rivista anarchica
anno 40 n. 353
maggio 2010


USA

L’illusione di Obama
di Antonio Cardella

Credere di potere ancora essere ciò che non si è più è il peggiore viatico per una nazione ancora grande, ma con velleità che non può più ragionevolmente coltivare.

 

Forse Barak Obama ce la farà a tirar fuori la riforma sanitaria dalla palude maleodorante degli interessi incrociati di agenzie assicurative, sistema ospedaliero e case farmaceutiche che hanno sinora prosperato sulle sofferenze della popolazione americana.
Resta da capire come una ristretta oligarchia di privilegiati che siede sugli scanni del Congresso possa ostacolare, senza arrossire di vergogna, un provvedimento che di fatto riduce le diseguaglianze tra i ricchi, che possono pagarsi la salvaguardia della propria salute, e la stragrande maggioranza dei cittadini ai quali è impedito l’accesso alle cure mediche necessarie.
Certo quella che prevedibilmente andrà in porto non è la riforma alla quale aveva pensato il presidente Obama, ma quel che resta del progetto originario serve sempre a proteggere con uno scudo assicurativo 32 milioni di statunitensi.
Anche in questa circostanza i senatori democratici non hanno mancato di sottolineare quanto, in temi di rilevanza sociale, le loro posizioni non siano molto diverse da quelle dei neocon repubblicani: sbandierando lo slogan che lo Stato non deve limitare gli ambiti della libera iniziativa e delle regole del mercato, confermano la loro propensione per una nazione che ghettizzi per censo i cittadini, negando a gran parte di loro i diritti fondamentali al benessere e alla salute, salvo poi reclamare l’apporto della fiscalità generale e, quindi, di risorse che sono di tutti i contribuenti per salvare le imprese private in difficoltà.
È indubbio che, per quanto parziale, questa riforma abbia dato respiro ad una presidenza che, in questo scorcio di mandato, aveva visto un rapido declino della figura di Barak Obama. Nessuna delle promesse contenute nel discorso di insediamento, tranne appunto la riforma sanitaria, ha ottenuto risposte adeguate. La pesante eredità dell’amministrazione Bush grava per intero sul popolo americano e non sembra che il neo presidente abbia un’idea chiara per riuscire a scrollarsela di dosso.

