rivista anarchica
anno 40 n. 355
estate 2010


Messico

Infiniti effetti paramilitari
di Gaia Raimondi

Oaxaca è uno degli Stati Messicani. San Juan Copala è una località in quello stato in cui vige un “municipio autonomo”. Una cosa inaccettabile per le forze reazionarie, che hanno scatenato attacchi e assassinato persone.

Quanta miseria, quanto sangue,
quanti morti, quanti desaparecidos.
Che cosa succede nella regione triqui?
Che cosa succede nelle comunità?
La carovana per Copala si è fermata;
erano giovani amici, erano fratelli.
Alle parole si è risposto con le pallottole,
ma le parole non si possono fermare.

Estratto di poesia di Manolo Pipas,
trovatore galiziano, cittadino del mondo.

Il l sangue continua a scorrere nel municipio autonomo a San Juan Copala (1), stato di Oaxaca, Mexico.
Nel silenzio rotto solo dai canti dei galli, qualche latrato dei cani, rimasti soli nelle vie deserte del pueblito tra le montagne minate dai conflitti, riecheggiano gli ultimi spari, quelli che hanno ucciso pochi giorni fa, giovedì 20 maggio, Ramírez, leader del Movimento di Unificazione e Lotta Triqui Indipendente (MULTI) e sua moglie, Cleriberta Castro, nella loro casa di Yosoyuxi, nella regione triqui, Oaxaca. Gli abitanti del municipio autonomo hanno smesso definitivamente di uscire di casa, di acquistare i beni primari, di andare a scuola o alla milpa, i terreni da coltivare. Hanno smesso di vivere, paralizzati dalla paura di venire uccisi per il solo fatto di metter piede al di fuori della propria abitazione. Incarcerati nelle loro stesse mura, attenagliati e circondati da gruppi di paramilitari armati che sparano a vista, avevano pensato dopo mesi di uccisioni, soprusi, sparizioni, di convocare una carovana di osservatori internazionali già nel mese di aprile che testimoniasse quell’inferno dilagante ed afono proprio perchè supportato dallo stesso governo, con le conseguenze brutali che avevano fatto il giro del mondo grazie ai media indipendenti. Ce l’aveva raccontato così Claudio Albertani, compagno anarchico che da anni vive a Città del Messico e nel frattempo erano arrivati gli angoscianti video di chi a quel massacro era riuscito a sopravvivere, pur ferito, nascondendosi per giorni nella selva, rischiando la disidratazione e l’infezione delle ferite da arma da fuoco.
Una veduta della chiesa del centro
di San Juan Copala

Il sogno di San Juan Copala

di Claudio Albertani

L’ingresso del municipio di San Juan Copala

Il 27 aprile dell’anno in corso, una ventina di attivisti ed osservatori internazionali partirono alla volta di San Juan Copala, un villaggio di settecento abitanti appartenenti al gruppo etnico triqui che si trova nella Sierra Mixteca, a circa 250 chilometri da Oaxaca. Arrivati a Huajuapan de León, dove pernottarono, diffusero un bollettino di denuncia. Il gruppo paramilitare UBISORT (Unidad de Bienestar Social de la Región Triqui), organizzato e finanziato dal governo di Oaxaca, manteneva San Juan Copala in stato d’assedio controllando l’entrata e uscita dei residenti. La situazione era gravissima. Le scuole erano chiuse e pochi giorni prima, il 17 aprile, il contadino José Celestino Hernández Cruz era stato abbattuto da una raffica di mitra AK47, mentre si recava in municipio. Era l’ultimo di una lunga successione di omicidi, circa 600 in trent’anni, tutti impuniti, tra i quali spiccano quelli di Teresa Bautista e Felícitas Martínez, due giovanissime giornaliste della radio locale, La voz que rompe el silencio (7 aprile 2008). I paramilitari avevano tagliato anche acqua e luce.
Perché tanto accanimento? San Juan Copala non è un posto qualsiasi. Da decenni è un focolaio di conflitti in una regione caratterizzata da strutture di potere particolarmente dispotiche e da vigorosi movimenti di protesta. Al contrario di quanto scrivono alcuni giornali, non si tratta di conflitti etnici, bensì di conflitti politici che rivelano assurdità di un sistema di governo. La storia risale per lo meno agli anni settanta del secolo scorso quando, di fronte ad un rinnovato ciclo repressivo, nacque il Movimiento de Unificación y Lucha Triqui, MULT, che aveva l’obiettivo di lottare contro i cacicchi e promuovere l’autonomia del popolo triqui. In breve, il movimento crebbe tanto da rappresentare una minaccia per il Partido Revolucionario Institucional, PRI, al potere dai tempi della rivoluzione. Molti fondatori del MULT furono uccisi, altri scapparono a Città del Messico, altri ancora negli Stati Uniti e alla fine il PRI riuscì a controllarlo. Nel 1994, sorse l’UBISORT, vero e proprio braccio armato del PRI, che aveva il compito di disciplinare la regione triqui a tutti i costi, se necessario anche a ferro e fuoco. All’inizio degli anni 2000, l’obiettivo pareva raggiunto. Il PRI aveva perso le elezioni presidenziali a vantaggio del Partido Acción Nacional, PAN (tuttora al potere), ma conservava un controllo ferreo sullo stato di Oaxaca a base di flussi alterni di repressione, corruzione e (modesti) sostegni economici. Era un equilibrio precario e i problemi esplosero di nuovo nel 2004 con l’arrivo del nuovo governatore, Ulises Ruíz Ortiz, personaggio particolarmente nefasto che incarnava il vecchio sistema di corruttele e il nuovo autoritarismo tecnocratico.
Nella regione triqui, si aprì un nuovo ciclo di lotte e tanto il MULT come la UBISORT subirono delle scissioni. Nacque il MULTI, dove la “I” sta a significare “Indipendente”, per sottolineare la separazione dal PRI e dai suoi metodi. Nel 2006, il MULTI aderì all’Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca, APPO, il grande movimento sociale che per un breve momento riuscì a minare le basi del potere politico a Oaxaca.
Il primo gennaio 2007, sull’esempio dei neozapatisti del Chiapas, gli abitanti di San Juan Copala, sostenuti dal MULTI e persino da alcuni dissidenti dell’UBISORT fondarono un “municipio autonomo” rompendo con lo stato e il sistema dei partiti politici.
Il sogno era sempre lo stesso: lottare per l’autonomia e creare condizioni di vita degne per il popolo triqui, il che era ovviamente impossibile con Ulises Ruiz al governo. Verso la fine del 2009, la situazione si era ulteriormente inasprita tra l’indifferenza della magistratura e del governo federale. Il 29 novembre, i paramilitari dell’UBISORT avevano preso d’assalto il paese ed un bambino, Elías Fernández de Jesús, era rimasto ucciso da una pallottola perduta. Il 10 dicembre, dopo vari tentativi, i paramilitari erano riusciti a cacciare le autorità autonome dal palazzo municipale, però queste lo avevano riconquistato il 10 marzo.

