rivista anarchica
anno 39 n. 346
estate 2009


ecologia

 

riflessioni


Il re è nudo e il mercato non può gestire il mondo

Gli economisti che supportano il modello globale sostengono che il mercato ha una capacità autoregolante. Questa convinzione, condivisa da tutti gli organismi economici internazionali e dalle politiche della quasi totalità degli stati, ha fatto sì che oggi gran parte delle norme siano scritte dai produttori e quasi tutta la comunicazione relativa alle merci (e quindi la quasi totalità della comunicazione planetaria) sia gestita dai produttori, nella quasi totale assenza di controllo pubblico.
Alla luce dell’enorme potere assunto e della diffusione planetaria capillare del modello, si può dichiarare, senza rischio di smentita, che gli abitanti del pianeta vivono totalmente all’interno del modello del mercato e che questo è realizzato nella sua completezza. Non sembrano infatti in questo momento esservi fattori ostativi che possano, se non marginalmente, ledere l’applicazione integrale di questa impostazione.
I suoi sostenitori dicono che questo modello funziona e si autoregola; non ha bisogno di nulla – e meno che mai di comunità autonome –, si autoalimenta rispondendo alle richieste della popolazione, che essendo composta di consumatori indirizzano il mercato, in una simbiosi che mai nessun sistema economico in passato era riuscito a determinare. Una meraviglia il cui esito, stupefacente, è l’aumento del PIL e della ricchezza individuale.
Nei fatti, già nei momenti “buoni”, la capacità di regolazione del mercato ha fatto acqua da tutte le parti: i danni ambientali, riscontrabili ovunque, e quelli sociali, localizzati in primo luogo nei paesi poveri, sono stati presentati come effetti negativi, disfunzioni volendo anche ovviabili. Il fatto che si siano marginalizzati desideri, necessità, culture e comportamenti minoritari, che il consumatore sia costretto ad adattarsi alle proposte del mercato (e non il contrario), che le persone siano soffocate da comunicazioni e da sottocultura commerciale, che si programmino richieste ed emozioni degli individui, forzandone i costumi e le prospettive, non è nemmeno stato considerato come fattore limitativo.
La produzione di merci infatti risponde ad un preciso interesse, l’aumento dei profitti, e tutto quanto incida sulla redditività è ritenuto negativo. Non solo ma è anche impossibile ipotizzare una pariteticità tra i soggetti, da un lato i produttori e dall’altro i consumatori, quando gli strumenti a disposizione delle due parti sono esageratamente sbilanciati: da un lato vi è chi gestisce la comunicazione, e non solo quella commerciale, la produzione, la distribuzione e dall’altro chi tutto questo subisce e può esclusivamente scegliere tra alcune opzioni tra esse molto simili.
Tra i casi emblematici ci sono i SUV. Un problema noto ai paesi ricchi di tutto il mondo è il fenomeno dei cambiamenti climatici. Anche i più ottusi, o assoldati dalle grandi aziende petrolifere e di produzione di energia, oggi affermano almeno che l’azione dell’uomo ha contribuito a modificare le condizioni climatiche planetarie e che sia necessaria una riduzione delle emissioni. Il senso comune e l’interesse diffuso porta i cittadini ad una maggiore attenzione verso la riduzione dei consumi, da cui dipendono le emissioni, ottenendo tra l’altro anche il vantaggio di significativi risparmi economici. Anche l’industria risponde a questa richiesta degli stati e dei cittadini con grandi dichiarazioni di efficienza e con piccole operazioni di miglioramento, e contemporaneamente lancia sul mercato automobili da cinquemila di cilindrata, più di millecinquecento chili, centinaia di cavalli, dimensioni da camion, consumi da auto da corsa. Lancia e sostiene con una campagna di “comunicazione”, ovvero di convincimento, estesa e capillare.
Eppure sembrava che gli interessi della società fossero altri: perché proporre soluzioni per la mobilità così diverse dalla domanda e dalla necessità? Perché gli interessi delle aziende sono quelle di vendere merci inutili (perché quelle utili il consumatore già ce le ha) e tra queste quelle che consentono i maggiori profitti. Tutto ciò indipendentemente dagli interessi della comunità che si vede occupare il suolo pubblico urbano da mezzi sovradimensionati (che incrementano il traffico e riducono la disponibilità di parcheggi), che respira le emissioni, che dovrà sostenere la localizzazione di discariche per i materiali non riciclabili di cui sono composti gli autoveicoli, che dovrà aumentare il debito pubblico per l’acquisizione del petrolio e, indipendentemente dagli interessi delle amministrazioni locali, che si vede costretta ad affrontare un problema non scaturito dalle necessità dei cittadini ma indotto da una famelica produzione.

