rivista anarchica
anno 40 n. 352
aprile 2010


 

Cento anni
da Cesare Lombroso

Cesare Lombroso (1835-1909) è stato un personaggio più che imbarazzante per la scienza italiana: medico e psichiatra, fondatore dell’effimera e controversa scienza dell’antropologia criminale fu criticato persino da certi suoi discepoli e nel corso del tempo le sue idee furono abbandonate e poste in ridicolo. Disapprovato quando era in vita, le polemiche non lo abbandonarono neppure da morto. Come l’accusa di avere legittimato il pensiero razzista del XX secolo teorizzando che le caratteristiche esterne di un individuo erano un’indicazione delle sue condizioni mentali. Ultimo in ordine di tempo il rimprovero di antimeridionalismo, partito da internet e rimbalzato sulla stampa nazionale in occasione della riapertura del Museo di Antropologia Criminale di Torino lo scorso anno, in concomitanza con le celebrazioni (in sordina) del centenario della morte.
Eppure Lombroso era anche un ebreo liberale, che negli ultimi anni dell’Ottocento aderì – anche se problematicamente – al socialismo, e spostò i suoi interessi dallo studio delle varie forme di devianza all’analisi delle minoranze politiche che si opponevano al conservatorismo dell’epoca. Egli era l’uomo della contraddizione e del paradosso, e non stupisce che gli studi condotti su di lui non abbiano portato ad un’interpretazione univoca.
Prova a fare il punto sulla situazione Cesare Lombroso cento anni dopo (Utet, 2009, euro 22.00), un volume curato da Silvano Montaldo e Paolo Tappero che raccoglie i contributi dei maggiori studiosi lombrosiani italiani e stranieri. Impresa non facile ma sicuramente riuscita se consideriamo che la torrenziale produzione letteraria del nostro manca di organicità, e che Lombroso era uno scienziato incapace di metodo, un affabulatore – scrive Montaldo – che componeva romanzi mascherati da resoconti scientifici. Era anche un pensatore dalle frequentazioni spesso contrapposte, mosso da una curiosità divorante, continuamente stimolato ad intervenire pubblicamente su ogni tipo di argomento e con in aggiunta il gusto della provocazione e del coup de théâtre. Scienziato positivista, studiò la pellagra, pensando (erroneamente) che fosse dovuta ad un’intossicazione e non a una carenza alimentare dovuta alla povertà. Ma ciò che lo rese famoso a livello internazionale furono le sue idee (altrettanto sbagliate) sui rapporti tra comportamenti delittuosi e difetti fisici o costituzionali.
La sua antropologia criminale fu una “scienza positiva” che si interessava più del soggetto criminale che del crimine, e in cui il delitto era visto come un fenomeno naturale, individuabile e misurabile, che permetteva di riconoscere il “delinquente nato” come una varietà particolare e nefasta della specie umana che doveva essere eliminata attraverso la pena di morte oppure rinchiusa in prigione perché irrecuperabile. Portando all’estremo questo concetto, un individuo poteva portare su di sé il marchio della criminalità, ed essere considerato pericoloso per la società ancora prima di avere infranto la legge. L’idea alla base di tutto ciò era l’atavismo: una specie di darwinismo rovesciato in cui certi individui mostravano caratteri regressivi che li facevano degenerare fino a diventando simili ai più violenti animali. Il criminale, secondo questa teoria, non era altro che uno scarto evolutivo il cui sviluppo si era arrestato. Lombroso espose le sue idee nell’Uomo Delinquente, un successo mondiale ma anche un opera in continuo cambiamento, dove il rigido determinismo biologico della prima edizione (1876) diede sempre più spazio ad un’interpretazione sociologica nella quinta edizione apparsa venti anni dopo.
Nonostante le perplessità di alcuni colleghi, le teorie di Lombroso divennero ben presto diffuse a livello divulgativo, perlomeno tra le classi medie e i detentori del potere, conquistate grazie a un’intensa attività pubblicistica che rese Lombroso lo studioso italiano più conosciuto nel mondo. Nella seconda metà dell’Ottocento la scienza amava presentarsi come una semireligione, e gli scienziati rivendicavano l’autorità di espressione su ogni aspetto della vita privata e collettiva. Le interpretazioni biologiche della scienza positiva che riguardavano i problemi sociali piacevano all’opinione pubblica di allora, similmente a quanto accade oggi, perlomeno a giudicare da molti articoli giornalistici sulle scoperte dei “geni del comportamento”. Inoltre in un periodo caratterizzato dalle paure per le “classi pericolose” come gli anarchici, Lombroso offriva delle soluzioni pratiche. Mentre le galere e i manicomi erano colme principalmente delle vittime dell’ignoranza e della povertà e più in generale di coloro che erano stati travolti dall’affermarsi del capitalismo, Lombroso sembrò rendersi scarsamente conto che lo studio dei fenomeni delittuosi riguardavano non solo gli individui, ma anche il contesto sociale e le relazioni. Questo limite portò al declino della visione biologico-deterministica dell’antropologia criminale e all’affermazione della criminologia moderna che assumeva anche un dimensione psicosociale dipendente da più fattori. Ma soprattutto, predestinandolo al crimine, il determinismo del “reo nato” poneva in crisi la dottrina cristiana del libero arbitrio e con essa la “pretesa punitiva” delle nazioni.
Il crimine era un fenomeno biologico e naturale, studiabile scientificamente ed eliminabile con la pena di morte, e non una colpa e un peccato personale, carico di significati morali. Benché tutta la scuola positiva italiana non fosse riconducibile al solo pensiero di Lombroso, l’antropologia criminale ebbe sicuramente nella chiesa cattolica un avversario ancor più insofferente che il fascismo dopo che l’idealismo era diventato la filosofia ufficiale delle università: anche in considerazione che il regime utilizzò idee lombrosiane per legiferare su argomenti come la delinquenza minorile e la moralità pubblica.
Nel corso della sua vita Lombroso fu costretto a rielaborare continuamente le sue formulazioni sulla criminalità senza arrivare ad una vera autocritica. Nonostante la sua svolta personale in senso sociale e socialista dell’ultimo periodo, egli rimase sempre in bilico tra ribellione e lealtà istituzionale, tra fiducia nel progresso e diffidenza sul ruolo delle “folle anonime” che si agitavano nella società a cavallo tra i due secoli.

