rivista anarchica
anno 39 n. 348
novembre 2009


 

Mi scappa la pipì
patafisica!

La performance di Tania Lorandi per “Klang! suoni contemporanei”, gioco, provocazione e musica, un mix esilarante per un problema assillante.

Tania Lorandi

Il trascorso agosto, insieme al mio compagno abbiamo fatto un viaggio in Val Camonica, una regione magnifica nella quale, in mezzo a graffiti rupestri camuni (Parchi di Luine e di Naquane) e installazioni lorandiane, l’aria respirata era decisamente creativa.
Tania Lorandi, lombarda belga di nascita “The Big Bosse de Nage” dell’Istituto Patafisico ci ha accolti nella sua casa e ci ha parlato, a lungo, della sua performance per “Klang! Suoni contemporanei” installazioni, sound art, audio design, poesia sonora, elettronica, che si è svolta a Viareggio presso i Musei Civici, Villa Paolina Buonaparte, dal 7 al 9 agosto a cura di Vittore Baroni, catalogo di BAU distribuito gratuitamente. Il cartellone dell’iniziativa ricorda tanti nomi, tanti che per ragioni di spazio non cito qui.
Non ricordo esattamente se sono annoverata come membrana patafisica, insieme agli altri membri. Però conosco Tania da molti anni, con o senza il nasone bitorzoluto di gomma, sulle pagine di Aparte° alla quale collabora, per lo stuzzicante e affatto cadente numero dedicato ad Alfred Jarry, per la comizia (la declinazione al femminile è d’obbligo) groucho-marxista a Mestre, per la nostra comune iniziativa “Spazzol E Abitati” in Lunigiana, per la mostra internazionale di mail art “Bandito in Bicicletta” in memoria di Horst Fantazzini, e per tutte quelle storie che ci rendono felici, anche se non rendono un euro.
E così, cerco di colmare il “vuoto” di parole, dove le immagini hanno sempre fatto da padrone.

Tania ci tiene a dire che non è femminista, ma che è attenta alle situazioni che discriminano le donne, la “parità” dei sessi inizia dal poter fare la pipì in piedi anche in assenza di toilette (farsela addosso, mentre gli uomini pisciano contro gli alberi, sarebbe un’alternativa piuttosto umiliante), e siccome la Patafisica si pone le priorità che le pare e chi ha stabilito cosa dovrebbe fare i conti con la patata fisica, allora il “cono” di cartone per fare la pipì come i maschietti è un po’ come l’uovo di Colombina.
L’installazione è molto semplice: alle signore viene consegnato il cono di cartone all’ingresso delle toilettes, con l’accensione della luce parte la canzone “Je fais pipi partout” brano che Tania ha inciso insieme a Sebastiano Zampini. Un inno alla libertà di essere, al di là d’ogni genere, proprio come ci pare.

