rivista anarchica
anno 40 n. 353
maggio 2010


razzismo di Stato

Joy e le altre
di Maria Matteo

Le vicende di alcune immigrate nigeriane che si sono ribellate alla logica della repressione, dei CIE, della violenza dei papponi e delle istituzioni.

 

La miscela tra povertà e condizione femminile segna di lutti e sofferenze ogni angolo del pianeta. Ma pochi ne parlano.
A chi importa dei milioni di bambine che in India e in Cina non sono mai nate per la diffusione sempre più forte dell’aborto selettivo? Per non dire delle neonate lasciate morire di fame, annegate, pestate a morte.
In India la violenza verso le donne è cresciuta. Ogni anno sono circa cinquemila le donne bruciate vive dai mariti. Ma le statistiche indicano un costante aumento: 6.787 nel 2005; 7.618 nel 2006 e 8.093 nel 2007. I casi di tortura e violenza domestica denunciati sono stati, nel solo 2009, 75.930.
Nel 2009 la carestia ha messo in ginocchio l’economia contadina. Nella regione del Bundelkhand, nello Stato dell’Uttar Pradesh, i contadini vendono mogli e figlie agli strozzini per sopravvivere alla carestia. Lì – racconta un testimone – “le donne camminano chilometri per recuperare acqua e carburante, lavorano nei campi e si prendono cura del bestiame, ma fanno tutto con il volto coperto. Le incontri per strada e sembrano come i cavalli che hanno i paraocchi che permettono loro di vedere solo dove mettono le zampe.” Le donne sono proprietà degli uomini, che ne dispongono a piacimento.

Judad Juarez: la macelleria messicana delle ragazze

Ogni tanto le cronache fanno affiorare per un breve momento l’immondo carnaio di Judad Juarez, dove le ragazze povere, spesso venute dal sud per lavorare nelle maquilladoras (1), spariscono ogni giorno. A volte, non sempre, il deserto ne restituisce i corpi mutilati, violentati, torturati, spezzati, misere spoglie di una violenza estrema, feroce, sadica. Mille morte in pochi anni. È nato persino un neologismo “femminicidio”. La polizia, corrotta e connivente, sta a guardare: c’è chi giura che sia complice. I pochi che hanno osato mettere il naso in questa cloaca sono stati minacciati, feriti, uccisi. La paura, l’indifferenza, forse persino la tacita approvazione, fanno il resto.
Lungo la frontiera che separa il Messico dagli Stati Uniti, ogni anno muoiono 1500 immigrati. Tre volte i morti fatti dal Muro di Berlino in 30 anni. Lo scorso anno si è festeggiato il ventennale della caduta di quel muro di vergogna, ma il pianeta è pieno di muri. I muri che separano i ricchi dai poveri, i muri che chi non ha nulla cerca comunque di valicare, trovando sulla strada uomini armati al servizio di un ordine spietato.

Barriere

La barriera tra chi ha troppo e chi nulla è sempre più alta e chi vive dal lato giusto vuole solo che quella barriera divenga sempre più invalicabile. Peccato che non c’è muro che possa contenere la speranza di milioni di uomini e donne, che forse sanno che l’inferno non finisce oltre il muro, ma, disperati e rabbiosi, si arrampicano comunque.
Chi approda sulle sponde della bella Italia lo impara presto. Sono gli uomini e le donne dei tanti Sud del mondo: sono fuggiti dalla miseria, dalla guerra, dall’oppressione e qui hanno trovato sfruttamento bestiale, razzismo, leggi speciali. Centri di detenzione per immigrati.
Nelle prigioni per migranti, i CIE, soprusi, pestaggi, umiliazioni, cure negate, sedativi nel cibo sono pane quotidiano. Lì chiudono i “senza carte”, uomini e donne colpevoli di cercare un’opportunità di vita nel nostro paese. Alle donne, nei CIE come in ogni angolo di questa nostra società bigotta e volgare, tocca pagare un prezzo in più. Il prezzo della discriminazione di genere. Il prezzo che un maschilismo sempre più aggressivo di fronte ai percorsi della libertà femminile, cerca di imporre a tutte. Per quelle povere e straniere il conto è più alto. Molto alto.

