rivista anarchica
anno 39 n. 346
estate 2009


politica

Ma che paese siamo?
di Andrea Papi

Sostanzialmente un paese che fa pena, considerando il solito teatrino della politica. Le ultime sparate del Berlusca che negano l’esistenza della multi etnicità ne sono una piccola ma significativa conferma.


Il fatto che Berlusconi si sia sentito in obbligo di dichiarare urbi et orbi che, a differenza della sinistra, con tutto il suo governo vuole che l’Italia non sia un paese multietnico, la dice lunga. Immediatamente ha avuto il plauso sperticato dalla Lega. Calderoli gli ha subito appioppato l’onorificenza di una simbolica tessera. A suo dire anche “l’imperatore” in questo modo si è “pontidizzato”. Il “respingimento”, neologismo alla moda per dire che si respingono esseri umani in condizioni disperate illusi di trovare soccorso (li si rimanda in Libia, ma sorge il legittimo sospetto che li si vorrebbe buttare a mare), è diventato la bacchetta magica del momento. Propaganda il rifiuto istituzionalizzato degli altri da noi, quelli che danno fastidio perché sono diversi e pretenderebbero di usufruire delle nostre capacità di vita. Nell’immaginario che si sta consolidando non lo meritano e sono vissuti come un sabotaggio esistenziale del nostro malandato tran-tran.
Tutto questo clamore, superficialmente e falsamente teorizzante, ha creato ad arte lo spazio culturale indotto utile a far digerire l’approvazione sulla fiducia parlamentare del decreto sicurezza. Già, come è stato giustamente fatto notare da più parti, racchiudere in una logica di sicurezza l’enorme problematica della migrazione vuol dire relegarla, snaturandola, a questione di ordine pubblico perché la si considera un fatto in sé criminale. Ormai divenuto legge dello stato, a livello giuridico stigmatizza e ufficializza che le continue ondate migratorie di disperati, attuali reietti della terra costretti alla disperazione esistenziale dal sistema di dominio vigente, sono un crimine. Come tale dev’essere punito, a meno che la migrazione non avvenga sotto tutela istituzionale, sotto il totale e incondizionato controllo dello stato, che decide unilateralmente chi e come accettare per integrarlo a sé, alle sue ragioni e alla sua forza, senza voler tenere in conto le ragioni per cui questi esseri umani desiderano fuggire dai luoghi di origine.