Ma anche il caso dell’incremento della produzione di merci in area asiatica è esemplificativo. Per anni gli imprenditori occidentali sono andati all’est alla ricerca di manodopera a basso costo, di assenza di leggi, di risorse da sfruttare senza remore, senza che nessun organismo internazionale e nazionale abbia prospettato, sulla base dei pesanti insuccessi in occidente, una modificazione dei comportamenti pubblici e privati per quelle aree. Nel fare questo gli imprenditori si sono arricchiti, molto. Ora non hanno più mercato perché i lavoratori asiatici non hanno raggiunto il benessere (per permettere i massimi guadagni alle imprese) e i lavoratori occidentali hanno perso il benessere (perché non hanno lavorato). Ma, come noto, la società dei consumi si basa su di un benessere economico diffuso, ovvero sulla presenza diffusa di denaro superiore al minimo indispensabile; in essa gli addetti sono anche consumatori e dividere i due ruoli (addetto e consumatore) è acrobazia teorica. Se c’è miseria non c’è società dei consumi; ci può essere la vendita di oggetti di lusso per quei pochi che si sono accaparrati i profitti, e quindi ci può essere una società del lusso ma non dei consumi. Era semplice da immaginare ma il modello non può modificarsi perché non si autoregola; continua a fare danni trasformandosi lievemente senza cambiare e ribaltando i propri limiti sulla popolazione e sull’ambiente.
Se questa situazione è ingestibile nella normalità, l’attuale crisi esalta la deficienza del modello perseguendo tragicamente la continua e incessante crescita. Così la risposta ai problemi sostiene gli stessi caratteri che hanno creato i problemi: ancora autoveicoli e elettrodomestici in sovrabbondanza, ancora il sostegno economico pubblico a consumi di qualunque tipo, grettamente sfruttando la contingenza occupazionale pur sapendo quanto poco oggi la quantità della produzione incida sulla quantità dell’occupazione e ciò conferma indiscutibilmente l’impossibilità di autogoverno del modello.

testimonianze


La minima fatica: l’agricoltura itinerante dei Bemba

Una delle modalità che è risultata incomprensibile alle menti occidentali dei colonizzatori era il basso sfruttamento dei terreni da parte di molte popolazioni africane. I Bemba coltivavano le praterie dello Zambia nord orientale con una forma di agricoltura itinerante: bruciavano gli alberi intorno al luogo dove si impiantava l’agricoltura in modo che il terreno potesse esser concimato con la cenere (unica modalità per rendere produttivi quei suoli) e dopo meno di una decina di anni quel luogo veniva abbandonato. L’azione si ripeteva altrove e i terreni utilizzati potevano essere riutilizzati in un ciclo equilibrato che, pur durando molte decine di anni, garantiva il rinnovamento delle risorse locali.
Questo sistema, come riporta B.Davison in “La civiltà africana”, non è apparentemente dei migliori in quanto non ottimizza l’uso delle risorse, può avviare dei fenomeni di erosione dei suoli ripristinabili solo in tempi lunghi e funge da sostentamento per un numero molto basso di persone, 4/5 a kmq.
Le ragioni di un simile sistema produttivo si riscontrano nell’adattamento dei sistemi di coltivazione e raccolta alla minima fatica da parte delle popolazioni. Questa impostazione è alla base delle scelte insediative e sociali, dei controlli demografici e della qualità della vita attuate dai Bemba, come da gran parte dei popoli africani, prima della colonializzazione. Accumulo, perseguimento del guadagno personale, operare per ottenere più del necessario erano criteri diametralmente opposti al principio di “quanto basta è sufficiente”. Da ciò discende la riduzione del “peso” nel territorio, la riduzione delle trasformazioni al minimo necessario, l’indifferenza nei confronti dell’innovazione se essa non risponde ai criteri di un miglioramento diffuso basato principalmente sulla riduzione delle fatiche (intese come insieme delle fatiche afferenti alla vita di un individuo).
Forse il recupero del principio della minima fatica dovrebbe essere riconsiderato anche nel nostro tempo al fine di ridurre la sofferenza e di concretizzare una società egualitaria.

