rivista anarchica
anno 40 n. 355
estate 2010


dibattito

Ancora a proposito di sciopero
di Cosimo Scarinzi

Proseguendo la sua riflessione, il segretario della CUB-Scuola si interroga sulle modalità del tradizionale strumento di lotta non solo operaia.

 

Una delle attività, almeno a mio avviso, più interessanti che comporta la militanza sindacale è il continuo confronto fra gli iscritti, i militanti, i delegati sulle situazione che quotidianamente viviamo.
Riporto, ad esempio, un brano, tratto dalla lettera di una compagna, sulla questione della rilevanza, efficacia, utilità dello sciopero.

“...non credo di poter considerare edificante la condizione degli scioperanti in genere e tanto meno la mia, ma semmai la definirei frustrante. Gli scioperi infatti sono ben organizzati, e sempre più manovrati dalle varie componenti politiche, come, secondo me, non si dovrebbe e quindi controllati direttamente o indirettamente dall’alto (con una serie di vincoli ed impedimenti e rapporti ambigui e vomitevoli tra le forze di potere) come mai (noi base) avremmo dovuto accettare che fosse (sembra anche lo sciopero – in cui pur credo come ultimo baluardo di una forma, anche se pur sempre ingabbiata, di ribellione e di dichiarata insoddisfazione di malcontenti diffusi e condivisi – un prodotto preconfezionato).
Mi pare che storicamente nessun conflitto o emergenza siano stati mai risolti democraticamente, sotto la tutela e il controllo dei governanti.
Inoltre esso passa quasi del tutto inosservato o sottaciuto dalle fonti d’informazione e senza ripercussione alcuna sulle istituzioni (…) Insomma, per me inconcepibile lo sciopero democratico ... tutti d’accordo insomma e allora perché facciamo lo sciopero? Io? Semplicemente perché insoddisfatta non conosco altre forme per dire il mio malcontento.......
Continuerò a scioperare, nella convinzione che meglio fare piuttosto che non fare, ma ... oggi intanto grido: Abbasso la democrazia!!!. /...)”

Ritengo che la fenomenologia degli scioperi realmente esistenti tracciata dalla compagna sia, magari facendo la tara a qualche forzatura ed almeno ad una prima valutazione, abbastanza condivisibile. Per dirla tutta, nove volte su dieci ritengo sia così. Nove volte su dieci, ma la decima o, magari, la ventesima è importante.
Penso, per restare alla scuola, allo sciopero di dieci anni addietro contro il concorso indecente di Berlinguer che ne ottenne il ritiro. Penso agli scioperi selvaggi degli autoferrotranvieri di qualche anno addietro o a quello dei ferrovieri dopo la strage di Crevalcore. Passando dallo sciopero strettamente legato alle condizioni di lavoro al quadro più generale, penso allo sciopero generale della Val di Susa contro la TAV di qualche anno addietro.
In questi casi, e cito solo alcuni esempi di rilevanza straordinaria, gli scioperi non sono certo stati “controllati direttamente o indirettamente dall’alto” ed hanno portato a trasformazioni importanti delle relazioni sociali magari per qualche tempo ma certo non si può dire che non abbiano “avuto ripercussioni sulle istituzioni.

Lo sciopero come autoeducazione

È vero che si potrebbe obiettare che questi scioperi, proprio per la straordinaria adesione avuta e per il loro andare di molto oltre la consistenza dei soggetti che li promuovevano e sostenevano, hanno una sorta di carattere “naturale” e che hanno abbastanza poco a che vedere con l’impegno quotidiano delle organizzazioni politiche e sindacali che se ne sono fatte promotrici.
È anche vero che le lotte di massa non sorgono già formate come Minerva dalla testa di Giove ma portano a sintesi le esperienze, le proposte, gli strumenti elaborati nel tempo.
Sono quindi,indubbiamente un momento di discontinuità, ma non per questo prescindono dalle organizzazioni, dai militanti, dalle culture che precedono i momenti alti e che, in questi stessi momenti alti, si modificano. Sarebbe, in altri termini, unilaterale, faccio solo un esempio, immaginare lo straordinario successo dello sciopero generale della Valle di Susa contro le violenze della polizia senza tener conto, almeno, del lavoro di anni dei comitati no tav.
Lo sciopero quindi o, più in generale, l’azione diretta come forma di autoeducazione, lo sciopero di massa come ridefinizione delle relazioni sociali, della stessa dimensione simbolica del nostro esserci che però utilizza quanto è stato prodotto in precedenza.
Riflettendo su quest’ordine di problemi mi è tornato alla memoria uno dei miei testi di formazione giovanile, Massenstreich, Partei und Gewerkschaffen (Sciopero generale, partito e sindacato) di Rosa Luxemburg, testo nel quale l’autrice, certo lontanissima da ogni suggestione “sindacalista”, pure rifletteva sulla dialettica fra organizzazioni e scioperi in maniera acuta anche se non pienamente condivisibile.
La parola massenstreich che potremmo tradurre anche come sciopero di massa comunque mi affascinava anche perché la parola “massa”, che non amo, assumeva un altro suono ed un altro senso: non passività tipica della dialettica alienata ed alienate massa-capi ma autoattività relazioni che esaltano l’individuo proprio nella sua dimensione storico sociale.

Strumenti critici

E, a questo punto – proprio quando mi è sembrato spesso di aver definito un punto fermo indiscutibile, mi inquieta un’altra considerazione, l’azione di massa, anche quando vince, modifica sì il contesto generale ma lo fa nei limiti dati e, soprattutto, le relazioni sociali che si sono instaurate nella lotta non reggono alla quotidianità, o si dissolvono o si irrigidiscono e burocratizzano.
Sembrerebbe, insomma, che la consapevolezza delle effettuali o potenziali implicazioni sovversive del conflitto fra le classi o comunque dispiegato sul terreno sociale sia patrimonio di un tessuto abbastanza ristretto di militanti mentre se ne perse, per i più, in breve la memoria. È questa una deriva che mi ha sempre colpito, poco dopo una lotta importante persino alcuni dei suoi protagonisti sembrano ignorarla o, meglio, attribuirle una rilevanza assolutamente limitata.
Dunque, la lotta di massa muta gli assetti produttivi, le organizzazioni, il quadro politico ma l sua memoria sembrerebbe essere essenzialmente “oggettiva”, essere incorporata nella struttura sociale, apparirci come datità. Ed è questa una sfida che, a mio avviso, merita di essere assunta su vari terreni.
Penso, a questo proposito, alla rilevantissima funzione di una memoria storica critica dei movimenti e delle lotte. Penso, però, soprattutto a come si possa agire su questo terreno dal punto di vista della formazione di un tessuto militante. È, con ogni evidenza, questo un terreno sul quale si opera per errori ed approssimazioni ma ci non ci esime dal farne oggetto di una riflessione collettiva.
Come è noto, in area libertaria si è sempre preferito il termine “minoranza” o “minoranza agente” a quello tipicamente militare “avanguardia”. Non credo spieghi questa preferenza la solo la repugnanza al lessico militare. L’avanguardia è tale rispetto ad un ente gerarchicamente strutturato, una minoranza è parte di un processo, non è una differenza di poco conto.
Come coordinare, valorizzare, dotare di strumenti critici il tessuto di minoranze e di individui che le lotte producono per un verso, come agire sul terreno del conflitto diretto per usare al meglio le esperienze.
Questo mi sembra un terreno da scavare con determinazione.

Cosimo Scarinzi