Betty Cariño, militante del collettivo Cactus,
uccisa il 27 aprile da un gruppo di paramilitari
dell’UBISORT in un’imboscata alla carovana
per i Diritti Umani in viaggio
verso San Juan Copala

La spirale della violenza sembrava inarrestabile ed è in questo contesto che sorse l’iniziativa della carovana di pace con l’idea di portare aiuti e di rompere il silenzio su San Juan Copala. Tra gli organizzatori spiccava il gruppo VOCAL (Voces Oaxaqueñas Construyendo Autonomía y Libertad), la Ong CACTUS, (Centro de Apoyo Comunitario Trabajando Unidos) e la Red de Radios y comunicadores Indígenas del Sureste Mexicano, una associazione di radio libere.
Il giorno 27 aprile, la carovana lasciò Hujuapan de León di buon mattino. Nel frattempo, erano sopraggiunti alcuni militanti della APPO ed una delegazione della Sezione 22 del Sindacato dei maestri che speravano di ottenere la riapertura delle scuole. Vi erano anche due giornalisti della rivista Contralinea, Érika Ramírez e David Cilia, che volevano fare un reportage sulle due colleghe assassinate nel 2008 e far conoscere la realtà di questo villaggio, sconosciuto alla maggioranza dei messicani.
L’ambiente era teso. La sera prima, Rufino Juárez, capo indiscusso dell’UBISORT e portaborse di Evencio Martínez, il ministro degli interni del governo di Oaxaca, aveva dichiarato senza mezzi termini che non avrebbe permesso l’entrata della carovana in territorio triqui. Mantenne la promessa. Verso le ore 14.30, a circa un chilometro e mezzo da San Juan Copala, nei pressi della località La Sabana, la strada era sbarrata. Quando apparve la prima vettura i paramilitari cominciarono a fare fuoco ad altezza d’uomo segando la vita di Bety Cariño, presidentessa di Cactus, e del giovane finlandese Yyry Jaakkola della Ong, Uusi Tuuli Ry (Nove Vento). La sparatoria durò dieci interminabili minuti. Seguirono momenti di panico ed una sbandata. Gli altri passeggeri riuscirono a mettersi in salvo, chi da un lato, chi dall’altro della strada. Alcuni vennero fatti prigionieri, altri si celarono tra i cespugli, altri ancora riuscirono a scappare e a dare l’allarme (2). Vi era almeno una ferita grave, Mónica Citlali Santiago Ortiz che fu poi trasportata al vicino ospedale di Santiago Juxtlahuaca.
Gabriela Jímenez, giunse a Oaxaca dove tenne una conferenza stampa presso la sede della Sezione 22. Lì, di fronte alla televisione ed ai giornalisti, rivelò che gli assalitori, in gran parte molto giovani, erano tutti militanti confessi dell’UBISORT. Non solo. Si vantavano, ingenuamente, di godere della protezione di Ulises Ruiz, il che trova riscontro anche nel fatto che le forze dell’ordine si guardavano bene dall’intervenire: “Noi non entriamo. Temiamo per l’incolumità dei nostri uomini”, aveva dichiarato il comandante della polizia statale di Oaxaca.
Nel frattempo aumentava il numero dei desparecidos. Tra gli altri, mancavano all’appello l’italiano Davide Cassinari, il belga Martín Santana, i due giornalisti di Contralinea e due conosciuti militanti di VOCAL, David Venegas, e Noé Bautista. Grazie ad un video filmato da un cellulare (3), ben presto si seppe che erano tutti vivi e che stavano nascosti per paura di rappresaglie. Due erano feriti. Per alcuni, il calvario si protrasse altre sessanta ore. Sessanta ore passate all’addiaccio con una pallottola in corpo. Il 29, gli ultimi dispersi riuscirono a rompere l’accerchiamento. Venegas e Bautista raggiunsero Oaxaca in serata, mentre Cilia e Ramírez ricevevano le prime cure presso l’ospedale di Juxtlahuaca, dove erano giunti grazie ad un elicottero affittato dal direttore di Contralinea, Miguel Badillo, e dal padre di Cilia senza la collaborazione del governo federale né di quello di Oaxaca. Alla fine, tutto sembra rimasto uguale. Ulises Ruiz ha dichiarato che la colpa è tutta di Gabino Cué, candidato dell’opposizione alle prossime elezioni. I colpevoli godono della solita impunità, le autorità federali tacciono e l’Unione Europea si astiene dal condannare l’accaduto. Tuttavia, a ben guardare, le cose non filano così lisce per il governo. Il presidente Felipe Calderón è stato duramente contestato nell’ambito di un foro sul cambio climatico celebrato a Berlino il 2 maggio: “Mai più un altro San Juan Copala”, diceva uno striscione. Inoltre, i giornali di tutto il mondo parlano della terribile situazione che vivono gli indigeni triqui. Manifestazioni di protesta si sono tenute a Parigi ed in altre città europee. Il sacrificio di Bety e Yyry non è quindi stato inutile. Ma c’è di più. Un comunicato di VOCAL annuncia la preparazione di una nuova carovana di solidarietà. Gli abitanti di San Juan Copala non sono più soli.