Andrea Albini

 

Vedi alla voce
“decrescita”


L’insostenibile leggerezza dell’avere (Bologna, EMI) è il titolo del recente libro di Valerio Pignatta. Se il titolo consiste in un provocatorio capovolgimento di un celebre romanzo di Milan Kundera, il sottotitolo esplicita ancor di più le finalità della pubblicazione: “Dalla teoria alla pratica: la decrescita nella vita quotidiana”. Il testo infatti è equamente ripartito tra una prima parte, eminentemente teorica, ed una successiva che raccoglie testimonianze di vita quotidiana.
Procediamo allora con ordine nel presentare il volume, cominciando col dire che il termine decrescita solo in seconda battuta può essere considerato un termine appartenente al lessico economico, poiché è (e vuol essere fino in fondo) l’indicatore di una scelta esistenziale, la quale, in ultima analisi, si propone proprio di abolire la visione dell’economia, almeno così come è attualmente intesa, vale a dire come attività parcellizzata, che separa sempre di più e senza pietà l’uomo dalla natura e dall’ambiente in cui vive, così come dagli altri simili e in ultima istanza da sé stesso.
Assai interessante è il prima capitolo con il quale l’autore compie una rapida ma significativa ricognizione storiografica degli ultimi secoli, alla ricerca degli antesignani e dei precursori della decrescita. Si comincia coi luddisti e il socialismo utopistico; poco più oltre incontriamo Thoreau e le sue giornate trascorse con intensità nei boschi sulle sponde del lago Walden, e Tolstoj con la ricerca di una vita semplice a contatto con i ritmi del mondo naturale, così come Gandhi e tutto il movimento che a lui si ispira nella ricerca dell’autosufficienza e dell’autoproduzione attraverso una serie esperienze condivise. Ma c’è spazio anche per esperienze religiose cresciute in modo appartato e discreto, come nel caso dei quaccheri e degli amish. Giunta alle soglie degli anni Sessanta la ricognizione fa importanti incontri: il situazionismo con la sua critica della vita quotidiana, della società dello spettacolo e del consumismo; la beat generation e il movimento hippie con la ricerca di una “semplicità volontaria” ai margini della società; per giungere agli eventi e alle istanze scaturite dal Sessantotto, soprattutto nella sua anima maggiormente libertaria e comunitaria.
Un’altra importante sezione del libro è dedicata ai pensatori ante litteram della decrescita. Si inizia con Marcel Mauss e i suoi studi sul dono, inteso come valore simbolico e sociale di portata universale; si passa alle analisi di Karl Polanyi riguardante l’origine della moderna società di mercato; ci si sofferma poi su Jacques Ellul e la critica della società tecnologica; su Ivan Illich con la sua proposta di una società conviviale, sola alternativa a un mondo sempre più irreggimentato e sottomesso al potere delle varie istituzioni; su Cornelius Castoriadis e la teoria dell’istituzione immaginaria della società e della decomposizione del legame sociale.
Altri nomi andrebbe citati, e non ci è possibile farlo appieno nello spazio di una recensione, ma all’interno della visione antiutilitarista (che mette in dubbio l’universalità dell’homo oeconomicus mosso dal calcolo dell’utile individuale) e bioeconomica (che riconosce come i processi economici debbano tener conto della connessione con l’ambiente biofisico in cui avvengono) campeggia il nome di Serge Latouche, l’autore a cui si deve l’impegno maggiore per riuscire a dare quell’inquadramento teorico generale a cui si ispira, direttamente o indirettamente, il frastagliato arcipelago della decrescita. Infatti, il fil rouge che attraversa i lavori di Latouche sta tutto nella ricerca di una via che possa liberare gli esseri umani dalla “megamacchina” al cui interno l’essere umano è un ingranaggio senza valore (La megamacchina, Ragione scientifica, ragione economica e mito del progresso, è il titolo di un celebre libro di Latouche, tradotto in italiano da Bollati Boringhieri).

Serge Latouche

Come abbiamo detto, la seconda parte del volume raccoglie le testimonianze di vita vissuta da parte di chi ha compiuto la scelta di abbandonare le supposte comodità e sicurezze proposte dall’attuale sistema sociale. Sono storie diverse fra loro, poco conosciute, raccontano di un esodo silenzioso ma che al contempo parla e interroga (fra le testimonianze raccolte la più densa ci è parsa quella narrata da Paride, il “resistente verde”; ma su ciò cfr. Paride Allegri, Il viaggio di un resistente. Per un mondo senza armi e rispettoso del creato, pubblicato qualche anno fa da Diabasis di Reggio Emilia). Questa sezione del libro è esplicitamente pragmatica: in fondo, nel leggere questi racconti noi lettori siamo invitati ad interrogarci sulle scelte che compiamo, sui condizionamenti a cui veniamo (nolenti o volenti) sottoposti, sul livello di consapevolezza che siamo in grado di esprimere e, alla fine, su quale contributo concreto possiamo dare per un mondo che sia veramente degno di essere vissuto, recuperando così il rispetto, l’affetto e la cura per sé stessi, per gli altri e per l’ambiente che ci circonda. Qui non ci sono ricette preconfezionate o slogan rassicuranti, né primogeniture da accampare, ma è un passaggio da compiere, con determinazione e con dolcezza, nel continuo lavoro su sé stessi.

