rivista anarchica
anno 39 n. 346
estate 2009


Australia.2

Myall Creek come Sand Creek
di Renzo Sabatini

Vi ricordate la canzone di Fabrizio De André sulla strage di Indiani d’America fatta dal generale Chiwington?
Cambiate il nome del ruscello e ci ritroviamo in Australia il 17 giugno 1838. A fare le spese dei “nostri” civilizzatori, gli aborigeni.

Si son presi il nostro cuore
sotto una coperta scura,
sotto una luna morta piccola
dormivamo senza paura.
Fu un generale di vent’anni,
occhi turchini e giacca uguale,
fu un generale di vent’anni,
figlio d’un temporale.
C’è un dollaro d’argento,
sul fondo del Sand Creek.

I versi risuonano nella mente ossessivi, implacabili, colonna sonora di letture tristi ma necessarie.

L’urgenza di sapere porta lungo crinali pericolosi. Eppure scavare nella vera storia dell’Australia, di questo paese dove vivo ormai da dieci anni, mi urge. Quella storia crudele e nascosta che a scuola non si studia, che si intuisce appena dietro silenzi imbarazzati e resta sospesa nella nebbia di un passato confuso. Devo cercare, perché seguire virtute e conoscenza è il nostro destino. Per l’immensità del dramma che si consumò dal giorno in cui la prima flotta navigò le placide acque di una splendida baia e apparvero alla vista le colline su cui poi sarebbe sorta Sydney. Quella flotta che arrivò seguendo la rotta indicata dagli esploratori, col suo carico di avventurieri, vagabondi e straccioni di un altro mondo, il 26 gennaio del 1788, segnando una ricorrenza storica che va sotto il nome di Australia Day e che ogni anno si celebra con grande spreco di bandiere e fuochi d’artificio. Giornata di lutto per gli aborigeni, che chiamano quel giorno Invasion Day e che chiedono da anni, inascoltati, che non si celebri più.

Devo sapere, perché vedo attorno a me gente simpatica, sorridente e ironica e non so capacitarmi che si tratti dei discendenti di una stirpe che fu crudele, forse per necessità, e col sangue strappò palmo a palmo la terra ai suoi antichi custodi. Perché a volte quando guardo le acque immobili della baia, con l’occhio blu di una memoria che non ho, mi pare di rivedere i bambini giocare nell’erba umida sotto il sole, le danze attorno ai fuochi la sera, gli amori fra i cespugli. Fino a quando apparvero le vele all’orizzonte e tutto venne cancellato.

Terra rubata

I nostri guerrieri troppo lontani
sulla pista del bisonte,
e quella musica distante
diventò sempre più forte.
Chiusi gli occhi per tre volte,
mi ritrovai ancora li.
Chiesi a mio nonno:
“è solo un sogno?”,
mio nonno disse: “si”.
A volte i pesci cantano
sul fondo del Sand Creek.

Sul cammino ho incontrato Bruce Elder, giornalista dagli occhi miti dietro le spesse lenti. Anche a lui, nato fra queste sacre sponde, i miti eroici da Far West non bastavano più. Ha scavato alla ricerca della verità e quando l’ha trovata l’ha incisa con parole di fuoco fra le pagine di un libro: Blood on the Wattle, ovvero: Sangue sulla mimosa, il fiore nazionale australiano. Un tentativo coraggioso di far conoscere alla sua gente quel che forse molti preferirebbero non sapere. La storia di una conquista cattiva, di avventurieri, fuorilegge e coloni spesso senza scrupoli. Di massacri ordinati dalla legge e di altri decisi nelle notti buie attorno ai fuochi dei bivacchi. È la storia della terra rubata e di popoli condannati alla fame. Di recinti difesi con le armi, di acque avvelenate e di luoghi sacri calpestati e offesi. È il racconto di una resistenza disperata e crudelmente spezzata, massacro dopo massacro. La storia di una frontiera violenta e feroce, epopea di un West australe dove anche i nomi delle tribù sono svaniti per sempre.

Sognai talmente forte
che mi uscì il sangue dal naso.
Il lampo in un orecchio,
nell’altro il paradiso.
Le lacrime più piccole,
le lacrime più grosse,
quando l’albero della neve
fiorì di stelle rosse.
Ora i bambini dormono
sul fondo del Sand Creek.