Claudio Albertani
Città del Messico, 3 maggio 2010

“Uro di Melguera” ripreso da:
http://blog.ilmanifesto.it/popocate/2010/05/02

Chi sono i paramilitari

A commettere tutti questi omicidi, i sequestri e le violenze dunque sono gli stessi uomini incappucciati armati di AK-47, i fucili di cui sono dotate le forze dell’ordine statali. Dietro a quei cappucci, però, è unanime la convinzione che si nascondano i paramilitari della Ubisort, Unione benessere sociale della regione Triqui. Forse coadiuvati dagli ex nemici, ora alleati: gli uomini del Mult, Movimento unificatore lotta Triqui. A unirli, la medesima missione: combattere il Multi, ossia il Movimento unificatore Triqui indipendente, che ha sostenuto il processo di autonomia del municipio San Juan Copala, autonomia sia dal governo statale che da ogni partito politico. Questo infatti il pomo della discordia fra esponenti del medesimo popolo: il processo verso l’autonomia. Sì perché a lottare l’uno contro l’altro armato non sono altro che indigeni della medesima popolazione, fratelli di sangue distanti nelle vedute, nel pensiero e nell’uso della forza.
Ubisort e Mult, infatti, da quando nel 2007 è nato questo comune autonomo, non hanno mai smesso di fargli la guerra. Dietro di loro gli interessi del Pri, partito d’opposizione nel governo federale, ma al potere nello stato di Oaxaca capeggiato dal famigerato governatore Ruiz. Che ha da sempre considerato quel comune sottrattosi all’egemonia centrale un affronto troppo grande. Togliersi dal controllo centrale significa difendersi anche da uno sfruttamento sistematico e redditizio per i soliti noti. Ed è questo che a Ruiz non è andato proprio giù. Ogni tentativo, vero o fittizio, di mediare il contrasto fra i tre gruppi indios ha infatti incontrato fasi di stallo insolubili. Poi dal novembre 2009, il dissidio si è riacutizzato, gettando la zona in una vera e propria crisi fatte di morti ammazzati ed embarghi di ogni genere.
Sembra che la zona sia tenuta in scacco a sud dal Mult e a nord dall’Ubisort. Entrambi i gruppi paramilitari attaccano le menti più combattive e impegnate nel movimento autonomo per togliere loro forza e coraggio. E non vengono risparmiati nemmeno donne e bambini. Notizia dell’ultima ora, nei giorni scorsi, fra i 14 e il 15 Maggio, 35 fra bambini e donne, che si stavano spostando dal municipio autonomo di San Juan Copala alla comunità della Sabana, sono state minacciate di morte dai paramilitari, nel caso fossero tornate con viveri e medicine. Al momento risultano sequestrate o scomparse 11 persone (fra donne e bambini). Sono state inoltre ferite due donne e un bambino di un anno. Da settimane, infatti, armi in pugno, hanno persino tagliato luce e accesso all’acqua alla comunità, e da mesi minacciano maestri e alunni. Una situazione che aveva spinto il presidente del municipio autonomo, Jesus Martines Flores, a optare per la chiusura delle scuole.
Da qui l’idea, disperata, di invitare la Carovana di pace, con il fine di proteggere il diritto allo studio dei ragazzi Triqui. Era da tempo che il municipio stava lavorando con organismi per la difesa dei diritti umani e organizzazioni sociali e non governative affinché vigilassero, osservassero e proteggessero la sicurezza di quella comunità martoriata.