Inventarsi: i Caramagiong

I Caramagiong, sono allevatori di bestiame nell’Uganda settentrionale. Come si legge nel bel libro di B. Davison “La civiltà africana” per molti decenni del periodo coloniale l’autorità dell’impero britannico tentò di imporre la riduzione del numero di capi di bestiame in possesso di quel popolo in quanto la superficie di pascolo non garantiva l’ottimale nutrizione degli animali. Il numero degli animali era tale che durante la stagione delle piogge essi erano ben nutriti mentre nel periodo della siccità dimagrivano spaventosamente e fornivano molto meno latte. Alla mente attenta e scientifica degli occidentali la soluzione balzò evidente: ridurre il numero in modo che nei periodi di siccità le risorse disponibili consentissero alla mandria di stare in buona salute.
In realtà il problema dei Caramagiong non era la floridità della mandria ma l’alimentazione della popolazione: essi interpretavano la mandria come una banca di risorse da utilizzare nei periodi di siccità nutrendosi, in questi momenti, del sangue degli animali. Questi prelievi sono definiti in base al tempo di recupero dell’animale e quindi un numero maggiormente elevato di animali, seppure non floridi, consente la sopravvivenza della comunità. La dimensione della comunità è definita sul numero degli animali presenti, ed il numero degli animali è direttamente connesso con il periodo di siccità massimo. Un sistema complesso che può in alcuni periodi di particolare siccità essere molto sofferente ma che consente la sopravvivenza del sistema e il suo benessere in gran parte dell’anno e delle sue normali siccità.
Forme di equilibrio così delicate e specifiche che per molti occidentali risultarono incomprensibili.

osservazioni sulla contemporaneità


Diversità e spazio

Quando un individuo puzza, ruba, è fastidioso può essere ancora considerato parte di una comunità o è un soggetto intollerabile, disorganico, insopportabile? I diversi, sia perché provenienti da altri luoghi, sia perché praticanti altri comportamenti, ai più infastidiscono tanto quanto i nativi d’America infastidivano gli yankee, gli africani gli evangelizzatori, gli indios i colonizzatori, gli emigranti italiani i tedeschi e gli svizzeri.
La specie umana ha molti caratteri comuni e la differenziazione dei diversi gruppi esiste per gran parte in relazione alla specializzazione di società nell’utilizzazione di specifici e variegati habitat; nel momento in cui il modello economico impone la stessa modalità di vita in tutti gli ambienti la principale ragione di differenziazione (che dipende dalla diversità geografica) viene destrutturata.
Per incrementare la diversità, necessità questa culturale ed ambientale, è indispensabile aumentare la disponibilità di spazio e l’accessibilità diretta alle risorse; e dunque è necessario liberare dalle proprietà private, dagli interessi del mercato e degli stati vaste parti del territorio del pianeta consentendo così a chi non condivide il modello imposto, a chi organizza la propria vita in autonomia, di adattarsi al territorio e di gestire autonomamente la propria diversità.
E per fare questo è necessario ridurre il numero degli abitanti del pianeta onde impedire l’ulteriore consolidamento di un modello culturale ed economico centralizzato, strettamente connesso alla gestione monopolistica di tutte le risorse del pianeta e prevaricante sulle comunità al fine di utilizzare le risorse locali (anche quando esse siano costituite dall’esclusiva esistenza di individui che divengono consumatori di merci) perché tale modello rende impossibile l’autonomia della popolazione e aumenta la dipendenza delle comunità dalla fornitura di alimenti e servizi indispensabili alla sopravvivenza che in questo momento vengono forniti dai grani monopoli internazionali.

Una cultura senza rappresentanza
ed una rappresentanza senza cultura

Nonostante esista una sudditanza al mercato e la pressione pubblicitaria influenzi il comportamento degli individui vi sono consistenti tracce di una diffusa consapevolezza critica nei confronti del modello socio-economico contemporaneo.
Ad esempio, evidenti sono i segnali della richiesta da una parte della popolazione di un circuito alimentare diverso da quello della grande distribuzione che veda l’acquirente direttamente in contatto con la produzione ed in grado di controllarne la filiera, o di abitazioni e di insediamenti di maggiore qualità ambientale, o di merci ad elevata efficienza e durata.
Questa parte della popolazione frequentemente si è riconosciuta nell’azione della “sinistra” parlamentare, votandola e sostenendola. Quando però la sinistra parlamentare, ed anche grande parte di quella attualmente extra parlamentare, governa e sostiene gli ipermercati, promuove urbanizzazioni del territorio senza particolari qualità, non indirizza il mercato verso un criterio altrimenti qualificante.
Così in Emilia Romagna, nel Lazio, a Roma, tutti territori dove il PD governa o ha governato con Verdi, Rifondazione ed altro gli ipermercati hanno riempito il territorio, svuotando i centri delle città dai negozi, contribuendo a marginalizzare quei sistemi di mercato alternativi che autonomamente si costituivano, e spesso accaparrandosi, alcune volte in buona fede e con merito, quei temi, quale il controllo sulla qualità sociale del prodotto, che sono palesemente incompatibili con il tipo di commercializzazione praticata.
La stessa cosa è avvenuta per gli insediamenti, la mobilità, i sistemi produttivi, le merci, ignorando le potenzialità della società e le richieste di autonomia dei singoli e delle comunità, la “sinistra” cerca di fare “quadrare il cerchio”, migliorando l’efficienza di un modello centralizzatore e monopolistico, richiedendo ad esso esclusivamente una correttezza sociale che spesso è insufficiente per migliorare la qualità della vita.
Incapaci a capire, a proporre, a rappresentare culture diverse e sempre più lontani da chi ogni giorno pratica attività coerenti con la ricerca del benessere diffuso degli individui e delle comunità, gli inetti eletti della “sinistra” con il loro agire confermano l’esattezza della considerazione che il sistema delle rappresentanze elettorali è limitato e limitante.