Lungo le coste, nelle vaste pianure, nei deserti, fra le colline: la carta geografica si riempì di stelle rosse.
Fra tante storie sepolte nella memoria, ogni tanto riaffiora quella del massacro di Myall Creek, Una Sand Creek australiana, forse ancora più crudele e folle.
Myall Creek è un luogo sconosciuto, appena un’ombra sulla mappa, nel nord ovest della regione oggi conosciuta come Nuovo Galles del Sud, lo Stato della Federazione di cui Sydney è capitale. La storia di questo massacro fa tornare alla mente “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee”, il libro che ha rivelato al mondo la vera storia della conquista dell’ovest americano. E fa risuonare nella testa i versi di De André, quelli che raccontano come in un sogno il massacro dei Cheyenne di Black Kettle, accampati lungo le sponde del Sand Creek, nel Colorado. Avevano firmato la pace, quei Cheyenne, e piantato la bandiera a stelle e strisce proprio al centro dell’accampamento. I guerrieri erano partiti, a caccia del bisonte. Senza pietà le “giacche blu” attaccarono il campo, massacrando vecchi, donne e bambini. Senza scopo e senza vergogna uccisero tutti.
I Kwiambal accampati nei pressi del Myall Creek non avevano firmato trattati né piantato bandiere, ma avevano stabilito rapporti amichevoli con i bianchi che si erano insediati nella zona e alla sera i lavoranti delle fattorie ballavano attorno ai loro fuochi e si appartavano con le loro donne.
In un giorno crudele, coi cacciatori lontani, una posse di vaccari e fuorilegge assalì il campo. Al gruppo, che da giorni batteva la zona a caccia di aborigeni, si unì anche uno dei lavoranti che fino alla sera prima aveva riso e danzato attorno ai fuochi nel campo. I Kwiambal, ignari, disarmati e inermi, furono tutti assassinati a fil di spada, per risparmiare munizioni. Vecchi, donne e bambini caddero al suolo, in un’orrenda carneficina. I corpi mutilati vennero accatastati e bruciati. La terra si fece rossa, il cielo nero di predatori alati, l’aria infetta. Era il 7 giugno del 1838. Ebbri di sangue, gli assassini ripresero la strada, continuarono nella loro follia omicida, assassinarono altri gruppi di aborigeni incontrati lunga la strada. Nelle fattorie vennero accolti come eroi, rifocillati in cambio dei racconti delle loro gesta.

Solo una piccola storia

Quando il sole alzò la testa
fra le spalle della notte,
c’erano solo cani e fumo
e tende capovolte.
Tirai una freccia in cielo
per farlo respirare,
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare.
La terza freccia cercala
sul fondo del Sand Creek.

Quel massacro, caso forse unico, non restò del tutto impunito. Un sovrastante della vicina fattoria, sconvolto, denunciò i fatti e arrivarono gli investigatori dalla città. Gli assassini, stupefatti, vennero arrestati e processati, alcuni di loro finirono sul patibolo. Ma la condanna suscitò clamore, rivolte, petizioni e una terribile ondata di indignazione: gli onesti cittadini della colonia non poterono accettare che la corda fosse finita attorno al collo di uomini bianchi per aver ucciso degli aborigeni. Il sentimento popolare venne ben riassunto da una lettera pubblicata sul quotidiano The Australian nel dicembre di quell’anno: “i neri sono solo un mucchio di scimmie”, scrisse l’anonimo, indignato lettore, “più presto li stermineremo e meglio sarà per tutti”.
Difatti i massacri ripresero, con più ferocia di prima. A volte fu l’esercito a uccidere, chiamato dai coloni. In altri casi fu amministrata nel segreto la giustizia sommaria della frontiera. I coloni organizzarono spedizioni, tesero agguati, spararono a sangue freddo, avvelenarono le pozze d’acqua col cianuro e mai più tennero il conto dei morti. Le storie divennero racconti appena sussurrati nella penombra dei pub.
Sui libri di scuola del massacro di Myall Creek non si parla e nessuno conosce più i nomi dei protagonisti. È solo una piccola storia, nascosta e dimenticata nel mito della frontiera. La mimosa, torna a fiorire, ogni anno verso la fine di maggio, nell’autunno australe. Il 7 giugno, anniversario ignorato di quel massacro, si macchia di sangue e l’albero della neve fiorisce ancora di stelle rosse.

Un passato sepolto in fretta

Si son presi i nostri cuori
sotto una coperta scura,
sotto una luna morta piccola
dormivamo senza paura.
Ora i bambini dormono
sul fondo del Sand Creek.

I turisti arrivano in un’Australia spensierata e ignara, calpestano i luoghi sacri, visitano i musei e comprano chincaglieria. Guardano con qualche apprensione gli aborigeni che si aggirano come straccioni fra le case dei bianchi, li osservano incuriositi. Non capiscono. Non sanno.
I bambini dormono ancora, sul fondo del Myall Creek, il sonno tormentato dagli incubi di un passato sepolto in fretta sotto i falsi miti della storia.

Renzo Sabatini