Un conflitto che fa comodo

Questo il quadro nel quale va inserita l’imboscata, un assalto per molti versi annunciato. Rufino Juárez Hernández, capo della Ubisort, il giorno prima della partenza della carovana umanitaria aveva precisato che qualora fosse accaduto qualcosa di brutto a quella carovana di “finti operatori umanitari” la colpa doveva andare al capo della Multi, Jorge Albino Ortiz, che aveva insistito per quella visita. Definendola una provocazione, Hernández aveva spiegato che non c’erano le condizioni di sicurezza per raggiungere il municipio visti i conflitti a fuoco mai sopiti, e che quindi “nel caso se ne fossero verificati altri al passaggio della missione, la responsabilità sarebbe stata solo e soltanto del Multi che l’aveva invitata”. Un avvertimento con tutti i crismi, questo, eppure la carovana non aveva ricevuto nessuna scorta governativa. “C’è per caso un ordine del governo di Ruiz che impedisce l’intervento in questa zona?”, è stata questa una delle domande rivolte in un’intervista esclusiva di Texcoco Mass Media a due alti comandanti delle forze di pubblica sicurezza distaccati nella regione di Mixteca e a un sindaco della medesima regione, che hanno chiesto di restare anonimi. E tutti e tre hanno evidenziato la debole partecipazione del governo statale nella soluzione di questo lungo conflitto fratricida, precisando:
“La questione è questa – spiega uno dei funzionari – Chi pensate che procuri le armi a questi gruppi Triqui? Chi se non qualcuno di potente, con denaro, con allacci con il traffico di armi e con interessi molto torbidi e gelosamente difesi? E intanto il governo si appella al dialogo e non si mette in mezzo, anche per ragioni politiche molto potenti”. E che quelle terre preziose facciano gola a grandi gruppi non è una novità. I latifondisti stanno sfruttando questa lotta intestina fra indios, per poter meglio mettere le mani sulla ricchezza primaria, il legname, che crea un business enorme. E il governo federale? “Nonostante siamo in presenza di delitti federali, in quanto i crimini vengono commessi con armi riservate all’uso esclusivo dell’esercito, nonostante avvengano sequestri e rapine, e c’è chi ha denunciato persino una tratta di essere umani, le autorità federali sono mantenute ai margini – ha spiegato uno dei capi dell’esercito –. Questo vuol dire che il governatore Ruiz vuole che nessuno si intrometta, perché è un conflitto, questo dei Triqui, che fa comodo a molte persone. E ora è conveniente anche in vista delle elezioni. Questi fatti distraggono i partiti di sinistra e fanno loro perdere tempo prezioso”.
Le elezioni si terranno il 4 luglio prossimo e quanto accaduto fa paura a molti ed è chiaro a tutti: è un forte messaggio di repressione contro la più alta rivendicazione sociale possibile: l’autonomia. E cosa è più efficace del terrore per ribadire lo status quo: comunità indigene e classi povere da una parte, élites di latifondisti, amministratori del Partido revolucionario institutional (Pri) e gruppi paramilitari che li sostengono dall’altra (4).

Donne indigene di etnia triqui
ad un incontro per l’autonomia indigena

La morte di Timoteo

E nel frattempo, il 20 maggio, viene assassinato un altro abitante della comunità. È il quarto omicidio in meno di mese a San Juan Copala. Questa volta la vittima è il leader del movimento indigena Triqui MULT-I, Timoteo Alejandro Ramírez, e la moglie Cleriberta Castro. Si sospetta che responsabile dell’assassinio sia nuovamente il gruppo paramilitare UBISORT legato al Pri, il partito del governatore Ulises Ruiz Ortiz, visto che la settimana precedente il leader di UBISORT aveva vietato l’ingresso nella comunità di organizzazioni pacifiste.
Contemporaneamente, durante una conferenza stampa a Città del Messico, il Municipio Autonomo di San Juan Copala denunciava l’uccisione di uno dei più importanti leader del MULT-I (Movimiento de Unificación y Lucha Triqui Independiente), il quarantaquattrenne Timoteo Alejandro Ramírez e di sua moglie, Cleriberta Castro di 35 anni.
Secondo le dichiarazioni rilasciate dalle autorità del Municipio Autonomo di San Juan Copala, giovedì 20 maggio alle cinque del pomeriggio un commando armato composto da 4 persone ha fatto incursione nel piccolo negozio adiacente al domicilio delle vittime, situato nella comunità di Yosoyuxi (Municipio Autonomo di San Juan Copala, Oaxaca), con la esplicita intenzione di uccidere il dirigente della comunità triqui; si sono spacciati per rifornitori di vivande e hanno aperto il fuoco appena i due si sono preoccupati di capire chi fossero.
Timoteo Alejandro era conosciuto e apprezzato nella regione per essere uno dei principali promotori del processo di costruzione dell’autonomia indigena nel Municipio Autonomo di San Juan Copala. La sua morte rappresenta una perdita incommensurabile per la comunità triqui di questo municipio che da gennaio del 2010 soffre l’assedio delle forze paramilitari di UBISORT (Unidad de Bienestar Social de la Región Triqui), gruppo politico legato al PRI (Partido Revolucionario Institucional) cui appartiene il governatore dello stato di Oaxaca, Ulises Ruiz Ortiz.