Federico Battistutta

 

Viaggio attraverso
utopia

«La nostra è un’epoca di compromessi, di mezze misure, di male minore. I visionari vengon derisi o disprezzati e “gli uomini pratici” governano la nostra vita. Non cerchiamo più soluzioni radicali ai mali della società, ma miglioramenti; non cerchiamo più di abolire la guerra, ma di evitarla per un periodo di qualche anno; non cerchiamo di abolire il crimine, ma ci accontentiamo di riforme penali; non tentiamo di abolire la fame, ma fondiamo organizzazioni mondiali di carità. In un’epoca in cui l’uomo è tanto attirato da ciò che è realizzabile e suscettibile di immediata realizzazione, potrebbe essere salutare esercizio rivolgerci agli uomini che han sognato Utopie, che hanno respinto tutto ciò che non corrispondeva al loro ideale di perfezione» (1).
Così introduce il suo Viaggio attraverso Utopia Maria Luisa Berneri, figlia di Camillo Berneri e Giovanna Caleffi, morta di parto nel 1949 a soli 31 anni dopo una vita intensa e militante. Con queste parole ci introduce la sua opera, un percorso attraverso le Utopie della storia, partendo dalla Repubblica di Platone fino ai giorni nostri, che contestualizza e mette a confronto le varie città ideali, con un’analisi dettagliata, dimostrando lo sviluppo del pensiero utopico.
Maria Luisa Berneri, con un linguaggio e un punto di vista fresco ed attuale, si propone di risvegliarci dal torpore in cui ci immerge questa società. Da che mondo è mondo l’uomo si è interrogato sulla sua funzione in essa ed ha immaginato una società ideale; sembra che ora più che in altre epoche «la limitatezza della nostra fantasia» (2) sia dovuta a uno spirito “realista” che ci porta a credere più nelle riforme che nella rivoluzione… Proprio come Licurgo e Thomas More, l’autrice invece considera che «delle piccole cure non servono per la trasformazione di un corpo malato» (3). E quindi ci accompagna, come Virgilio con Dante, attraverso mondi immaginari più o meno autoritari e li colloca nel momento storico e culturale nel quale sono stati ideati.
Perché il termine Utopia ora è sinonimo di una forma felice e desiderabile di società, ma in molti casi questi sistemi “ideali” non tenevano in conto la mancanza di libertà individuale a cui portavano. L’autrice fa una divisione basica tra Utopie autoritarie e anti-autoritarie; se nella grande maggioranza dei casi si aspira ad eliminare le differenze economiche ed i privilegi, spesso la risposta è data dall’uniformità ovvero dall’annullamento dell’individuo nel gruppo o offrendo un nuovo rigido codice di comportamento. Le utopie che invece si definiscono anti-autoritarie considerano che la felicità sia conseguenza della libera espressione e personalità dell’uomo.
Troviamo una serie di punti in comune nei differenti scritti utopistici; in quasi tutti si inizia con la descrizione del luogo, immaginario o meno, spesso un’isola o un luogo appartato. È molto importante questa prima descrizione perché normalmente riferisce di fortificazioni per difendersi dal contatto con l’esterno. In un secondo momento si passa all’analisi dell’organizzazione urbanistica che spesso rimanda a progetti ultra-moderni, con «edifici belli ma anonimi, coltivazioni simmetriche e perfette e una gran massa di gente sana, felice, ma senza alcun tratto personale» (4). L’austerità è in genere caratteristica comune di questi mondi ideali. L’educazione è parte fondamentale di queste società immaginarie dato che si propone di creare persone “nuove”; si basa quindi sulle scienze o sulla filosofia, ed è spesso impartita in comunità per eliminare le differenze. Però si vedrà anche che la struttura famigliare lungi dall’essere avversaria dello Stato risulta spesso necessaria per la sua stabilità in quanto abitua al rispetto dell’autorità. La sessualità viene affrontata nella maggioranza dei casi come una questione per portare avanti nel miglior modo la specie, accoppiando quindi gli uomini migliori con le donne migliori. Il lavoro infine viene proposto come qualcosa di piacevole, che non occupi troppe ore al giorno e che unisca il lavoro intellettuale con quello manuale.
Una gran parte di queste “Utopie” solo parla dell’organizzazione della classe dominante e non tiene assolutamente in conto la vita del popolo (per esempio La Repubblica di Platone) o da per scontato l’esistenza degli schiavi (Utopia di T.More, 1516). Le relazioni con l’esterno sono sancite dal timore per la diversità: a volte si istituisce un esame da superare per i viaggiatori che vogliano entrare nella società ideale (Christianopolis di Andreä, 1619) o si prevede la figura della “spia” che viaggia fuori dal mondo ideale per rubare nuove idee ed invenzioni (Nuova Atlantide di F.Bacon, 1627). Uno dei grandi meriti dell’autrice è recuperare “utopie” che nonostante le novità introdotte e il contenuto rivoluzionario, non hanno ricevuto il riconoscimento di altre molto più conservatrici. La Legge della Libertà (1647) di Gerrard Winstanley afferma che «chiunque abbia un’autorità nelle proprie mani tiranneggia gli altri»; in questo modo avverte del pericolo che corrono i governanti poiché “il potere corrompe” soprattutto se tenuto per lungo tempo. Inoltre Winstanley sostituisce la religione con lo studio della natura e della storia, proponendo un incontro settimanale in cui la comunità possa dibattere su questi argomenti.
Se con l’influenza del Rinascimento e della Riforma le “utopie” erano progetti di riforma sociale, con il consolidamento degli Stati nazionali la discussione di valori si limita al campo filosofico o religioso. Si sviluppa una letteratura che non si può definire “utopistica” ma che ha molti tratti in comune con essa: i viaggi immaginari satirici (come I viaggi di Gulliver di J.Swift, 1730 circa) costituiscono una critica della società ma invece di proporre un mondo ideale risaltano gli aspetti negativi. D’altra parte si sviluppa un’altra corrente che non aspira a descrivere una nuova società bensì solo una famiglia o una piccola comunità ideale (su ispirazione di Robinson Crusoe di D.Defoe, 1719). Se fino ad ora le utopie erano ambientate in continenti semi-sconosciuti, nel XVIII secolo questi Paesi cominciano ad avere vita propria ed i costumi della popolazione scoperta da viaggiatori e missionari vengono integrati nella struttura delle utopie. È da ricordare l’Appendice al viaggio di Bouganville (1772) che Diderot scrisse criticando il resoconto del navigatore a Tahiti; oltre a denunciare la “civilizzazione forzata” del colonialismo, Diderot incarna nel popolo tahitiano la società primitiva basata sulla purezza e sugli istinti naturali che immaginava, ed arriva a criticare il meccanismo basico del capitalismo: la creazione di bisogni artificiali. «Le utopie avevano fornito cibo e vestiti a sufficienza, case confortevoli ed una buona istruzione, ma in cambio avevano richiesto la completa sottomissione dell’individuo allo Stato ed alle sue leggi; adesso al di sopra di tutte le cose esse cercano la libertà da leggi e governi» (5).
Nel XIX secolo la rivoluzione industriale e la nascita del movimento socialista influiscono fortemente sull’immaginazione di un mondo ideale, a tal punto che “utopistico” assume il significato negativo di irraggiungibile che ha anche oggi. Si definiscono socialisti utopistici i pensatori che aspiravano ad emancipare l’umanità intera mentre i socialisti scientifici erano quelli che credevano nella rivoluzione del proletariato. Si tende ad identificare il progresso industriale come una fonte di felicità umana e a ideare quindi “utopie delle macchine”. Un’eccezione è costituita da Notizie da nessun luogo (1890) di William Morris che contrappone al progresso una federazione di comunità agro-industriali autonome in cui ognuno è padrone di sé e non delega il suo potere. Alla domanda di come funziona il loro sistema educativo mi sembra molto significativa la risposta di un abitante: «Non abbiamo più fretta e la cultura è sempre a disposizione di chiunque senta la necessità di andarla a scoprire. Anche in questo, come in altri campi, siamo diventati ricchi: possiamo permetterci il lusso di crescere con tutta calma» (6). Anche H.G.Wells sottolinea la centralità dell’educazione a tal punto che in Una Moderna Utopia (1905) l’educazione ha sostituito il governo.
Infine, in quelle che l’autrice definisce anti-utopie o utopie satiriche troviamo la disillusione di un mondo meccanizzato e senz’anima e l’impotenza di far parte di un meccanismo in cui non c’è spazio per l’espressione individuale. Così definisce Un mondo nuovo (1932) di Huxley e La fattoria degli animali (1945) di Orwell. Grazie al progresso tecnologico le utopie iniziano a sembrare realizzabili e si rivelano un incubo piuttosto che un sogno.
In effetti risulta decisamente più facile nella seconda metà del XX sec. trovare anti-utopie (o distopie, usando il termine che si tende ad utilizzare oggi) e potremmo continuare la lista che fece Maria Luisa Berneri in primo luogo con 1984 di Orwell. Ma mi sembra corretto lasciare per un’altra occasione le pubblicazioni successive alla morte dell’autrice e concludere tornando alla limitatezza della fantasia dei nostri tempi di cui parla nel prologo e alla difficoltà di immaginare un mondo ideale. Manca la spinta, la ragione per cui muoversi, la direzione verso cui puntare.
Per fortuna, fuori dalla cultura dominante, restiamo un manciata di sognatori…