Rappresentazione farsesca

La posizione del premier in pectore ha innescato una serie di reazioni che denotano un certo trend in casa nostra. Una parte dell’opposizione (mi rifiuto di chiamarla di sinistra), in particolare Fassino e Rutelli, entrambi ex leader degli ex ds, e Chiamparino, sindaco di Torino, hanno in modi diversi riconosciuto validità alla “respingimentazione maronberlusconiana”. Franceschini, attuale segretario in transizione del pd, pur non essendo d’accordo, sottolinea con grande pacatezza che nessuno può affermare che noi proteggiamo i clandestini. Come se il proteggerli rischiasse di essere peccato di lesa maestà. Unica forza istituzionale a contestare in pieno non solo l’impianto, ma anche l’intera filosofia di questa legge, rimane la sinistra che continua ad essere chiamata radicale, la quale però è attualmente esclusa dal parlamento, quindi può solo sperare di far opinione.
Molto più decisa l’opposizione degli organismi internazionali. A cominciare dall’ONU, che ha avvisato che ci potrebbero essere conseguenze se non venissero riammesse quelle persone respinte e identificate dall’Unhcr quali individui che chiedono la protezione internazionale. Ma anche Bruxelles, sede del parlamento europeo, non si riconosce nelle scelte politiche del governo italiano in carica in materia di migrazione. Puntuale pure la presa di pozione della Cei, la conferenza dei vescovi italiani, che per bocca di monsignor Mariano, suo segretario generale, contrasta il berlusconi-pensiero affermando che il nostro è già un paese multiculturale e che il multiculturalismo è un valore. Il ministro Maroni ha subito risposto che queste critiche gli entrano da un orecchio e gli escono dall’altro. L’aspirante “imperatore”, giullarando come spesso fa, con apparente candore ha detto che non conosce vescovi che non siano d’accordo. Il ministro militarista La Russa, preso da furor patriottico, ha definito l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati uno degli organismi che non contano un fico secco.
Il teatrino di casa nostra persiste così nella sua farsa da commedia dell’arte sempre più scadente. Non ci meraviglia ormai più da un pezzo. Eppure le conseguenze di questa rappresentazione farsesca sono molto preoccupanti, soprattutto per il clima da neo sciovinismo che incentiva. Si sta istituzionalizzando, quindi incentivando a diffondere a macchia d’olio, una cultura che qualche decennio fa ci si era illusi d’aver edulcorato e resa innocua: il rifiuto e la criminalizzazione dei diversi, ritenuti tali, e della diversità in quanto tale. Più che di razzismo si tratta di xenofobia, cioè avversione, odio e disprezzo indiscriminati nei confronti dello straniero, del diverso in generale pensato come estraneo. Il razzismo certo ci va a braccetto. Ma non è il ripudio della differenza di razza che la sta facendo da padrona, bensì di chi non è come noi, di chi è vissuto come pericoloso perché ha usi, costumi e modi di pensare differenti.
In continuo progressivo decadimento, la nostra è una società che si sta chiudendo a riccio su se stessa, cercando rozzamente e crudelmente di difendere una supposta e presunta identità, in realtà inesistente. Qualcosa di simile, anche se molto più umorale, succedeva nel dopoguerra nei confronti dei meridionali, costretti a migrare al nord per trovare lavoro e accettare di essere supersfruttati. Dall’antimeridionalismo, dati i tempi che corrono, all’antimigrantismo, di fatto molto più feroce. Non tanto perché quelli comunque erano italiani (dai “polentoni” non erano nemmeno considerati tali), quanto perché oggi le condizioni di vita generali sono peggiorate di molto. Allora i “marocchini”, com’erano definiti i meridionali italiani, contribuivano all’emergente boom economico di tutti, quindi in qualche modo si riusciva a sopportarli. Oggi i migranti sono percepiti irrazionalmente come un vero pericolo, equiparati tra le cause dello sfascio che stiamo subendo, causato invece dalle oligarchie dominanti.