Timoteo Alejandro Ramirez,
leader del movimento indigeno Triqui del MULTI,
assassinato insieme alla moglie
il 20 maggio 2010 da un gruppo di paramilitari

Preoccupa enormemente il fatto che l’uccisione di Timoteo Alejandro e Cleriberta Castro sia avvenuta proprio mentre a Città del Messico i rappresentanti del Municipio Autonomo di San Juan Copala (istituzione creata nel 2007 aderente alla Otra Campaña del Ejercito Zapatista de Liberacion Nacional e alla APPO, la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) si stavano riunendo con varie associazioni civili messicane con l’obbiettivo di organizzare una seconda carovana internazionale di pace nella regione triqui. La coincidenza dei due eventi lascia pensare che si tratti di una risposta esplicita di UBISORT al tentativo del Municipio Autonomo di San Juan Copala di rompere l’assedio paramilitare imposto alle comunità triqui in modo pacifico attraverso l’appoggio di organizzazioni civili messicane e internazionali.
Giorni prima il massimo leader di UBISORT, Rufino Juárez, aveva dichiarato pubblicamente che non avrebbe permesso a nessuna carovana internazionale di pace di entrare a San Juan Copala. Le autorità del Municipio Autonomo, a loro volta, hanno dichiarato che le minacce di UBISORT riflettono il progetto politico-militare del governatore dello stato di Oaxaca, Ulises Ruiz. Considerano, infatti, che la morte del loro dirigente risponde a una nuova strategia dello stato messicano che mira ad aumentare il livello di violenza armata nella regione triqui e a smantellare, attraverso il ricorso a un gruppo paramilitare come UBISORT, il progetto di autonomia politica iniziato a San Juan Copala tre anni fa. Durante la conferenza stampa le autorità triqui hanno ripetutamente parlato di un vero e proprio “crimine di stato”, dichiarando di non aver nessuna fiducia nelle istituzioni giudiziarie messicane ritenute complici delle 4 morti avvenute quest’ultimo mese. Le autorità del Municipio Autonomo hanno ripetutamente invitato la comunità internazionale a inviare osservatori di pace nella regione per cercare di detenere la spirale di violenza e morte che affligge ormai da tempo le 32 comunità indigene appartenenti al popolo triqui.

Il 18 maggio, 2 giorni prima dell’assassinio, era apparso il seguente comunicato:

San Juan Copala
18 / 5 / 2010

ai mezzi di comunicazione onesti: statali, nazionali e internazionali
alla otra campaña
alle organizzazioni sociali
al popolo de lessico
alle organizzazioni non governative

Dopo venti giorni dal brutale assassinio dei nostri compagni Alberta Cariño Trujillo Y Jyri Jaakkola, quando anche altri compagni sono stati feriti con armi di grosso calibro da gruppi che si identificano appieno con il potere dello stato, finora non c’è stata giustizia. Tale contesto di impunità ha propiziato che il gruppo paramilitare che si autodenomina “organizzazione sociale” (UBISORT), compia un altro attacco contro gli abitanti del Municipio Autonomo, obbedendo agli ordini che vengono dai palazzi di governo, sequestrando il giorno 14 di maggio alle compagne Margarita Lopez Martinez e Susana Martinez, fermandole circa due ore, durante le quali ricevettero minacce di ogni tipo. Il 15 maggio lo stesso gruppo, comandato da Rufino Y Anastacio Juárez Hernández, ha sequestrato dodici donne abitanti nel Municipio Autonomo di San Juan Copala per un’intera notte, durante la quale sono state picchate, minacciate e derubate dei loro averi, compresi i generi alimentari che avevano appena comprato nel mercato di Justlahuaca, e soldi che avevano riscosso del programma Oportunidades. Si tratta di Felipa De Jesús Suárez, Joaquina Velasco Aguilera, Martimiana Aguilera, Isabel Bautista Ramírez, Marcelina Ramírez, Lorena Merino Martínez, Leticia Velasco Aguilera (bambina), Rosario Velasco Allende (bambina), Josefa Ramirez Bautista (bambina), due bambini di quattro e uno di un anno.