Valeria Giacomoni

Note

  1. M.L.Berneri, Viaggio attraverso Utopia, Edizione a cura del Movimento Anarchico Italiano, Pistoia, 1981, Introduzione pag. 19.
  2. M.L.Berneri, op. cit., Introduzione pag. 19.
  3. Plutarco, Vita di Licurgo cit. a pag.57 e T.More, Utopia cit. a pag.93 di Viaggio attraverso Utopia.
  4. H.G.Wells, citato nell’Introduzione di Viaggio attraverso Utopia, op. cit., pag. 23.
  5. M.L.Berneri, op. cit., pag. 209.
  6. W.Morris, Notizie da nessun luogo citato in M.L.Berneri, op. cit., pag.313.

 

Un libertario e l’indipendenza
dell’India

L’imperialismo è un fenomeno che risale molto addietro nell’antichità e il suo epicentro è mutato attraverso i secoli. Quando le condizioni lo hanno consentito è maturato in Occidente, ove, fra le nazioni piú esose, si distingue l’Inghilterra che, prima di diventare un modello di democrazia (nozione, questa, contestata da molti) ha attraversato lunghi periodi di espansionismo. Il cosiddetto “Commonwealth” non è altro che un erede del vecchio colonialismo.
L’India è stata una delle piú grandi e vecchie nazioni a liberarsi dalla tutela del leone britannico e la sua indipendenza è stata salutata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1947. Ma il piano Mountbatten, che era prevalso, non soddisfaceva affatto Gandhi la cui sfiducia venne confermata dagli avvenimenti che si accavallarono: la guerra indo-pachistana e l’assassinio del Mahatma.
Oggi, per quanto instabile, il paese si sta lentamente trasformando in una moderna democrazia pur essendo ancora dilaniato da guerre intestine di carattere religioso, politico, linguistico. L’India è stata teatro di molti scontri violenti di carattere repressivo e irredentistico e la lotta del suo popolo contro gli oppressori interni e esterni è ricca di episodi. I rivoluzionari hanno escogitato nuovi metodi di rivolta e, per la prima volta nella storia, una collettività di grandi proporzioni è riuscita a sottrarsi all’asservimento dello straniero adoperando meccanismi originali che risalgono all’Ottocento e trovano le loro radici nella nonviolenza. Il guru Gandhi procede, in linea diretta, dall’anarchico cristiano Tolstoi, a sua volta influenzato dal pensatore federalista libertario Proudhon.
Comunque sia, se il popolo indiano ha abbracciato la soluzione nonviolenta ciò è avvenuto dopo un lungo percorso di tentennamenti e non prima di aver praticato altre forme di lotta. Gli intellettuali indipendentisti hanno vissuto questo lento processo evolutivo e hanno finito per rassegnarsi o aderire entusiasticamente al “metodo gandhiano“. Fra questi emerge la bella figura di Pandurang Khankhoje che tipifica la conversione del popolo indiano ai dettami del Mahatma.