Joy

Lo scorso agosto, quando il pacchetto “sicurezza” è diventato legge e la reclusione nei CIE è passata da due a sei mesi, nelle gabbie degli immigrati è divampata la protesta, con scioperi della fame, episodi di autolesionismo, materassi bruciati, tentativi di fuga.
Per lunghe notti, dalle prigioni dei senza carte si sono levate grida. Grida nel silenzio.
Nel CIE di Milano la protesta è diventata rivolta. 18 uomini e 5 donne sono stati arrestati.
Le ragazze si chiamano Joy, Hellen, Priscilla, Debby, Florence: alla prima udienza del loro processo – all’apparire in aula dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso – hanno gridato forte. La loro rabbia andava oltre la paura. Addesso aveva cercato di violentare Joy, convinto che una ragazza in prigione, africana e prostituta non si sarebbe ribellata. Invece la dignità a volte è più forte della violenza dello Stato, più forte del giogo patriarcale.
Joy è nigeriana, ha 28 anni. Una come tante. Arrivata in Italia con il miraggio di un lavoro da parrucchiera è stata intrappolata dalla mafia della prostituzione. Aveva versato ai suoi sfruttatori 35.000 dei 50.000 euro che pretendevano per “liberarla”, quando ha deciso di mollarli. Sola, senza le protezioni di chi “unge” quelli giusti, la scorsa estate Joy è stata fermata dalla polizia e portata nel CIE di via Corelli a Milano.
Il racconto della ragazza la dice lunga su chi, vestendo la divisa, pensa di poter disporre liberamente dei corpi rinchiusi dentro al CIE. Gente senza carte, senza diritti, senza futuro.
È l’agosto del 2009, al CIE di via Corelli fa un caldo d’inferno. Joy dorme nel corridoio dove l’aria è meno bollente. L’ispettore capo Addesso le si accosta, si distende su di lei e pretende un rapporto sessuale, le pianta le mani sui seni, cerca di stuprarla. Si libera a fatica ma Addesso gliel’ha giurata.
Durante la rivolta la violenza dei poliziotti – e non è certo un caso – si è concentrata su di lei e sulle ragazze che avevano assistito ai violenti palpeggiamenti di Addesso. A terra, ammanettate, Joy e le sue compagne sono state più volte manganellate. Il rifiuto è costato a Joy anche un pugno in faccia dall’ispettore-capo in persona.
Le accuse in tribunale contro Addesso costano alla ragazza una denuncia per calunnie.
In settembre le ribelli e i ribelli del CIE sono stati condannati a sei mesi. Uno di loro a dicembre l’ha fatta finita uccidendosi. Sapeva che, per gente come lui, le gabbie non finiscono mai. E la forza che l’aveva sorretto nel deserto, nel mare, nel CIE per migranti, l’ha infine abbandonato.
Le cinque ragazze, finiti i sei mesi, sono state (ri)portate nei CIE.
Mentre scriviamo, Joy, prima rinchiusa in quello di Modena e poi a Ponte Galeria a Roma, dopo la sommossa che ha infiammato il CIE di Roma, è stata ricondotta a Modena.
A Ponte Galeria per quasi un mese gli immigrati hanno scioperato e protestato contro le restrizioni imposte dalla cooperativa Auxilium, subentrata alla Croce Rossa nella gestione di un centro tra i peggiori d’Italia. Auxilium ha deciso di tenere chiusi in cella i reclusi, permettendo l’uscita solo per l’ora d’aria. C’é qualcuno che ancora dubita che i CIE siano galere?
La rivolta è divampata a Ponte Galeria nella notte tra il 29 e il 30 marzo: i danni alla struttura, secondo Fortresse Europe, sono di circa 200 mila euro. Diversi immigrati, come Joy, sono stati trasferiti in altri CIE.
Per Joy e due sue compagne, Hellen e Florence, il CIE è l’anticamera dell’espulsione in Nigeria. Nonostante la ragazza abbia intrapreso il percorso per ottenere il permesso in base alla legge che “dovrebbe” tutelare le vittime di tratta, la vogliono buttare fuori. Le sue accuse all’ispettore capo del CIE Addesso la condannano alla deportazione. Un poliziotto prova a stuprarla, lo Stato la butta fuori per tapparle la bocca.
In Nigeria la aspettano gli stessi papponi che l’hanno portata in Italia con la promessa di un lavoro, che già hanno colpito e minacciato la sua famiglia perché lei non ha ancora saldato il “debito” con i suoi sfruttatori.

Il marchio di puttana

Agli angoli delle nostre strade sono tante quelle come Joy, nate senza futuro, con in corpo la violenza dei papponi e quella dello Stato.
L’11 febbraio Berlusconi, in occasione della visita ufficiale del primo ministro albanese Sali Berisha, gli chiedeva di rafforzare il blocco degli scafisti per contrastare l’immigrazione clandestina. Per condire il tutto con una delle sue celebri battute da caserma ha aggiunto che il suo governo avrebbe fatto eccezione per chi portava “belle ragazze albanesi”.
Tre giorni dopo, in una lettera aperta pubblicata da Repubblica, Elvira Dones, che ha raccontato in un romanzo e in un documentario la vicenda delle ragazze albanesi vittime della tratta, ha scritto delle tante vite violate, strozzate, devastate. Donne come ‘Stella’, “una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.” Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri.” Un giorno “per gioco o per sfizio” i suoi padroni le incisero la parola puttana sulla pancia. Quel marchio “le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.” ‘Stella’e le altre le trovate ad ogni angolo di strada.
Alla fine del viaggio, per tante c’è il CIE, il posto dove si smaltiscono i rifiuti di un sistema sociale feroce e maschilista. Lì la parola puttana ce l’hai scritta in faccia, e può capitare che trovi uno come Addesso, che pretende con la forza il tuo corpo.
Ma, a volte, sulla strada di quelli come Addesso, capita una come Joy. Una che ha la forza di ribellarsi. Ribelle alle leggi razziste, ribelle ai papponi, ribelle alla violenza e sottomissione che segnano la vita delle donne nate al di là del muro.

Maria Matteo

  1. Le maquilladoras sono fabbriche di trasformazione e assemblaggio a capitale straniero che sfruttano il lavoro a basso costo e le agevolazioni fiscali delle zone franche. Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicate lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico.