rivista anarchica
anno 40 n. 355
estate 2010


crisi del sistema

Un circuito perverso
di Antonio Cardella

Dobbiamo riappropriarci, e in fretta, di tutta la nostra capacità di intervento nella società, analizzando i dati della contemporaneità e la loro ricaduta nel particolare contesto nel quale viviamo.

 

Il valore aggiunto che rende più grave la crisi di uno Stato è, a mio parere, l’attitudine consolidata dei suoi cittadini a leggere i dati della realtà con occhiali che, di volta in volta, esaltano gli esiti di un’ideologia astratta e acritica, nell’ipotesi migliore, quando non li appannano con il colore opaco del piccolo cabotaggio degli interessi privati o dell’amorale indifferenza per le sorti della comunità alla quale appartengono.
In tutti i casi, questa persistenza nel coltivare l’asfittico orticello del proprio particolare, questa incapacità di rendersi attivi nel tentare di determinare in qualche misura i percorsi di una convivenza che i tempi rendono via via più difficili, sono certamente funzionali ad un potere sempre più autoreferenziale, indifferente alla sorte dei cittadini, fatta salva la loro doverosa attitudine ad elargire il consenso elettorale e le risorse per mantenere il regime.
Si determina, così, un circuito perverso, caratterizzato dal collasso di tutto quel sistema di pesi e contrappesi che, nelle intenzioni dei padri del liberalismo, avrebbe dovuto mitigare l’arroganza del potere e tutelare i diritti essenziali dei popoli.
Naturalmente, per noi anarchici l’arroganza del potere non è arginabile se non con la radicale eliminazione di ogni forma di potere. Ma questo obiettivo è tutto da perseguire e il difficile processo di liberazione consapevole di tutti gli uomini dai mille condizionamenti che li mortificano non conosce scorciatoie. Viviamo in questa epoca oscura e densa di minacce e, se non vogliamo rischiare di cantare alla luna le nostre istanze libertarie, dobbiamo, secondo le nostre possibilità e con i nostri mezzi, persuadere e accompagnare il nostro prossimo ad iniziare il percorso, lungo e difficile, del suo (del nostro) affrancamento da ogni forma di dominio.
Questo significa che dobbiamo riappropriarci, e in fretta, di tutta la nostra capacità di intervento nella società, analizzando correttamente i dati della contemporaneità e la loro ricaduta nel particolare contesto nel quale viviamo. Che è, appunto, il contesto dell’uomo con gli occhiali, di cui parlavo all’inizio.
In quest’angolo d’Europa viviamo, in qualche misura anticipandole, le fasi ultime di una decadenza che investe l’intero mondo occidentale.