La palude afghana

Baghdad brucia ancora, gli attentati sono certamente diminuiti di numero ma rendono ancora molto precaria la vita della popolazione e degli stessi occupanti. Si sono tenute libere elezioni, ma resta il rebus di chi possa capitalizzarne i risultati ai fini di una normalizzazione della società irachena.
L’Afghanistan è una palude sempre più infida e Obama non riesce a ricorrere ad altro che non sia il vecchio e inutile espediente di inviare altre forze armate. Il suo referente locale è quel Karzai, corrotto, assolutamente privo di credibilità e confinato in un angusto quartiere di Kabul, assediato dai Talebani e dalle comunità tribali ostili. Il generale Mc Chrystal che comanda il contingente americano ha più volte avvertito la sua amministrazione che l’intero fronte afgano rischia di sfuggire di mano alle forze occupanti e che, se non si trova una soluzione politica, ogni sforzo bellico per sconfiggere la resistenza sarà inutile. Facile a dirsi, ma come convincere l’orgoglioso e per molti versi arrogante staff del presidente a sedersi attorno ad un tavolo con i talebani meno ostili per contrattare una soluzione del conflitto che vada bene al variegato fronte della resistenza?
Sul fronte medio-orientale le cose, se possibile, vanno ancora peggio. Non si vede luce in fondo al tunnel del conflitto israeliano- palestinese. Il grande mediatore a stelle e strisce sembra impotente di fronte agli ostacoli che il governo di Israele pone di volta in volta a una soluzione pacifica e duratura tra i contendenti.
Ma nell’area incombe un’altra questione spinosa ed è quella iraniana. Un rebus di non facile soluzione e non tanto e non soltanto per il programma nucleare che Teheran continua a perseguire, quanto per la posizione strategica che questo paese occupa nell’area centro-asiatica. L’Iran, non bisogna dimenticarlo, copre il confine sud-occidentale dell’Afghanistan presidiato da Taleban di origine iraniana ed è al centro del traffico di droga che, attraverso la vasta e impresidiabile regione di Herat, raggiunge il Belucistan e da lì il Mare Arabico. Barak Obama e le istituzioni internazionali (ONU in testa) che si stanno occupando del nucleare iraniano, non riescono a venire a capo della questione, in parte per l’atteggiamento ondivago di Russia e Cina, in parte perché hanno già sperimentato quanto inutili siano le più volte minacciate sanzioni, che, se decise e applicate, si risolverebbero in un disastro per la popolazione senza scalfire il regime. Impensabile, del resto, un intervento militare, che fu minacciato da Bush ma che è impraticabile per Obama che di suo non sa come venir fuori dai conflitti in atto. Ci sono, invece, segnali preoccupanti che tendono sotto traccia a delegare a Israele la soluzione del dilemma. Solo che un intervento militare israeliano incendierebbe l’intera regione con conseguenze difficilmente ipotizzabili.
Queste le questioni aperte che figurano tutte nell’agenda del Presidente degli Stati Uniti. È importante a questo proposito capire il grado di consapevolezza da lui raggiunto sull’entità e la direzione dei profondi mutamenti intervenuti nel contesto geopolitico mondiale a seguito della devastante crisi economica non ancora conclusa e dello spazio sempre più ampio occupato dai paesi emergenti.

In mano agli stranieri

Dopo l’orgoglioso discorso che Obama ha indirizzato alla nazione subito dopo l’approvazione da parte del Congresso della riforma sanitaria abbiamo molti dubbi che tale consapevolezza sia maturata. In quella circostanza Obama rivendicò la capacità dell’America di raggiungere altri grandi traguardi. Il monito, più che ai suoi concittadini, sembrò indirizzato oltre confine, quasi a sottolineare la convinzione che, superata la crisi in atto, gli USA sono pronti a riassumere quella posizione di potenza egemone, dalla crisi stessa e dalle vicende belliche non esaltanti messa in discussione. Se questo fosse il senso di quel discorso, allora ai problemi già esistenti se ne sommerebbe un altro: l’incapacità di un’amministrazione che si rifiuta di prendere atto di una realtà che è sotto gli occhi di tutti.
Nel 2009 l’America ha raggiunto un deficit di 1,4 trilioni di dollari, pari a circa il 10% de Pil. Per avere consapevolezza della gravità dei dati, basti pensare che la maggior parte degli analisti economici valutano al 3,5% il dato di sostenibilità del sistema. In pratica, ogni contribuente americano è gravato da 110 mila dollari. Tale situazione non è pensabile possa cambiare nel breve periodo, anche perché la stessa Riforma sanitaria peserà sul bilancio pubblico. Non resterà quindi che ridurre le spese militari per le quali l’America spende quanto il resto del mondo messo insieme (700 miliardi stanziati per il solo anno 2010). È pensabile che questa situazione non cambi significativamente gli indirizzi di politica estera? Gran parte del deficit americano, inoltre, è in mano ad investitori stranieri (oltre 3,5 trilioni di bond: la sola Cina ne ha acquistati 800 milioni). È ipotizzabile che paesi come la Cina, l’India, il Brasile e la Russia, che da soli rappresentano il 45% del fattore di crescita mondiale, si rassegnino al ruolo di semplici figuranti sul palcoscenico nel quale si rappresenta l’apoteosi dell’egemonia americana?
L’illusione di potere ancora essere ciò che non si è più è il peggiore viatico per una nazione ancora grande ma con velleità che non può più ragionevolmente coltivare.

Antonio Cardella