Il problema della casa

Da almeno un secolo ogni volta che si ripresenta il “problema casa” la risposta è sempre la stessa: i costruttori costruiscono in bassa qualità e ovunque gli convenga approfittando della necessità e dell’urgenza, incontrando limitazioni di varia entità a seconda della forza delle amministrazioni e della comunità e l’intervento pubblico completa l’offerta in una percentuale in Italia mai superiore al 9% (negli anni ’50 dello scorso secolo) ma continuativamente intorno al 1% del totale delle abitazioni costruite. Rimane fuori da questo binomio parte della richiesta degli indigenti la cui insoddisfazione costituisce comunque una futura potenziale domanda. Quando questa quantità è ridotta si assiste alla situazione riscontrabile oggi in Italia in cui gran parte della popolazione ha come principale spesa la casa (ed è sottoposta a mutui che cambiano la vita delle persone) ma è solo una piccolissima parte quella costretta ad abitazioni di fortuna; quando questa quantità è di grandi dimensioni si costituiscono, come in molti paesi del Sud America, dell’Asia e dell’Africa, ma come è già avvenuto nel nostro paese fino agli anni settanta, in prossimità delle aree urbane insediamenti di baracche.
Eccezione a queste condizioni sono stati i paesi “socialisti reali” dove le abitazioni erano costruite dallo stato ed assegnate gratuitamente o quasi agli abitanti.
La cultura della “sinistra” è rimasta qui. O costruisce lo stato o l’edilizia è affidata ai costruttori, nel segno della più dogmatica attuazione della lucida analisi del problema delle abitazioni firmata Marx ed Engels e datata metà ottocento.
Forse sarebbe bene affrontare il problema in altra maniera uscendo da una situazione consolidata dominata nel mondo contemporaneo solo da obiettivi speculativi.
Quasi certamente si risolverebbe il problema se si ipotizzasse che un’amministrazione conceda un terreno pubblico infrastrutturato e renda possibile che individui o gruppi di individui si costruiscano casa da soli, con il proprio lavoro o con le imprese che vogliano utilizzare, secondo il proprio gusto, nell’ambito di un progetto complessivo ad elevata qualità energetica e ambientale. I costi per il pubblico sarebbero quasi inesistenti e per le persone e i gruppi di persone il costo della casa potrebbe essere il 40% di quello necessario attualmente per acquisirla. La possibilità di accedere direttamente alla propria abitazione ridurrebbe la domanda e quindi l’interesse speculativo; il mercato delle abitazioni si sgonfierebbe in quanto si potrebbero avere case fuori mercato; il costruire risponderebbe esclusivamente alle necessità ed alla richiesta di benessere delle persone e non alle strumentalizzazioni che della domanda molti fanno per produrre profitti.

Espropriazione

Gli abitanti dei territori terremotati sono stati allontanati dalle proprie abitazioni. Per motivi di sicurezza gli abitanti sono tornati più volte sempre accompagnati e per pochi minuti a recuperare qualche oggetto, hanno atteso che fosse certificata l’agibilità dell’abitazione senza partecipare direttamente alle verifiche, ed ora rimangono in attesa che si avvii la ricostruzione rimanendo inattivi, nelle tendopoli, senza potere fare nulla.
Dopo un evento così traumatico poter contribuire a ricostruire la propria casa e quella degli altri appare un’azione fondamentale per saldare la comunità ma anche per aiutare gli individui a ricomporre la propria esistenza, a provarsi di essere capaci di intervenire direttamente nella propria vita.
Questa delega non data, questa inattività, questo allontanamento coatto è una vera e propria espropriazione culturale, tecnica, sociale che non ha motivo di esistere ed è grave e inappropriato.

Adriano Paolella