dalla capitale.
Quando una reporter dell’IPS ci ha chiesto della Cattedra Haydee Santamaría, che organizzava dell’evento, sono riuscito appena a dirle: “Sono dei matti!”.
Da fondatore di questa Cattedra, e parlando di fratelli miei, ho pronunciato la frase: “Vi dico che è/sono matto/i, credetemi”. [Ricordavo così i versi di Roque Dalton, “os digo que está loco: es de confiar”, poeta del Salvador assassinato dai suoi stessi compagni di guerriglia (FMLN), – dopo averlo torturato con rancore – e che oggi passeggiano come eroi della sinistra per le strade di San Salvador]. Incontro in difesa della speranza. Voci comuni che stanno fondando una poesia-mito. Una poesia che anticipa il futuro. È stato questo il modo in cui ho goduto dell’evento: come una poesia d’amore.
Definirei la Cattedra con una poesia: “Buscándome líos” (Mettendomi nei guai) – come la intitolò Dalton. (Da leggersi: un ragazzo che decide di fare la rivoluzione quando è ancora minorenne). Ma ne è valsa la pena. Ascoltiamo due giovani storiche di Santiago di Cuba che si autodefiniscono come appartenenti alla sinistra radicale nello spettro politico di quella regione.
Questo significa che il dibattito creato nella Cattedra nell’ultimo decennio sta guadagnando terreno. Un giovane filologo di Santa Clara si è scagliato contro la “colonialità” del linguaggio di Cuba, facendomi ricordare quelle fiere cronache di Tato Quiñones in difesa degli ultimi della terra. Non avevo mai visto prima decostruire tutto un immaginario regionale, con tanta eloquenza ed esattezza, come lo ha fatto in quest’occasione una ragazza cubana. Confesso che tutto quello che intuivamo che stava accadendo al di fuori di La Habana lo abbiamo visto confermato nelle giornate dell’Osservatorio Critico. Nel frattempo si smontava il mito della disinformazione in ogni intervento delle persone “fuori dal gioco”. Eravamo lì per imparare. Ci potranno annientare domani. Ma... Chi potrà toglierci questa libertà vissuta e messa in pratica tra compagni?
Chi può dire ora a questi compagni che l’Osservatorio Critico non è loro, che non possiamo fare altro che ringraziarli per la loro visita, che le loro lotte non sono state le nostre lotte di sempre. Perché a me nessuno mi convince che “pensare in maniera politicamente corretta” è solo un dilemma francese! Un francese – meno abile con la lingua spagnola – mortificava un altro francese: perché non voleva perdere nemmeno le briciole del dibattito. Sembrava di trovarsi in un comitato di sciopero in Francia.
Un italiano che parlava delle sue esperienze di lavoro cooperativo in Uruguay, per puro caso, mi fece ricordare una confessione di Roberto Fernández Retamar, nel 1987, sulle ragioni che avevano spinto suo fratello a partecipare alla Guerra in Angola. Avevano chiesto all’altro Retamar: Perché lei sta andando in guerra? E questi rispose: Perché non ho potuto essere soldato in Bolivia. Pensavo a Marcello Arbit, a “Soberanía y Liberación”, alle mie complicità con loro. Pensavo alla rabbia che mi aveva assalito quando seppi dell’assassinio degli operai agricoli in Andalusia per mano di poliziotti corrotti. È che il mondo è diventato un villaggio globale. (Questo non vuol dire che stiamo mettendo in pratica l’aspetto più friabile di tale condizione – come ci metteva in allerta José Martí nel suo saggio “Nuestra América”. Vorrei fare causa comune con “i condannati della terra”). Dobbiamo arricchire la nostra cultura civica di queste pratiche solidali, che si realizzano in catene che percorrono il mondo degli oppressi fuori dalla tutela degli Stati. Come si è potuto realizzare questo incontro tra compagni provenienti da luoghi tanto diversi in un paese spaccato o di fronte a una sinistra statalizzata? Pensiamo che c’è bisogno di qualcosa di più dei Social Forum mondiali.
