rivista anarchica
anno 40 n. 354
giugno 2010


Rosarno

Se, almeno come geografi, ripartissimo dallo spazio fisico?
di Fabrizio Eva

Uno sguardo diverso sui fatti di Rosarno, valido anche per altre situazioni. Perché c’è modo e modo di percepire il territorio e… lo sfruttamento.

 

Dice l’anziano di Rosarno all’inviato TV: “Rosarno è il posto più bello del mondo!!” Splendido esempio di come lo spazio viene percepito, soprattutto il locale; quello che Peter Taylor nel lontano 1982 definiva lo spazio dell’esperienza. Ma dal percepito si passa subito allo spazio rappresentato/simbolico perché il cittadino aggiunge “.. e lo dica a tutti!”, con la tenera sprovvedutezza di chi non si rende conto che la telecamera lo mette in comunicazione diretta con lo spazio a lui sconosciuto di chi lo vede e ascolta.
Ma chi ha confezionato il servizio ha scelto quella immagine e quella frase e ci presenta a sua volta uno spazio rappresentato/simbolico da cui noi traiamo (o anche si vuole che traiamo) una percezione. Così come succede quando leggiamo il quotidiano, e i titoli sono la rappresentazione spaziale gridata e gli articoli insistono largamente sulla percezione di diversi soggetti circa quello che avviene. E così crediamo di capire cosa è Rosarno e cosa vi sta succedendo; sviluppiamo una opinione personale di cui discutiamo con la cerchia di conoscenti e in base questo diamo o no il consenso alle azioni politiche che vengono decise. Azioni in spazi fisici molto concreti e su persone fisicamente molto reali.
Eppure le immagini TV (soprattutto) e qualche piccola parte degli articoli e/o delle foto ci mostrano lo spazio fisico. Ma questo ormai rimane come uno sfondo anonimo, ininfluente …. magari perfino inutile. Ma noi geografi dovremmo invece partire proprio da lì.
Abbiamo visto un territorio pianeggiante, coltivato ad aranceti prevalentemente, lavoratori nei campi di carnagione molto scura, fabbriche dismesse riutilizzate come grandi contenitori di piccoli spazi individuali (tende, divisori, baracche, piani e balaustre, interni di cisterne, ecc.), un paese con brutte case squadrate tendenzialmente grigie (spesso intonacate, ma non dipinte), una viabilità cittadina spesso irregolare, un po’ di spazzatura e piccole discariche ai lati delle strade esterne, qualche medio supermercato in periferia, ancora piccoli negozi in centro. Generalmente niente edifici pubblici nelle riprese; invece molte facce, spesso ravvicinate per le interviste.