Patrizia “Pralina” Diamante


Il ritorno
di Cafiero

Carlo Cafiero (1846-1892), nasce a Barletta da una agiata famiglia d’origini nobili, studia giurisprudenza a Napoli e avviato alla carriera diplomatica girò l’Europa. A Londra incontra Marx ed Engels che lo nominano rappresentante dell’Internazionale in Italia. Giunto nella Penisola entra in contatto con gli ambienti dei democratici rivoluzionari che, dopo la Comune di Parigi (1871), hanno abbracciato le tesi del socialismo antiautoritario di Bakunin. Conosciuto il rivoluzionario russo, Cafiero ben presto diviene uno dei principali ispiratori e organizzatori della Federazione Italiana dell’AIL opponendosi all’indirizzo autoritario impresso all’Internazionale da Marx ed Engels nella Conferenza di Londra del settembre del 1871.
Partecipa intensamente a questa prima stagione di divulgazione delle idee socialiste libertarie in Italia e nel 1877, dopo un primo tentativo insurrezionale nel 1874, insieme a Malatesta ed ad un altro gruppo di internazionalisti progetta il moto rivoluzionario, che poi passa alla storia come la Banda del Matese. Arrestato, dopo un anno di carcere è liberato insieme ai suoi compagni e riprende la sua attività politica ma, al principio del 1883, un male profondo lo allontana definitivamente dal movimento internazionalista. Vive i suoi ultimi anni di vita tra un manicomio e l’altro, spengendosi in quello di Nocera Inferiore nell’anno in cui i socialisti riformisti guidati da Turati decidono di separarsi definitivamente dalle componenti intransigenti dell’operaismo e dell’anarchismo italiano.
A tutt’oggi non esiste un’edizione critica completa degli scritti di Cafiero né una raccolta del suo epistolario e Il Compendio del Capitale è sicuramente la sua opera più conosciuta. Il Compendio, scritto durante la sua detenzione, dopo l’arresto avvenuto nella primavera del 1877 in seguito alla partecipazione all’impresa insurrezionale della “banda del Matese”, venne pubblicato per la prima volta dall’edizioni Bignami nel 1879. Da allora si sono succedute in Italia, durante il XX secolo, ben 18 edizioni che hanno superato le oltre centomila copie di tiratura. Il testo inoltre è stato tradotto in francese, tedesco, spagnolo e greco.
Una fortuna che premia un testo sintetico e chiaro nell’esposizione dell’opera marxiana, il primo del suo genere in Italia, che lo stesso Marx elogia con parole di apprezzamento. Curioso destino questo del Capitale, che ha la sua prima diffusione proprio grazie agli anarchici, avversari della politica marxista. Il motivo di tale iniziativa lo spiega bene lo stesso Cafiero nella sua prefazione alla prima edizione, imputando alla complessità di un’opera fondamentale del pensiero socialista la difficoltà di essere compresa dalle classi meno acculturate. Cafiero coglie con sorprendente lucidità gli elementi principali del primo libro del Capitale, quello sullo sviluppo della produzione capitalista, unendo ad un’analisi scientifica la passione per la conoscenza e la giustizia sociale. La componente antiautoritaria della Prima Internazionale, guidata da Bakunin e Cafiero, anche durante le più roventi polemiche con Marx ed Engels, riconobbe lealmente che l’opera dei loro avversari aveva contribuito a dare un fondamento scientifico al socialismo, con la interpretazione materialistica dei fatti storici, lo studio dei rapporti fra le forze sociali e i modi di produzione, la critica dell’economia capitalistica.
Il Compendio del Capitale viene oggi ristampato, in una nuova edizione (Compendio del Capitale. Libro primo: Sviluppo della produzione capitalista, pp. 176, ill., € 12,00 BFS edizioni, Pisa) non solo per rendere omaggio alla figura di Carlo Cafiero ma anche per evitare che l’oblio cancelli la sua memoria. In anni a noi più vicini un esempio dell’inesorabile opera del tempo è documentato da un editoriale di Indro Montanelli su «Il Giornale» del 17 luglio 1992. Il noto giornalista, tanto elogiato da sinistra e destra, cadde in un macroscopico errore storico, proprio in occasione del centenario della morte dell’anarchico di Barletta, affermando che “non so se lesse il suo coetaneo Marx: ne dubito”.

BFS edizioni
(www.bfs-edizioni.it)


Storie che hanno
un nome

“Un romanzo di storie” così il sottotitolo di Rumeni di Anna Lamberti-Bocconi (Stampa Alternativa, 2009; pagg. 114), libro che si legge con una certa sorpresa per le figure e le voci che sembrano venirci incontro dai nostri stessi giorni: dalla fermata dell’autobus al treno, dal bar a uno dei tanti luoghi delle città in cui viviamo. Ma per Anna Lamberti-Bocconi la città è Milano. In quasi tutte le storie sono le sue strade che incontriamo, il loro animarsi ed essere parte di un rito o di un carosello dove i volti sono singolarità e non maschere e i sorrisi pieni di luce.
Ogni racconto ha un nome di persona: Violeta, Cristina, Gigio, Marja e altri e ogni storia ha il respiro corale di un mondo che si dà in modo integro, ma per un attimo solo e con una verità che è passione, presa in giro, gioco e tragedia.
La scrittura di Anna Lamberti-Bocconi è nitida. Sapiente nel costruire i dialoghi, pulita nel restituire realtà alla memoria personale, sia questa un ricordo affettivo che diventa traccia, come in Tiberiu, di una genealogia raccontata con leggerezza e un’ironia pungente, o che è come in Madalina, una nostalgia improvvisa davanti al mistero della morte, alla sofferenza che balza da dentro nel rammentare la perdita della madre.
Le voci del romanzo, perché di romanzo si tratta, per l’unità che la narrazione mantiene e per l’io narrante che non cambia e si mette costantemente in gioco, sono di un’umanità che ci appare timida o intimidita e un momento dopo strafottente Un’umanità varia e confusa, persa in una rabbia che è debolezza e che può esprimersi solo contro chi è più debole ancora. È per questo che la voce di chi racconta è voce di parte ed è sguardo che sa riconoscere il dolore di chi ha davanti e ne impara le parole che scappano via, lontano, anche quando aggrediscono.
Gli sradicati del libro di Anna Lamberti-Bocconi è come se cercassero, nel loro essere in transito, un esserci nel desiderio dell’altro. Questo è particolarmente evidente in Mario, Gheorghe, Cesar, dove l’incontro casuale in treno con l’io narrante donna, rivela il loro immaginario costruito tra arcaismi e pornografia e nello stesso tempo mostra la mancanza di autostima di cui uno solo di loro sembra consapevole. La mancanza di significato della loro violenza si ripercuote sulle loro stesse vite. Li lascia vuoti di presente e di futuro. Così il ciao finale è anche il segno dell’impotenza a un vero confronto. Un ciao in cui la simpatia che affiora è subito sommersa. E la stazione in cui si lasciano è quasi il simbolo del vuoto pieno di cose in cui si muovono e ci muoviamo tutti.
Nell’ultima storia Cristina è il viaggio in Romania a dirci la solitudine di chi non ha più abitudini, ma solo giorni e notti in cui sopravvivere e a cui strappare qualcosa. È il tempo dell’ingiustizia che ci viene incontro, la nudità dell’ingiuria sui corpi dei bambini affamati che come cani si contendono il cibo e aspettano neanche la salvezza, ma solo un riparo, uno spazio in cui racchiudere la sofferenza, un crepuscolo infinito. Eppure, proprio in queste pagine, è come se ognuno fosse affidato solo alla luce. È il sorriso della bambina a ricordarci che l’innocenza è l’impotenza assoluta. L’esistere senza potere e avere la forza di chi: ruba vita al sole, sfugge al branco e domina le traiettorie della sua città. La città crepuscolare, in cui l’abbandono, il vuoto e l’affollarsi sembrano uguali, è la città provvisoria in cui ci si muove senza sonno, ma come nei sogni. È la città dove violenza e modernità si incrociano e si misurano nella cifra di un tempo che è assedio. Ed è la città dove una bambina a cui si chiede dove abita risponde semplicemente: qui.