Va segnalata la pubblicazione recente di I shall never ask for pardon A Memoir of Pandurang Khankhoje (Penguin Books, New Delhi, 2008, in-8, 341 pp., traduzione del titolo: Io non chiederò mai perdono. In ricordo di Pandurang Khankhoje), curato da Savitri Sawhney, figlia dell’autore, deceduto nel lontano 1967.
Nel corso del mio unico viaggio in India, nel 1987, ebbi l’onore di essere ricevuto in seno alla famiglia Khankhoje e feci in tempo a conoscere la vedova (anch’ella ormai deceduta), la figlia Savitri (sorella della mia cara amica Maya che risiede nel Canada) e il di lei marito e figlia. Questo libro, a quell’epoca, era solo un vago progetto.
A distanza di un ventennio sono lieto che sia stato realizzato e che ne sia stata artefice una delle figlie (ambedue con una penna ben collaudata). Per evitare il panegirico, la Sawhney si è avvalsa delle memorie manoscritte del padre, degli archivi di famiglia nonché di quelli ufficiali, dell’ampia corrispondenza collezionata, di ritagli di stampa, di testimonianze altrui, di reminiscenze personali. Si tratta, insomma, di una ricca combinazione di elementi che trovano appiglio nella storia, nella cronaca, nell’osservazione diretta, sempre suffragati da riscontri obiettivi , fonti primarie e secondarie, saggiamente intrecciate. Ne esce un ritratto vibrante di umanità e di saggezza.

La vita del Khankhoje abbonda di avvenimenti poco comuni. I viaggi, intanto, che lo portano dall’India all’Indocina, poi a Hong Kong e in Giappone, indi negli Stati Uniti. Di nuovo l’Asia, l’Afghanistan, la Persia, il Tashkent, poi il Messico (ove si sposa e nascono le sue due figlie). Nel corso di questi spostamenti e lunghi soggiorni in svariati paesi, impara molte lingue e acquisisce anche una cultura scientifica laureandosi in agronomia (campo nel quale diventerà grande specialista). Incontra personalità di rilievo: Sun-Yat-Sen (cui impartirà lezioni d’inglese), Lenin (che lo teneva in alta considerazione), il Pandit Nehru (che saluta in lui l’eroe indipendentista), Diego Rivera (che lo dipingerà in un suo affresco e diventerà suo intimo amico), Rajendra Prasad (per il quale elaborerà un rapporto sui problemi agricoli dell’India), Tina Modotti (esule politica italiana che diventerà gran fotografa in Messico) e cosí via. Frequenta gli anarchici indiani in esilio, fra i quali il molto noto M. P. T. Acharya (piú tardi redattore dell’Indian Libertarian di Bombay) e il molto attivo Har Dayal (espulso dagli Stati Uniti per la sua militanza anarchica), ma anche compagni americani e messicani, fra i quali primeggiano i fratelli Ricardo ed Enrique Flores Magón e William C. Owen redattore della pagina inglese di Regeneración simpatizzando con la causa dei rivoluzionari messicani, per certi versi molto simile a quella indiana. Aderisce anche all’Industrial Workers of the World, che gli trova un lavoro da boscaiolo ad Astoria, mentre lui studiava a Corvallis, all’Oregon State University. Pandurang Khankhoje, pur apprezzando il punto di vista anarchico e simpatizzando molto con le idee dei fratelli Magón e, soprattutto, con quelle di Har Dayal, diventato il suo braccio destro in seno al Partito Ghadar (da loro appena fondato in California e a Portland nel maggio del 1913) non aderirà mai pienamente al movimento anarchico, cosí come non si iscriverà mai al Partito Comunista, neanche dopo il 1917 e malgrado il suo entusiasmo per la Rivoluzione Russa e per Lenin.

Chapingo (Messico) anni ‘30 -
Pandurang Khankhoje fotografato
nel suo laboratorio da Tina Modotti