Sotto gli occhi di tutti

Nel nostro Paese, infatti, è in atto la vanificazione di ogni più elementare forma di garanzia per una convivenza pacifica e ordinata, con il collasso irreversibile di tutte le istituzioni di rappresentanza, sia pure formale, della volontà popolare. È in crisi di credibilità la giustizia e la sua capacità, oltre che di perseguire il crimine, organizzato e non, di assicurare al cittadino l’esercizio del diritto privato. Si smantellano sistematicamente l’istruzione pubblica di ogni ordine e grado, e i centri di ricerca; si mortifica la cultura e si riducono indiscriminatamente le risorse per la tutela e la valorizzazione dell’enorme patrimonio monumentale e artistico del Paese. Una desolazione, insomma, progettata ed attuata da un governo organico alla criminalità organizzata, ai grandi evasori e alle lobby più losche; un governo presieduto da un personaggio impresentabile, incredibile persino nel copione delle più scalcinate farse della commedia dell’arte.
Dico cose che sono sotto gli occhi di tutti, di tutti coloro che vogliono vedere. Eccetto, naturalmente, l’uomo con gli occhiali: che è il nostro problema.
Dire che i delinquenti sono destinati a delinquere è un’affermazione ovvia persino per il signor de Lapalisse, quindi alzare alti lai per l’operato dei nostri reggitori non cambia certo lo stato delle cose, anche se è ritualmente corretto. Il dato che ci dovrebbe affliggere è invece il consenso che questi osceni predatori, che occupano le istituzioni pubbliche anche in virtù di esercizi elettorali truccati, ottengono da una parte rilevante dei cittadini di ogni ceto sociale ed equamente distribuiti nelle diverse aree geografiche della Penisola.
Questo dato sul consenso penalizza tutto il movimento di contestazione reale che pure esiste nel Paese, e noi anarchici in particolare, perché denuncia la debolezza, logica, strategica e decisionale della nostra capacità di decifrare la qualità e la dimensione della crisi di struttura che attanaglia l’intero mondo occidentale e, quindi, anche l’Italia che, nel contesto, è uno degli anelli più deboli.
Se denunciamo (mi riferisco al pensiero anarchico) che il potere non è emendabile; se predichiamo che il capitalismo è fonte di sfruttamento e discriminazione nella sua dimensione economica e di profonde lacerazioni nei corpi sociali, ebbene allora è a noi che tocca indicare le vie d’uscita. E la critica all’esistente deve costituire solo la premessa di un discorso che investa il punto ostico ma potenzialmente salvifico del “che fare?”.

Non solo disapprovazione

Sedeva col busto eretto, resistendo all’andamento ondulato della panchina di legno del Giardino Inglese, ridipinta di fresco.
Mi avevano colpito i suoi scarponcini, di una foggia che non avevo più visto da quando, ragazzino, ero sfuggito con la famiglia alle bombe alleate, riparando a Castelbuono, ridente cittadina delle Madonie, di cui era originario mio padre. Erano di camoscio marrone scuro, con due bande elastiche gialle ai lati della caviglia. Si appoggiava ad un bastone nodoso che serrava tra le gambe ed ogni tanto sollevava il capo come ad annusare l’aria. Doveva essere più vicino ai settanta che ai sessant’anni. Il viso era solcato da profonde rughe che non alteravano l’abbronzatura perenne di chi si era esposto al sole e alle intemperie da una vita. Un’abbronzatura che non scoloriva con l’alternarsi delle stagioni fredde.
Mi avvicinai e gli chiesi se potevo sedermi accanto a lui. Chinò la testa e si spostò come per farmi spazio. Ce n’era d’avanzo.
Seguì un silenzio che mi sembrò lunghissimo. Poi, senza voltarsi, disse con voce che mi parve d’ira trattenuta: “Sembrano finti” e accennò ai platani che emergevano innaturalmente dalla colata di bitume rossastro dell’impiantito. “non so come facciano a sopravvivere, ammesso che siano vivi. E poi non mi pare che bastino a depurare l’aria.”
Scuoteva continuamente la testa ma non si trattava solo di disapprovazione. Sembrava volesse rimuovere pensieri molesti che emergevano da un passato remoto:
“Dal Piano dei Colli, scorgevo il golfo di Sferracavallo e mi fermavo spesso ad osservarne il tramonto.
In pochi anni questa città ha voltato le spalle alla campagna ed al suo mare. Si è come compressa in infernali gironi di cemento, animati da flussi demenziali di uomini e donne perennemente in fuga”
Lei ha figli?” riprese dopo una breve pausa – Annuii, curioso di sapere dove volesse andare a parare. “È certo che qualcuno di loro, se li incontrasse, riconoscerebbe una biscia di gebbia, uno scoiattolo, una rana di palude o, almeno, una gallina viva? Riusciranno nelle notti limpide a vedere la Via Lattea o a individuare il Piccolo Carro con la sua Stella Polare?”
Scosse la testa e non aprì più bocca.
Palermo infelicissima – pensai.
Chissà se non dovremmo ricominciare proprio da qui: dal pretendere di riveder le stelle.

Antonio Cardella