Da Cuba: “Primo territorio libero d’America!”, – come si diceva nei mitici anni ’60 – questa massa di folli suggerisce una nuova maniera di fare la rivoluzione sociale rispetto a queste forme politiche dissolute che esprimono una “umanità” fatta a immagine e somiglianza del fatidico XX secolo. [Il poeta Octavio Paz diceva: “Questo secolo ha avuto poche idee / tutte fisse, tutte omicide”]. Pensiamo a mandare avanti una lotta per la libertà. Libertà di amare il prossimo. Libertà di imparare dalle virtù. Libertà di essere considerati non solo merci, ma persone libere e reali. Libertà di sdraiarci su un prato, in pieno ozio, mentre le nuvole disegnano delle figure nel cielo. Libertà, infine, per costruire nuovi mondi.
La bella e intelligente giovane italiana mi dice: “Voi, qui, esperti in molti saperi e discipline che fanno delle vostre accademie dei luoghi di eccellenza, vi ponete con tanta umiltà nei confronti della folla! È come se vi foste accorti dell’inutilità di queste conoscenze approfondite. Voi riuscite ad avvertire quello che le epistemologie dotte non riescono a registrare”. Probabilmente questi giovani possono discutere di temi diversi senza difficoltà proprio come Engels, che dialogava tra gli operai ricorrendo a una decina di lingue diverse.
Ai loro occhi, i politici si sono trasformati in esseri patetici. Queste persone che fino a ieri si riunivano nei parchi della città, perché nessuno accettava le loro eresie, oggi sono come l’alcol che inonda il tappeto del popolo che ricopre l’intero paese. Sui resti lasciati dall’ancien regime (quel modello di società che a Cuba ha concluso il suo ciclo storico tra il 1959 e il 2001), oggi tra i cubani emerge un’altra sinistra. Oggi questi giovani sognano una società in scala umana: più del quartiere... più amica, come i liberali nella vecchia Europa affrontarono l’ancien regime con la bandiera della società fatta dalla somma meccanica di molti individui, uno dopo l’altro.
Viviamo in libertà, ancora una volta. Spiega questo lo stupore di un francese? Forse. Abbiamo anche potuto essere eretici. Immaginate se questo si dovesse ripetere negli Stati Uniti. Un altro Bob Dylan, un altro Malcom X, altri hippies...? Soprattutto ora, quando il sistema perde la capacità di ridurre le autonomie sociali del popolo di Lincoln. Sostenute, inoltre, da questa fortissima tradizione comunitaria che sembra dormire. [Una idea-forza potrebbe fare svegliare immediatamente questo gigante: l’ecologia.] Immaginate lo stesso in Spagna? (Alla fine dei conti, entrambe le ex metropoli continuano a essere il Nord per le élites indecenti dell’America Latina). È come se la storia si mordesse la coda. Franchismo, transizione alla democrazia, Unione Europea... E ancora la Spagna alla coda del treno. “Svegliatevi persone miti, che la terra è malata...”, diceva il poeta.
Il nostro paese è assolutamente libertario, per tradizione e necessità. La nazione cubana è sorta e ha continuato a lottare per la sua liberazione contro tre imperi: quello spagnolo, quello americano e quello sovietico. Dopo cinque secoli l’ideologia acrata si è fatta spazio tra il suo popolo. Il potere considera queste posture libertarie come una questione di disciplina sociale che spetta alla polizia. Ma oggi la realtà è un’altra Cuba. “Loro fanno finta di pagarci un salario e noi gli facciamo credere che lavoriamo” – dice una voce popolare in tutta l’Isola. Una farsa! Il modello dello Stato cubano ha lasciato aperte certe “valvole di scappamento” per ridurre la pressione interna: esodi di massa, mercato nero, ecc. Oggi questo popolo si libera di quello Stato poliziesco proprio come un cane che si scrolla di dosso le pulci. Come la falsa sensazione di crescente prosperità (del periodo postfranchista) è riuscita a confondere gli spagnoli, o come la condizione imperiale degli Stati Uniti ha favorito l’occultamento dei conflitti interni che colpivano la società, oggi sembra difficile avvertire la marcia silenziosa di questo popolo verso la libertà.
Ma loro ora sono in cammino. E Cuba va avanti.