Sin da giovane, Pandurang decide di dedicare la propria vita al conseguimento dell‘indipendenza. Balza nella politica molto precocemente e all’età di dieci anni fonda già una società segreta: Bal Samaj che diventa poi Bandhav Samaj. Crea delle cellule di quattro membri che giurano di lottare per l’indipendenza. Si tratta, naturalmente, di lotta armata, perché questo precede il periodo del gandhismo. Quando suo padre gli propone una fidanzata (come era allora consueto nella tradizione indiana) lui rifiuta col pretesto di voler offrire la propria vita per l’imminente rivoluzione. Il genitore è indignato ma un po’di tempo dopo ci riprova e il figlio è costretto a scappar di casa, rifiutando il viatico che la madre gli offre. Accetta comunque i dolci che lei gli confeziona e consegna all’atto della partenza, accompagnati dal monito di mangiarli soltanto in periodi di gran penuria o carestia. Quando il momento giunge di ricorrere a quella merenda Pandurang si accorge che ognuno di essi contiene una moneta d’oro. Sembra una favola d’altri tempi…
Il suo viaggio durerà decenni durante i quali non cesserà di lottare per l’indipendenza del suo paese con metodi d’ogni genere. Accanto agli studi agronomici svilupperà anche una carriera militare considerando che il maneggio delle armi è essenziale per raggiungere la vittoria. In America riesce ad iscriversi all’Accademia Militare. Durante il periodo studentesco è attivo e fonda a Berkeley la Lega per l’Indipendenza dell’India. Le autorità britanniche lo vigilano, ne intercettano la corrispondenza (arrestando addirittura i destinatari delle sue lettere). La sezione di Portland della suddetta Lega è attivissima e conta 400 membri Pandurang sogna di sbarcare con migliaia di volontari in un paese limitrofo e di dar inizio alla lotta armata con un’invasione transfrontaliera, ma i servizi di controspionaggio britannici sono ben organizzati e sventano tutti i tentativi di rivolta tramite l’intrigo, gli arresti preventivi, la repressione sistematica. Per moltiplicare le adesioni Khankhoje si associa con i Sikhs. Per trattare con le altre fazioni rivoluzionarie ed indipendentiste impara le altre lingue dell’India. La sua madrelingua è il Marathi ( nella quale redige le sue memorie) , ma si mette a studiare il punjabi e l’urdu mentre mastica già l’afghano e il farsi, un po’di cinese e di giapponese, ai quali si aggiunge poi lo spagnolo e il francese. Ma ormai è troppo noto e non può passare inosservato in nessuna circostanza pur cambiando generalità per dissimularsi. Sta lottando contro nemici potenti e astuti e ogni sua mossa è sorvegliata, segnalata, contrattaccata. Un bel giorno se ne rende conto e finisce con l’abbracciare la soluzione di Gandhi, all’opposto della sua. Il Mahatma affrontava il nemico frontalmente. Ci si ricorderà che ogni volta che organizzava una manifestazione di protesta Gandhi ne avvertiva le autorità britanniche. Non chiedeva permessi, informava solo il nemico delle sue intenzioni. La resistenza passiva non è per tutti, richiede una gran disciplina interiore, ma quando viene praticata seriamente, sistematicamente e stoicamente, può dare dei risultati inaspettati.

Khankhoje ha fatto tesoro di esperienze straordinarie e, magari, anche contraddittorie: quella della rivoluzione violenta nel Messico del 1910 e quella non violenta dell’India di un trentennio piú tardi. Troppo saggio per accontentarsi di risultati provvisori ed incompleti ha saputo prevedere in entrambi i casi quali inconvenienti sarebbero sorti dopo una vittoria meramente politica. Occorreva intervenire a livello economico e sociale. La conquista del potere o l’instaurazione della democrazia parlamentare rinsaldavano gli animi ma non risolvevano ipso facto il problema pratico della sopravvivenza. Non a caso aveva compiuto studi agronomici e voleva metterli a profitto. Rivera lo ritrae appunto nel suo affresco circondato da pannocchie di granturco. Putacaso il Khankhoje prosegue l’operato iniziato dal mio conoscente e concittadino Prof. Mario Calvino ( padre dello scrittore Italo) il quale aveva capito che il Messico doveva sviluppare la sua agricultura, sia per sfamare la popolazione, sia per additarle il giusto cammino verso la sua autosufficienza e indipendenza economica. Calvino non venne ascoltato e se ne andò a Cuba e al Khankhoje succederà la stessa cosa decenni dopo. Rientrato in India negli anni ‘50 cercherà infatti di applicare alla situazione locale le sue scoperte messicane ma i suoi sforzi verranno ostacolati dai burocrati e dai politicanti.

Pandurang riacquista la cittadinanza perduta ma è ormai giunta l’età della pensione e si ritira a scrivere le sue memorie, fiero di aver lasciato tracce del suo operato sia in Messico che in India e anche del fatto di aver politicamente avvicinato i due paesi. Il Messico, difatti, è la prima nazione a riconoscere la sovranità dell’India, ormai indipendente dal dominio britannico. Muore nel 1967, all’età di 81 anni, lasciando, da vero internazionalista, una moglie europea (Jeanne Khankhoje era belga), una figlia indiana (Savitri) e un’altra messicana (Maya). Il suo cuore e la sua mente, invece, non appartenevano a nessun paese, bensí all’Umanità.

Pietro Ferrua

 

Un romanzo militante.
Sulla scuola

Il romanzo Il budda, la ragazza, il professore (Besa Editrice www.besaeditrice.it), il secondo di Dario Molino, è anche il secondo di un’ideale trilogia. È un “fantagiallo”, come veniva già definito il precedente Itala scola, che proietta “in un futuro così vicino che è opportuno guardarsi le spalle” contraddizioni e mostruosità del presente, attraverso la trama del poliziesco.
Protagonista è ancora Genesio, insegnante di lettere di scuola superiore, che consente all’autore di tornare a focalizzare l’attenzione sul mondo della scuola.
Una scuola dove si materializza una vera e propria ossessione tecnocratica che dà luogo alle scene più grottesche del romanzo: plotoni di allievi che intasano l’ingresso per timbrare il cartellino, registri elettronici che attestano false presenze, misuratori di sudorazione applicati agli indumenti del personale ausiliario per monitorarne l’attività lavorativa.
L’ispirazione distopica, a differenza di quanto avveniva in Itala scola, si estende ora anche al di fuori delle mura scolastiche, ad una Torino sottoposta al controllo onnipresente degli occhi elettronici delle telecamere e all’innaturale refrigerio degli impianti dell’aria condizionata. Le invenzioni che ne derivano appartengono alla cifra più felice dell’autore che riesce a rappresentare realtà inquietanti con la leggerezza del tono canzonatorio. Così gli impianti di climatizzazione arrivano anche nelle cabine telefoniche e nei cessi pubblici, mentre il surriscaldamento globale consente la coltivazione dei datteri in provincia di Cuneo.
La trama poliziesca si articola intorno al conflitto etnico-religioso, che vede un cattolicesimo integralista e xenofobo impegnato a contrastare una fantomatica alleanza fra Islam e Cina (il “cinislam”). In questo contesto si inserisce – drammaticamente – la presenza di un gruppo di buddisti “tibetani” e in particolare di un monaco impegnato ad organizzare a Torino un evento di particolare rilievo per la sua religione. Molino, che conosce gli ambienti buddisti della città, si diverte, anche in questo caso, a evidenziarne i paradossi, ma lo fa con sorridente bonarietà: il monaco venetofrancotibetano, l’astrusa complessità dei riti vajrayana, le ossessioni degli adepti che si appuntano su dettagli per lo meno bizzarri, in sostanza le incongruenze che derivano dall’incontro fra uomini e donne dell’occidente con culture così lontane, tutto ciò è filtrato dalla prospettiva del razionalista Genesio con un misto di curiosità e di divertito stupore.
Ancora un romanzo militante, dunque, in cui la critica sociale è agita attraverso la proiezione distopica ed un registro beffardo ma a questo si aggiunge, rispetto alla prima opera di Molino, una vena intimista che in alcune parti si fa particolarmente marcata e tende a polarizzarsi intorno alla riflessione sulla morte.
Ancora un romanzo che parla di scuola, dove gli studenti rimangono forse l’unica componente positiva. Anzi, Molino, attraverso il suo alter ego Genesio, in entrambi i suoi romanzi sembra quasi riporre nei giovani allievi una speranza di rigenerazione. Non per nulla l’aiutante del protagonista non è tanto il monaco (“il budda” del titolo) che se fornisce un oggetto magico (una statua di bronzo che salva il professore da un’aggressione) lo fa in modo inconsapevole, quanto piuttosto la conturbante studentessa (“la ragazza”) che si chiama Beatrice e finisce per accompagnarlo nel mondo dei morti (ovvero il cimitero monumentale di Torino, dove esplode la scena finale) fino a discendere nelle profondità degli inferi.