Violenti contrasti

Ora interviene la nostra conoscenza geostorica: sappiamo delle condizioni climatiche, delle caratteristiche ambientali generali del territorio (è nella Piana di Gioia Tauro, ha una uscita dall’autostrada Salerno-Reggio Calabria, la pianta della città mostra tre successive espansioni urbanistiche pianificate a pianta regolare intorno al centro irregolare), della stentata industrializzazione (cattedrali nel deserto), della gerarchia socioeconomica che insiste tuttora (latifondo e riforma agraria fallita), della storia di povertà e di emigrazione del passato, dello squilibrio economico rispetto al nord Italia (reddito medio dichiarato nel 2005: 12875 euro annui), della presenza capillare della criminalità organizzata (il Comune di Rosarno è commissariato per sospette infiltrazioni della ndrangheta).
E dunque cosa c’è oggi di nuovo, di fisicamente nuovo, per provocare questo scoppio improvviso di violenti contrasti? Che in un certo numero di aranceti non si raccolgono le arance; dove si raccolgono i lavoratori hanno prevalentemente la pelle nera o comunque sono stranieri.
Non si raccolgono le arance perché per qualche proprietario è più conveniente incassare 1800 euro a ettaro dalla UE per non coltivare, in attesa di usare la terra per edificare (magari abusivamente), di fare un capannone (deposito), di essere espropriato per lavori pubblici. I vecchi latifondisti proprietari hanno preferito avere liquidità da investire nella finanza, anche perché ormai nella società locale “non c’era più rispetto” (cioè anche i contadini mandavano i figli a studiare e si montavano la testa). I nuovi acquirenti …… avevano liquidità da impiegare e un sostanziale disinteresse per le attività produttive. Del resto un chilo di arance da trasformazione industriale viene pagato 6 centesimi di euro; per la vendita da consumo il chilo vale 15 centesimi.
A questi prezzi il figlio diplomato del contadino non fa il raccoglitore si parcheggia all’università di Cosenza oppure aspetta che qualcuno introdotto nel settore pubblico gli trovi un lavoro; insomma aspetta e passa il suo tempo nello spazio fisico che conosce. Le arance per 32,51 euro (lordi) al giorno le raccolgono i nuovi poveri; che lavorano anche in nero per meno perché hanno spese fisse ridotte (niente casa, bollette, auto, divertimenti, mogli e figli con consumi costosi, ecc.). E anche un rapporto col territorio che è solo fisico, stagionale, temporaneo; un territorio culturalmente poco interessante in cui non hanno relazioni interpersonali (niente amici per una pizza e figuriamoci ragazze!!). Questi lavoratori dipendono dal loro sfruttatore, spesso collaterale (se non organico) al circuito economico criminale, solo per uno scambio molto elementare: fatica fisica – danaro; ma nessuna partecipazione (e forse nessuna comprensione) allo spazio percepito e tantomeno rappresentato/simbolico. Per loro Rosarno non è affatto il posto più bello del mondo come non lo per noi che lo vediamo in televisione.
E allora un gesto (sparare con armi ad aria compressa) che probabilmente nasce banalmente da una occasionale intenzione “locale” (c’è da far passare il tempo), diventa una estrema dimostrazione della separazione fisica tra i giovani maschi locali e i giovani maschi “estranei”, così ben identificabili non solo come poveri, ma soprattutto per il colore della pelle. Maschi locali che vivono in città, che non devono più scappellarsi al passaggio di chi conta come i loro padri, ma che sono fisicamente confinati in uno spazio che pretende di dare senso alla vita, ma che è una gabbia di non-opportunità. E maschi estranei che vivono fuori, in spazi fisici di vita umanamente inaccettabili, ma disposti ancora a pagare un alto prezzo per uscire dalla gabbia di una vita senza futuro. Il loro spazio simbolico si proietta verso il futuro e non ha ancora una definizione fisica concreta.

Fino alla raccolta delle arance

E quando gli esseri umani sfogano quello che hanno represso dentro (il loro spazio percepito) se la prendono con oggetti concreti e con persone concrete: indiscriminatamente. Perché quello che conta, che fa da valvola di sfogo, è la fisicità dell’atto di rompere, aggredire, gridare, muoversi nello spazio alla ricerca dell’occasione di sfogare il tumulto del metabolismo alterato.
Tutto (quasi) quello che abbiamo visto in TV e letto sui giornali era spazio rappresentato. Che difficilmente cambia nella sostanza lo spazio fisico.
Cosa rimane oggi dello spazio fisico iniziale? Tutto tranne i lavoratori stranieri neri (molto fisico nevvero?) e qualche edificio fatiscente dove vivevano che è stato abbattuto. Qualche operatore locale nel settore delle arance (quelli che pagavano in nero) che non ha più lavoratori per la raccolta cercherà di avere i contributi UE per la non raccolta. Per quest’anno magari pagherà regolarmente gli stranieri non neri (e fisicamente meno identificabili).
I rosarnesi sono soddisfatti perché si sono percepiti padroni collettivamente (per una volta) del loro spazio fisico e potranno orgogliosamente dire che “Rosarno è il più bel posto del mondo!”. E parleranno a bassa voce della retata e degli arresti contro i veri padroni dello spazio fisico. Che rimangono padroni anche dal carcere.
Fino alla raccolta delle arance dell’anno prossimo. Ma … chi la farà fisicamente? Mah. Forse nessuno, tanto c’è la UE.

Fabrizio Eva