Ramón García Guerra
(traduzione di Arianna Fiore)

e-mail: ramon0260@gmail.com
Santa Fe, L’Avana, Cuba
30 marzo 2010


dossier Cuba

Democrazia e socialismo

di Guillermo Almeyra

D a un lato c’è la campagna cinica e bugiarda scatenata dalla CNN e da tutti i media e i governi di destra contro il sistema politico cubano. È lampante agli occhi di tutti il legame tra il Dipartimento di Stato e la manifestazione di Miami capitanata dalla cantante Gloria Estefan, figlia di un ministro del dittatore Batista, che ha potuto contare sulla partecipazione del terrorista e pluriomicida Posada Carriles in appoggio alle cosiddette Damas de Blanco e a Guillermo Fariñas, che sta facendo uno sciopero della fame, e che, come loro, richiede l’intervento dell’ONU, della OEA e degli Stati Uniti, non solo a Cuba ma anche in Venezuela, per sostenere l’opposizione pro-imperialista.
I sostenitori del centro di tortura di Guantánamo si ergono ora a paladini dei diritti umani. La guerra non dichiarata contro Cuba dal 1959 – passata dalla provocazione con incendi, al contagio di malattie, al tentativo di invasione, alla copertura di gruppi di banditi mercenari, all’embargo, alla minaccia della guerra atomica – sta entrando oggi in una nuova fase, che cerca di approfittare della crisi capitalista mondiale che colpisce duramente l’isola per abbattere il governo nato dalla rivoluzione, che è uno dei principali membri dell’Alba, insieme al Venezuela, all’Ecuador, al Nicaragua e alla Bolivia, paesi inclusi anch’essi nel mirino di Washington.
La difesa di Cuba e del diritto di autodeterminazione e la lotta contro l’embargo, immorale e illegittimo, appare quindi oggi più che mai all’ordine del giorno. E questo perché questo uso capitalista e imperialista della crisi cerca di sbarrare la strada a un’alternativa e, per poterlo fare, deve combattere ogni cosa sia in benché minimo odore di sinistra, iniziando dall’Alba, e coinvolgendo anche i governi del Brasile, del Paraguay, dell’Argentina e dell’Uruguay, che lungi dall’essere di sinistra, propongono politiche neoliberali con alcune leggere modifiche.

Senza democrazia niente socialismo

Voglio quindi fare solo un cenno al fatto che commette un enorme sbaglio chi sostiene che il Brasile sia imperialista e che in questo paese e in altri paesi di questo tipo il nemico principale sarebbe una presunta “nuova classe” (non proprietaria del capitale finanziario né dei mezzi di produzione!) nata dalla fusione tra funzionari corrotti e capitalisti locali. Tapparsi gli occhi davanti alle azioni del capitale finanziario e degli Stati Uniti e concentrarsi unicamente sugli errori e sugli sbagli dei governi “progressisti”, compreso quello cubano, appoggia con gran forza le vestali della democrazia che pontificano dal Dipartimento di Stato e dalla CNN, coprendo le basi in Colombia e la IV Flotta o l’Iniziativa Mérida.
Dall’altra parte ci sono le incapacità politiche e la brutalità dei gruppi burocratici che credono che l’opposizione si combatte con la polizia e le manovre del potere. In effetti, una cosa è combattere cospirazioni e azioni violente con ogni mezzo possibile, e un’altra soffocare l’espressione pubblica delle idee, comprese quelle reazionarie, e cantare le lodi –come fanno i giornalisti cubani- dei meriti dell’unanimità d’opinione (nell’Assemblea o nei media). Ai tempi di Lenin e fino alla guerra civile, per fare solo un esempio, i partiti e i mezzi di informazione capitalisti e dell’opposizione erano legali. L’unanimità presuppone invece che qualcuno decida cosa si deve dire, cosa si deve votare, cosa si deve pubblicare. Ma né la classe operaia né la società sono omogenee né, tanto meno, possono essere unanimi.
Senza una discussione democratica non c’è il socialismo, perché esso è il risultato dell’informazione, della maturazione e della partecipazione diretta dei lavoratori e del paese, che devono criticare, controllare, suggerire, proporre, esigere. La democrazia è per chi pensa in modo diverso, non per chi pensa come una singola persona; perfino per i delinquenti, per i pro-imperialisti e per i controrivoluzionari che non commettono reati. E il socialismo lo costruisce la società, cercando di trovarne una via di uscita nelle contraddizioni, e non la burocrazia dei partiti o quella militare. Le idee false si combattono con idee migliori, per convincere; le azioni concrete cospirative o delittuose, invece, con la forza statale.
Quando iniziano a esserci delinquenti comuni, emarginati e contrari al sistema, che si immolano al servizio dell’opposizione di destra, e quando vediamo i suicidi (come chi fa scioperi estremi della fame o i monaci buddisti che si danno fuoco in Tailandia), è evidente che qualcosa non sta più funzionando. La repressione aperta o quella occulta è sconsigliabile di fronte a questo tipo di problema, che è politico, e non poliziesco. E la cosa più tremenda che si può arrivare a fare è fucilare (come è accaduto alle persone sequestrate alcuni anni fa in ferryboat) o organizzare, con l’appoggio della Gioventù Comunista, “moltitudini indignate”, per mettere a tacere le scarse forze ultrareazionarie che vogliono manifestare. Questo contribuisce a dare voce all’offensiva imperialista (che d’altronde c’è) e confonde i difensori di Cuba e tutti quelli che, nei loro paesi, difendono il loro diritto a dissentire, a pubblicare e a manifestare (che sono costituzionali), e combattono la repressione e la difesa delle loro idee e delle loro organizzazioni.