Edoardo Borgese

 

L’anarchia & l’arte
della manutenzione del
canto popolare

Ne siete innamorati (1). E, come tutti gli innamorati, ne rimanete affascinati e, al tempo stesso, intimiditi e impacciati. Appunto per questo motivo dovete imparare ad evitare gesti troppo audaci, che potrebbero compromettere tutto e l’elaborato che segue, preparato per essere accessibile da ognuno, intende fornire una serie di brevi consigli e informazioni su l’Arte della Manutenzione del Canto sociale o della tradizione Anarchica.
Quanto scritto potrà essere di grande interesse soprattutto per i principianti visto che la sua utilità è fuori discussione: la musica e il canto di origine cosiddetta popolare stanno ancora conquistando gli interessi di molti, il più delle volte giovanissimi, che però mancano di esperienza ma che sono attratti, e al tempo stesso impauriti, dal canto popolare e dalla leggenda che lo circonda. Noi, vecchi frequentatori di quei percorsi, non ci siamo mai preoccupati abbastanza di questa nouvelle vague di possibili utilizzatori, tuttavia ora vi porremo un sollecito rimedio mettendo subito in chiaro il fatto che, quanto leggerete, è solo un percorso superficiale e assolutamente non esaustivo.
Molteplici, secondo il vostro temperamento e le possibilità della vostra voce, sono le canzoni che vi possono attirare. La prima cosa da fare è assicurarsi che la canzone che affronterete, recuperata dallo splendido canzoniere della tradizione anarchica, sia in buone condizioni di testo e melodia. Come un pilota d’aereo avete una check-list da verificare: le ritmiche dovrebbero corrispondere alle indicazioni contenute nelle norme del costruttore; se avete delle insicurezze cercate di riporre la massima attenzione nei suggerimenti di chi ne sa più di voi e, in seguito, documentatevi ascoltando dischi che contengono il motivo della vostra ricerca. Concentratevi sul respiro, sulle pause, sugli eventuali abbellimenti, articolate bene le parole pronunciandole con una chiara dizione e, soprattutto, indagate, calatevi, per quanto possibile, nella condizione politica e sociale che ha espresso quelle specifiche tematiche. Abbiate, ad ogni modo, sempre l’intenzione di eseguire il canto con estrema naturalezza e partecipazione, con morbidezza e determinazione evitando rientri bruschi e sgraziati che potrebbero portare disastrose cadute. Naturalmente è auspicabile, per accedere alla conoscenza del mondo del canto sociale popolare, che cerchiate una canzone che, a vostro giudizio od intuito, sia la più semplice possibile. Ma non disprezzate o sottovalutate del tutto i canti all’apparenza troppo facili, in tal modo non correrete il rischio di incontrare un ostacolo imprevisto, acquisterete sicurezza e potrete concentrarvi serenamente sulla migliore impostazione della voce. Questi consigli di prudenza, che potranno sembrare fin troppo logici e rigorosi, non sono evidentemente validi per i rompicollo che hanno già avuto esperienze con il canto popolare.
Sicuramente non esiste una norma universale per il giusto funzionamento di una canzone di quel genere. Una volta il bello era che ogni cantore, ben convinto, a torto o ragione, delle proprie potenzialità canore, presentava il canto calibrandolo sui propri sentimenti e sulle potenzialità canore che riusciva ad esprimere, insomma ci teneva a porgere un preciso messaggio sociale e a fare, nel contempo, una buona figura dinanzi agli ascoltatori.
Una buona idea è quella di iniziare cantando in un coro: ha attrattive piacevoli e particolari e, pur non lasciando una personalissima libertà di esecuzione, sotto certi aspetti, è ancora la strada migliore per intraprendere l’esperienza del cantare. Una volta, nelle osterie e nelle ricorrenze, se si cantava in coro ognuno, istintivamente, si collocava tra le voci basse o tra quelle acute godendo dell’armonico amalgama raggiunto. Ne sono un esempio le corali della tradizione maremmana con una prima voce, un controcanto ed un basso, senza l’uso di strumenti. Comunque ricordate che lo spontaneismo non sempre facilita le cose o perlomeno, in un contesto collettivo, spesso porta da tutt’altra parte quindi è opportuno fidarsi sempre delle sagge dritte dei più esperti.
Il canto popolare, in particolare quello anarchico, dovrebbe essere considerato parte di una tradizione ancora viva ed in evoluzione, altrimenti lo mummifichiamo rubandogli ogni reale interesse e valore. È vero quei testi, che ci narrano di storie di un passato intriso di passioni, afflizioni e un amore profondo per un’idea di giustizia, uguaglianza e libertà, erroneamente ci possono sembrare distanti ed inconciliabili con le situazioni sociali e politiche di questi stupidi anni. Tuttavia, se avete a cuore la ricerca di una metafisica che ha come punto focale, e quasi unico, una migliore qualità della vita per tutti, il rispetto e l’armonia con la natura, la fine delle ineguaglianze e se siete convinti che “è più morale che un’idea distrugga una società che non il contrario” (2) giacché ogni tipo di autorità, nell’attuare una difesa per conservarsi, aggredisce violentemente ogni credibile idea emergente, questi sono i canti giusti per voi.
Ma torniamo alla buona esecuzione del canto popolare. Avrete capito che il testo va imparato a memoria, ma questo non è ancora sufficiente, per impararlo deve sapersi legare alle corde dei vostri sentimenti ed essere espresso con convinzione, senza incertezza alcuna. Per cantare è più appropriato assumere una posizione comoda ed efficace al tempo stesso: in piedi, guardate in avanti quasi che lo sguardo possa riuscire ad accompagnare e sostenere il rilascio delle parole e, soprattutto, ricordate che quelle vecchie metriche hanno rappresentato qualcosa di importante per molte persone, siate convinti della buona qualità di quello che cantate e l’esecuzione ne trarrà indubbi vantaggi. È veramente come andare in due in moto, ciò che conta è essere in perfetta armonia. Dovete tenere la vostra compagna, la canzone, aggrappata alla vostra vita, in tal modo, quando vi inclinerete per una curva, anche lei seguirà il vostro movimento, quando frenerete vi si appoggerà completamente e quando accelererete si aggrapperà a voi.
Avevamo accennato ad una giusta respirazione, ma come possiamo stabilire che questa è più o meno buona e, se non lo è, come regolarla? Non è una cosa semplice ma neanche troppo complicata. Le norme per la Manutenzione del Canto Popolare indicano che la respirazione più corretta è quella costale-diaframmatica. Premettiamo che, inspirando, dovremmo riempire d’aria tutti i due polmoni e non, come spesso accade, solo la loro parte superiore. Una buona respirazione riempie d’aria anche la parte polmonare inferiore ossigenando, nel modo migliore, il sangue in circolo. Così a gonfiarsi non sarà il torace bensì l’addome. Nell’espirare cerchiamo di trovare la giusta pressione pneumatica sul diaframma regolando l’emissione dell’aria mantenendola più omogenea e costante possibile. Ascoltatevi mentre cantate ed evitate di cantare macinando canzoni a tutta velocità.
Ma se tutto questo, descritto veramente a grandi linee, vi risulta comunque ostico e macchinoso, o viene da voi vissuto come un freddo indottrinamento che potrebbe tarpare le ali della vostra gioiosa creatività, non badate assolutamente a quanto esposto e godetevi felicemente ogni canto a piena gola.