Per tutto questo annunciamo:

Primo: Che a partire da oggi, a causa di tutte le aggressioni permanenti e continue che sono state commesse contro gli abitanti del Municipio Autonomo di San Juan Copala e di coloro che ci mostrano solidarietá, posponiamo il dialogo [con organizzazioni MULT e UBISORT] che stavamo sostenendo prima di questi fatti, cosí come ogni forma di dialogo con il governo dello stato, fino a che non si applichi la giustizia in modo trasparente contro i responsabili materiali ed intellettuali di questo massascro, e si smetta di coprire e giustificare i paramilitari che annunciano e realizzano publicamente le loro minacce.
Secondo: Capiamo che, come movimento comunitario che lotta per decidere liberamente senza vivere sotto il giogo di caciques che ci manipolano e vivono della nostra povertà, molte volte ci siamo sbagliati nel cammino, non per cattiva intenzione quanto per inesperienza. Pertanto, a partire da oggi vogliamo che sappiate che tutte le azioni che realizzeremo per consolidare il nostro municipio autonomo saranno determinate dal nostro consiglio comunitario, dopo aver consultato le assemblee delle comunità; stiamo già lavorando per creare una struttura formata da diverse commissioni che daremo a conoscere al momento opportuno.
Chiariamo che questa lotta di resistenza ha come obiettivo finale recuperare la nostra storia e la nostra cultura, con grande rispetto alla nostra madre terra; raggiungere la vita degna che tutti desideriamo, dove imperino la pace e la giustizia, per questo il nostro referente di lotta è senza dubbio il movimento zapatista, che plasma i suoi accordi nelle giunte del buon governo, questo è ciò che vogliamo per i nostri popoli e sappiamo che, prima o poi, raggiungeremo quest’orizzonte. Per questo ci rivolgiamo a tutti i nostri fratelli, indigeni e non, che lottate nella Otra Campaña, perché ci accompagnate senza remore in questo cammino che è lo stesso che camminate voi, e quando ci sbagliamo ci aiutiate in modo fraterno e solidale, perché abbiamo capito che solamente unendoci disinteressatamente, quelli che camminiamo in basso e a sinistra, riusciremo a raggiungere l’alba dopo questa lunga notte di dolore.
Terzo: Rendiamo noto che, di fronte agli incessanti crimini che questo gruppo paramilitare continua a commettere nelle nostre comunità, abbiamo deciso rinnovare l’appello perché una seconda carovana di osservazione e solidarietà si rechi a San Juan Copala l’8 giugno 2010 e rompa l’assedio mediatico, paramilitare e della fame con cui questo gruppo di banditi mantiene sottomessa la nostra comunità. Confermiamo che abbiamo chiesto aiuto alla Commissione diocesana di giustizia e pace e al Centro regionale di diritti umani “Bartolomé Carrasco Briseño”, perché una nostra commissione assieme a loro coordini questo evento dove prenderemo tutte le misure di sicurezza possibili e convocheremo un gran numero di osservatori locali, nazionali e internazionali, così come mezzi di comunicazione e compagni che vogliano solidarizzare con il nostro popolo, che da molti anni i potenti hanno riempito di dolore e morte.
Infine vogliamo chiarire che alcuni giornalisti insistono in farci apparire come gente che usa armi di grosso calibro. Ribadiamo che è chiaro che non è così. Perché la nostra lotta comunitaria, per mezzo dell’organizzazione pacifica, vuole metter fine alla repressione, all’imposizione e al trattamento crudele a cui siamo stati sottomessi, prima dai governi e poi dalle “organizzazioni” che con bugie e corruzione ci hanno tolto la nostra parola, le nostre decisioni, ci hanno tolto il diritto a vivere come popoli originari. Non abbiamo armi, non ne abbiamo bisogno; sappiamo che con l’organizzazione e la solidarietà del popolo del Messico e del mondo raggiungeremo presto una vita in pace, con giustizia e dignità.

Rispettosamente
18 maggio 2010
Municipio Autonomo di San Juan Copala.

La piazza del mercato di San Juan Copala
quando ancora le persone potevano uscire di casa