Trasformare la vita quotidiana

La democrazia e il socialismo sono possibili solo con l’autogestione e l’auto-organizzazione dei cittadini, degli operai e dei contadini, per discutere insieme i problemi e, oltre ai piani governativi, le loro stesse idee e le soluzioni locali. La stampa, piuttosto che elogiare la presunta e funesta unanimità, dovrebbe dare voce alla gente in nome della quale l’apparato burocratico parla e decide. Non può esserci inoltre nessun aumento della produzione e della produttività agricola senza questo tipo di democrazia e di autogestione, che lasci libero campo alla creatività e alle critiche.
Se si vuole impedire alle manovre imperialiste e controrivoluzionarie di rafforzarsi, bisogna trasformare radicalmente la vita quotidiana e migliorarla con una maggiore produzione volontaria e con più democrazia. L’economia di Cuba e il suo Stato continuano a essere capitalisti, ma cercano di rafforzare le basi del socialismo. Bisogna pertanto sotterrare i metodi controrivoluzionari imparati nel passato con la pratica e nei manuali dei burocrati che, in nome di un presunto marxismo, rinchiudevano nei manicomi i loro oppositori e oggi sono, davanti agli occhi di tutti, mafiosi e grandi capitalisti.

Guillermo Almeyra
(traduzione di Arianna Fiore)

realizzato da
Claudio Castillo e Jorge Masetti

Cuba
memoria sindacale
anarco-sindacalismo e sindacalismo indipendente

per il Grupo de apoyo a los libertarios y sindicalistas independientes en Cuba (galsic)
edizione italiana a cura del Centro Studi Libertari / Archivio G. Pinelli di Milano
sottotitoli a cura del Collettivo Arti e Mestieri Libertari di Genova

dvd – durata: 26 minuti – prezzo €10,00

In qualunque regime totalitario il movimento sindacale non è altro che uno strumento dello Stato per il controllo delle masse. In quei regimi esistono solo i sindacati ufficiali, come è appunto il caso di Cuba: la Ctc (Confederación de Trabajadores de Cuba) è la famigerata «cinghia di trasmissione» delle direttive economiche del potere castrista. Questa trasformazione del sindacalismo, da strumento di lotta in difesa degli interessi delle classi lavoratrici a strumento di subordinazione agli interessi dello Stato-padrone, è stato il risultato di un lungo processo di distruzione e repressione del sindacalismo autonomo e combattivo, in primo luogo della sua componente anarchica.
In questo momento di aspettative per il futuro di Cuba, con la scomparsa di scena di Fidel Castro, è più che mai necessario il recupero della memoria storica sindacale, della intensa e ricca storia del sindacalismo che ha preceduto il regime castrista. Si deve far conoscere quella storia alle generazioni di lavoratori che dovranno ricostruire un movimento sindacale che torni a essere espressione dei loro interessi di fronte sia allo Stato-padrone sia alle imprese capitalistiche nazionali o straniere che sempre più andranno a costituire la realtà dell’economia cubana.

 

Frank Fernandéz

Cuba
libertaria

Storia dell’anarchismo cubano

pp. 184 €12,00

La teoria e la pratica anarchica sono stati fondamentali elementi di riferimento dei movimenti rivoluzionari e sociali cubani dall’ottocento fin oltre la?metà del ventesimo secolo, dalla lotta contro il colonialismo spagnolo alla pesante ingerenza nordamericana. Più tardi, gli anarchici presero parte alla resistenza militante contro le dittature susseguitesi nel paese, da Machado a Batista, pagando un pesante tributo di sangue. La conquista del potere da parte di Fidel Castro e l’affermazione della sua concezione autoritaria del socialismo, li ha visti fermi oppositori in nome di un socialismo che è libertario o non è. Questo libro narra la loro storia.
[Novembre 2003]

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