Rino De Michele

Note

  1. Il testo è costruito su di un vasto rimaneggiamento del libro “La moto in 10 lezioni”, scritto nel 1972 da Michel Weber e su questa falsariga andrebbe letto. Si basa, inoltre, sulla mia esperienza di onesto partecipante a quattro vivaci anni di corsi di canto popolare condotti dalla maestra e grande cantante Giuseppina Casarin e alla conseguente frequentazione con le donne e gli uomini del coro “li bellizzi”.
  2. In sostanza si tratta del fulcro del pensiero della “Metafisica della Qualità”, idea sviluppata dallo scrittore Robert M. Pirsig autore del conosciutissimo libro “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.

Un CD da ApARTe

Da un progetto di ApARTe e per l’etichetta Macaco Records è stato editato un cd, “uscite canzoni incontro ai venti” che raccoglie una serie di canti, eseguiti da cori, della tradizione anarchica, anticlericale e partigiana. Esecuzioni desunte da altre simili ma, in questo caso, differenti, rare e preziose dove ogni canto si trasforma in un dialogo, un incontro/confronto con l’ascoltatore. I cori presenti in antologia sono la Compagnia di Canto Popolare li bellizzi (“Il galeone”) e ancora li bellizzi con gli Amore Ribelle (“Battan l’otto”), il Coro dei Minatori di Santa Fiora (“Vien la primavera” e “Caserio”), l’Hard Coro De’ Marchi (“La canzona c’ammazza li preti”, “Petrolio” e “La bessa”), i Pane e Guerra (“Piamontesi, mandimm a casa”, “Siam del popolo gli arditi” e “Partigiani fratelli maggiori”), i Primula Vernalis (“Tourdion”), i Sediciagosto (“Inno del Maggio” e “Il maschio di Volterra”) e le Voci di Mezzo (“Inno individualista”, “Inno della rivolta” e “Dai monti di Sarzana”), una vera chicca e da non perdere la traccia fantasma finale.
Molto attraente e curata la veste grafica e abbastanza completo il libretto con i testi dei canti, una loro breve storia e le informazioni sui cori. Insomma non un lavoro semplice, ma citando quello che il cuoco Joseph Favre scrisse a margine di un suo appunto per la ricetta di un dolce: “Non sempre tutto è semplice, ma mai l’Anarchia lo fu”.
Per richieste copie, utilizzare la mail aparte@virgilio.it e fare un versamento di 10euro a copia sul ccp12347316 intestato a Santin Fabio cp 85 succ 8, 30171 Mestre-Ve, causale “cd cori”. Per richieste di 5 copie, o multipli di 5, si pratica lo sconto del 40%.

Rino