rivista anarchica
anno 39 n. 346
estate 2009


intolleranza

“Se 5 euro l’ora vi sembrano tanti”
di Cosimo Scarinzi

Qualcuno vorrebbe che nella Reggia Sabauda di Venaria (Torino) non ci fossero lavoratrici immigrate, ma italiane. Senza velo. Peccato che…


Leggendo su “La Stampa” di Torino una lettera contenente questa affermazione sul personale in servizio presso la Reggia Sabauda di Venaria
“In un clima che evoca intensamente la storia d’Italia e la storia del Piemonte mi ha colpito non poco notare che la biglietteria era presidiata da due donne islamiche, una addirittura con il velo in testa. Nulla da eccepire sul loro servizio. Ma mi sono chiesta se non sarebbe stato più corretto impiegare queste due signore in un’attività d’ufficio e lasciare, per il primo impatto con la Reggia dei Savoia, personale magari vestito con abiti dell’epoca”.
mi è tornato alla mente, ammetto che è un’associazione di pensiero strana, un canto degli insorgenti antigiacobini del Piemonte (1).
La ragione di una siffatta associazione fra testi di natura tanto diversa è sin banale: lo stile. Se penso alla differenza fra la mite ferocia dei canti controrivoluzionari piemontesi, tutti legge ed ordine, e la selvaggia baldanza dell’inno dei sanfedisti e al fatto che la repressione dei repubblicani in Piemonte alla fine del XVIII secolo fu decisamente più cruenta rispetto a quella dei giacobini napoletani, anche una lettera così pacata nei toni prende un altro significato.
Insomma “due donne islamiche, una addirittura con il velo in testa” non vanno bene quando si tratta di accogliere il pubblico di un importante monumento nazionale. Una domanda, però, sorge: come faceva colei che ha scritto la lettera a sapere che la donna senza velo era anch’essa islamica?
La risposta è sin banale, non lo sapeva ma lo ha ipotizzato per estensione, una donna di carnagione scura che sta accanto ad una donna col velo non può che essere islamica. Non fosse lievemente nauseante, sarebbe un equivoco divertente. Chi lo chiarisce è Marina German, 48 anni, su “La Repubblica”
“Che in realtà sarei io, che sono calabrese e di carnagione scura. Chi ha scritto quella lettera mi deve chiedere scusa. E non certo perché io mi sia offesa a essere paragonata a Yamna, che è una ragazza validissima che parla quattro lingue. La signora vorrebbe alla biglietteria personale sabaudo, che le spieghi la storia della Reggia, magari vestito in costume? Lo trovi che lavori per cinque euro all’ora come noi”.
Scoperta l’acqua calda e cioè che molti italiani, e non solo calabresi – basta pensare a molti piemontesi specie nell’alessandrino – sono di incarnato non roseo, è stato importante la reazione dei lavoratori colleghi della signora marocchina che tanto ha scandalizzato la visitatrice.
Il 30 maggio, infatti, le sue colleghe hanno lavorato con il capo coperto da un foulard. Con il capo velato hanno lavorato, oltre alle addette alla biglietteria, anche guide e guardiane delle sale della residenza sabauda, una trentina di donne in tutto, che hanno messo sopra i capelli il foulard della divisa che solitamente hanno al collo. Un piccolo ma positivo segnale anche in considerazione del fatto che i visitatori hanno manifestato solidarietà alla lavoratrice.
Credo sia bene ricordare che i lavoratori e le lavoratrici della Reggia di Venaria già in un recente passato hanno animato vivaci lotte sindacali e sono convinto che fra la sensibilità alla questione della libertà e la vivacità sindacale vi sia una connessione stretta.
Un paradosso che è bene tenere presente consiste nel fatto che la libertà che viene difesa è quella di portare un simbolo di carattere religioso, d’altro canto se pretendessimo di stabilire quale libertà è lecita e quale no non saremmo diversi dagli attuali pastori di anime.

Cosimo Scarinzi


1. Sti Giacobin s’fazio razun,
vuréivo lvè la religiun.
Lur i fazio na gran festa
a préive e frà cupè-i la testa.
La libertà l’è andà a la fin
a confüziün dëi Giacobin.
‘L general Rüss a l’è rivà,
sut a Türin a s’j’è fermà;
A s’j’è fermà üna gran bateria,
bumbe e granate e artijeria;
A n’un batia a bala fuà,
la Sitadela è stàita pià.
I sun sti sgnuri Giacobin
i vurio esse padrun d’Türin.
O Giacobin, l’èi’ vü na ruta,
e l’éi pià-ve na bela bota;
E Giacobin e patriot,
e vi bütruma tüti al crot.

Traduzione:
Sti Giacobini si facevano ragione,
volevano levare la religione.
Essi facevano una gran festa
a preti e frati tagliar la testa.
La libertà è andata a fine,
a confusione dei Giacobini.
Il generale russo è arrivato,
sotto Torino si fermò;
si fermò con gran batteria,
bombe e granate e artiglieria,
batteva a palla infocata,
la Cittadella fu presa.
Sono questi signori Giacobini,
volevano essere padroni di Torino.
O Giacobini, avete avuto una rotta,
vi pigliaste una bella botta;
e Giacobini e patrioti,
vi butteremo tutti in prigione.

Da: Costantino Nigra, “Canti popolari del Piemonte”, Vol. II, Einaudi, 1957.