Un quadro politico corrotto

Il PRI rappresenta attualmente una forza di governo a livello nazionale in alleanza con il partito del presidente, il PAN (Partido Accion Nacional, di destra) e da quasi 80 anni è la forza politica dominante nello Stato di Oaxaca. Allo stesso PRI appartiene il governatore Ulises Ruiz, funzionario in carica dal 2005 e protagonista di una lunga serie di violazioni dei diritti umani e gravissimi atti repressivi durante i moti di protesta del sindacato degli insegnanti e della APPO nel 2006: il saldo dei suoi anni di governo parla di una decina di sparizioni forzate e almeno 62 vittime (26 di queste, tra cui il giornalista statunitense Brad Will, solamente nel biennio 2006-2007 durante le fasi più tese della protesta che portò a una vera e propria guerra civile nella città di Oaxaca).
L’assedio dell’UBISORT-PRI è stato già denunciato in varie occasioni dagli abitanti di San Juan Copala in quanto da mesi impedisce la realizzazione delle regolari attività nel comune, blocca l’arrivo di merci, l’accesso all’acqua e lo svolgimento delle lezioni nelle scuole oltre ad essere responsabile di numerose morti violente. In realtà la situazione è complicata e aggravata dalla presenza simultanea di altri due gruppi in lotta nella comunità indigena triqui di San Juan per cui anche la stessa UBISORT ha riportato una quindicina di morti tra i suoi militanti. Da una parte c’è il MULT o Movimento Unificatore e di Lotta Triqui, attivo sin dagli anni 50. All’epoca della sua fondazione lottava per democratizzare l’esercizio del potere e nel 2003 s’è trasformato nel partito politico Unidad Popular, attualmente alleato del PRI. In seguito alla “scesa in campo” del MULT a livello elettorale e al suo progressivo allontanamento dagli obiettivi originari nasce il MULTI, il Movimento di Unificazione e di Lotta Triqui Indipendente, che è parte integrante della APPO e dal gennaio del 2007 gestisce le attività del comune di San Juan Copala secondo le modalità di autogoverno tracciate dai municipi autonomi del Chiapas zapatista.
San Juan è stato il primo territorio nella regione di Oaxaca a darsi questa forma di governo, fatto che è sgradito alle autorità statali e agli altri due gruppi che prima si spartivano il potere indisturbati. In pratica grazie al sostegno della APPO e del sindacato degli insegnanti il MULTI occupa l’edificio del comune e governa il centro del paesino mentre l’UBISORT-PRI e il MULT controllano gli accessi e le alture circostanti in cui né l’esercito né la polizia possono mettere piede. In effetti l’assenza totale di soluzioni ai conflitti e di giustizia nei numerosi casi di omicidio nella regione triqui hanno nel tempo giustificato una situazione incontrollabile di arbitrarietà e violenza paramilitare e parastatale gravissima che abbiamo sperimentato di nuovo con questa mattanza. L’UBISORT ha dichiarato che non si tratta di una strage ma di un “auto-attentato” auspicato e organizzato dal municipio autonomo (e dal suo referente politico, il MULTI) per attirare l’attenzione. Anche il MULT s’è allineato e ha accusato il MULTI dell’attentato. Dal canto loro gli insegnati di Oaxaca e la APPO hanno diffuso comunicati a mezzo stampa in cui condannano la strage di San Juan, attribuiscono la responsabilità dell’attentato e dell’insicurezza nella zona al governatore e chiedono giustizia. La manifestazione del primo maggio in città s’è fatta portavoce della richiesta di un chiarimento giudiziario immediato in merito ai fatti del 27 aprile insieme alla consueta lista di rettificazioni salariali e al pieno adempimento delle direttive sancite dalla suprema corte di giustizia messicana in seguito alle comprovate violazioni dei diritti umani contro la popolazione oaxaquegna nel 2006.

Un murale in solidarietà ai massacri
nello stato di Oaxaca

Il panorama elettorale

Il 4 luglio prossimo ci saranno a Oaxaca le elezioni per il rinnovo del parlamento locale e del governatore e la posta in gioco è alta visto che questa volta il candidato dell’opposizione, Gabino Cuè, sembra in grado di poter sconfiggere Eviel Perez del PRI che cerca quindi di rafforzare i suoi centri di potere e di reprimere la dissidenza. Storicamente le annate elettorali e i mesi di campagna sono infatti caratterizzati da escalation di violenza e proteste sia quando sia a livello nazionale che a livello locale. L’idea che la tragedia di San Juan possa servire in modi diversi a entrambe le coalizioni per screditare l’avversario e capitalizzare voti e consensi fa rabbrividire ma è comunque un’ipotesi concreta che lentamente prende forma. La APPO e la sezione 22 del sindacato non sono dei partiti politici ma sono sicuramente anti-PRI e anti governativi e ora hanno un motivo legittimo in più per attaccare Ulises Ruiz essendo stati attaccati direttamente. La coalizione di Gabino Cuè formata da PAN e PRD sta già screditando il PRI per quanto è accaduto mentre quest’ultimo recita la parte dell’innocente e accusa il municipio autonomo di San Juan Copala di provocare la violenza. Rispetto alle prese di posizione di questi interlocutori il governatore Ulises Ruiz s’è limitato a mentire sostenendo di non essere stato informato della carovana, in palese contraddizione con quanto certificato da alcuni avvisi inviati con sufficiente anticipo dagli attivisti e dal sindacato alla polizia di Oaxaca. Ruiz ha inoltre sfoggiato una perla della sua cultura arretrata e burocratica dichiarando ai giornali che la presenza di stranieri e difensori dei diritti umani a Oaxaca è “cosa strana” e chiedendosi “che cosa ci stessero facendo lì degli stranieri che non sappiamo se siano turisti o che tipo di permesso di soggiorno abbiano”.