Tre approcci di destra

Da parte dei sostenitori del pensiero separatista emergente, che vorrebbe tenerci divisi e separati per compartimenti controllati dall’alto, si parla sempre più di difesa della propria etnia e schedatura delle differenze etniche. Ignorano appositamente che la scienza non riconosce valore al concetto di etnia, che vorrebbe significare insiemi umani i cui individui hanno in comune caratteri linguistici e culturali. Non esistono purezze né di razza né etniche. Le civiltà che si sono tramandate si sono sempre arricchite intrecciandosi e mescolandosi con altri. In Italia poi! Per secoli la nostra penisola, divisa in molti staterelli, è stata attraversata da un diffuso multilinguismo. L’italiano era solo dei colti. Poi con la scolarizzazione post-unitaria si è insegnato a parlarlo ed è stato istituzionalizzato come lingua nazionale. Non è da molto che è la lingua ufficiale di tutti gli italiani. Si potrebbe fare la stessa cosa, insegnandola con tranquillità come nei fatti sta avvenendo spontaneamente, con gli stranieri che si stanno mescolando con noi, smettendo d’invocare la consunta retorica di un’identità etnica difficile da dimostrare, soprattutto storicamente.
C’è un aspetto in particolare di tutta questa questione su cui m’interessa soffermarmi un poco. Riguarda i differenti modi di proporsi interni alla destra al governo, frequentemente in conflitto tra loro, che si sostengono soprattutto per la conservazione del potere, come in fondo succedeva, seppur per tutt’altre ragioni, per il centrosinistra quando aveva una ben più risicata maggioranza governativa. Sostanzialmente mi sembra si possa parlare di tre tipi di approcci, che esprimono rispettivamente tre culture politiche diverse.
Il più chiaro di tutti, ben stigmatizzato, è quello leghista. L’unico, non solo tra le fila del centro destra, che derivi da un progetto sufficientemente chiaro nei suoi contorni, perciò in grado di esprimere una determinazione pragmatica a volte travolgente. A differenza di quello che vorrebbe far credere, il leghismo non è affatto anticentralista, come non è antinazionalista. Anzi ripropone un nazionalismo aggiornato che definirei di tipo territoriale. Lotta per l’affermazione di un’identità nazionale legata al territorio negante lo stato nazione. Nazionalismo non statalista, ma territorialista, anche se sostiene forme di gestione centralizzata prese in prestito dalla cultura statuale. Il suo presunto federalismo non vuole una federazione che tenda a superare il centralismo statalista, com’è il federalismo delle origini che, rinunciando allo stato, attraverso la valorizzazione delle diversità territoriali ipotizzava una società solidale e non centrista. Vuole, invece, una gestione sempre centralizzata, ma divisa tra territori non più sottoposti allo stato politico centrale. Da cui la forte affermazione delle identità territoriali sovraccaricata di tutti i peggiori contenuti xenofobi, razziali e separatisti dei vecchi nazionalismi della destra prima maniera. Per questo non gli interessa affatto il mantenimento della coalizione, che è disposta a sacrificare se non le è funzionale.
Più sfuggente è il berlusconismo, il cui nome, come risulta evidente, deriva dal plutocrate che l’ha fondato e lo mantiene. L’idea che me ne son fatto è che la tensione politica da cui è animato non sia affatto conseguente a delle idee fondanti. Quest’ultima vicenda antiimmigrati lo conferma in pieno. Dietro le scelte berlusconiane non ci sono idee di società o visioni del mondo, né dichiarate né nascoste, come giustamente si dovrebbe pretendere da chi decide i nostri destini. C’è invece molto forte e salda un’idea di potere, sorretta da due pilastri fondamentali: la gestione del partito azienda e la conquista del consenso per mantenere il potere a tutti i costi. Le idee sul mondo si adattano di volta in volta, a seconda dell’opportunità del momento. È per questo che il berlusca ha tirato fuori, senza mai averlo detto prima, che l’Italia non deve essere multietnica. Non è che gli interessi la cosa in sé. Aveva bisogno di rassicurare e appoggiare la lega, che su questo punto non transige, altrimenti rischiava che cadesse il governo.
Il terzo approccio è rappresentato da Fini. Dopo aver rinnegato la riproposizione nostalgica del ventennio con la svolta di Fiuggi, ha dato avvio alla transizione dalla destra storica verso una destra contemporanea, non più né conservatrice né restauratrice né dittatoriale, bensì neoliberale e democratica, che vuole salvaguardare i valori tradizionali, patria famiglia e gerarchia, all’interno del liberalismo occidentale affermatosi storicamente. La gestione del potere è vista come strumento e mezzo per dare concretezza a questi fini. Certo, col “finianismo” i confini sembrano saltati. Le sue ultime esternazioni, a favore della laicità dello stato, contro le ingerenze ecclesiastiche e per il riconoscimento dei valori individuali e dei principi di uguaglianza, possono sconcertare se si ha presente l’antico delfino di Almirante. Noi non possiamo sapere verso quali lidi, politici oltre che culturali, possa condurre questo percorso intrapreso pubblicamente. Siamo però pienamente scettici dato il persistere della sua collocazione politica, che non dà certo adito a cambiamenti in cui libertà, solidarietà ed uguaglianza possano trovare vero e concreto spazio.

Non più sotto la loro egida

L’eterogeneità di questa coalizione governativa, soprattutto a fronte dell’inconsistenza culturale e progettuale dell’opposizione, sta assommando da sola posizioni e atteggiamenti che esprimono l’intero arco del potere nella fase attuale. Fase caratterizzata da una costante di recrudescenza autoritaria, dove trovano sempre più spazio e credito verticismi strutturali e mantenimento di quei disvalori che permettono alle oligarchie dominanti di accrescere il loro già enorme potere, a discapito delle masse dei diseredati, dei precari, dei non abbienti e dei poco abbienti. Se si aggiunge la continua deprivazione di senso e di significato dei presupposti che dovrebbero garantire la libertà, la partecipazione, la giustizia e la spartizione equa delle risorse, valori continuamente sbandierati su cui dichiara di fondarsi la democrazia parlamentare che ci governa, non si può che diventare molto pessimisti.
Per dare spazio ad un ottimismo lungimirante e alla possibilità della speranza, bisognerebbe allora rinnegare l’opera di disfacimento di questi signori e trovare la maniera di riappropriarsi della volontà e della capacità di gestire direttamente il proprio destino, non più sotto la loro egida.

Andrea Papi