In Rumeni c’è un senso di comunione, che ci lascia rabbiosi, un po’ delusi dall’impossibile gesto, che aspettiamo e immaginiamo, di salvare, di trarre in salvo. Questo ci ricorda la capacità grande di amore e il limite di ogni vita a non avere risposte. Sembra ormai che noi tutti siamo incapaci anche di domande, di esigere una severità da noi stessi che ci porti lungo la linea di questa frontiera italiana a interrogare, a chiedere conto dei morti e dei vivi, a dare alle nostre parole quella verità che la richiesta di libertà, uguaglianza, fraternità aveva in origine.

Nadia Agustoni


Borroughs
e Mastrogiovanni

Anarchico ed immoralista. Antropologo libertario e sperimentatore di forme e vissuti estremi. Inventore dell’interzona e tenace cospiratore dei principali movimenti artistici degli ultimi quarant’anni (beat generation, punk, grunge, culture cyber…). Questo ed tanto altro ancora è stato William Seward Burroughs (che nei suoi 83 anni di vita ha segnato come non pochi i battiti del nostro tempo e regalando diverso significato alle parole “futuro” e “libertà”). A quest’autore di visionaria potenza due eventi nel salernitano sono stati a lui dedicati. Il primo lo scorso maggio: “Saccheggiate il Louvre! Serata per William Burroughs” dove accanto agli interventi di Adalgiso Amendola ed Alfonso Gargano sono seguite le performance: “Colazione da Tiffany” da “Naked Lunch” letture di Mr.D., suoni di Bostik e video-performance “Checca” di Costabile Guariglia e Paola De Gregorio. A settembre ancora in scena zio Bill che per 15 giorni è stato omaggiato con la mostra-rassegna “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” che si è svolta a settembre a Castellabate (prezioso paese della provincia di Salerno).
Questo festival ha visto l’alternarsi di performer, video-artisti e sperimentatori sonori, tra gli altri: Piero Leccese, machina nefastis, framedada, Semispersi, Angelo Marrocco, Pasquale Napolitano, Ghost of Change, Bruna Alfieri). Un festival dalla matrice davvero insolita, in quanto si è rigorosamente mosso tra sperimentazione artistica e riflessione sociale. Infatti il cuore della manifestazione è stato dedicato all’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni morto lo scorso 4 agosto nell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo che era stato arrestato e sottoposto a un TSO. A partire da questa storia, piena di ombre e violenza, i promotori hanno voluto ampliare il contesto organizzativo della rassegna centrata su William Burroughs – autore che spesso ha raccontato le dimensioni della violenza, dell’oppressione e delle gabbie sociali – e proporre la testimonianza di chi ha seguito la storia di Franco Mastrogiovanni: Giuseppe Galzerano e Giuseppe Tarallo (una “storia vera” questa di Mastrogiovanni che sembra uscita da uno dei romanzi – a sfondo persecutorio – del grande scrittore ed artista americano).
E così tra arti totale e senso della militanza si è ancora una volta parlato di William Burroughs e con lui della sua favolosa ed imperiosa “attualità” fatta di letteratura, aeronautica, pubblicità, immaginario televisivo, teorie dei giochi, scandagli radicali verso il concetto di “moltitudine d’immagini”, ibridazioni, scritture mediali, chirurgia delle forme, geroglifici, libri-quadro, permutazioni, rifiuto identitario, nomi multipli, senza dimenticare le sue più specifiche tecniche-invenzioni del “cut-up” e del “fold-in”. Insomma una miriade di modelli d’espressione che oggi sono il respiro di tantissime pratiche creative elettroniche, digitali e post-web. Il tutto rigorosamente re-mixato, raccontato in ansia fluida, modellato in corpi immaginifici e reso attraverso concrete opere di giovani sperimentatori nel segno dell’azione e della libertà.

Alfonso Amendola