Grazie all’azione costante dei militanti
delle radio indipendenti e autogestite,
sono arrivate fino a noi le notizie delle
tragedie quotidiane in territorio Oaxaqueño

Una nota sul contesto. Ogni volta che in Messico uno straniero viene coinvolto in una qualunque situazione “critica” o politica, ci si appella all’articolo 33 della costituzione che prevede la possibilità d’espulsione per le persone “non grate” o che realizzano attività politiche nel paese ed è spesso gioco forza fare leva su un diffuso sentimento nazionalista e sulla colpevolizzazione dello straniero per sviare l’attenzione. Quando finì la Rivoluzione messicana nel 1917 l’articolo 33 venne pensato in funzione antiamericana per evitare qualsiasi tentativo di ingerenza esterna che compromettesse seriamente la sovranità del paese mentre oggi viene spesso utilizzato per espellere gli “indesiderati” stranieri simpatizzanti dei movimenti sociali tanto che durante un dibattito è comune sentirsi dire più o meno scherzosamente la battuta “stai zitto o ti applichiamo il 33.
Nel caso di San Juan Copala è morto un europeo (oltre a una messicana), ci sono pistoleri e paramilitari a piede libero protetti dal PRI, inoltre l’ambasciata finlandese, Amnesty International, l’ONU e decine di associazioni nazionali ed estere hanno denunciato il governo di Oaxaca e quello messicano per l’insufficiente rispetto dei diritti umani e la prima dichiarazione che ottengono è in realtà una richiesta di spiegazioni circa il tipo di permesso di soggiorno o la “strana” presenza di stranieri in una carovana pacifista mitragliata a sangue freddo. (5) Con tutta probabilità, l’odiato Uro, che il Pri è riuscito a salvare pagando un alto prezzo al Pan e alle politiche del governo, non riuscirà a lasciare il potere a un delfino che gli copra le spalle. E finirà per pagare un lungo conto tutto insieme.“¡Ulises ya cayó! Ya cayó!” (il governatore è già caduto!), uno slogan urlato prematuramente nel 2006, sta a un passo dall’avverarsi.
La lacerazione del tessuto sociale, le guerre tra fazioni politiche, l’autoritarismo semi feudale, il cosiddetto caudillismo, e la povertà estrema sono ancora la normalità in immensi territori che sono completamente esclusi dalla modernità e dai cambiamenti politici ed economici che vive solo una parte del paese. Il Messico profondo, quello delle tradizioni indigene che cambiano e resistono allo stesso tempo e quello del meticciato imperfetto, riuscito solo a metà, continua quindi a soffrire e a cercare faticosamente di costruirsi un degno destino.

Gaia Raimondi

Note

  1. San Juan Copala, un municipio di circa settecento abitanti, della Sierra Mixteca, a circa 250 chilometri da Oaxaca è da ormai cinque mesi accerchiato dalle forze paramilitari dell’ UBISORT, finanziate dal governo di Oaxaca. Non sono questi i primi scontri che accadono nell’area, generatisi a partire dagli anni ’70 con il tentativo dello stato centrale di isolare l’etnia Triqui, indipendentista. Attualmente è diventato impossibile entrare e uscire liberamente dal paese.
    Sono stati tagliati i collegamenti elettrici e di rifornimento idrico alle comunità. Da 3 anni questo è l’unico municipio nello stato di Oaxaa che si è dichiarato esplicitamente autonomo, grazie anche alla solidarietà di gruppi come la Appo, i collettivi libertari oaxaqueni come per esempio VOCAL, Contralinea, aderendo a la “Otra Campana” del movimento Zapatista nato in Chiapas, rivendicando una totale autogestione delle vite e dei servizi delle comunità che fanno capo al municipio. [http://www.youtube.com/watch?v=E81TXaUNPZ]
    Negli scorsi giorni, trentacinque fra bambini e donne, che si stavano spostando dal municipio autonomo di San Juan Copala alla comunità della Sabana, sono state minacciate di morte dai paramilitari, nel caso fossero tornate con viveri e medicine. Al momento risultano sequestrate o scomparse 11 persone (fra donne e bambini). Sono state inoltre ferite due donne e un bambino di un anno. Sono state uccise 4 persone solo nell’ultimo mese, e altre nei mesi precedenti. Per tentare di rompere l’accerchiamento il prossimo 30 Maggio partirà una nuova carovana con l’obiettivo di fornire alle 70 famiglie di San Juan Copala viveri e medicine sufficienti per alcune settimane. [http://contralinea.info/video/2010/copala/]
  2. http://www.youtube.com/watch?v=l_k07Li_3bc
    http://www.youtube.com/watch?v=WVEYdUg FSHY&feature=related
  3. http://www.youtube.com/watch?v=FS83Xui07J I&feature=player_embedded
  4. Fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/21659/Oaxaca.+Tragedia+annunciata
  5. Fonte: CarmillaOnLine Featuring
    lamericalatina.net

Sitografia per l’approfondimento:

http://www.contralinea.com.mx
http://indigenouspeoplesissues.com
www.carmillaonline.com
http://dignidad-rebelde.blogspot.com
http://espora.org/limeddh
http://www.noticiasnet.mx/portal
http://cciodh.pangea.org
http://www.wikio.it/esteri/nord_america/messico/oaxaca/ulises_ruiz